Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“L’assistente” (Robert Walser)

“Compativa Tobler, lo disprezzava e al contempo aveva paura di lui. Erano tre sentimenti bruttissimi, tutti quanti naturali, ma anche ingiusti. Che cosa lo riduceva a restare ancora l’impiegato di quell’uomo? Gli arretrati di stipendio? Sì, anche. Ma c’era anche dell’altro, e più importante: amava con tutto il cuore quell’individuo. La purezza di questo sentimento faceva impallidire la macchia degli altri tre. E a motivo di questo solo sentimento si erano manifestati, quasi fin dall’inizio, anche gli altri tre, e con tanta più intensità. Sì, perché ciò che uno aveva caro, cui si sentiva legato e unito, era appunto ciò che lo angustiava, con cui conteneva, di cui parecchio non gli andava a genio e che talora detestava perché se ne sentiva potentemente attratto.”

(Robert Walser, “L’assistente”, ed. Adelphi)

Il protagonista del romanzo di Walser, che avevo già letto molti anni fa nell’edizione Einaudi, è il ventiquattrenne Joseph, che dagli angoli bui della città si ritrova catapultato nella villa dell’ingegner Tobler, del quale diventa assistente.

Nonostante la patina di decoro che riveste la famiglia Tobler, Joseph presto scopre, anche a sue spese, che l’ingegnere è oberato dai debiti e che il rapporto con la moglie e i figli è tutt’altro che sereno.

In quanto a sé, Joseph è spesso disincantato e sorvola persino sullo stipendio che tarda ad arrivare, preso com’è dall’osservazione di quel mondo che sente come estraneo, ma che comunque lo attrae.

“Il ponte. Un crollo” (Vitaliano Trevisan)

“Negli ultimi anni c’è stato addirittura un festival della riesumazione, schiere di cadaveri che si credevano sepolti per sempre, sono stati dissepolti e ricomposti, e anche là dove si credeva fosse stata messa la parola fine, si è scoperto che non era affatto finita, che c’era ancora da indagare, da scavare, da interpretare; che i morti sono tutti uguali, si è detto, e dunque vanno onorati tutti nello stesso modo, ed è così: i morti sono tutti uguali, ma il giudizio dovrebbe riguardare solo quanto hanno fatto, o non hanno fatto, da vivi. I morti sarebbe meglio lasciarli dormire, e invece essi vengono riesumati e ricomposti di continuo, e usati di continuo per gli scopi più bassi e più meschini, col risultato che si continua a raccontare sempre e soltanto la storia di un fallimento dopo l’altro, a cui manca sempre la parola fine, cioè manca sempre un responsabile. In fondo, pensai, è esattamente quello che faccio anch’io. Cercare di dare un senso al mio proprio fallimento di presente in quanto presente in cui il passato non smette di crollare. Non ho scelta, pensavo, nessuno lo farà per me. Dunque avanti così, a tentoni, senza chiedersi perché.”

(Vitaliano Trevisan, “Il ponte. Un crollo”, ed. Einaudi)

Il protagonista-narratore di questo romanzo di Vitaliano Trevisan (1960-2022) è un uomo che ha deciso di lasciare per sempre la sua famiglia e l’Italia, per vivere in Germania. Lì, però, su un quotidiano italiano che continua a ricevere per corrispondenza, scopre che suo cugino Roberto (soprannome Pinocchio) è morto un paio di giorni prima ed è stato anche già seppellito.

A quel punto, nella sua testa il passato invade il presente, e così l’uomo ricorda Pinocchio e il figlio Filippo, ma soprattutto inizia un’invettiva a tratti feroce contro tutto ciò che lo aveva indotto a fuggire, dalla politica alla stampa italiana, fino ai burrascosi rapporti con i genitori e le due sorelle, constatando come, nonostante lui credesse il contrario, gli sia praticamente impossibile liberarsi davvero dal passato, dalla trappola nella quale si era sentito rinchiuso per anni.

Finora non avevo letto nulla di Trevisan, che mi era stato consigliato da un’amica circa un anno fa (mi aveva suggerito “Works”, che comprerò subito). Purtroppo, mi sono ricordato di quel suggerimento a gennaio, quando Trevisan è morto.

Qualche giorno fa ho comprato “Il ponte. Un crollo”, che mi è piaciuto molto e che per temi e stile mi ha ricordato, fatti i dovuti distinguo, un autore a me carissimo, cioè Thomas Bernhard, d’altra parte esplicitamente citato da Trevisan nel libro.

“L’autore si spiega” (José Saramago)

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“Noi che scriviamo a volte corriamo il rischio di immaginare che la letteratura sia tutto, e che al di là di essa non esista nient’altro. Io credo, invece, che proprio come nella vita si susseguono avvenimenti di ogni tipo, questi stessi avvenimenti si susseguano anche nella letteratura, e sono l’espressione di quello che sentiamo e pensiamo: la creazione è il modo di cui disponiamo per esternare le nostre speranze, le nostre certezze, i dubbi, le nostre idee. E la mia idea, o meglio, la mia preoccupazione, in questo momento o più probabilmente da sempre, ancorché negli ultimi tempi sia divenuta più evidente, è considerare l’essere umano una priorità assoluta. Ecco perché l’essere umano è la materia del mio lavoro, la mia ossessione quotidiana, l’intima preoccupazione del cittadino che sono e che scrive.”

(José Saramago, “L’autore si spiega”, ed. Feltrinelli)

In questo libro sono raccolte alcune brevi e dense riflessioni di Saramago sulla sua scrittura, ma non solo. In particolare, troviamo un intervento all’Università di Torino nel 1998, una piccola autobiografia letteraria e due discorsi tenuti in occasione della consegna del Premio Nobel per la letteratura, sempre nel 1998.Avendo letto molti dei suoi romanzi, per me è stato un piacere scoprirne la genesi e il parere dell’autore stesso, e in più mi ha incuriosito circa quelli che ancora non ho letto.Saramago non si limita a un mero riassunto dei suoi libri, ma allarga il discorso, spaziando dalle (sue) motivazioni nello scrivere al ricordo dei nonni Jerónimo e Josefa, allevatori di maiali, fino a rivendicare una vera attuazione dei princìpi sanciti nella Dichiarazione universale dei Diritti Umani.

“Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij” (Paolo Nori)

Questo libro, attraverso il racconto dell’incredibile vita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ingegnere senza vocazione, traduttore umiliato dai propri editori, genio precoce della letteratura russa, nuovo Gogol’, meglio di Gogol’, aspirante rivoluzionario miseramente scoperto e condannato a morte, graziato e mandato per dieci anni in Siberia a scontare la sua colpa, riammesso poi nella capitale, quella Pietroburgo il cui mito, con le sue opere, contribuirà a costruire, «la più astratta e premeditata città del globo terracqueo», secondo una celebre definizione del suo uomo del sottosuolo, giocatore incapace e disperato, scrittore spiantato vittima di editori cattivi, marito innamoratissimo di una stenografa di venticinque anni più giovane di lui, padre incredulo che scrive a un amico: «Abbiate dei figli! Non c’è al mondo felicità più grande», pazzo benedetto che mette per iscritto le domande che tutti noi ci facciamo e che non osiamo confessare a nessuno, uomo dall’aspetto insignificante, goffo, calvo, un po’ gobbo, vecchio fin da quando è giovane, uomo malato, confuso, contraddittorio, disperato, ridicolo così simile a noi, che riesce a morire nel momento del suo più grande successo, attraverso il racconto di questa vita romanzesca, questo libro che crede di essere un romanzo prova semplicemente a rispondere a quella domanda: perché? Perché sanguina ancora?”

(Paolo Nori, “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij”, ed. Mondadori)

Fëdor Michajlovič Dostoevskij non solo è tra i più grandi romanzieri di tutti i tempi, ma ha anche avuto una vita che, se non fosse stata reale, sarebbe potuta essere anch’essa un romanzo, a cominciare dal celebre (per i suoi lettori) episodio della condanna a morte, poi tramutata in lavori forzati a pochi secondi dall’esecuzione, episodio che segnò una cesura netta anche riguardo ai temi e alla densità dei romanzi.

Paolo Nori, in questo libro, ripercorre proprio l’esistenza incredibile (eppure verissima) del grande scrittore russo, partendo dalla sua (di Nori) lettura di “Delitto e castigo”, che lo fece “sanguinare” e gli apri un mondo, quello della letteratura russa e in particolare di Dostoevskij.

La domanda a cui cerca di rispondere Nori è se vi sia ancora un senso, oggi, nel leggere i romanzi del russo, e la risposta è ovviamente (almeno per me) sì.

Nel libro sono presenti anche pagine dedicate ad altri grandi scrittori russi, Puškin e Gogol’ per citarne due, ma il perno è Dostoevskij, con la sua grandezza letteraria e le sfumature, talvolta oscure, dell’uomo.

Da appassionato (ri)lettore di Dostoevskij, leggendo le parole di Nori ho rivissuto ancora una volta i romanzi letti, ho acquisito diverse nozioni biografiche che ancora non conoscevo e annotato alcuni titoli di altri autori.

Soprattutto, però, mi sono ricordato di quando anch’io, tanti anni fa, lessi “Delitto e castigo” e, proprio come spiega Nori, avvertii che da quel giorno la mia “carriera” da lettore era cambiata. Da allora, per me, sarebbe esistito un pre-Dostoevskij e post-Dostoevskij.

“L’Istituto per la Regolazione degli Orologi” (Tanpinar)

Ecco quindi qual era la tecnica. Per prima cosa si definisce un «successo», si trova il responsabile e ci si congratula con lui; a quel punto, il responsabile sostiene che debba essere attribuito al suo interlocutore; quest’ultimo da parte sua rifiuta il successo con parole ampollose e glielo restituisce. Dopo quella lunga serie di riconoscimenti, restituzioni e controrestituzioni chi avrebbe potuto dubitare del successo? La fondazione del nostro Istituto era un successo. Era un avvenimento che aveva avuto un riconoscimento ufficiale. Adesso potevo sentirmi sollevato.”

(Ahmet Hamdi Tanpinar, “L’Istituto per la Regolazione degli Orologi”, ed. Einaudi)

Ambientato in Turchia nella prima parte del Novecento, il romanzo è una satira sulla burocrazia, ma soprattutto sui vani tentativi di dare ordine al mondo e ingabbiare il tempo, attraverso gli orologi e in particolare grazie alla creazione dell’Istituto citato nel titolo, dotato anche di un Dipartimento della Lancetta dei Minuti.

Il protagonista-narratore, Hayri, a cui non piace leggere e scrivere, racconta a ritroso le diverse peripezie e i lavori che lo hanno infine condotto a lavorare nell’Istituto per la Regolazione degli Orologi, sotto la guida del fondatore e santone Hali il Regolatore.

Libro divertente, a tratti surreale, cheavevo notato qualche anno fa nella libreria di Roma Termini, ma che ho letto e apprezzato solotanto ora. Forse prolisso in alcuni passaggi, ma nel complesso si sorride spesso e non è cosa da poco.

“Liquidazione” (Imre Kertész)

Improvvisamente mi resi conto dell’assurdità della nostra situazione, del fatto che la nostra storia, come ogni storia, era indecifrabile e irripetibile, che era passata, volata via, esaurita, e che ormai non avevamo più niente da spartire con essa, così come anche con la nostra vita abbiamo ben poco a che fare. E mi venne in mente che il processo, l’infrangibilità della nostra vita, può essere rimesso a posto soltanto dalla scrittura, e che in sostanza eravamo lì soltanto perché potessi recuperare il romanzo di B.”

(Imre Kertész, “Liquidazione”, ed. Feltrinelli)

Il geniale scrittore e traduttore B., che era nato e sopravvissuto ad Auschwitz, si suicida, lasciando sgomenti tutti i suoi conoscenti, tra i quali il redattore editoriale Keserű, che cerca di capire quali siano i reali motivi che hanno indotto B. a togliersi la vita.

Keserű, al momento della morte, era riuscito a mettere in salvo diversi scritti di B., tra i quali una commedia intitolata “Liquidazione”. Keserű, però, è certo che B. abbia lasciato anche un romanzo e contatta l’ex moglie di B., convinto che quest’ultima possa aiutarlo a ritrovare il manoscritto.

Attorno a Keserű, però, tutto sembra davvero in liquidazione e l’esistenza si mostra frammentaria, colpa di perdita, e la storia appare inenarrabile.

Imre Kertész, premio Nobel per la Letteratura nel 2002, fu davvero deportato ad Auschwitz nel 1944 e poi liberato a Buchenwald nel 1945. Nel romanzo “Essere senza destino”, che ho letto in precedenza, descrive proprio quell’esperienza dal punto di vista di un adolescente.

“Manuale di pittura e calligrafia” (José Saramago)

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Nascere, vivere, morire, sono verità universali e sequenza naturale. Se vogliamo trasformarle in verità personale e sequenza culturale, dobbiamo scrivere molto di più di quei tre verbi, in quell’ordine disposti, e ammettere che tra i due estremi di un nulla e un nulla, il vivere possa racchiudere in sé certe nascite e certe morti, non solo quelle di coloro che in qualche modo ci possono toccare o riguardare, ma tante altre, anch’esse nostre: simili alle pelle del serpente, anche noi cambiamo pelle quando non vi rientriamo più, oppure ci vengono a mancare le forze e ci atrofizziamo, ma questo capito solo agli esseri umani. Una pelle vecchia, risecchita, sgretolabile, ricopre queste pagine con quelle pellicole bianche e nere che sono le parole e gli spazi tra una parola e l’altra.”

(José Saramago, “Manuale di pittura e calligrafia”, ed. Feltrinelli)

Il protagonista-narratore di questo romanzo di Saramago è H., un pittore privo di talento, che vivacchia eseguendo ritratti e che, a un certo punto, per uscire da una crisi artistica e umana, decide di passare alla scrittura. Si rende conto, però, che anche attraverso le parole gli è impossibile afferrare la realtà attorno a lui, mutevole e sfuggente.

I suoi scritti sono “tentativi di autobiografia” nei quali descrive con ammirazione diverse città italiane che ha visitato, da Milano a Firenze, passando per Bologna, Padova, Siena, sempre alla ricerca della bellezza rappresentata dalle opere d’arte di altri pittori e scultori che lui può solo ammirare, senza poter emulare.

Il romanzo è ambientato a Lisbona, dove H. vive e sperimenta la solitudine dopo esser stato lasciato da Adelina. Soprattutto, però, l’azione si svolge alla vigilia della cosiddetta “rivoluzione dei garofani”, che libererà il Portogallo dalla dittatura militare instaurata nel 1926 e durata fino al 1974, la gran parte sotto il potere di Salazar.

Nel retro di copertina del libro c’è scritto che Saramago ha definito questo libro “forse il più autobiografico”, ma indipendente da questo, il romanzo è rappresentativo della crisi ed evoluzione di in singolo uomo, all’interno di una rivoluzione collettiva, ma è soprattutto una lunga riflessione sull’arte, in particolare sulla pittura e sulla scrittura.

“Intransigenze” (Vladimir Nabokov)

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“Domanda: – Scrivere romanzi è per lei piacere o pena?

Piacere e tormento finché compongo il libro nella mente; irritazione spasmodica quando lotto con i miei strumenti e le mie viscere – la matita cui bisogna rifare la punta, la scheda che deve essere riscritta, la vescica che va alleggerita, la parola che scrivo sempre sbagliata e devo controllare ogni volta. Poi la fatica di leggere il dattiloscritto preparato da una segretaria, la correzione dei miei grandi e dei suoi piccoli errori, il trasferimento delle correzioni dei miei grandi e dei suoi piccoli errori, il trasferimento delle correzioni su altre copie, i fogli che finiscono fuori posto, lo sforzo di ricordare qualcosa che doveva essere depennato o inserito. Il ripetersi di queste operazioni al momento di correggere le bozze. Poi arriva la bellissima, radiosa, paffuta copia staffetta: disfare il pacco, aprire il libro – e scoprire una stupida svista che io ho commesso, che io ho lasciato passare. Dopo circa un mese mi abituo alla forma finale del libro, all’idea che ormai si sia svezzato dal mio cervello. Comincio a considerarlo con una sorta di divertita tenerezza, quella che un uomo riserva non al proprio figlio, ma alla giovane moglie del figlio.”

(Vladimir Nabokov, “Intransigenze”, ed. Adelphi)

Nabokov non sopportava le interviste perché parlava “come un bambino”, come scrive lui stesso nella prefazione, aggiungendo di pensare “come un genio” e scrivere come “un autore eminente”. Per questo motivo, quando accettava di rispondere alle domande, esigeva che le domande gli pervenissero in anticipo, così da rispondere per iscritto e controllare che tutto fosse riportato minuziosamente.

Il titolo di questo libro, nel quale sono riportate proprio i colloqui che ebbe con giornali, riviste, TV, è adeguato, oltre che alle modalità delle conversazioni, anche ai contenuti delle stesse.

Nabokov, infatti, oltre a parlare delle sue opere, della loro genesi, degli scritti da entomologo, dell’esilio dalla Russia verso gli Stati Uniti passando per Berlino, comportante l’abbandono del russo a favore dell’inglese per scrivere i romanzi, dei suoi corsi da professore universitario, non risparmia di mostrare la propria avversione per diverse questioni, ad esempio la psicologia e in particolare per Freud, nonché per alcuni scrittori come Dostoevskij, Camus, Faulkner, Mann (nel giudizio su questi autori sono totalmente in disaccordo con lui).

Consigliato soprattutto a chi abbia già letto i suoi romanzi, “Intransigenze” diventa una sorta di auto-ritratto che viene fuori dalle tante piccole tessere che Nabokov aggiunge, pagina dopo pagina, con il consueto amore per i particolari.

“Come prepararsi serenamente alla morte” (Umberto Eco)

Non sono sicuro di dire una cosa originale, ma uno dei massimi problemi dell’essere umano è come affrontare la morte. Pare che il problema sia difficile per i non credenti (come affrontare il Nulla che ci attende dopo?) ma le statistiche dicono che la questione imbarazza anche moltissimi credenti, i quali fermamente ritengono che ci sia una vita dopo la morte e tuttavia pensano che la vita prima della morte sia in se stessa talmente piacevole da ritenere sgradevole abbandonarla; per cui anelano, sì, a raggiungere il coro degli angeli, ma il più tardi possibile.

Mi pare evidente che sto proponendo il problema di che cosa significhi essere-per-la-morte, o anche soltanto riconoscere che tutti gli uomini sono mortali. Sembra facile, sino a che riguarda Socrate, ma diventa difficile quando riguarda noi. E il momento più difficile sarà quello in cui ci renderemo conto che per un attimo ci siamo ancora e dopo un attimo non ci saremo più.

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene apprestarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni.

Allo stupore di Critone ho chiarito. Vedi, gli ho detto, come puoi apprestarsi alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi a dare soltanto notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si impegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te nevai, sarebbe insopportabile.

Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibili che il mondo (cinque miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea di tutti i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

“Di questo mondo e degli altri” (José Saramago)

Non so che cosa unisca di più, se le grandi catastrofi o le grandi gioie. Le catastrofi sono una buona marea per far venire a galla l’istinto di conservazione, l’egoismo istintivo (le gioie, a pensarci bene, hanno anch’esse i loro peccati). Ma almeno, dopo una catastrofe, quando ci ritroviamo alla luce del giorno, ancora non del tutto ripresi dallo spavento, forse vergognosi delle fughe dissennate, della ferocia del “si salvi chi può” – ci guardiamo l’un l’altro negli occhi e ci vediamo uguali, un po’ fratelli e amici. Perciò parliamo tanto di quel che ci è accaduto, con queto, con quello, con lo sconosciuto che ci è capitato davanti per caso. C’è un bisogno impellente di abbandonarci, di comunicare. Come se tutti insieme acquistassimo forza per far fronte a quel che ancora potrebbe succedere.”

(José Saramago, “Di questo mondo e degli altri”, ed. Feltrinelli)

“Di questo mondo e degli altri” raccoglie una serie di brevi scritti, ciascuno di circa due-tre pagine, che Saramago scrisse tra il 1968 e il 1969 per due giornali di Lisbona e che poi, nel 1971 e nel 1973, furono pubblicati in due libri diversi.

Gli argomenti trattati sono i più disparati, da temi universali quali la morte, la guerra, la bellezza, l’arte, a situazioni più specifiche, ad esempio una giornata al ristorante o lo sbarco sulla Luna.

Sebbene non paragonabili ai romanzi che mi hanno fatto ammirare la sua prosa (cito tra gli altri “Cecità”, “L’anno della morte di Ricardo Reis”, “La caverna”, “Il vangelo secondo Gesù Cristo”), queste piccole prose solo una sorte di mini-condensato, delle pillole di ciò che poi si potrà ritrovare nei romanzi. Del resto, come c’è scritto nel retro di copertina dell’edizione Feltrinelli, lo stesso Saramago, riferendosi a questi scritti, diceva: “Là dentro c’è già tutto”.

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