Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il silenzio del mare” (Vercors)

il silenzio

“Che avrei da aggiungere? La gola chiusa dal dolore e dall’amarezza, cercai di far capire a Stani che quei singhiozzi, quella grida non furono espressione di una folle paura. Ma espressione – e ne ho il cuore a brandelli – dell’angoscia, della disperazione, dell’orrore, dell’agonia di un amore assassinato.

Mio Dio, perché non avete accecato Thomas fino alla fine? Perché avete voluto che nel fuggevole secondo dell’ultima occhiata egli vedesse un volto orribile – quel volto orribile che portiamo tutti in noi, uomini o nazioni – quello della parte disperata che fu sempre mammona? Di cosa l’avete punito? O di cosa mi avete punito? Poiché da quando egli non è più, ogni giorno la realtà della sua esistenza mi schiaccia – della sua esistenza nel secondo mortale che non seppi, che non sapemmo, che coloro rimasti degni di lui non seppero risparmiargli.”

(Vercors, “Il cammino verso la stella”, in “Il silenzio del mare”, ed. Einaudi)

Da diverso tempo avevo sul mio scaffale “Il silenzio del mare”, un libro che racchiude l’omonimo romanzo breve assieme ad altri due, “Il cammino verso la stella” e “Le armi della notte”. Questo libro finì tra le mie mani grazie al gentile dono di un mio amico, ma a lungo ne ho rimandato la lettura. Oggi, non so perché, l’ho preso in mano e ho scoperto tra storie scritte con  uno stile pacato, sobrio ma al tempo stesso capace di trasmettere emozioni forti. Vercors, questo il nome di battaglia clandestino, in realtà si chiamava Jean Bruller, nato a Parigi nel 1902 e attivo nella lotta antinazista nel corso della seconda guerra mondiale Continua a leggere…

“Quando lei era buona” (Philip Roth)

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“Per la verità, per molti importanti aspetti, si stava rendendo conto che Roy non le piaceva poi così tanto. A volte le sembrava che fosse lei ad avere tre anni più di lui, invece del contrario. Prima di tutto non sopportava quando le cantava quelle canzoni all’orecchio. A volte era così infantile, anche se ormai aveva ventun anni, abbastanza per votare, come ripeteva a tutti. A volte le cose che diceva erano vere e proprie stupidaggini. Quand’erano in macchina, ad esempio, continuava a ripeterle che la amava… Ma era una stupidaggine? E se fosse stato vero? E se invece l’avesse detto solo perché temeva che altrimenti lei non l’avesse lasciato andare fino in fondo? Oh, lo sapeva, lo sapeva, lo sapeva… non avrebbero mai dovuto cominciare a farlo. Non era giusto se non eri sposata, peggio che mai se lo facevi con qualcuno che non avresti mai neppure potuto sposare. Dobbiamo smetterla! Ma in qualche modo smetterla adesso che avevano iniziato non aveva più senso di quanto ne avesse avuto cominciare. Era con tutta quella stupida storia che avrebbe dovuto smetterla!”

(Philip Roth, “Quando lei era buona”, ed. Einaudi)

La “lei” protagonista di “Quando lei era buona” si chiama Lucy Nelson, ha vissuto un’infanzia e una giovinezza vivendo con un padre dissoluto, ubriacone e violento, e con la madre succube degli squilibri del marito. Un tale quadro familiare non può che ripercuotersi sulle future scelte di Lucy, che però non reagisce diventando a sua volta dissoluta, bensì accollandosi le mancanze dell’uomo con cui intraprende una relazione, cioè il reduce Roy. Lucy, però, non vuole rivivere le esperienze della madre e progressivamente prende coscienza del fatto che non può solo assorbire le sofferenze e le altalenanti decisioni del compagno e degli altri che le sono attorno.

Fulcro del romanzo, quindi, è il rapporto contorto che lega Lucy e Roy. Attorno, però, ci sono tutta una serie di personaggi secondari che Roth tratteggia alla solita maniera, brillante, caustica, a tratti irriverente ma in fondo con empatia. Brillante nei dialoghi ma meno incisivo di altri capolavori di Roth perché meno presenti le sue adorabili digressioni, resta comunque un libro che suggerisco senza alcuna riserva.

“Una risata nel buio” (Vladimir Nabokov)

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“Albinus era consapevole della gelosia umiliante che lo divorava nel vedere Margot stringersi al cavaliere di turno, specie sapendo che lei non indossava nulla sotto l’abito leggero; le gambe erano abbronzate in modo così incantevole che lei non portava le calze. A volte Albinus la perdeva di vista; allora si alzava in piedi e gironzolava irrequieto, battendo una sigaretta sul portasigarette. Entrava in una stanza dove alcuni giocavano a carte, poi passava su una terrazza, quindi ritornava sui proprio passi con la nauseante convinzione che lei lo stesse tradendo. A un tratto Margot ricompariva da chissà dove, gli si sedeva accanto nel suo bellissimo vestito luccicante e beveva una lunga sorsata di vino. Lui non palesava la propria apprensione, ma sotto la tavola le accarezzava nervosamente le ginocchia nude che sbattevano l’una contro l’altra quando lei si allungava all’indietro sulla sedia ridendo – un po’ istericamente, pensava Albinus – per qualche battuta, non troppo divertente, del suo ultimo cavaliere.”

(Vladimir Nabokov, “Una risata nel buio”, ed. Adelphi)

Un grande scrittore come Nabokov può permettersi di svelare tutta la trama grossolana del libro nella prime cinque righe, tanto poi se la gioca sui particolari. L’incipit di “Una risata nel buio” è: “C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi. La storia, in breve, è tutta qui, e qui avremmo potuto fermarci se non fosse stato giovevole e dilettevole raccontarla; e benché su una pietra tombale vi sia spazio quanto basta a contenere, incorniciato nel muschio, il compendio di una vita, i particolari sono sempre graditi.”

Dopo siffatta introduzione autoriale, diventa difficile per me aggiungere altro per descrivere i motivi per cui suggerisco la lettura di questo ennesimo grande romanzo di Nabokov, un libro che contiene una vicenda di gelosia, rancore, passione, inganno, ma che è soprattutto una grande dimostrazione di come la Letteratura di un certo livello riesca a coinvolgere il lettore anche quando egli, di fatto, già sa tutto dalla prima pagina. Continua a leggere…

“Gran conforto: un sogno in cambio del vero.”

GENIO. Quale delle due cose stimi che sia più dolce: vedere la donna amata o pensarne?

TASSO. Non so. Certo che quando mi era presente, ella mi pareva una donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea.

GENIO. Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i raggi d’attorno, e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale che si fa innanzi.

TASSO. Tu dici il vero pur troppo. Ma non ti pare egli cotesto un gran peccato delle donne; che alla prova, elle ci riescano così diverse da quelle che noi immaginavamo?

GENIO. Io non so vedere che colpa s’abbiano in questo, d’esser fatte di carne e sangue, piuttosto che di ambrosia e nettare. Qua! cosa del mondo ha pure un’ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi meraviglia che gli uomini siano uomini, cioè creature poco lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che le donne in fatti non siano angeli.

TASSO. Con tutto questo, io mi muoio dal desiderio di rivederla, e di riparlarle.

GENIO. Via, questa notte in sogno io te la condurrò davanti; bella come la gioventù; e cortese in modo, che tu prenderai cuore di favellarle molto più franco e spedito che non ti venne mai per l’addietro: anzi all’ultimo le stringerai la mano; ed ella guardandoti fiso, ti metterà nell’animo una dolcezza tale, che tu ne sarai sopraffatto; e per tutto domani, qualunque volta ti sovverrà di questo sogno, ti sentirai balzare il cuore dalla tenerezza.

TASSO. Gran conforto: un sogno in cambio del vero.

GENIO. Che cosa è il vero?

TASSO. Pilato non lo seppe meno di quello che so io.

GENIO. Bene, io risponderò per te. Sappi che dal vero al sognato, non corre altra differenza, se non che questo può qualche volta essere molto più bello e più dolce, che quello non può mai.

TASSO. Dunque tanto vale un diletto sognato, quanto vale un diletto vero?

GENIO. Io credo. Anzi ho notizia di uno che quando la donna che egli ama, se gli rappresenta dinanzi in un sogno gentile, esso per tutto il giorno seguente, fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che ella non potrebbe reggere al paragone dell’immagine che il sonno gliene ha lasciata impressa, e che il vero, cancellandogli dalla mente il falso, priverebbe lui del diletto straordinario che ne trae…

(Giacomo Leopardi, “Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare”)

“Tess dei d’Urberville” (Thomas Hardy)

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“Se Tess avesse potuto afferrare l’importanza dell’incontro, si sarebbe chiesta perché quel giorno fosse destinata a essere notata e desiderata dall’uomo sbagliato e non da un altro, quello giusto e amato sotto tutti gli aspetti; quasi che l’umanità fosse in grado di poter sempre offrire ciò che è giusto e che è desiderato. Ma l’uomo che poteva avvicinarsi al suo ideale, tra i ragazzi conosciuti, non era per Tess che un’impressione fugace e quasi dimenticata.

Nella difettosa esecuzione del piano ben disposto dall’universo raramente l’invito provoca l’arrivo di chi si invoca; raramente si incontra l’uomo da amare, quando viene l’ora per l’amore. La natura non dice troppo spesso <<guarda>> alla povera creatura nel momento in cui il guardare potrebbe portare a una lieta conclusione, né risponde <<qui>> alla carne che grida <<dove?>>; finché tutto questo nascondersi e cercarsi diventa un gioco penoso e senza mordente.”

(Thomas Hardy, “Tess dei d’Urberville”, ed. Bur grandi classici)

Se sono qui a scrivere le mie impressioni su “Tess dei d’Urberville”, nonostante il mio non eccelso rapporto con i romanzi anglosassoni (a parte eccezioni), il merito principale è di una signora dall’eloquio forbito e l’accento partenopeo, piuttosto in là negli anni ma ancora prodiga di suggerimenti letterari. Tempo fa, infatti, in libreria, mentre girovagavo tra uno scaffale e l’altro, ho origliato involontariamente la conversazione tra questa signora e una sua amica; la prima suggeriva alla seconda di leggere il romanzo di Thomas Hardy, decantandone le lodi. Perplesso ma affascinato da quella descrizione, mi decisi a comprare il libro e con il senno di ora vorrei ringraziare la signora, se solo ne avessi la possibilità.

“Tess dei d’Urberville”, al netto di qualche scena descrittiva più lenta del resto, mi ha convinto. La protagonista, Tess, è una giovane esponente di una famiglia povera, ma a sua insaputa discendente dai d’Urberville, un’antica e potente casata. Il destino tragico e inesorabile di Tess, che ne fa un’eroina martire alla stregua della Karenina e della Bovary, comincia in gioventù, quando, scoperta per caso l’origine nobile della sua famiglia, si reca a conoscere i suoi presunti parenti, più che altro spinta dalla madre e dal padre, assiduo frequentatore di locande. Sedotta e abbandonata in modo truce, Tess deve anche sopportare la straziante perdita di un figlio appena nato. Gli eventi drammatici segneranno per sempre la sua esistenza e anche il tentativo di riscattarsi sposando Angel Clare, figlio di un pastore, risulteranno vani, perché su Tess incombe sempre un senso d’ineluttabile colpa. Attorno a lei, gli affetti paiono diventare impossibili e i rari momenti di luce sono subito oscurati dall’arretratezza culturale di chi la circonda, più propenso a decantare princìpi idealistici che a starle accanto.

“Perché su questo bel tessuto femminile, sensibile come una ragnatela e sino ad allora immacolato come la neve, veniva tracciato un disegno così rozzo come quello che era destinato a ricevere? Perché così di sovente ciò che è rozzo s’impossessa di ciò che è più delicato: l’uomo sbagliato di una donna, la donna sbagliata di un uomo? Migliaia di anni di filosofia analitica non sono riusciti a spiegarlo al nostro concetto di ordine. Si potrebbe infatti ammettere la possibilità di una vendetta nascosta nella attuale catastrofe; senza dubbio qualche antenato di Tess d’Urberville, in cotta di maglia, tornando a casa eccitato da una rissa aveva usato lo stesso metro, ancor più spietato forse, verso le contadine del suo tempo. Ma, se far ricadere i peccati dei padri sui figli possa essere una morale abbastanza valida per i teologi, questa viene rifiutata dalla comune natura umana; e quindi non servirebbe a migliorare la situazione. La gente come Tess in quei luoghi sperduti, non si stanca mai di ripetere col tono fatalistico che proprio <<Doveva accadere>>. E questo è il lato penoso della situazione.”

Amore (dal “Dizionario filosofico” di Voltaire)

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AMORE

Amor omnibus idem1. A questo punto bisogna far ricordo alla natura fisica; l’immaginazione ha ricamato la trama della natura. Se vuoi avere un’idea dell’amore, guarda i passeri o i piccioni del tuo giardino, oppure osserva il toro messo vicono alla tua giovenca; guarda il baldanzoso cavallo che due servi conducono dalla cavalla che lo aspetta tranquilla e scosta la coda per riceverlo; guarda come sfavillano i suoi occhi e ascolta i suoi nitriti; osserva bene quei balzi, quelle lievi impennate, quelle orecchie dritte, quella bocca che s’apre con piccole contrazioni, quelle froge che vanno dilatandosi, quel soffio ardente che ne esce, quella criniera che si drizza e ondeggia, quel moto imperioso con cui si slancia sull’oggetto che la sua natura gli ha destinato; però non essere geloso e pensa ai vantaggi della specie umana: essi compensano in amore tutti i vantaggi che la natura offre agli animali: forza, bellezza, leggerezza, rapidità.

Ci sono anche animali che non conoscono il piacere. I pesci non provano questo godimento; la femmina depone sul limo milioni di uova e il maschio che le trova vi passa sopra fecondandole col proprio seme, senza darsi pena della femmina a cui appartengono.

La maggior parte degli animali che si accoppiano gode con un solo senso e, soddisfatto che sia l’appetito, tutto si smorza. Nessun animale, tranne te, conosce gli amplessi. L’intero tuo corpo è sensibile; specialmente le tue labbra provano una voluttà di cui non ti stancheresti mai, e questo piacere non appartiene che alla tua specie. Infine, per te tutto il tempo dell’anno è buono per l’amore, mentre per gli animai c’è un periodo stabilito. Se rifletti su queste prerogative, dovrai convenire col conte di Rochester: <<L’amore, in un paese di atei, farebbe adorare la Divinità>>.

Siccome gli uomini hanno il dono di perfezionare tutto ciò che la natura offre loro, hanno perfezionato l’amore. La pulizia, la cura di se stessi, rendendo la pelle più delicata aumenta il piacere del tatto, e la cura della propria salute rende più sensibili gli organi del piacere.

Tutti gli altri sentimenti rientrano poi in quello dell’amore, come metalli che si amalgamino con l’oro; l’amicizia e la stima contribuiscono a svilupparlo, le doti fisiche e morali ne rafforzano le catene.

Nam facit ipsa suis interdum foemina factis,

Morigerisque modis, et mundo corpore cultu,

Ut facile insuescat secum vir degere vitam.2

L’amor proprio soprattutto rinsalda tutti questi legami. Ci si compiace della propria scelta, e una quantità d’illusioni sono gli ornamenti di quest’opera nostra di cui la natura ha posto le fondamenta.

Ecco ciò che possiedi al di sopra degli animali; ma se ti è dato di assaporare tanti piaceri che essi ignorano, quanti affanni devi poi provare dei quali una bestia non ha la minima idea! Quel che c’è di terribile per te, è che la natura nei tre quarti della terra ha avvelenato i piaceri dell’amore e le fonti della nostra vita con una malattia spaventosa, a cui solo l’uomo va soggetto e che infetta i suoi organi genitali.

E non si può dire che una simile pestilenza, come tante nostre malattie, sia la conseguenza dei nostri eccessi. Non sono stati gli stravizi a introdurla nel mondo. Le varie Frine, Laide, Flore e Messaline non ne furono assolutamente affette; essa è nata nelle isole in cui l’umanità viveva in uno stato d’innocenza, e di là s’è andata diffondendo nel vecchio mondo.

Se non si è mai potuto accusare la natura di disprezzare la sua opera, di contraddire ai suoi disegni, di agire contro le sue intenzioni, ecco un’occasione per farlo. È questo il migliore dei mondi possibili? Suvvia! se Cesare, Antonio, Ottaviano non hanno avuto questa malattia, non era possibile che non facesse morire Francesco I? No, dicono, le cose erano preordinate così per il meglio: vorrei crederlo, ma non mi è facile.

 (Voltaire, “Dizionario filosofico”)

1 <<L’amore è identico per tutti>>, Virglio, Georgiche, III, 244.

2 T. Lucrezio Caro, De rerum natura, lib. IV. <<Infatti la donna stessa talvolta con le sue azioni, / Le buone maniere e il culto accurato del corpo / Fa sì che l’uomo si abitui facilmente a passare la vita con lei>>.

 

 

“L’Inconoscibile”

narciso

INCONOSCIBILE Sforzi del soggetto amoroso per capire e definire l’essere amato <<in sé>>, come tipo caratteriale, psicologico o nevrotico, indipendentemente dalle peculiari cognizioni del rapporto amoroso.

  1. Io sono prigioniero di questa contraddizione: da una parte, credo di conoscere l’altro meglio di chiunque e glielo dichiaro trionfalmente (<<Io sì che ti conosco! Solo io ti conosco veramente!>>); e, dall’altra parte, sono spesso colpito da quest’evidenza: l’altro è impenetrabile, sgusciante, intrattabile; non posso smontarlo, risalire alla sua origine, sciogliere il suo enigma. Da dove viene? Chi è? Mi esaurisco in sforzi inutili: non lo saprò mai.

 

(Fra tutti quelli che avevo conosciuto, X… era sicuramente il più impenetrabile. Ciò era dovuto al fatto che non si sapeva niente del suo desiderio: in fondo, conoscere qualcuno non significa forse conoscere il suo desiderio? Io sapevo tutto, subito, dei desideri di Y…: egli mi sembrava perciò <<radiografato>> ed io ero incline ad amarlo non più con terrore, ma con indulgenza, come una madre ama il suo bambino.)

Rovesciamento: <<Non riesco a capirti>> vuol dire: <<Non saprò mai che cosa pensi veramente di me>>. Non posso decifrare te perché non so come tu decifri me.

 

  1. Prodigarsi, adoperarsi per un soggetto impenetrabile, è religione pura. Fare dell’altro un enigma irresolvibile da cui dipende la mia vita, significa consacrarlo come dio; io non riuscirò mai a risolvere l’enigma che egli mi pone: l’innamorato non è Edipo. Quindi, non mi resta altro che volgere la mia ignoranza in verità. Non è vero che quanto più si ama, tanto più si capisce; ciò che l’azione amorosa ottiene da me è soltanto questa cognizione: nell’altro non c’è nulla da scoprire: la sua opacità non nasconde affatto un segreto, ma semmai una sorta di evidenza, nella quale si annulla il gioco dell’apparenza e dell’essere. E quindi cresce in me lo stimolo ad amare qualcuno che sia sconosciuto e che tale deve restare per sempre: impulso mistico: io accedo alla cognizione dell’inconoscibilità.

 

  1. E ancora: anziché voler definire l’altro (<<Cos’è mai costui?>>), io volgo l’attenzione su me stesso: <<Cos’è che voglio, io che desidero conoscerti?>> Cosa si verificherebbe se decidessi di definirti non già come una persona, ma bensì come una forza? E nel caso che mi ponessi come una forza contrapposta alla tua forza? Tutto ciò avrebbe come risultato questo: il mio altro si definirebbe solamente attraverso la sofferenza o il piacere che egli mi dà.

GIDE: parlando di sua moglie: <<E dato che per capire ciò che si differenzia da voi c’è sempre bisogno d’amore…>> (et nunc manet in te, 1151)

 

(Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”, ed. Einaudi)

L’illusoria completezza di una mela

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“Nella difettosa esecuzione del piano ben disposto dell’universo raramente l’invito provoca l’arrivo di chi si invoca; raramente si incontra l’uomo da amare, quando viene l’ora per l’amore. La natura non dice troppo spesso <<guarda>> alla povera creatura nel momento in cui il guardare potrebbe portare a una lieta conclusione, né risponde <<qui>> alla carne che grida <<dove?>>; finché tutto questo nascondersi e cercarsi diventa un gioco penoso e senza mordente.

Potremmo chiederci se all’acme e alla sommità del progresso umano questi anacronismi saranno modificati da un’intuizione migliore, da un più stretto rapporto reciproco nell’ingranaggio sociale, che non ci scuota in ogni direzione, come ora: ma non si può predire un futuro simile ideale, forse nemmeno concepirlo come possibile. Così, anche nel caso attuale, come in milioni di altri, le due parti di un perfetto assieme non si sono incontrate al momento perfetto: la controparte assente, vagando indipendente per la terra, aspetta in crassa ottusità un tempo che giungerà sempre troppo tardi.

Da questo malaugurato indugio nacquero ansietà, disappunti, scontri, catastrofi e destini estremamente singolari.”

(Thomas Hardy, “Tess dei d’Urberville”, ed. Bur Rizzoli)

Nella foto: una mela immersa in profonde, ma inutili, meditazioni sull’illusoria sensazione di completezza derivante da un illusorio rapporto con un’altra mela. Ricordiamola così, poco prima che sprofondasse nell’abisso dei suoi pensieri e nello stomaco del fotografo.

“Voluttà unica e suprema dell’amore”

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“Credo d’aver già scritto nelle mie note che l’amore è molto simile a una tortura o a un’operazione chirurgica. Ma questa idea può venire sviluppata in modo amarissimo. Anche se i due amanti sono molto innamorati e colmi di reciproci desideri, uno dei due sarà sempre più calmo o meno invasato dell’altro. Quello, o quella, è l’operatore, ovvero il carnefice; l’altro, o l’altra, è l’assoggettato, la vittima. Sentite quei sospiri, preludi a una tragedia di disonore, quei gemiti, quei gridi, quei rantoli? Chi non li ha proferiti, chi non li ha irresistibilmente estorti? E che trovate di peggio nella tortura inflitta da scrupolosi seviziatori? Quegli occhi stralunati da sonnambulo, quelle membra i cui muscoli balzano e s’irrigidiscono come l’azione di una pila galvanica, l’ebbrezza, il delirio, l’oppio, nei loro effetti più furiosi, non ve ne daranno di certo esempi così singolari, così orrendi. E il volto umano, che Ovidio credeva modellato a riflettere gli astri, ecco che parla soltanto un’espressione di folle ferocia, o si allenta in una specie di morte. Perché, certo, crederei di fare un sacrilegio usando la parola estasi per questa specie di decomposizione.

– Spaventevole gioco in cui occorre che uno dei giocatori perda il dominio di sé!

Una volta fu chiesto in mia presenza in che consistesse il più grande piacere dell’amore. Qualcuno rispose con naturalezza: nel ricevere, – e un altro: nel donarsi. – Questi dice: piacere d’orgoglio! – e quello: voluttà d’umiltà! Tutti quei porci parlavano come “L’Imitazione di Gesù Cristo”. Ci fu poi un impudente utopista che asserì che il più grande piacere dell’amore era di formare cittadini per la patria.

Io, invece, dico: la voluttà unica e suprema dell’amore sta nella certezza di fare il ‘male’. – E l’uomo e la donna sanno fin dalla nascita che nel male si trova ogni voluttà.”

(Charles Baudelaire, “Razzi”, in “Il mio cuore messo a nudo”, ed. Adelphi)

“Qui pro quo” (Gesualdo Bufalino)

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“Quanto a me, non era la sorpresa a prevalermi nell’animo, di fronte a questa seconda e presumibilmente definitiva verità. Era piuttosto una sorta di personale rancore e di delusione nei confronti del defunto, alla cui innamorante immagine s’era venuto sostituendo nelle ultime ore un simulacro di tristo burattinaio, inteso a prendersi giuoco di tutti, ma, mi pareva, in particolare di me. Veridiche o menzognere che fossero queste sua aggiuntive elucubrazioni, me ne veniva un sentimento di maldimare nel ritrovarmi ancora una volta zimbello, con tutti i fili nelle sue mani…”

(Gesualdo Bufalino, “Quo pro quo”, ed. Bompiani)

Di Gesualdo Bufalino avevo letto, finora, solo “Diceria dell’untore” e “Argo il cieco”, diversi tra loro ma entrambi apprezzati e che consiglio con l’occasione. “Qui pro quo” si differenzia ancora dagli altri e lo fa rielaborando il “giallo”, anzi scardinando alcuni elementi classici del genere.

Medardo Aquila è un editore, per l’appunto di libri “gialli”, e si trova a trascorrere le vacanze con sua moglie e diversi ospiti, tra i quali il cognato e socio Ghigo, l’avvocato Belmondo e sua moglie Matilde, la direttrice editoriale Lidia, uno scultore, un pittore e altra variegata fauna umana. Tra tutti, personaggio eminente, nonché narratrice della storia che vede vittima Medardo, c’è Ester Scamporrino alias Agatha Sotheby, segretaria dell’editore, la quale ha scritto un libro che s’intitola, guarda un po’, “Qui pro quo”.

Il romanzo fu definito, da Sciascia, una sorta di “pirandellismo introvertito”, perché non c’è una Verità che si mostra con evidenza, bensì tante maschere che i personaggi indossano con coscienza o anche solo perché agli occhi altrui appaiono sotto diversi aspetti. Medardo stesso, la vittima, potrebbe essere anche l’assassino di sé stesso, avendo architettato un piano diabolico per far ricadere la colpa su qualcun altro. La narratrice/segretaria indaga, assieme al commissario Currò e con la presenza ingombrane di alcune lettere che Medardo ha lasciato per aiutare a risolvere il caso, avendo avuto premonizione della propria fine imminente, oppure per ingarbugliare il tutto, nel caso abbia fatto tutto da sé.

Sulla trama in senso stretto è bene fermarsi qui per non rovinare la lettura, ma si può aggiungere che Bufalino è abilissimo nel creare un gioco di specchi e soprattutto nella forma lessicale, elegante e a tratti aulica, con la quale ci narra le vicende di un mondo in cui non ci sono conclusioni certe, ma solo possibilità.

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