Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Purity” (Jonathan Franzen)

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“A Pip non importava niente di <<arrivare a conoscere>> suo padre, sua madre le bastava e avanzava, ma riteneva che lui le dovesse dei soldi. I centotrentamila dollari del suo debito studentesco erano molti meno di quelli che aveva risparmiato non mantenendola e non mandandola al college. Naturalmente poteva darsi che non intendesse sborsare dei soldi per uno figlia di cui non aveva potuto godere l’ <<uso>>, e che non gli offriva neppure alcun <<uso>> futuro. Ma considerando l’ipocondria e l’isteria di sua madre, Pip poteva immaginarlo come un uomo fondamentalmente perbene dal quale sua madre aveva tirato fuori il peggio e che adesso era pacificamente sposato con un’altra, e che forse sarebbe stato contento e grato di sapere che la figlia perduta era viva; grato abbastanza da mettere mano al portafogli. In caso di necessità, Pip era anche disposta a offrire modeste concessioni, qualche telefonata o e-mail ogni tanto, una cartolina di Natale una volta all’anno, l’amicizia su Facebook. A ventitre anni aveva superato da un pezzo l’età dell’affidamento, aveva poco da perdere e tanto da guadagnare. Le servivano solo il nome e la data di nascita di suo padre. Ma sua madre custodiva quelle informazioni come se fossero un organo vitale che Pip stesse cercando di strapparle dal corpo.”

(Jonathan Franzen, “Purity”, ed. Einaudi)

Purity Tyler è una giovane che per lavoro promuove telefonicamente cose piuttosto vaghe e che per frequentare l’università ha dovuto contrarre un debito ingente. Pip, questo il suo soprannome, ha una madre che ha un morboso bisogno di lei e che si rende invisibile al resto del mondo, nonché misteriosa agli stessi occhi della figlia. A Purity la madre ha soltanto raccontato che quando lei aveva undici anni, sono scappate da un padre violento, al punto da costringere la donna (la madre) a cambiare identità. Pip, dunque, non sa che fine abbia fatto suo padre, anzi non lo ricorda nemmeno, non conosce il vero nome della madre, frequenta un comitato contro il nucleare e soprattutto vive in coabitazione con alcuni personaggi ai margini della società.

Quando il “caso”, che poi si rivelerà non essere tale, la mette sulla strada di Andreas Wolf e della sua “Sunlight Project”, Purity è perplessa, Continua a leggere…

“Guarda gli arlecchini!” (Vladimir Nabokov)

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“Dopo cinquanta estati, ovvero diecimila ore di bagni di sole in vari paesi su spiagge, panchine, tetti, rocce, ponti di navi, scogli, prati, assiti e balconi, mi sarebbe stato impossibile rievocare in dettagli sensoriali il mio noviziato se non avessi avuto quei miei vecchi appunti che sono di così grande sollievo al memorialista pedante mentre scrive il resoconto completo delle sue malattie, dei suoi matrimoni e della sua vita letteraria. Quantità enormi di Shaker’s Cold Cream mi vennero frizionate sul corpo da Iris che genuflessa tubava, mentre io giacevo prono su un asciugamano ruvido, nella luce sfolgorante della plage. Sotto le palpebre chiuse, premute sull’avambraccio, nuotavano purpuree forme fotomatiche: <<Attraverso la prosa delle vesciche della scottatura giungeva la poesia del suo tocco… >> scrivevo nel mio diario tascabile, ma posso migliorare quel preziosismo giovanile. Attraverso il pizzicore che sentivo sulla pelle – anzi, in verità portato da quel pizzicore a un livello raffinato di godimento abbastanza ridicolo – il tocco della sua mano sulle scapole e lungo la spina dorsale somigliava troppo a una carezza intenzionale per non esserne un’imitazione deliberata, e non riuscivo a dominare una reazione segreta a quelle dita agili quando, con un gratuito frullo conclusivo, scendevano giù fino al coccige, prima di dileguarsi.”

(Vladimir Nabokov, “Guarda gli arlecchini!”, ed. Adelphi)

Vadim Vadimovic N., settantenne scrittore nominato tra i candidati al premio Nobel, ripercorre la sua vita, i suoi “tre o quattro” matrimoni, i suoi romanzi scritti in russo e quelli in inglese, e lo fa con crudezza, sincerità, sarcasmo, irriverenza, arroganza. Nato a Pietroburgo, reduce da un’infanzia solitaria e un’adolescenza sessualmente precoce, lo scrittore fugge dalla Russia in seguito alla Rivoluzione, rifugiandosi dapprima in Francia, poi in Inghilterra, infine negli Usa dove insegna in un’università provinciale. La trama di “Guarda gli arlecchini!”  è fondamentalmente questa, ma la grandezza del romanzo, com’è quasi “scontato” trattandosi di Nabokov, sta nella maestria ammaliante della scrittura (e della traduzione) che ci avvolge in un’atmosfera continuamente al limite tra l’invenzione letteraria e la realtà, la realtà di Vadim Vadimovic N. e, chissà entro quali limiti, quella dello stesso Nabokov.

Il romanzo è beffardo, Continua a leggere…

“Milena. IV” (n. 30 da “Frammenti da un camino”)

L’improvvida idea di Marco aggiunse un carico ulteriore alle riflessioni che Milena sviluppò due ore dopo, prima di addormentarsi. Aveva adempiuto ai “doveri” di compagna limitandosi a qualche bacio non troppo convinto e adducendo la stanchezza come alibi per respingere le focose brame di Marco. Una volta rimasta sola, i suoi pensieri si biforcarono lungo due direzioni, in apparenza divergenti, in realtà intimamente connesse e contorte. All’estenuante ricerca di una plausibile via d’uscita dalla storia con Marco, si aggiungeva il vivido ricordo della serata trascorsa con Arturo, nonché quello di una telefonata intercorsa con quest’ultimo la sera seguente, durante la quale l’uomo, che comunque restava figura piuttosto ambigua, aveva stimolato più in profondità l’animo di Milena, con parole che egli aveva già sapientemente distillato nell’incontro dal vivo, ma che in quella circostanza erano state parzialmente obnubilate dalla sua prestanza fisica, fonte di languida distrazione per Milena.

Lei, pur non ipocrita da negare l’importanza di un aspetto estetico che solleticasse le sue elucubrazioni meno filosofiche, era però, per natura, e fino a prova contraria, propensa ad assecondare solo qualcuno che potesse stimolarla anche o soprattutto con argomenti meno corporei e più intellettivi. Arturo, nel corso dell’incontro e ancora di più nella telefonata, era riuscito proprio a scalfire quella sorta di corazza che Milena aveva costruito negli anni, un filtro selettivo che, congiuntamente alla lunga storia con Marco, le aveva quasi impedito di accorgersi dell’esistenza di altri uomini.

Nel chiuso della camera, cercava di isolare qualche momento della serata o della telefonata, per focalizzare meglio l’attenzione sui dettagli e sfuggire alla generale difficoltà che stava provando nel tentativo di comprendere in chi si fosse imbattuta. Era svanita quell’avversione istintiva, e del resto altrimenti non avrebbe neanche accettato l’invito a uscire, ma tuttora non capiva perché, ed era proprio l’incapacità di spiegarsi il mutamento a turbarla. Certamente, lui aveva tirato fuori un colpo ad effetto quando, all’incirca a metà serata, aveva estratto dalla giacca un taccuino rosso, nel quale c’erano poesie e riflessioni varie che lui aveva “elaborato qua e là per il mondo, tra una stazione e l’altra”. Lei, piuttosto scettica all’istante, restò invece sorpresa dalla qualità degli scritti e azzardò anche una richiesta di chiarimento su un brano che l’aveva colpita, alla quale lui oppose un laconico “è scritto così, non so cosa avessi in mente quella sera”.

Una risposta così tranciante avrebbe potuto rinvigorire l’antipatia e le perplessità di Milena, ma così non era stato, perché Arturo, intanto, aveva parlato molto e quasi sempre di sé, ma in mondo da non apparire fastidiosamente egocentrico, bensì quasi come se tutto accadesse per un destino non governabile, portando Milena ad affidarsi al suo eloquio, affascinata da un uomo che stava dimostrando di possedere un cervello interessante quanto le possenti spalle.

Di solito non parca di parole, Milena quella sera parlò poco, semplicemente perché sopraffatta dalla cadenzata logorrea di Arturo, che riusciva, non si capiva neanche bene come, a spostare la conversazione su argomenti generici, quali la poesia, la libertà, la solitudine e simili, in modo da impedirle un’indagine più incisiva su alcune questioni meno astratte, cosa che peraltro lei non aveva granché voglia di fare, se si eccettua una domanda circa gli impegni di Arturo, che lui eluse asserendo di svolgere un lavoro che lo “portava a girare molto l’Italia, ma anche il mondo”, un lavoro che gli serviva “solo per vivere”, e che valeva ”quanto ne varrebbe un altro, a parità di condizioni economiche e di libertà”. Un lavoro, infine, che non s’era capito quale fosse.

Non era semplice, anche o soprattutto a distanza di giorni, farsi un’idea di Arturo, ma una cosa in particolare aveva colpito Milena: l’insistenza con cui lui aveva più volte sottolineato il suo bisogno di solitudine e di libertà, due parole gigantesche, dalle enormi implicazioni, sulle quali lei si era spesso impantanata e che parevano ossessionarlo. Ora, ma solo ora, le sovvenne che avrebbe potuto chiedergli di specificare meglio cosa egli intendesse con libertà e solitudine, e come conciliare quel bisogno espresso con la fattualità di loro due seduti al tavolo di un bar. Perché, se aveva così sete di solitudine, lui l’aveva invitata? Qual era il suo scopo? O meglio, dando per scontato che il fine di Arturo fosse il più banale da indovinare, quale era il suo, di Milena? A questa domanda, dalle implicazioni ben più complesse, preferì non rispondersi, non quella sera.

(Gli altri frammenti nella sezione a ciò inutilmente preposta)

“La gelosia, un gigante con la maschera”

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“La gelosia, un gigante con la maschera mai incontrato in precedenza nelle futili avventure della prima gioventù, ora mi si parava dinnanzi, a braccia conserte, dappertutto. Qualche piccola estrosità erotica della mia dolce, docile, tenera Iris, le modulazioni del suo modo di fare l’amore, la perizia delle carezze, la facilità e la precisione con le quali adattava il corpo flessibile a qualsiasi schema della passione, lasciavano supporre una ricca esperienza. Prima di cominciare a nutrire sospetti sul presente, sentii il bisogno di fare il pieno di sospetti sul passato. Durante gli interrogatori ai quali la sottoponevo nelle mie notti peggiori, liquidava i suoi idilli precedenti definendoli del tutto insignificanti, senza rendersi conto che quella reticenza sollecitava la mia immaginazione più di quanto avrebbe fatto il racconto, anche esagerato e nei termini più scabrosi, della verità.”

(Vladimir Nabokov, “Guarda gli arlecchini”, ed. Adelphi)

“I sette pazzi” (Roberto Arlt)

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“Sapeva di essere un ladro. Ma non lo interessava la categoria nella quale poteva venir classificato. Forse la parola ladro non era in sintonia con il suo stato d’animo. Un altro sentimento viveva in lui ed era il silenzio circolare che era penetrato nella massa del suo cranio come un cilindro d’acciaio, in modo tale da renderlo sordo a tutto ciò che non avesse rapporto con la sua disgrazia.

Questo cerchio di silenzio e di tenebre interrompeva il flusso delle sue idee in modo tale che Erdosain non riusciva ad associare, lungo la china del suo ragionamento, il luogo dove viveva, chiamato <<casa>>, con quell’altra istituzione indicata con il nome di <<carcere>>.

Pensava a frasi telegrafiche, eliminava le preposizioni: e questo snerva. Conobbe ore morte nelle quali avrebbe potuto compiere un delitto di qualunque tipo senza aver la minima nozione della propria responsabilità. Un giudice non sarebbe riuscita a inquadrare un fenomeno simile in una logica. Ma in realtà egli era vuoto, era una buccia d’uomo mossa dall’automatismo dell’abitudine.

Se aveva continuato a lavorare allo Zuccherificio non l’aveva fatto per rubare quantità maggiori di denaro, ma solo perché aspettava qualche avvenimento straordinario, immensamente straordinario, tale da imprimere una svolta insperata alla sua vita e da salvarlo dalla catastrofe che si avvicinava sempre più alla porta.”

(Roberto Arlt, “I sette pazzi”, ed. Sur)

In un recente articolo di questo blog, segnalavo che avrei presto cercato di leggere Roberto Arlt, consigliatomi da un mio amico assieme a Juan Carlos Onetti. Ho presto colmato la lacuna, scoprendo tra l’altro, come si vede dall’artigianale fotomontaggio in coda all’articolo, che tra Bolaño, Cortázar, Onetti e Arlt c’è una singolare catena di stima che lega l’uno all’altro.

In un saggio introduttivo a “I sette pazzi”, proprio Cortázar segnala l’originalità e la lontananza di Arlt dai canoni della letteratura “perbene” del contesto argentino dell’epoca. Figlio di immigrati, padre austriaco e madre tedesca, Arlt, con questo romanzo che forma un dittico con “I lanciafiamme”, si scaglia con ferocia, ironia e visionarietà all’assalto di una società corrotta e decadente, e lo fa descrivendoci la vicenda di Erdosain, aspirante criminale piuttosto maldestro, e altri personaggi assurdi quali l’Astrologo, il Cercatore d’Oro, il Ruffiano Melanconico, la Zoppa. Alcuni di questi, principalmente l’Astrologo, hanno intenzione di fondare una rivoluzione sociale basata su una menzogna metafisica che possa abbindolare le masse, che conti sul supporto della scienza industriale e che si finanzi con la gestione di bordelli. Erdosain, in preda all’angoscia per essere stato abbandonato dalla moglie e accusato di un furto dallo Zuccherificio presso il quale lavorava, diventa o cerca di diventare un cinico, pronto a tutto per vincere il dolore che lo rende delirante.

Scritto nel 1929, il romanzo alterna momenti di carattere quasi (quasi… ma il paragone è irriverente) da sottosuolo dostoevskiano, specie quando Erdosain s’interroga sulla natura della voluttà maligna che lo sta ghermendo, ad altri totalmente surreali, quando i personaggi si perdono nelle loro fantasmagoriche visioni. La rivoluzione sociale che propugnano appare, così, ineluttabilmente destinata al fallimento.

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“Milena. III” (n. 29 da “Frammenti da un camino”)

“Quel mercoledì sera, tornando da lavoro, Milena aveva intenzione di trascorre una serata rilassante nella sua stanza, ma quando avvistò l’automobile di Marco sotto casa, ebbe la sensazione che qualcosa avrebbe turbato il suo progetto di quiete. Nel vederlo, l’immediata paura fu che lui avesse saputo, chissà come, della sua uscita con Arturo. Subito, però, respinse questa fantasia, probabilmente dovuta al sottile senso di colpa che avvertiva. La realtà si rivelò più subdola dell’immaginazione, allorché Marco, dal solito spirito organizzativo, un tempo adorabile agli occhi di Milena, ma ora solo residuo anacronistico di una storia in disfacimento, le disse, con aria ingenua, inconsapevole, che aveva pensato potessero andare a Bologna per un concerto e restare lì tre – quattro giorni, approfittando delle ferie che lei, con mossa quanto mai incauta, gli aveva prospettato essere prossime.

– Guarda, ho già preso i biglietti, avevo paura che terminassero. Se sei d’accordo, ma non vedo perché non dovresti, tra un po’ prenotiamo anche hotel e treno, – affermò entusiasta, provocando in lei un’istintiva tenerezza per quel ragazzo che, a conti fatti, era stata l’unica persona alla quale era stata legata sentimentalmente.

Al tempo stesso, però, Milena avvertì un certo fastidio per quell’iniziativa non concordata, unilaterale, che per quanto intrapresa con amore, che lui provava e riteneva fosse tuttora corrisposto, si scontrava bruscamente con gli ultimi due mesi del loro rapporto, colmi di litigi per futili motivi, riappacificazioni passionali ma per nulla risolutive, silenzi prolungati e soprattutto di una pervasiva, dilagante e persistente noia, che Milena avvertiva ormai quasi sempre quando erano insieme.

La urtava specialmente quel “non vedo perché non dovresti”, un inciso pronunciato con un tono della voce leggermente diverso, quasi che, ma era anche questa una fisima di Milena, lui volesse suggerirle di confessare qualcosa. No, il punto non era quello, razionalizzò la ragazza in pochi istanti; il fatto, grave, era che Marco ignorava o, peggio, fingeva di ignorare lo stato delle cose, la sua intenzione di mollarlo, che prescindeva dall’intervenuta conoscenza con Arturo. Bisognava che lei trovasse il coraggio di dire “no” all’inopportuna proposta e al contempo facesse chiarezza definitiva sulla sorte della loro storia.

E invece, mancandole la forza di trafiggere un uomo che le appariva entusiasta per inconsapevolezza, ma che sotto quella maschera si sarebbe rivelato inerme e indifeso al primo colpo ricevuto, accettò l’invito, sperando che in quei giorni trascorsi assieme anche lui, come lei, potesse rendersi conto da sé che era giunta l’ora del commiato, forse meno brusco se spiegato con le giuste ma ancora inesistenti parole, di certo non per questo meno straziante.

(Altri frammenti qui)

“Gli addii” (Juan Carlos Onetti)

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“Così rimanemmo, io e l’uomo, virtualmente sconosciuti l’uno all’altro, come all’inizio; molto di rado, qualche pomeriggio, si sistemava nell’angolo del bancone per ripetere il suo profilo sopra la bottiglia di birra – di nuovo con il suo rigoroso abito da città, cravatta e cappello – per battersi con me nel consueto duello mai dichiarato: lui che lottava per farmi sparire, per cancellare la testimonianza di un fallimento e disgrazia che io mi ostinavo a presentargli; e io che lottavo per la dubbia vittoria di convincerlo del fatto che era tutto vero, malattia, separazione, disfacimento. Entrava e mi guardava negli occhi, con l’accenno di un sorriso che gli risparmiava il saluto, e smetteva di guardarmi subito dopo aver ricevuto le lettere; le riponeva nella tasca della giacca, cercando di non affrettarsi e di non inciampare, la testa e il corpo immobili, fingendo che nulla avessero a che fare con le cinque dita che armeggiavano sopra le buste. A volte chiedeva una birra; a volte ringraziava e se ne andava; e allora sì che arrivava a sorridere davvero, e con questo sorriso e con la voce della gratitudine tentava solo di tranquillizzarmi, di dirmi che io non ero responsabile di quello che gli avrebbero detto le lettere.”

(Juan Carlos Onetti, “Gli addii”, ed. Sur)

Sono giunto a Juan Carlos Onetti grazie al prezioso consiglio di un mio amico, che ai miei suggerimenti di stampo sudamericano (Julio Cortázar e Roberto Bolaño) ha contrapposto proprio Onetti, oltre a Roberto Arlt. Su quest’ultimo ancora non posso dire alcunché, non avendo ancora letto un suo libro, mentre Onetti mi ha colpito molto con “Gli addii”, romanzo breve pubblicato per la prima volta nel 1954. Parto dalla premessa generale che se un libro mi fa venire gli occhi lucidi, significava: a) è un gran libro; b) sono in una particolare predisposizione d’animo; c) entrambe le cose. Detto ciò, “Gli addii”, specie nel finale, mi ha fatto questo effetto, dunque questo già di per sé sarebbe un motivo valido per consigliarlo.

Come si può intuire dal titolo, il tema principale del romanzo è la morte, Continua a leggere…

“II. Milena” (n. 28 da “Frammenti da un camino”)

– Stasera ti offrirò una birra, alle nove. Dove abiti?

Per quale motivo aveva accettato, sia pure rimandando al giorno successivo? Milena non sapeva rispondersi e, scrutando i volti riflessi nel finestrino della metro, ipotizzava un cambiamento di programma: scendere a Piazza di Spagna, starsene un po’ lì a zonzo e tornarsene a casa, lasciando il misterioso Arturo in sterile attesa. Sarebbe stato più razionale, ma lei, ora, aveva voglia di razionalità o piuttosto di altro? Inoltre, non avrebbe saputo spiegargli il perché di una ritirata. Non poteva scappare, non più. In fondo, il peggio che potesse succedere era trascorrere una serata noiosa; al meglio, preferiva non pensare, perché le incuteva ancora più inquietudine. Com’era stato possibile che, in un paio di settimane, quell’antipatia iniziale si fosse tramutata in questa destabilizzante sensazione di curiosità? Cosa si celava oltre i limiti che i ruoli da cliente e commessa imponevano loro?

Le voci degli altri passeggeri fungevano da morbido sottofondo alla danza di pensieri sconnessi che si librava nella testa di Milena. Adesso riviveva il drastico passaggio dal “lei” al “tu”; le si era avvicinato mentre riponeva alcuni libri negli scaffali e, senza premesse, le aveva rivolto quelle parole che, più che a una domanda, assomigliavano a un imperativo senza alternative.

– Eh… No, non posso, ho un impegno con… una mia amica, – aveva balbettato.

“Una mia amica”, questo era diventato Marco, ignaro, oltre che del sopravvenuto mutamento di sesso, anche dell’abisso che, inesorabile, si stava spalancando sotto di lui. Milena si chiedeva perché avesse mentito ad Arturo, invece di dirgli semplicemente che non voleva vederlo. E la risposta era tanto semplice quanto spiazzante: lei voleva vederlo. Aveva svicolato in quel modo poco convincente, tanto che adesso era sicura che Arturo, quella mattina, avesse già capito tutto. Si era tradita con quella due brevi ma significative pause.

Percepiva una metamorfosi in atto e, per quanto cercasse di rimandare le riflessioni a dopo l’incontro, autoconvincendosi che si stava solo recando a bere un bicchiere con un conoscente e nulla più, non poteva respingere l’orda sinaptica che la assaliva. A un pensiero ne seguiva un altro, ma tutto in modo caotico, senza che riuscisse a cogliere quale fosse, e se ci fosse, un punto dal quale dipanare la matassa. Cercava di scindere la curiosità per ciò che sarebbe accaduto di lì a poco da quel che, invece, era già fissato nella sua esistenza e destinato a finire. Arturo da una parte e Marco dall’altra. L’uno, privo di un passato e dall’ignoto presente; l’altro ancora presente, senza futuro ma con un gigantesco carico di passato. Non doveva mescolare le cose, l’incontro con Arturo non era necessariamente legato all’incombente fine della storia con Marco, eppure era inevitabile confondersi, e persino inquietarsi nell’ammettere che aveva una voglia enorme di parlare con l’odioso Arturo, mentre alla sola idea di Marco, dell’innamorato Marco, uno sbadiglio le saliva sulle labbra a certificare l’agonia di quella lunga storia d’amore, la prima e l’unica per lei. “Siamo labili, deboli, crudeli”, pensò, atterrita nel vedersi proseguire, comunque, verso l’ambigua destinazione Arturo.

– Ieri in realtà dovevo uscire con il mio ragazzo, – disse ad Arturo, venti minuti dopo, mentre seduti l’uno di fronte all’altro sorseggiavano una birra, parziale ristoro dall’afa terrificante di quella sera.

– Per me non cambia granché, ora sei qui, – rispose lui, con la solita aria glaciale, ma condita da un accenno di sorriso che fatalmente la investì.

Le venne voglia di vuotargli il boccale di birra in testa, proprio come avrebbe voluto fare con lo scaffale qualche settimana prima, per vedere se finalmente lui avesse dismesso quella maschera enigmatica. Ma anche stavolta non fece nulla, anzi restò attonita di fronte a quella risposta, a quello sguardo, a quel petto esuberante che, libero dai soliti vestiti eleganti che egli indossava, sembrava volesse esondare da una maglietta aderente. Milena smaniava per qualcosa d’indefinito, ma fece finta che tutto fosse sotto controllo, anche se davvero nulla lo era. Perché, altrimenti, oltre alla persistente voglia d’infrangergli un bicchiere in testa, aveva voglia anche di avvilupparsi a quelle labbra, per scoprire il sapore sarcastico del ghiaccio in cui sembravano essere intagliate?

(Gli altri frammenti nell’apposita sezione)

“Boh” (Alberto Moravia)

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“Perché sono fatta così? Ieri, alle otto di sera ho ripetuto una volta di più all’Autodidatta (lo chiamo così per la sua passione per la cultura; in realtà ha nome Gaspare e fa il commerciante) che l’amavo alla follia; oggi, appena ventiquattr’ore dopo, l’aspetto pensando con accanimento alla maniera migliore, cioè più crudele e offensiva, di buttarlo fuori di casa. Cos’è avvenuto, dunque, tra ieri e oggi da far soffiare in senso così contrario il vento del mio sentimento? È quello che mi domando, rannicchiata sul letto sul quale passo praticamente la mia vita, nel mezzo del finimondo dei giornali e delle riviste illustrate, del telefono e degli elenchi telefonici, del vassoio della prima colazione e del vassoio del pranzo, della radio accesa e dei libri sfogliati e aperti.

Cerco il motivo di questa mia incredibile volontà e più lo cerco e meno lo trovo. Forse perché c’è, tra l’Autodidatta e me, una differenza di età, lui cinquanta ed io ventotto? o perché è sposato con tre figli grandi e nessunissima intenzione di lasciare la moglie per me? o perché è un negoziante, con un negozio neppure tanto in su, cioè di cravatte e di camicie, e io invece sono, come si dice, di famiglia “bene”, cioè di nobile casato, per giunta se non proprio ricca? o perché con me sfoggia la sua cultura, appunto, di autodidatta, in una maniera stregonesca, dandosi l’aria di essere onnisciente e io, dopo esserne stata a lungo affascinata, comincio, forse inconsciamente, a ribellarmi? o perché in amore è così innegabilmente virile e la virilità, si sa, soprattutto se compiaciuta, può essere irritante? In realtà sono tutti motivi insufficienti sia presi da soli che tutti insieme. E così, alla fine il solo motivo valido sembra essere, paradossalmente, l’assenza di motivi. Come quando si dice di una persona: “Non ho nulla da rimproverargli, ma c’è in lui qualcosa che proprio non va”; e questo qualche cosa che non va, porta alla fine all’ostilità e alla rottura.”

(Alberto Moravia, “Boh”, ed. Bompiani)   

Trenta racconti di donne che descrivono sé stesse, con tutte le contraddizioni che rimandano al titolo della raccolta, che è anche quello di uno dei racconti. Vittime o carnefici, le donne di questi racconti di Moravia sono tutte abbastanza taglienti e sarcastiche nelle descrizioni delle loro azioni più o meno aderenti alla morale comune. La perplessità che esse suscitano negli uomini che le attorniano non è altro che lo specchio della perplessità che provocano a loro stesse quando si analizzano (ma naturalmente vale anche il contrario). In sostanza, non ci si aspetti di uscire dalla lettura di “Boh” con la pretesa di aver compreso di più le donne (e gli uomini). Del resto, con un titolo così, non c’era da aspettarsi alcuna risoluzione. Detto ciò, Moravia, per quanto mi riguarda, è una garanzia di qualità eccelsa, dunque consiglio questo libro e mi rifugio nel mio personale e quotidiani “boh”.

“Milena” (n. 27, da “Frammenti da un camino”)

Aveva resistito pressoché a tutti gli urti dell’esistenza, quel giorno, persino alle stridule grida degli infanti sulla metropolitana. Si sentiva quasi serena al momento di coricarsi, sebbene presentisse la pericolosità di quel ‘quasi’. S’immerse nei sogni, al solito deliranti ed evocativi. Al risveglio l’aspettava un’odiosa pratica burocratica all’Università, perciò aveva pianificato di alzarsi alle 6:00.

Tre ore prima, però, nel cuore della notte, uno squillo mai così fastidioso la destò di soprassalto. Era lui, dopo due mesi. Guardava lo schermo del telefono e si chiedeva se rispondere o meno, sperando sia che quel trillo finisse sia che, per magia, fosse l’altro a dire la prima parola. Voleva resistere, ma anche cedere. Aveva paura del groviglio che la voce dell’uomo avrebbe potuto riaccendere. Dopo un paio d’interminabili minuti, il silenzio tornò nella stanza. Non aveva risposto, aveva mantenuto fede al proposito di sparire, di allontanare colui che si era inserito nella sua vita otto mesi prima, sconvolgendola. Si alzò per sciacquarsi la faccia, pur avendo l’intenzione di tornare a letto. Sì, era stata forte, si disse.

Eppure, perché già si stava domandando cosa volesse dirle? Perché aveva voglia di raggiungerlo ovunque egli fosse? Perché, pur sapendo che si sarebbe schiantata nuovamente, aveva voglia proprio di schiantarsi?

La mente di Milena sembrava un labirinto senza scampo, riconducente sempre a un unico, lancinante centro, laddove si stagliava, minacciosa, la glaciale statua di Arturo: postura virile, sguardo annichilente e, benché di solito le statue stessero zitte, quella voce, opportunamente censurata al telefono, ma che pure rimbombava in lei.

Nel corso dei mesi, a colpirla era stata la pacatezza della loquela di Arturo, talvolta quasi spettrale nella cadenza, eppure tutt’altro che noiosa. Le sembrava che lui parlasse con lentezza perché voleva ponderare il peso di ogni parola, e alla lunga ciò li aveva condotti dapprima a un complicità anche lessicale, poi a una logorante battaglia di nervi e sillabe. Al primo impatto, in realtà, anche la voce aveva fomentato l’istintiva antipatia che Arturo le aveva suscitato, quando in libreria, avvolto in un’eleganza a metà tra un ricevimento nuziale e un funerale, le aveva chiesto un testo di Montale e, con alterigia, aveva mostrato un risentimento quasi personale verso Milena che, in quei giorni sorridente più per dovere professionale che per convinzione interiore, gli aveva detto che non era disponibile e avrebbe dovuto ordinarlo. La risata sarcastica con il quale lui aveva infine asserito che sarebbe andato a cercarlo in un’altra libreria, “magari meglio fornita”, avvampò nello stomaco di Milena, già provata dagli screzi con Marco, il compagno che in quei giorni stava mettendo a dura prova la sua ormai quinquennale pazienza, così che la ragazza, indossando a sua volta un sorriso forzato, resistette alla tentazione di scaraventargli addosso un intero scaffale.

(Per gli altri “Frammenti da un camino”, recarsi sadomasochisticamente nell’apposita sezione)

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