Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Vita e destino (Vasilij Grossman)

Vita e destino

“Salendo sul tram le giovani spintonavano le più anziane o le più deboli con silenzioso zelo. Un cieco con il colbacco dell’Armata Rossa – con ogni probabilità era stato appena dimesso dall’ospedale e non era ancora in grado di farsi carico della sua cecità – si muoveva a piccoli passi cauti e affannati, battendo a intermittenza il bastone davanti a sé. A un certo punto si aggrappò avidamente, come un bambino, alla manica di una donna non più giovane. Quella si staccò la mano di dosso e allungò il passo in un tintinnare di scarponi ferrati sui ciottoli, mentre lui, senza mollare la presa, le spiegava: «Mi aiuti a salire, esco ora dall’ospedale…».
La donna lo insultò, strattonandolo, e il cieco perse l’equilibrio, finendo a terra.
Ljudmila la guardò.
Da dove le veniva quell’espressione disumana? Che cosa l’aveva generata? La fame del 1921, vissuta da bambina? La moria del 1930? Una vitta fatta solo di miseria?
Il cieco rimase immobile per un istante, poi si alzò e si mise a urlare con voce stridula. I suoi occhi ciechi dovevano aver visto con insostenibile chiarezza tutta la scena: un poveruomo con il colbacco di traverso che agitava il bastone.
Lo roteava in aria, il suo bastone, e in quei mulinelli c’era tutto il suo odio per il mondo spietato di chi vedeva. La gente saliva sul tram a furia di spinte, e lui restava lì, a piangere e urlare. Era come se coloro che Ljudmila aveva riunito con speranza e affetto nel vincolo comune della fatica, del bisogno, della bontà e del dolore avessero stabilito di comportarsi in modo crudele. Si erano messi d’accordo per confutare l’idea che il cuore di chi ha gli abiti unti e le mani nere è sempre buono.
Qualcosa di straziante e di sinistro la sfiorò, e bastò quel contatto a colmarla del freddo e del buio delle migliaia di verste della nostra povera Russia sterminata, a darle la sensazione di non sapersela cavare nella tundra della vita.”
(Vasilij Grossman, “Vita e destino”, ed. Adelphi)

“Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Erich Maria Remarque)

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(L’orrore della Prima guerra mondiale, ma in generale di tutte le guerre, in un romanzo che è un pugno allo stomaco. )

Io sono giovane, ho vent’anni, ma della vita non conosco altro che la disperazione, la morte, il terrore e la insensata superficialità unita a un abisso di sofferenze. Io vedo dei popoli spinti l’uno contro l’altro, e che senza una parola, inconsciamente, stupidamente, in una incolpevole obbedienza si uccidono a vicenda. Io vedo i più acuti intelletti del mondo inventare armi e parole perché tutto questo si perfezioni e duri più a lungo. E con me lo vedono tutti gli altri uomini della mia età, da questa parte e da quell’altra del fronte, in tutto il mondo. Lo vede e lo vive la mia generazione. Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo e andremo davanti a loro a chiedere conto? Che cosa si aspettano da noi, quando verrà il tempo in cui non vi sarà guerra? Per anni e anni la nostra occupazione è stata quella di uccidere: è stata la nostra prima professione nella vita. Il nostro sapere della vita si limita alla morte. Che accadrà dopo? Che ne sarà di noi?”

(Erich Maria Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, ed. Neri Pozza)

Scrivere per comprendere (José Saramago)

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Ricordo che qualche volta mi domandarono (domanda che si a spesso a uno scrittore) perché scrivo. Ricordo che all’inizio dicevo di scrivere perché pensavo di piacere alle persone. Risposta molto comune. Poi, passai a dire che scrivevo perché non volevo morire, con l’idea che l’opera rimane ben oltre la vita dell’autore, idea anch’essa un po’ temeraria, perché anche l’opera finirà, come ogni altra cosa, e può essere dimenticata. E ora, quando devo rispondere a questa domanda, mi limito a dire che scrivo per comprendere, senza avere la certezza di aver compreso. In definitiva non si può avere la certezza di aver compreso tutto. Nessuno comprende tutto, mai, ma in fondo lo sforzo di comprendere è questa necessità di conoscenza.”

(Le parole sono tratte dal video su Youtube, intitolato “José Saramago – Intervista di Luciano Minerva per Rainews, marzo 2001”. Dura 12 minuti ma la consiglio agli ammiratori dello scrittore portoghese e non solo.)

“Gli americani a Vicenza” (Goffredo Parise)

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Gli americani giravano per la città in abiti estivi, magliette e scarpe bianche. Il mattino che succedeva alla bufera molti di essi giacevano rannicchiati contro i portali delle chiese, coperti di giornali. Non riconoscevano le strade e i vicoli e giravano tutta la notte di bar in bar fino alla chiusura e ancora fino al mattino senza ritrovare la via delle caserme. Gastone il corista, che girava la notte cantando, morì in quei giorni, suicida; si buttò nel fiume una bella sera. Certe volte era lui a fare da guida agli americani e solcava a braccetto con loro la nebbia cantando il Trovatore, l’Otello, la Traviata. Un ragazzo negro si addormentò sotto un arco palladiano in una di quelle famose notti. Svegliatosi in mezzo alla piazza coperta di neve, spettrale alla luce delle lampade al mercurio, incanutì; in preda a un forte choc (tremava e piangeva, credendosi in un altro pianeta) fu portato all’ospedale dove fu interrogato: raccontò di uno strano sogno con versetti della Bibbia che si ripetevano ossessivi e disse che al risveglio, esattamente come nel sogno, gli era parso di vedere la piazza e il cielo notturno invasi da una nube di colombi bianchi.

Il mattino del 7 febbraio il cielo apparve coperto di elicotteri carichi di materiali. Per le strade giravano americani in tuta di gomma e scafandri: la città era deserta, non un’anima camminava per le strade e le piazze, coperte da quaranta centimetri di neve.”

(Goffredo Parise, “Gli americani a Vicenza”, ed. Adelphi)

In questo volume, edito per la prima volta nel 1987, anno successivo alla morte di Parise, sono raccolti una serie di racconti apparsi su quotidiani e riviste nel periodo 1952-1965, ambientati nella provincia veneta.

Mosca-Petuškì poema ferroviario (Venedict Erofeev)

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A parziale smentita del fatto che in questo periodo leggo meno libri, ecco “Mosca-Petuškì poema ferroviario” di Erofeev, libro del quale mi avevano parlato, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, prima una mia amica e poi Paolo Nori, che lo ha tradotto e ne ha scritto l’introduzione, quando venne qui a Piacenza a presentare il suo “I russi sono matti”.

Il libro, scritto nel 1970, circolò clandestinamente per anni, fu pubblicato solo all’estero e ed ebbe via libera in Russia solo due decenni dopo. Il romanzo si svolge quasi tutto sul treno che da Mosca porta a Petuškì, sul quale il protagonista e i personaggi secondari discettano di argomenti vari, citando personaggi della storia russa o altri autori, condendo il tutto con dosi massicce di alcool.

Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, a patto di stipulare un accordo ben preciso con l’autore, cioè quello di abbandonare la nostra (presunta) razionalità e lasciarci guidare dalle deliranti parole del protagonista/autore.

Tutti dicono: il Cremlino, il Cremlino. Con tutto quello che ne ho sentito dire, non l’ho mai visto. Quante volte ormai (mille volte), con addosso il ciclone o l’anticiclone ho attraversato Mosca da nord a sud, da occidente a oriente, dall0inizio alla fine, da una parte all’altra e a casaccio, non l’ho mai visto neanche una volta.

E ieri, ecco, non l’ho visto neanche ieri, eppure ho girato tutto il giorno intorno a quei posti lì, e non è che fossi neanche tanto ubriaco: uscito dalla stazione Savelskaja avevo bevuto per cominciare un bicchiere di vodka del Bisonte perché so per esperienza che, come decotto mattutino, il genere umano non ha ancora inventato di meglio.”

(Venedikt Erofeev, “Mosca-Petuškì poema ferroviario”, traduzione di Paolo Nori, ed. Quodlibet)

“I russi” (Tommaso Landolfi)

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La biografia di Dostoevskij è, si può ben dire, inesauribile; e non ci si vuol qui riferire a quello che di oscuro o di torbido vi è contenuto, piuttosto anzi ai suoi caratteri palesi. Essa insomma è tanto congrua e tipica non solo del suo destino, ma del destino dello scrittore in generale (per non dire dell’uomo, superiormente inteso), da restare una fonte perenne di meditazione e da renderci poi ben accetto qualunque tentativo un po’ serio di interpretazione, di chiarimento o semplicemente di esposizione che altri fornisca. Difatto tutto quanto si direbbe a priori necessario per stimolare le facoltà dell’animo e per vivere una vita intensamente spirituale, per toccare il fondo della umana miseria e ritrovarvi il pegno di una tragica grandezza, per dominare la realtà e trasformarla, tutto ciò in codesta esistenza accade puntualmente; fino al contatto punto fittizio con la morte, da giustificare la frasetta di molti biografi secondo cui Dostoevskij sarebbe, al pari di Dante, tornato dal regno delle tenebre per raccontarci le proprie avventure. D’altro canto, come le qualità dello scrittore vero non sono sostanzialmente diverse da quelle degli altri uomini, ma soltanto si presentano assai più acute, così le esperienze terrene di Dostoevskij non sono forse eccezionali di per sé, se non che eccezionalmente magnificate e quasi fatte esemplari.”

(Tommaso Landolfi, “I russi”, ed. Adelphi)

“Casa d’altri” (Silvio D’Arzo)

(Tra le bellezze del web, il fatto che qualcuno mi abbia segnalato Silvio D’Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni, scrittore nato nel 1920 e morto trentaduenne a Reggio Emilia, autore dello stupendo e malinconico racconto “Casa d’altri”, contenuto in questa raccolta assieme ad altri tre.)

Per tre mesi ero andato ogni sera al canale, e ogni sera l’avevo trovata laggiù coi suoi stracci. La sua capra frugava qua e là. Mi fermavo lì, sopra l’argine sempre come per caso e mai più di un minuto, appena il tempo che lei s’accorgesse o mostrasse d’accorgersi. E poi indietro ancora, in parrocchia. Mai una volta in tre mesi che m’abbia fatto il più piccolo segno o abbia alzato anche solo la testa. Lei c’era ancora: ecco tutto; e io dall’argine vedevo che c’era, ed il resto non voleva dir niente. E tutti e due sapevamo benissimo che non ci saremmo parlati mai più, neanche più salutati incontrandoci, ma anche questo era meno di niente.

E adesso era finita. Qualcosa era successo, una volta, e adesso era tutto finito.

Non provavo neppure dolore, però, né rimorso o malinconia o roba simile. Mi sentivo solo dentro un gran vuoto come se ormai non potesse capitarmi più niente. Niente fino alla fine dei secoli.”

(Silvio D’Arzo, “Casa d’altri”, ed. Einaudi)

“Pro o contro la bomba atomica” (Elsa Morante)

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Difatti, i benpensanti addetti ai governi, dal Mediterraneo alla Siberia, glorificano con tutto il cuore i peggiori mostri della non-arte; e sostengono volentieri le più sudicie gazzette disposte a diffamare i veri artisti. Dovunque sia loro permesso d’intervenire, quei direttori generali delle anime si adoperano a «minimizzare», e possibilmente a strangolare ogni viva espressione della realtà che è il respiro dell’arte. E mentre, come si conviene, condannano ufficialmente il commercio delle droghe, ogni giorno, poi, attraverso i loro giornaletti, la loro radio e la loro televisione, propinano alla gente ‘oppio dell’imbecillità. Non esiste stupefacente più efficace di questo, per corrompere e degradare un popolo; e non c’è, evidentemente, immoralità peggiore che fare un commercio di Stato di questa droga.”

(Elsa Morante, “Pro o contro la bomba atomica”, ed. Adelphi)

“Io, un altro. Cronaca di una metamorfosi” (Imre Kertész)

(Non avevo mai letto nulla di Imre Kertész, scrittore ungherese (1929-2016). Premio Nobel per la letteratura nel 2002, nel 1944 venne deportato ad Auschwitz e poi trasferito in altri campi di concentramento rientrando, dopo la liberazione, in Ungheria. Leggo che ha tradotto, tra gli altri, Freud, Nietzsche, Canetti e Wittgenstein. Dopo “Io, un altro”, leggerò sicuramente altri suoi libri.)

Come se questi giovani uomini – non tenendo conto di ciò che è inutile considerare, vale a dire le loro persone – fossero i medesimi individui che avevo visto negli anni quaranta, con le stesse facce, le stesse movenze ecc.: e ciò purtroppo allude a una realtà permanente. Balza all’occhio la mancanza di qualsiasi capacità di adattamento, di una minima flessibilità: stanno ripetendo la medesima cosa nell’identico modo, e questo indica che le loro radici vitali sono affette da gravi disfunzioni. La loro aggressività è soltanto una simulazione, un segno dell’evidente decadenza, dell’incapacità di vivere: queste persone non saranno portate alla perdizione dall’antisemitismo, ma da un egoismo soffocato, limitato, inadeguato a qualunque rinnovamento – e tutto ciò indica che sono perduti ormai da parecchio tempo. In loro manca completamente il raffinato istinto dell’apprendimento: si sono chiusi a riccio, si sono esclusi – e quando la cultura di una comunità non riesce a tenere il passo della cultura mondiale, non può che guardare inebetita l’abisso che si spalanca sotto i suoi piedi, sebbene quella voragine si apra proprio per essa, perché vi precipiti.”

(Imre Kertész, “Io, un altro, Cronaca di una metamorfosi”, ed. Bompiani)

Perché leggendo mi lascio invadere dalla realtà. Alla ricerca di una risposta che non c’è.

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Forse c’è solo una cosa che mi piace più di una Biblioteca affollata: una Biblioteca semi-deserta, a patto che sia tale dopo essere stata piena. Una Biblioteca sempre vuota mi deprimerebbe, mentre una sempre piena m’impedirebbe di godere, per un certo lasso di tempo, della solitudine, direi dell’intimità che desidero esistere tra me e i libri.

Ho passato decenni nella Biblioteca di Itri, ma sarebbe inutile descrivere perché ero e sono affezionato a quel posto, rivangare tutti i pensieri, più o meno stupidi, che hanno attraversato la mia mente mentre ero seduto lì dentro.

Da poco più di sei mesi frequento la Biblioteca di Piacenza. Adesso è aperta fino alle 21.00 e spesso, dopo essere passato nel tardo pomeriggio (quando i tavoli sono pieni di studenti e/o lettori), torno dopo cena, per concedermi un’ora circa prima della chiusura.

A quest’ora ancora ci sono alcuni utenti, ma rispetto al pomeriggio gran parte dei tavoli sono vuoti e posso scegliere dove sedermi. Leggo un po’, poi mi alzo e comincio a girare tra gli scaffali, meravigliato da quanti libri non abbia letto, da quanti non riuscirò a leggere. Questo, tuttavia, non mi sconforta, non ho mai avuto l’ambizione di leggere tutti i libri del mondo né quella di accumularli in modo seriale.

Stasera, mentre mi aggiravo tra gli scaffali di letteratura francese, ho ripensato a una domanda che talvolta mi sono sentito porre, una domanda semplice ma alla quale non ho mai saputo dare una risposta. “Perché ti piace leggere?” Qualche anno fa, in maniera scherzosa (ma neanche tanto) scrissi sul mio blog un articolo intitolato “35 motivi semi-seri per amare la Letteratura”; ora, volendo dare una risposta meno evasiva, mi accorgo che sono piuttosto disarmato.

“Perché mi piace”, potrei dire, ma non mi soddisfa.

“Perché ti fa evadere dalla realtà”, potrebbe suggerirmi qualcuno. Ed è qui, invece, che mi sovviene un’idea, forse estemporanea o forse no. No, quando leggo un libro non evado dalla realtà, quando leggo un libro sono invaso dalla realtà, quanto meno dalla realtà di un essere umano che ha scritto quel testo, e le ha scritte in quel determinato modo, scegliendo quella parola piuttosto che un’altra per un preciso motivo.

Mi fermo, guardo sullo scaffale e rivedo nomi di autori che leggevo venti anni fa. Ne prendo in mano uno e il mio cervello è invaso da una realtà che collega la piccola Biblioteca di Itri a questa in cui mi trovo ora. Tutto il resto, nella mia testa, accade da sé, in pochi minuti un flusso di pensieri si dipana vorticosamente ed è difficile capire dove possa dirigersi. Lo lascio fluire, quasi fossi spettatore di un film altrui.

Poi, come per respirare, guardo l’orologio: sono quasi le 21.00, è ora di andare.

“Perché leggendo mi lascio invadere dalla realtà”. La prossima volta che qualcuno mi chiederà perché mi piace leggere, risponderò così, consapevole che questa risposta potrebbe indurre l’interlocutore a nutrire qualche dubbio sulla mia razionalità. Questo, tuttavia, è un problema secondario, molto secondario.

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