Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Intransigenze” (Vladimir Nabokov)

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“Domanda: – Scrivere romanzi è per lei piacere o pena?

Piacere e tormento finché compongo il libro nella mente; irritazione spasmodica quando lotto con i miei strumenti e le mie viscere – la matita cui bisogna rifare la punta, la scheda che deve essere riscritta, la vescica che va alleggerita, la parola che scrivo sempre sbagliata e devo controllare ogni volta. Poi la fatica di leggere il dattiloscritto preparato da una segretaria, la correzione dei miei grandi e dei suoi piccoli errori, il trasferimento delle correzioni dei miei grandi e dei suoi piccoli errori, il trasferimento delle correzioni su altre copie, i fogli che finiscono fuori posto, lo sforzo di ricordare qualcosa che doveva essere depennato o inserito. Il ripetersi di queste operazioni al momento di correggere le bozze. Poi arriva la bellissima, radiosa, paffuta copia staffetta: disfare il pacco, aprire il libro – e scoprire una stupida svista che io ho commesso, che io ho lasciato passare. Dopo circa un mese mi abituo alla forma finale del libro, all’idea che ormai si sia svezzato dal mio cervello. Comincio a considerarlo con una sorta di divertita tenerezza, quella che un uomo riserva non al proprio figlio, ma alla giovane moglie del figlio.”

(Vladimir Nabokov, “Intransigenze”, ed. Adelphi)

Nabokov non sopportava le interviste perché parlava “come un bambino”, come scrive lui stesso nella prefazione, aggiungendo di pensare “come un genio” e scrivere come “un autore eminente”. Per questo motivo, quando accettava di rispondere alle domande, esigeva che le domande gli pervenissero in anticipo, così da rispondere per iscritto e controllare che tutto fosse riportato minuziosamente.

Il titolo di questo libro, nel quale sono riportate proprio i colloqui che ebbe con giornali, riviste, TV, è adeguato, oltre che alle modalità delle conversazioni, anche ai contenuti delle stesse.

Nabokov, infatti, oltre a parlare delle sue opere, della loro genesi, degli scritti da entomologo, dell’esilio dalla Russia verso gli Stati Uniti passando per Berlino, comportante l’abbandono del russo a favore dell’inglese per scrivere i romanzi, dei suoi corsi da professore universitario, non risparmia di mostrare la propria avversione per diverse questioni, ad esempio la psicologia e in particolare per Freud, nonché per alcuni scrittori come Dostoevskij, Camus, Faulkner, Mann (nel giudizio su questi autori sono totalmente in disaccordo con lui).

Consigliato soprattutto a chi abbia già letto i suoi romanzi, “Intransigenze” diventa una sorta di auto-ritratto che viene fuori dalle tante piccole tessere che Nabokov aggiunge, pagina dopo pagina, con il consueto amore per i particolari.

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