Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Una cosa divertente che non farò mai più” (David Foster Wallace)

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(Ero convinto di averlo letto anni fa e invece lo avevo ascoltato su Radio 3. Nato come reportage per un giornale statunitense, il libro è l’esilarante descrizione di una crociera extra-lusso verso i Caraibi, ma anche l’occasione per riflettere sulla potenza della pubblicità, sull’induzione al sogno da parte della compagnia proprietaria della nave, il tutto con la cura del dettaglio di un osservatore come Wallace, magistrale nel descrivere situazioni, persone, luoghi, alternando umorismo, sarcasmo, momenti di riflessione più cupa.)

“La promessa non consiste nel fatto che avrete la possibilità  di godervi la vacanza, ma che ve la godrete di sicuro. E loro si assicureranno che ciò accada. Studieranno in maniera microscopica ogni virgola di ogni forma di divertimento in modo che neanche la temibile azione corrosiva della vostra coscienza di adulti né la vostra volontà né i vostri terrori possano mandare il vostro divertimento a farsi fottere. La vostra capacità di complicare le scelte, di fare errori, avere rimpianti o provare insoddisfazione e disperazione saranno completamente tralasciate nell’equazione. La pubblicità vi promette che sarete in grado – finalmente, almeno per una volta, di rilassarvi e di divertirvi, perché non avrete altra scelta se non quella di divertirvi.”

(David Foster Wallace, “Una cosa divertente che non farò mai più”, ed. minimum fax)

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“L’Avversario” (Emmanuel Carrère)

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“Lui sapeva che la sua storia non poteva avere un lieto fine. Non ha mai confidato o provato a confidare il suo segreto, né a sua moglie, né al suo miglior amico, né a uno sconosciuto su una panchina, né a una prostituta, né a nessuna delle anime pie che ascoltano e comprendono per mestiere: preti, psicoterapeuti, orecchie anonime del telefono amico. In quindici anni di doppia vita non ha mai parlato con nessuno, non è mai entrato in contatto con quei mondi paralleli – giocatori, drogati, nottambuli – in cui forse si sarebbe sentito meno solo. Né ha mai cercato di ingannare estranei. Quando entrava in scena nella vita privata, tutti pensavano che avesse appena lasciato un’altra scena, dove svolgeva un altro ruolo – quello dell’uomo importante che gira il mondo, frequenta i ministri, viene invitato a cene ufficiali in sontuose dimore -, ruolo che uscendo sarebbe tornato a interpretare. Invece non esisteva un’altra scena, un altro pubblico davanti al quale recitare quell’altro ruolo. Fuori, era completamente nullo. Tornava all’assenza, al vuoto, al nulla che per lui non costituiva un incidente di percorso ma l’unica esperienza della sua vita. La sola che abbia mai conosciuto, credo, anche prima di ritrovarsi al bivio.”

(Emmanuel Carrère”, “L’Avversario”, ed. Adelphi)

“Morte di un commesso viaggiatore” (Arthur Miller)

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“E che succede nel cervello di un uomo che torna a casa da un viaggio di duemila chilometri, senza aver guadagnato un centesimo? Non può parlar da solo? Perché? Quando è costretto a farsi prestare da Charley cinquanta dollari alla settimana, e a fingere con me che li ha guadagnati? Quanto si può andare avanti così? Quanto, ancora? Lo capite cosa mi aspetto io, da un momento all’altro? E dite che non ha carattere? Lui che non ha mai smesso un momento della sua vita di lavorare per voi?”
(Arthur Miller, “Morte di un commesso viaggiatore”, ed. Einaudi)

(Il tragico eroe protagonista di quest’opera teatrale è Willy Loman, sessantenne rappresentante di commercio, vittima di un sistema economico che non ammette cali di produttività, nonché padre dal rapporto conflittuale con i due figli.
Rappresentata per la prima volta nel 1949, ebbe grande successo in tutto il mondo e in Italia andò in scena nel 1951, con la regia di Luchino Visconti e Marcello Mastroianni tra gli interpreti.)

Di Proust, dei gatti sdraiati al sole sul balcone, degli spaghetti aglio, olio e peperoncino e del piacere irreale dell’immaginazione.

“Come in quelle rappresentazioni straordinarie dove una moltitudine di coristi invisibili deve sostenere la voce di una cantante celebre e un po’ stanca venuta a cantare una melodia, innumerevoli ricordi indistinti uno dietro l’altro fino in fondo al mio passato sentivano l’impressione di quel raggio di sole, così come i miei occhi oggi, e davano a questa impressione un volume, mettevano dentro di me una profondità, una pienezza, una realtà fatta di tutta la realtà di quelle giornate amate, consultate, sentite nella loro verità, nella loro promessa di piacere, nel loro battito incerto e familiare. Ma tutte queste impressioni la rafforzano, dandole qualcosa di ammirevole. Mi permettono forse anche questa cosa deliziosa: avere un piacere dell’immaginazione, un piacere irreale, il solo vero piacere dei poeti; in un minuto di realtà, mi concedono uno dei rari momenti che non sia deludente. E da questa impressione e da tutte le altre simili, si sprigiona qualcosa che le accomuna, qualcosa di cui non sapremmo spiegare la superiorità sulla realtà della nostra vita, quelle stesse dell’intelligenza, della passione e del sentimento. E questa superiorità è così certa da essere la sola cosa di cui non possiamo dubitare. Al momento in cui questa cosa, essenza comune delle nostre impressioni, è avvertita, proviamo un piacere senza pari, durante il quale sappiamo che la morte non ha nessun tipo di importanza. E dopo avere letto pagine dove sono espressi i pensieri più alti e i più bei sentimenti, e avere detto «non è male», se a un tratto, senza d’altronde che capiamo il perché, in una parola all’apparenza del tutto insignificante ci viene fatto respirare un pizzico di questa essenza, sappiamo che è proprio questo ad essere bello.”
(Marcel Proust, “Il raggio di sole sul balcone”, ed. Est.)

“Fine d’agosto” (Cesare Pavese)

“Ora, Clara lo sa che le folate notturne mi ricordano quei giorni. E mi ammira – o mi ammirava – tanto, che sorride e tace quando vede questo ricordo sorprendermi. Se gliene parlo e faccio parte, quasi mi salta al collo. È per questo che non sa che quella notte mi accorsi di detestarla.

C’è qualcosa nei miei ricordi d’infanzia che non tollera la tenerezza carnale di una donna – sia pure Clara. In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l’incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito. Un ragazzo – ero io? – si fermava di notte sulla riva del mare – sotto la musica e le luci irreali dei caffè – e fiutava il vento – non quello marino consueto, ma un’improvvisa buffata di fiori arsi dal sole, esotici e palpabili. Quel ragazzo potrebbe esistere senza di me; di fatto, esistette senza di me, e non sapeva che la sua gioia sarebbe dopo tanti anni riaffiorata, incredibile, in un altro, in un uomo. Ma un uomo suppone una donna, la donna; un uomo conosce il corpo di una donna, un uomo deve stringere, carezzare, schiacciare una donna, una di quelle donne che hanno ballato, nere di sole, sotto i lampioni nei caffè al mare. L’uomo e il ragazzo s’ignorano e si cercano, vivono insieme e non lo sanno, e ritrovandosi han bisogno di star soli.

Clara, poveretta, mi volle bene quella notte come sempre. Forse me ne volle di più, perché anche lei ha le sue malizie. Noi giochiamo qualche volta a rialzare fra noi il mistero, a intuire che ciascuno è per l’altro un estraneo, e così sfuggire alla monotonia. Ma ormai io non potevo più perdonarle di essere una donna, una che trasforma il sapore remoto del vento in sapore di carne.”

(Cesare Pavese, racconto “Fine d’agosto”, nella raccolta “Feria d’agosto”, ora in “Tutti i racconti”, ed. Einaudi.)

“Biliardo alle nove e mezzo” (Heinrich Böll)

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“Perché allora è morto Cristo, a che mi serve la sua morte, che aiuto può darmi, dal momento che proprio loro dicono le preghiere ogni mattina, ogni domenica fanno la comunione, tengono grandi crocifissi appesi nelle loro cucine, sopra le tavole, dove mangiano le patate con la salsa, le braciole, o i crauti con la pancetta? Non serve a nulla. Che vale tutto questo se ogni giorno mi picchiano e stanno in agguato? Gente che da cinque, seicento anni, forse da mille – perché andavano orgogliosi persino dell’antichità della loro chiesa – seppelliva i suoi morti nel camposanto; da mille anni pregava e, sotto il crocifisso, mangiava patate con la salsa e crauti con la pancetta. Allora, perché? E sa quello che mi gridavano mentre mi picchiavano? Agnello di Dio. Era il mio soprannome.”

(Heinrich Böll, “Biliardo alle nove e mezzo”. ed. Arnoldo Mondadori)

Ambientato alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, il romanzo ripercorre tre generazioni della storia tedesca, attraverso le parole dell’anziano architetto Robert, che ha lo strano vezzo di recarsi tutte le mattine, alle nove e mezzo, presso un hotel a giocare, da solo, un partita a biliardo. Robert è un non-riconciliato con la sua nazione, un anti-nazista che ha visto gente che lo perseguitava da giovane assurgere a cariche ministeriali, in tempi nei quali l’ironia non bastava più per difendersi dagli orrori.

Sono a metà romanzo, ma già posso dire che mi piace, Böll al solito è sarcastico, pungente, profondo.

“Il fantasma di Boboli” (Firenze 17-21 luglio 2018)

In questo articolo sono ammassati i frammenti sparsi che il viaggio compiuto a Firenze mi ha ispirato. Non vi è una coerenza precisa, se non la Bellezza devastante di questa città.

Ho visto tramonti peggiori.

 

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(Uscendo dall’appartamento che mi ospita, a pochi metri ho notato questa targa, che ricorda Carlo Levi nel periodo in cui visse proprio qui, a Piazza de’ Pitti.)

“Qui abitò tra il dicembre 1943 e l’agosto 1945 Carlo Levi.
Qui scrisse ‘Cristo si è fermato a Eboli’ e dipinse quadri fra i suoi più belli e umani, nella casa di Annamaria Ichino, per lui e altri sicuro rifugio dal nazifascismo e dalle persecuzioni antisemite.”

 

(Il fantasma di Boboli)
Al giardino di Boboli dovevo andarci l’anno scorso, ma quel giorno era chiuso, il treno del ritorno incombeva e quindi lasciai il fantasma di me stesso là, fuori dall’ingresso di Porta Romana, in compagnia di un altro bel fantasma, ma un po’ deluso da quella porta serrata.
Stamattina sono entrato da Palazzo Pitti, ingresso principale. Ho passeggiato nel verde, ho ammirato il panorama di Firenze, le vasche d’acqua, le grotte, il Museo della porcellana, ho percorso il viale dei cipressi e, a un certo punto, ho visto un cancello, l’ho riconosciuto. Era proprio quello di Porta Romana, stavolta aperto.
Ho compreso di trovarmi dall’altra parte e poi, che ci crediate o meno, ho visto lui, il mio fantasma, ancora là fuori, che chiacchierava con un altro fantasma, a dirla tutta molto più elegante del mio.
Mi sono avvicinato al cancello, quasi con la paura di rovinare la loro conversazione, ma curioso, incredulo nel constatare come lui, il mio fantasma, fosse ancora lì dopo otto mesi.
Anche lui si è accorto di me e mi ha indicato all’altro fantasma, che ha sorriso.
E infine, non so neanch’io come, arrivato a un paio di metri da loro, ho detto: “Potete entrare, che aspettate, non vedete che è aperto?”. Loro, all’unisono, mi hanno risposto, con una voce che non dimenticherò mai: “Aspettavamo che fossi tu ad aprirla.”
Poi, una volta entrati, abbiamo cominciato a ricordare tante cose, ma questa, in fondo, è un’altra storia.

 

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“In questi pressi, fra il 1868 e il 1869, Fedor Mihailovic Dostoevskij compì il romanzo L’idiota”.

Ce l’avevo davanti agli occhi da due giorni ma, pur attento osservatore di ogni minima targa commemorativa, non l’avevo ancora vista.
Chi mi conosce può immaginare cosa significhi scoprire che 150 anni fa il mio scrittore preferito, Dostoevskij, scrivesse quel grandioso romanzo a tre metri da dove alloggio per questa trasferta fiorentina.
Il tutto mentre io, che avevo portato cinque fogli bianchi per scrivere qualcosa, sono riuscito ad appuntare solo gli orari dei treni e il nome di qualche locale. La targa si trova a Piazza de’ Pitti.

 

Quasi ormai sulla via del ritorno in provincia, ho rotto gli indugi, ho giocato d’anticipo, svegliandomi all’alba e alle 8.19 esatte sono entrato agli Uffizi, abbeverandomi alla fonte della Bellezza, novello Bacco caravaggesco.

 

“Ero già in una sorta di estasi all’idea di trovarmi a Firenze (…) Assorbito nella contemplazione della bellezza sublime, la vedevo da vicino, la toccavo per così dire. Ero giunto a quel livello di emozione, dove si incontrano le sensazioni celestiali date dalle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un tuffo al cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”.
(Stendhal, “Roma, Napoli, Firenze”)

Nel 1817 il grande Stendhal, autore tra l’altro di romanzi come “Il rosso e il nero” e “La Certosa di Parma”, visitò la Basilica di S. Croce, a Firenze.
Nel libro “Roma, Napoli, Firenze”, racconta della vertigine che lo colse all’interno della Basilica e che, in seguito, sarà appunto nominata come “sindrome di Stendhal”.

 

Ciao Firenze, ciao Ponte Vecchio, è tempo di tornare al mio paese, ma questo non è un addio, anche se non si sa mai, un addio è sempre in agguato.
Tornerò, forse da turista o forse addirittura da Re, quando sarò straricco, quando il Ponte potrò acquistarlo e trasformarlo in una gigantesca biblioteca vista fiume.
Ah, Firenze, hai visto che sono riuscito a passare su quel Ponte decine di volte in questi giorni, senza mai canticchiare quella canzone che Ivan ti dedicò?
Volevo fare una foto perfetta per salutarti, ma come vedi un furgoncino e una coppia di turisti si sono inseriti nell’inquadratura. Ma è giusto che anche loro passino da una sponda all’altra, costruendo ricordi, frugando nel passato, vivendo il presente, sospettando il futuro.
Beh, adesso vado davvero, anche perché mi si sta annebbiando la vista, sembra quasi che mi si stiano inumidendo gli occhi e il treno non avrebbe tempo di aspettare che io capisca se sono lacrime di gioia, di malinconia o un groviglio inestricabile di queste e altre cose.

“Ricordo i suoi occhi, strano tipo di donna che era
quando gettò i suoi disegni con rabbia giù da Ponte Vecchio.
– Io sono nata da una conchiglia, – diceva –  “La mia casa è il mare e con un fiume no, non la posso cambiare”.

 

 

Turgenev e un appassionato di arte

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(Nel racconto “Tatiana Borìssovna e suo nipote”, Turgenev ritrae con crudele ironia un appassionato d’arte che, in verità, di arte non capisce granché. Il quadro di Magritte, “La riproduzione vietata”, l’ho scelto proprio perché neanche io capisco molto, di arte e di me stesso.)

“… inoltre era infiammato di passione disinteressata per l’arte, e disinteressata sul serio, perché appunto d’arte il signor Benevolenski, a dire il vero, non capiva proprio nulla. Fa persin meraviglia: di dove, in virtù di quali misteriose, incomprensibili leggi, gli era venuta questa passione? Era, a quel che sembra, un uomo positivo, addirittura comune… del resto da noi in Russia di gente così ce n’è parecchia.

L’amore per l’arte e gli artisti dà a questa gente una sdolcinatezza indefinibile; praticarli, discorrere con loro è una pena: veri bastoni spalmati di miele. Essi, per esempio, Raffaello non lo chiamano mai Raffaello, né Correggio il Correggio: «il divino Sanzio, l’inimitabile de Allegris», dicono essi, e accentuano senza meno la lettera  o. Ad ogni talento paesano, pieno d’amor proprio, smaliziato e mediocre, danno del genio o, più esattamente, del “gegnio”; l’azzurro cielo d’Italia, il limone del mezzogiorno, i fragranti vapori delle Rive del Brenta sono sempre sulle loro labbra. «Eh, Vania, Vania», oppure: «Eh, Sascia, Sascia», si dicono l’un l’altro con sentimento: «Al sud noi dovremmo andare, al sud… io e tu siamo greci nell’anima, greci antichi!». Li si può osservare nelle esposizioni, davanti a talune opere di pittori russi. (Si deve notare che, in massima parte, tutti questi signori sono terribili patrioti). Ora indietreggiano un paio di passi e rovesciano il capo, ora si accostano di nuovo al quadro; i loro occhietti si coprono di un umore oleoso… «Uh, Dio mio», dicono infine con voce rotta dall’emozione, «quant’anima, quant’anima! e di cuore, poi, di cuore! ce ne ha messo dell’anima! un subisso di anima!… E concepito, poi! magistralmente concepito!». E che sorta di quadri nei loro salotti! Che razza di artisti vanno a trovarli la sera, bevono da loro il tè, ascoltano i loro discorsi! Quali vedute in prospettiva delle loro stanze non presentano loro, con la spazzola sul piano di destra, uno strato di sudiciume sul pavimento lucidato, un samovar giallo sulla tavola accanto alla finestra, e lo stesso padron di casa in veste da camera e papalina, con un vivo tocco di luce sulla guancia!”.

(Ivan Sergeevič Turgenev, “Memorie di un cacciatore”, ed. Bur)

“Memorie di un cacciatore” (Ivan S. Turgenev)

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“Nelle persone che un pensiero o una passione occupa fortemente e di continuo, si nota un che di comune, una certa qual somiglianza esteriore nei modi, per quanto sian diverse le loro qualità, attitudini, la condizione sociale e l’educazione. Più osservavo Radilov, più mi pareva ch’egli appartenesse al numero di tali persone. Parlava dell’azienda agricola, del raccolto, della falciatura, della guerra, dei pettegolezzi locali, delle prossime elezioni, parlava senza sforzo, perfino con interesse, ma improvvisamente sospirava e si abbandonava sulla poltrona, come un uomo.affaticato da un grave lavoro, si passava una mano sul viso. Tutta l’anima sua, buona e calda, sembrava pervasa, satura di un solo sentimento.”
(Ivan Seergevič Turgenev, “Memorie di un cacciatore”, ed. Bur)

Ingeborg Bachmann e i suoi luoghi a Roma

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Ingeborg Bachmann, poetessa, giornalista e scrittrice austriaca, morì a Roma nell’ottobre del 1973, qualche giorno dopo un incendio avvenuto nella sua casa di Via Giulia n. 66.
Dal 1966 al 1971 aveva vissuto e lavorato in Via Bocca di Leone 60 ed è in questa via che è apposta una targa ricordo.
Nello spostarmi tra questi due luoghi, sono passato sul Lungotevere, seguendo un suo consiglio (“Bisogna camminare lungo il Tevere e non guardarlo dai ponti”) e rileggendo le emozionanti parole che la Bachmann ha dedicato alla città di Roma, in particolare lo scritto “Quel che ho visto e udito a Roma”, ed. Quodlibet.

“Ho visto che dicendo Roma si evoca ancora il mondo e che la chiave della forza sono quattro lettere, S.P.Q.R. La si può leggere sullo stemma degli autobus che passano, sulla copertura dell’accesso a una fogna. Essa è la carta d’identità delle fontane e delle bevande gravate da imposta; il segno dell’unica maestà che ha governato senza interruzioni la città.
Alla stazione Termini ho visto che a Roma i commiati sono presi più alla leggera che altrove. Perché quelli che partono lasciano a quelli che restano lo scontrino della nostalgia.”

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