Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Roma fuggitiva” (Carlo Levi)

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Il nome di Roma, il più mitologico fra tutti quelli delle città Dee, questo nome che è il rovescio di Amor, la sua immagine speculare, si deve specchiare, per esistere, in un momento o in un essere particolare, in un rapporto, in uno degli infiniti rapporti d’amore. «Un mondo sei tu o Roma, ma senza l’amore/ il mondo non è il mondo e neppure Roma è Roma»*. Roma vive dunque nel suo specchio, e si muta con quello, secondo la infinità delle incidenze: il contraddittorio vi è ugualmente vero. Così Roma, secondo le diverse voci, parla tutte le lingue: e parla tuttavia latino, quello dei romani e quello della chiesa, e parla l’italiano burocratico e quello letterario, e parla ancora la sua lingua, quella del Belli, per la bocca del popolo minuto, e il gergo delle borgate, quasi afasico tentativo di esprimersi di un mondo ancora chiuso nel buio dell’inesistenza. Ciascuno vi ha ritrovato ciò che era: immagini dei sentimenti, di tutto l’amore e l’odio, di tutta la felicità e il dolore e la noia e la vitalità e l’apatia possibili. Come a un punto simbolico, l’antica questione dell’Italia e degli italiani va ancora oscillando nell’ambiguità del rapporto con Roma, delle spinta che vi conduce o ne allontana, che la fa considerare, a volta a volta, angelica o diabolica. Nel linguaggio dei simboli o delle istituzioni e delle ideologie storiche, Roma può apparire un centro indispensabile di vita o il nemico di ogni realtà, e «quelli di Roma» sono ancora, sulla bocca del contadino, quelli di un altro mondo, incomprensivo e ostile. O Roma o morte: era vero, come è vero che per molti, per l’uva puttanella** dei piccoli, Roma è morte.

(“Carlo Levi, “Roma fuggitiva”, Donzelli editore)

*Goethe “Elegie romane”
**Riferimento al romanzo “L’uva puttanella” di Rocco Scotellaro.

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“Fama tardiva” (Arthur Schnitzler)

“- Allora perché dite che sono privi di talento? – chiese Saxberger con insistenza.
– In generale, – ribatté Meier coi suoi modi tranquilli, – noi definiamo privi di talento quelli che siedono a un tavolo diverso dal nostro.”
(Arthur Schnitzler, “Fama tardiva”, ed. Guanda.)

Il manoscritto originale di questo testo era intitolato “Storia di un vecchio poeta” e fu rinvenuto nei lasciti di Schnitzler a Cambridge, dove erano stati portati per sfuggire alla razzia nazista. Pubblicato da Guanda con il titolo “Fama tardiva”, la storia è incentrata su un uomo, impiegato, che trent’anni prima aveva pubblicato un libro di poesie.
In tarda età, quando ormai da decenni ha rinunziato a qualsiasi velleità artistica, viene contattato da un giovane viennese che lo coinvolge in una “serata letteraria” organizzata dal Circolo “L’Entusiasmo”.
Pur non toccando le vette dei suoi romanzi più sublimi, Schnitzler fornisce un quadro divertente e sarcastico degli aspiranti artisti del Circolo, che alla fine si rivelano essere quasi tutti dei goffi scribacchini senza arte né parte.
Consigliato a chi già conosce la grandezza di Schnitzler. Per chi fosse a digiuno delle sue opere, meglio partire da altro.

“Le due città” (Mario Soldati)

Soldati

“E intanto, a poco a poco, l’immagine di Roma gli diventava estranea, irreale. Com’era stato possibile che se ne andasse da Torino? Come era, ancora oggi, possibile che non ci vivesse? Sapeva benissimo che Roma era stata per lui il solo mezzo che gli si fosse presentato per realizzare le sue ambizioni più vere: quel benessere verso cui non aveva mai rinunciato a tendere, e di cui, dopo averlo raggiunto, non avrebbe neanche supposto di poter fare a meno; così, aveva tanto odiato Roma in passato, e ora aveva finito per amarla. Ma qualche volta aveva pensato che per niente al mondo avrebbe voluto morire a Roma. Lo aveva anche detto a Elena: se a Roma, le aveva detto, gli fosse giunto un avviso improvviso, soprannaturale, indubitabile di morte imminente, la prima decisione che avrebbe preso sarebbe stata quella di partire subito per Torino.”
(Mario Soldati, “Le due città”, ed. Garzanti)

“Camminare” (Thomas Bernhard)

Camminare (Bernhard)

“Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì. Poiché Karrer veniva a camminare con me di lunedì, ora che Karrer non viene più a camminare con me anche di lunedì, Lei venga a camminare con me anche di lunedì, , dice Oehler, ora che Karrer è impazzito ed è subito finito su allo Steinhof. E senza esitare ho detto a Oehler: bene, camminiamo anche di lunedì, ora che Karrer è impazzito ed è allo Steinhof.”
(Thomas Bernhard, “Camminare”, ed. Adelphi)

“…dobbiamo prendere provvedimenti…” (T. Bernhard)

Bernhard (Correzione)

“Ma naturalmente l’uomo non riesce a liberarsi di nulla, abbandona il carcere in cui è stato concepito e generato solo nel momento della sua morte. Entriamo in un mondo che ci è stato dato ma che non è preparato a noi e dobbiamo venire a capo di questo mondo, se non veniamo a capo di questo mondo andiamo in rovina, ma se non andiamo in rovina, quale che sia la nostra natura, dobbiamo prendere provvedimenti, dobbiamo trasformare questo mondo che ci è dato e che non è preparato per noi e a noi, questo mondo che comunque, poiché è fatto dai nostri predecessori, vuole aggredirci e distruggerci e infine annientarci, questo mondo non ha in mente nient’altro per noi, dobbiamo trasformarlo in un mondo secondo i nostri intendimenti, dapprima restando sullo sfondo, senza farci notare, ma in seguito con tutta l’energia possibile e molto apertamente, in modo da poter dire, dopo qualche tempo,  viviamo nel nostro mondo, non in quello che ci è dato, che è sempre un mondo che non ci riguarda e che vuole annientarci e distruggerci. Già fin dai primi accenni della ragione dobbiamo esplorare attentamente la possibilità di trasformare il mondo, questo mondo che ci siamo trovati addosso come un abito logoro e consunto, troppo piccolo o troppo grande per noi ma comunque logoro e lacero davanti e didietro e frusto e puzzolente che ci è stato tirato addosso, per così dire, dalle confezioni universali, sondare sempre più a fondo e sempre più addentro questo sovrastato e poi anche substrato per arrivare alla possibilità di fare nostro il mondo che non è nostro, tutta la nostra esistenza dev’essere concentrata esclusivamente su questa possibilità, e cioè come e in quale modo possiamo trasformare e infine trasformeremo questo mondo che non è il nostro…”

(Thomas Bernhard, “Correzione”, ed. Adelphi)

“E la vostra ironia?” (Čechov)

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“E la vostra ironia? Oh, come io la capisco bene! Il pensiero vivo, libero, ardito è indagatore e imperioso; per la mente pigra, oziosa è insopportabile. Perché non turbasse la vostra quiete, voi, come migliaia di vostri coetanei, vi affrettaste fin da giovane a chiuderlo in una cornice; vi siete armato di un atteggiamento ironico verso la vita, o chiamatelo come volete, e il vostro pensiero, frenato, spaurito, non osa saltare al disopra della palizzata che gli avete posto davanti, e quando dileggiate le idee, che pretendete vi sian tutte note, somigliate al disertore che fugge ignominiosamente dal campo di battaglia, ma, per soffocare la sua vergogna, ride della guerra e del coraggio. Il cinismo soffoca il dolore. In un racconto di Dostoevskij un vecchio calpesta il ritratto della figlia diletta perché ha torto verso di lei, e voi in modo laido e volgaruccio sogghignate sulle idee del bene e del vero, perché non avete più la forza di tornare ad esse. Ogni allusione sincera e veritiera alla vostra caduta vi fa paura e voi a bella posta vi circondate di gente che sa soltanto lusingare le vostre debolezze. E non per nulla, non per nulla temete tanto le lacrime!”
(Anton Čechov, “Racconto di uno sconosciuto”, in “Tutti i racconti IX. Il monaco nero”, ed. Bur Rizzoli)

“Una cosa divertente che non farò mai più” (David Foster Wallace)

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(Ero convinto di averlo letto anni fa e invece lo avevo ascoltato su Radio 3. Nato come reportage per un giornale statunitense, il libro è l’esilarante descrizione di una crociera extra-lusso verso i Caraibi, ma anche l’occasione per riflettere sulla potenza della pubblicità, sull’induzione al sogno da parte della compagnia proprietaria della nave, il tutto con la cura del dettaglio di un osservatore come Wallace, magistrale nel descrivere situazioni, persone, luoghi, alternando umorismo, sarcasmo, momenti di riflessione più cupa.)

“La promessa non consiste nel fatto che avrete la possibilità  di godervi la vacanza, ma che ve la godrete di sicuro. E loro si assicureranno che ciò accada. Studieranno in maniera microscopica ogni virgola di ogni forma di divertimento in modo che neanche la temibile azione corrosiva della vostra coscienza di adulti né la vostra volontà né i vostri terrori possano mandare il vostro divertimento a farsi fottere. La vostra capacità di complicare le scelte, di fare errori, avere rimpianti o provare insoddisfazione e disperazione saranno completamente tralasciate nell’equazione. La pubblicità vi promette che sarete in grado – finalmente, almeno per una volta, di rilassarvi e di divertirvi, perché non avrete altra scelta se non quella di divertirvi.”

(David Foster Wallace, “Una cosa divertente che non farò mai più”, ed. minimum fax)

“L’Avversario” (Emmanuel Carrère)

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“Lui sapeva che la sua storia non poteva avere un lieto fine. Non ha mai confidato o provato a confidare il suo segreto, né a sua moglie, né al suo miglior amico, né a uno sconosciuto su una panchina, né a una prostituta, né a nessuna delle anime pie che ascoltano e comprendono per mestiere: preti, psicoterapeuti, orecchie anonime del telefono amico. In quindici anni di doppia vita non ha mai parlato con nessuno, non è mai entrato in contatto con quei mondi paralleli – giocatori, drogati, nottambuli – in cui forse si sarebbe sentito meno solo. Né ha mai cercato di ingannare estranei. Quando entrava in scena nella vita privata, tutti pensavano che avesse appena lasciato un’altra scena, dove svolgeva un altro ruolo – quello dell’uomo importante che gira il mondo, frequenta i ministri, viene invitato a cene ufficiali in sontuose dimore -, ruolo che uscendo sarebbe tornato a interpretare. Invece non esisteva un’altra scena, un altro pubblico davanti al quale recitare quell’altro ruolo. Fuori, era completamente nullo. Tornava all’assenza, al vuoto, al nulla che per lui non costituiva un incidente di percorso ma l’unica esperienza della sua vita. La sola che abbia mai conosciuto, credo, anche prima di ritrovarsi al bivio.”

(Emmanuel Carrère”, “L’Avversario”, ed. Adelphi)

“Morte di un commesso viaggiatore” (Arthur Miller)

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“E che succede nel cervello di un uomo che torna a casa da un viaggio di duemila chilometri, senza aver guadagnato un centesimo? Non può parlar da solo? Perché? Quando è costretto a farsi prestare da Charley cinquanta dollari alla settimana, e a fingere con me che li ha guadagnati? Quanto si può andare avanti così? Quanto, ancora? Lo capite cosa mi aspetto io, da un momento all’altro? E dite che non ha carattere? Lui che non ha mai smesso un momento della sua vita di lavorare per voi?”
(Arthur Miller, “Morte di un commesso viaggiatore”, ed. Einaudi)

(Il tragico eroe protagonista di quest’opera teatrale è Willy Loman, sessantenne rappresentante di commercio, vittima di un sistema economico che non ammette cali di produttività, nonché padre dal rapporto conflittuale con i due figli.
Rappresentata per la prima volta nel 1949, ebbe grande successo in tutto il mondo e in Italia andò in scena nel 1951, con la regia di Luchino Visconti e Marcello Mastroianni tra gli interpreti.)

Di Proust, dei gatti sdraiati al sole sul balcone, degli spaghetti aglio, olio e peperoncino e del piacere irreale dell’immaginazione.

“Come in quelle rappresentazioni straordinarie dove una moltitudine di coristi invisibili deve sostenere la voce di una cantante celebre e un po’ stanca venuta a cantare una melodia, innumerevoli ricordi indistinti uno dietro l’altro fino in fondo al mio passato sentivano l’impressione di quel raggio di sole, così come i miei occhi oggi, e davano a questa impressione un volume, mettevano dentro di me una profondità, una pienezza, una realtà fatta di tutta la realtà di quelle giornate amate, consultate, sentite nella loro verità, nella loro promessa di piacere, nel loro battito incerto e familiare. Ma tutte queste impressioni la rafforzano, dandole qualcosa di ammirevole. Mi permettono forse anche questa cosa deliziosa: avere un piacere dell’immaginazione, un piacere irreale, il solo vero piacere dei poeti; in un minuto di realtà, mi concedono uno dei rari momenti che non sia deludente. E da questa impressione e da tutte le altre simili, si sprigiona qualcosa che le accomuna, qualcosa di cui non sapremmo spiegare la superiorità sulla realtà della nostra vita, quelle stesse dell’intelligenza, della passione e del sentimento. E questa superiorità è così certa da essere la sola cosa di cui non possiamo dubitare. Al momento in cui questa cosa, essenza comune delle nostre impressioni, è avvertita, proviamo un piacere senza pari, durante il quale sappiamo che la morte non ha nessun tipo di importanza. E dopo avere letto pagine dove sono espressi i pensieri più alti e i più bei sentimenti, e avere detto «non è male», se a un tratto, senza d’altronde che capiamo il perché, in una parola all’apparenza del tutto insignificante ci viene fatto respirare un pizzico di questa essenza, sappiamo che è proprio questo ad essere bello.”
(Marcel Proust, “Il raggio di sole sul balcone”, ed. Est.)

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