Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “Bachmann”

“Estinzione” (Thomas Bernhard)

estinzione

(Con uno scatto finale di 120 pagine lette ieri sera-stanotte, ho finalmente terminato la rilettura. Un gigante Bernhard, con la sua prosa vertiginosa, un libro scritto per estinguere ciò che ci estingue, un libro che mi ha dato la conferma, scontata, che rileggere certi testi è, per me, un piacere-dispiacere-diritto-dovere, di sicuro non una perdita di tempo. Bernhard si auto-presenta e non ho da aggiungere molto al suo romanzo, ma una cosa in particolare mi ha colpito, nel corso di questa rilettura: quando l’avevo letto la prima volta, io non conoscevo Ingeborg Bachmann, scrittrice-poetessa. Ecco, adesso, rileggendo “Estinzione”, ho capito che Maria, una dei pochi personaggi a salvarsi dalla furia estintiva di Bernhard, è lei, Ingeborg. E questa cosa, beh, mi ha commosso, se ancora mi è possibile usare questa parola. Fine. Anzi, Estinzione. Adesso sotto con Roberto Bolaño.)

Estinzione, ho pensato mentre dalla villa dei bambini tornavo alla fattoria, perché no. Ma non sarà tanto presto. Mi occorre molto tempo. Più di un anno. Forse due, forse addirittura tre anni. Ogni tanto ci riteniamo perfettamente in grado di affrontare un’opera dello spirito, anche di scrittura, come questa Estinzione, ma poi continuiamo ad arretrare spaventati, perché probabilmente lo sappiamo bene, non resisteremo sino alla fine, e poi, quando magari l’avremo già portata abbastanza avanti, falliremo d’un tratto, e allora avremo perso tutto, non soltanto il tempo che le avremo dedicato e che quindi sarà andato sprecato, come poi brutalmente risulterà, ma in più avremo fatto una figura spaventosa, se non dinanzi a tutti, quanto meno dinanzi a noi stessi. Una sconfitta che non abbiamo troppa voglia di provocare, pur avendo la sensazione di poter iniziare quell’opera dello spirito, rifiutiamo di iniziarla, la rinviamo, come se volessimo rinviare un’immensa brutta figura, un’immensa brutta figura dinanzi a noi stessi, pensai. Dagli altri pretendiamo che facciano almeno bene il loro lavoro, ma in fondo che lo eseguano in maniera straordinaria, pensai, e noi non riusciamo a far nulla, a mettere per iscritto il più ridicolo prodotto dello spirito, è così, pensai, da tutti pretendiamo cose eccelse e supreme, e noi stessi non realizziamo neppure cose minime. A questa tremenda umiliazione del nostro fallimento non vogliamo esporci, e così continuiamo a rinviare nel tempo la nostra idea di mettere per iscritto quel prodotto dello spirito, con tutti i mezzi, con tutti i pretesti, con tutte le bassezze che giudichiamo utili allo scopo. D’un tratto siamo troppo vili per iniziare. Ma d’altra parte abbiamo sempre in testa quell’opera dello spirito e vogliamo realizzarla a tutti i costi. È un nostro profondo proposito continuiamo per giorni, per settimane, per mesi, per anni, all’occasione anche per decenni, ad andare su e giù senza tuttavia mai sederci per iniziare. Il nostro proposito è qualcosa di immenso, ci diciamo, e all’occasione, essendo troppo vanesi per tacere, lo diciamo anche ad altri, e invece, in realtà, siamo capaci di fare soltanto qualcosa di assolutamente ridicolo. Scriverò un’opera immensa, mi dico, e al contempo ne ho paura e in quell’istante di paura ho già fallito, nell’assoluta impossibilità anche solo di iniziare. Con gran pompa diciamo che il nostro proposito è qualcosa di immenso e irripetibile, e non ci tiriamo assolutamente indietro dinanzi a una tale asserzione, ma intanto andiamo a letto con la testa ritratta fra le spalle e prendiamo un sonnifero, anziché dare inizio all’immenso e all’irripetibile. Così siamo, ho detto una volta a Gambetti, ci comportiamo come se fossimo assolutamente capaci di tutto, anche di cose eccelse e somme, e poi non siamo neanche in grado di prendere la penna in mano per mettere per iscritto anche una sola parola di quella nostra annunciata immensità e irripetibilità. Soffriamo tutti di megalomania, ho detto a Gambetti, così non dobbiamo scontare la nostra incessante bassezza.”

(Thomas Bernhard, “Estinzione”, ed. Adelphi)

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“Il libro Franza” (Ingeborg Bachmann)

Franza

“Almeno tu dici soltanto, tipico di Franza, sì, lo pensi, se non lo dici, ma io sono sempre stata qualcosa di tipico, uno schema con il quale si poteva operare, del quale lui disponeva, i miei sentimenti dovevano adeguarsi ai suoi ordini, e quando affermava che nessuna donna può fare l’amore con un uomo senza esserne segnata, giacché un simile atto non è privo di conseguenze, non mi sarebbe stato lecito deliziarlo con qualche esempio, Martin, cos’è il male, cos’è? Oggi si dice che non è nulla di misterioso, ma che è determinabile nei suoi meccanismi, certo: aggressione, desiderio di rivalsa, mi sembra chiaro, e tuttavia non capisco, sebbene non voglia cercare nulla dietro o prima del mondo. Eppure mi ha sempre spaventato vedere qualcuno che perde il controllo, un ferroviere alla cancellata della stazione, perché un tale non aveva il biglietto d’accesso ai binari, quell’odio, quel terribile odio, al punto che il sangue… che bisogno ha un ferroviere di odiare per un biglietto di accesso ai binari. Che bisogno ha uno Jordan di odiare e umiliare una persona. Credo che si tratti proprio di questo! Si umilia l’altro, lo si paralizza, gli si strappa il suo essere, poi i suoi pensieri, poi i suoi sentimenti, poi gli si toglie anche l’ultimo resto di istinto, di impulso vitale, poi gli si sferra un calcio, quando già è finito. Nessun animale fa questo, i lupi non uccidono l’avversario che si sottomette, il lupo non è capace di ucciderlo, non lo sapevi, non è capace di azzannarlo alla gola nemmeno se l’avversario gliela porge. Com’è saggio, com’è bello. E l’uomo, che ha le armi più forti, che è la belva più forte, l’uomo non ha di queste remore. Io posso riconciliarmi con i lupi, con l’uomo no. Tutti scuotono il capo, come noi abbiamo scosso il capo, a Vienna, su ogni singolo caso, no, sto già parlando di quel libro, non posso. Voglio uscire da qui. E loro analizzano e si arrovellano e cercano forze demoniache e brutalità, come se sapessimo in cosa consistono, quanto sono raffinate le spiegazioni che danno quanto provocatoriamente esatte le loro conoscenze, pensano persino di aver capito, e dopo, oh, sanno essere così raffinati nel mettere in pratica ciò che devono fare, costretti, e allora non badano certo al lavoro o al dispendio di mezzi.” Continua a leggere…

“Tre sentieri per il lago” (Ingeborg Bachmann)

bachmann

“Lei sapeva benissimo che, una volta di più, si trattava di un <<tema>> importante, molto importante, ma quel che ne veniva fuori era soltanto una spaventosa accozzaglia di luoghi comuni che avrebbe potuto inventarsi benissimo a tavolino, e invece Elisabeth, che non credeva più a nessuno, doveva tirarne fuori un reportage con fotografie e testi impressionanti, pur rendendosi conto che tutto ciò non la riguardava, men che mai quelle donne e quei medici, e un giorno, mentre conversava con un ginecologo, una persona elegante e piena di sensibilità, era stata colta a un tratto da una furia assurda, avrebbe voluto scattare in piedi e gridargli in faccia che andasse pure al diavolo, tanto a lei della sua comprensione e delle sue caute dichiarazioni non gliene importava assolutamente niente. Che cosa le importava di tutte quelle donne con le loro difficoltà, i loro problemi e i loro mariti, e la loro incapacità di dire anche una sola parola autentica sulla propria vita, e a un tratto avrebbe voluto domandare a quel medico: E chi fa mai delle domande a me, chi ne fa mai a qualcuno che si permette di vivere e pensare in maniera autonoma, che cosa avete fatto di me con questa vostra pazzesca comprensione per ogni problema? non è mai venuto in mente a nessuno di voi che si uccidono le persone se gli si toglie la possibilità di esprimersi e quindi di vivere e di pensare a modo loro? Continua a leggere…

“Malina” (Ingeborg Bachmann)

malina

“Per quanto Ivan sia stato creato certamente per me, pure non posso accampare pretese su di lui io sola. Perché lui è venuto per rendere di nuovo le consonanti solide e palpabili, per aprire di nuovo le vocali perché risuonino piene, per farmi tornare le parole sulle labbra, per ristabilire i primi rapporti distrutti e redimere i problemi, e così non mi allontanerò di uno iota da lui, disporrò l’una sull’altra le nostre iniziali identiche, squillanti, con cui firmiamo i nostri biglietti, le scriverò una sopra l’altra, e dopo l’unione dei nostri nomi potremmo incominciare con cautela con queste prime parole a rendere ancora onore a questo mondo, perché esso possa augurarsi di farsi ancora onore, e poiché noi vogliamo la resurrezione e non la distruzione, ci guardiamo bene dallo sfiorarci pubblicamente, e solo di nascosto ci guardiamo negli occhi, perché con i suoi sguardi Ivan deve prima lavare dai miei immagini che sono cadute sulla retina prima del suo arrivo, e dopo molti lavaggi emerge di nuovo una immagine cupa, orribile, quasi inestinguibile, e allora Ivan me ne spinge sopra una chiara, perché non esca da me un brutto sguardo, perché io perda quel terribile sguardo che so di dove m’è venuto, ma non ricordo da dove, non ricordo…(ancora non puoi, ancora no, molte cose ti turbano…).

Ma poiché Ivan incomincia a guardarmi, non può più andare tanto male sulla terra.”

(Ingeborg Bachmann, “Malina”, ed. Adelphi)

Scrivere di “Malina” non mi risulta facile, non solo perché quando un romanzo mi è piaciuto molto ho sempre una sorta di reverenza, ma soprattutto perché questo sfugge a qualsiasi gabbia gli volessi costruire attorno. Per chi volesse leggerlo, consiglio di abbandonarsi alla fluviale prosa dell’Io protagonista e narrante, senza preoccuparsi troppo se avverte la sensazione di perdersi. “Malina” è un romanzo oscuro, disturbante, avvolgente, ma che si legge tutto d’un fiato, nonostante lo spaesamento che può cogliere alle prese con il vortice di parole della Bachmann, autrice che già ammiravo per precedenti letture, quali “Il trentesimo anno”, “Il buon Dio di Manhattan”, “Diario di guerra”, “Letteratura come utopia”, “Quel che ho visto e udito a Roma”, opere peraltro molto diverse tra loro e da “Malina”. Su questo blog, inoltre, ho pubblicato (e consiglio) una sua poesia, “La Boemia è sul mare”.

I personaggi ci sono presentati all’inizio, come per un’opera destinata al teatro. Scopriamo così che la storia avrà pochi protagonisti, e cioè Ivan, Malina, Io e sarà ambientato in un imprecisato Oggi. Sappiamo che Io è bionda, che scrive, e poco altro; vive con Malina, uno studioso d’arte che però lavora come funzionario statale, ma ha una storia anche con Ivan, ungherese, padre di due figli avuti da altra donna. Un triangolo, quindi, ma abnorme, com’è giustamente riportato nel retro copertina; tra i due uomini non c’è contatto, s’ignorando quasi del tutto, eppure tutti e due, sia pure su livelli diversi, sono importanti per Io. La vicenda è racchiusa quasi totalmente nella Ungarstrasse, una strada di Vienna e per la precisione, in modo ancora più claustrofobico, tra il civico 6 e il 9, il primo ospitante Io e Malina, il secondo dimora di Ivan.

Nella prima parte del romanzo l’esistenza interiore di Io sembra essersi assestata attorno a Ivan. Il passato, che l’ha ferita in modo irrimediabile e che incombe su tutta la narrazione, pare accantonato; il titolo di questa parte, “Felice con Ivan” ci fa pensare a una pacificazione, che però tale non è. Leggendo, infatti, si avverte sempre un’inquietudine di fondo, fosse anche solo nella spasmodica attesa che Ivan telefoni, lui che non appare così legato a lei quanto lei lo è a lui. Nella seconda parte entra in scena “Il terzo uomo”, il padre o la sua orrenda proiezione, in un delirio onirico, visionario che non sappiamo quanto affondi le radici nella realtà e quanto invece si risolva in considerazioni simboliche riguardanti la prevaricazione dell’uomo sulla donna. Questo capitolo è il più difficile, sia a livello contenutistico sia sotto il profilo stilistico. Nell’ultimo, invece, è più presente Malina, i suoi dialoghi fanno quasi scomparire Ivan dalla scena, eppure non è proprio così, alla fine il lettore si trova spiazzato, senza certezze sull’effettiva evoluzione della storia, anzi senza sapere se realmente una storia abbia avuto luogo o non sia stato tutto un lungo delirio.

È riduttivo, però, presentare “Malina” come la storia di un triangolo sentimentale contorto, perché all’interno della narrazione Io, quindi la Bachmann, introduce digressioni, annotazioni di costume, che talvolta leniscono anche il quadro oscuro, con osservazioni pungenti e divertenti, che siano su un salotto di amici o su un postino che non consegna più la posta. Un romanzo, insomma, che sfida il lettore alla comprensione e che può essere letto su diversi livelli (ma questo, per come la vedo io, vale per la gran parte dei romanzi). Suggerisco, al riguardo, un articolo che ho trovato sul web e che mi è parso efficace, al quale rimando per altre considerazione che avrei potuto aggiungere anch’io. In ogni caso, comunque, come sempre, a prescindere dalle interpretazioni possibili, il miglior modo di gustarsi un libro, un romanzo, è leggerlo e trarre le proprie impressioni; di conseguenza, vi lascio a un altro brano estratto da “Malina”.

“Solo sulla data ho dovuto riflettere a lungo, perché è quasi impossibile per me dire ‘oggi’, sebbene ogni giorno si dica, anzi si debba dire, ‘oggi’, ma se qualcuno mi comunica quel che si propone di fare oggi – per non dire domani – non assumo, come di solito dicono, uno sguardo assente, ma uno molto attento, per l’imbarazzo, tanto è priva di speranza il mio rapporto con l’‘oggi’, perché questo Oggi lo posso passare solo con una tremenda angoscia e una fretta pazzesca, e scrivere, o solo dire, in questa tremenda angoscia, ciò che succede, perché si dovrebbe distruggere subito quello che viene scritto sull’Oggi, come si strappano, si spiegazzano, non si finiscono, non si spediscono le lettere vere, perché sono di oggi e perché non arriveranno in nessun Oggi.

Chi una volta ha scritto una lettera orrendamente supplichevole, per poi strapparla e gettarla via, sa più di ogni altro ciò che va inteso qui per ‘oggi’. E chi non conosce quei biglietti quasi illeggibili: <<Venga, se mai, se può, se vuole, se Glielo posso chiedere! Alle cinque al Café Landtmann!>>. O questi telegrammi: <<Prego telefona subito stop oggi stesso>>. Oppure: <<Oggi non possibile>>.

Perché oggi è una parola che solo i suicidi dovrebbero usare, per tutti gli altri non ha assolutamente alcun senso, ‘oggi’ è soltanto la designazione di un giorno qualsiasi per loro, di oggi precisamente, per loro è evidente che debbono lavorare ancora una volta per otto ore, oppure sono liberi, faranno commissioni, compreranno qualcosa, leggeranno un giornale del mattino e uno alla sera, prenderanno un caffè, avranno dimenticato qualcosa, hanno un appuntamento, devono telefonare a qualcuno oppure, meglio ancora, non succede gran che.

Se invece io dico ‘oggi’, il mio respiro comincia a diventare irregolare, subentra l’aritmia che ora è anche verificabile su un elettrocardiogramma, solo non risulta dal tracciato che la causa è il mio Oggi, una cosa sempre nuova, incalzante, ma la prova del disturbo posso produrla, redatta nel volubile codice dei medici, di qualcosa che precede l’attacco di angoscia, mi predispone, mi stigmatizza, oggi in modo ancora funzionale, così dicono, credono loro, gli esperti. Solo io temo sia l’‘oggi’, che per me è troppo eccitante, troppo enorme, troppo commovente, e in questa eccitazione patologica sarà per me ‘oggi’ fino all’ultimo momento.

“Leggere è una perversione” (estratto da “Malina” di Ingeborg Bachmann)

“I libri? Sì, leggo molto, ho sempre letto molto. No, non so se ci intendiamo. Preferisco leggere per terra, anche a letto, quasi sempre sdraiata, no, qui non si tratta tanto dei libri, ha a che fare soprattutto con la lettura, col nero sul bianco, con le lettere, le sillabe, le righe, queste inumane fissazioni, i segni, questi elementi determinati, questo delirio cristallizzato in espressione, che viene dagli uomini. Mi creda, l’espressione è delirio, scaturisce dal nostro delirio. Ha anche a che fare col voltare le pagine, con il correre da una pagina all’altra, con la fuga, con la complicità di uno sfogo frenetico, ininterrotto, ha a che fare con la nefandezza di un enjambement, con l’assicurazione sulla vita in una frase sola, con l’assicurazione reversibile delle frasi nella vita. Leggere è un vizio che può sostituire gli altri vizi o a volte al loro posto aiuta tutti i vizi a vivere intensamente, è una perversione, un morbo divorante. No, non prendo droghe, prendo solo libri, veramente ho anche delle preferenze, molti libri non mi fanno bene, certi li prendo solo al mattino, altri soltanto la notte, ci sono libri che non lascio mai, vado in giro con loro per la casa, li porto dal soggiorno alla cucina, li leggo in piedi nel corridoio, non uso segnalibri, non muovo la bocca nel leggere, ho imparato presto a leggere bene, non mi ricordo del metodo, ma dovrebbe occuparsene lei piuttosto, nelle nostre scuole elementari di provincia deve essere stato eccellente, allora, quando io imparai a leggere. Sì, anch’io mi sono stupita, ma tardi, che in altri paesi la gente non sappia leggere, almeno non rapidamente, ma la velocità è importante, non solo la concentrazione, capisce, chi potrà biascicare senza nausea una frase semplice o complicata, rimuginandola con gli occhi o perfino con la bocca; una frase che consista solo in un soggetto e in predicato va goduta rapidamente, una frase con molti incisi proprio per questo va presa con una velocità pazzesca, con un impercettibile slalom delle pupille, perché altrimenti non si dà, una frase deve ‘darsi’ a un lettore. Io non potrei ‘aprirmi un varco ‘attraverso un libro, rischierei quasi di occuparmi di qualcosa. C’è della gente, le assicuro, delle gente che dà le più strane sorprese per quanto riguarda la lettura… D’altra parte ho una debolezza per gli analfabeti, conosco persino qui uno che non legge, non vuole leggere; essere in stato di innocenza, è più comprensibile per una persona che è caduta in balia del vizio di leggere, non si dovrebbe leggere affatto oppure leggere veramente…” Continua a leggere…

“Al final” (n. 24, da “Frammenti da un camino”)

Al final. Alla fine. Dello spagnolo, che pure gli appariva musicale e suadente, non conosceva granché, consapevole che non bastasse aggiungere una s alla fine delle parole per districarsi. Al final, peraltro, non aveva alcuna s, e poi non era così sicuro che la ragazza seduta al tavolo di fronte al suo avesse detto proprio quelle parole. Eppure aveva percepito proprio al final e l’aveva tradotto, in maniera del tutto arbitraria, in alla fine. Avrebbe controllato una volta tornato al paese, non potendo verificare alcunché causa l’agonizzante batteria dello smartphone, recente e ingiustificato sbalzo nella modernità che si era concesso due mesi prima.

Al final, dunque, sì, ora se ne era convinto, la ragazza aveva detto proprio così, aggiungendo poi qualcosa in direzione dei suoi tre commensali, un’altra giovane donna e due persone, che fantasticò essere la sorella, la madre e il padre. A un tavolo più lontano sedeva un solitario come lui, mentre a destra c’erano tre incravattati e ridenti personaggi che disquisivano con fare forbito su gare d’appalto, forniture e contratti da stipulare tra un Ente e un’Azienda. Le loro chiacchiere, tuttavia, erano state sopraffatte da quelle due parole, Al final, che aveva estratto da chissà quale discorso, magari da una discussione sul menù che la mora aveva tra le mani. Alla fine mangerò una pizza, forse la spagnola aveva detto questo.

Al final, alla fine, poco contava cosa avesse detto la ragazza, che appena entrata nel locale aveva attirato le sue attenzioni per altri motivi, meno grammaticali. Gli sembrava che quel Al final fosse stato piazzato lì dal caso, quel caso su cui s’interrogava senza mai capire cosa intendesse lui con la parola caso, ma che ad ogni modo lo stava inducendo a una sorta di bilancio di quelle due giornate passate in una solitudine scelta e subita. Il cameriere gli portò il piatto, lui chiese il permesso al quadro raffigurante il calciatore idolo della città e inforcò un nugolo di spaghetti. Guardando la piccola brocca con il quarto di vino, gli sovvennero altre parole, come un eco lontana ma non per questo inudibile. Continua a leggere…

“La Boemia è sul mare” (Ingeborg Bachmann)

Qualche tempo fa scoprii, leggendo altri libri di Ingeborg Bachmann, l’esistenza della poesia “La Boemia è sul mare”. La cercai sul web, trovando traduzioni molto differenti tra loro. Chiesi anche a una mia amica che conosce la lingua tedesca di tradurla o comunque di dirmi quale delle diverse versioni fosse la più aderente all’originale, per quanto sia improbabile, se non impossibile, tradurre poesia da una lingua all’altra.

Scopro adesso, grazie al sito Rai Letteratura, l’esistenza del video che riporto nel link sottostante (purtroppo non so perché non mi riesce d’incorporare l’anteprima nell’articolo, come per i video ripresi da youtube), nel quale la Bachmann, dopo aver introdotto la poesia con riferimento a Shakespeare, la legge. Di seguito al video, trascrivo la versione proposta nello stesso.

La Boemia è sul mare (Ingeborg Bachmann)

La Boemia è sul mare

Se qui sono verdi le case, entro ancora in una casa

se qui sono intatti i ponti, avanzo su solido fondo

se per sempre è persa ogni fatica d’amare, io qui la perdo volentieri

se non sono io, è un altro, ed è lo stesso che me

se una parola qui confina sino a me, io lascio che confini

se la Boemia è ancora sul mare, io credo di nuovo ai mari

e se credo di nuovo al mare, ancora spero nella terra

se sono io, è ogni altro, e vale lo stesso che me

non voglio più nulla per me, voglio precipitare fino in fondo

fino al mare, ritrovo là la Boemia

una volta dannato, nel fondo, mi risveglio sereno

ora questo so, fin dalle radici dell’animo e non mi posso più perdere

venite, boemi tutti, marinai, prostitute di porto e navi senza ormeggio

non volete essere Boemi, voi Illiri, Veronesi, Veneziani, tutti?

recitate le vostre commedie che fanno ridere e che son fatte per piangere

e per cento volte sbagliate, come mi sono sbagliato io

e mai ho superato una prova

no, le ho poi superate, una dopo l’altra

come la Boemia le ha superate un bellissimo giorno

fu premiata col mare ed è ora sul mare

io confino ancora con una parola, con un’altra terra

per quanto per poco, confino sempre più con tutto

sono un boemo, un errante, che non ha nulla e nulla tiene

soltanto capace di guardare dal mare, che è dubbio, la terra della mia scelta

(Ingeborg Bachmann)

“Diario di guerra” (Ingeborg Bachmann)

diario di guerra

“Così, dunque, stanno le cose. Tutti parlano di me, e naturalmente anche l’intero parentado: “Va con l’ebreo”. E la mamma naturalmente è molto nervosa per vie delle chiacchiere, e non riesce proprio a capire quale significato ha per me tutto questo. Siccome si limita a girarci intorno, oggi in cucina ho preso io l’iniziativa e le ho detto che fra di noi non facciamo mai discorsi che non potrebbero essere ascoltati da chiunque altro, e che lei per prima lo sa ed è la prima a rendersene conto. Mi conosce, no? Ma non è questo il problema, è per via di quel “va con l’ebreo”. E le ho detto che andrò dieci volte su e giù per Verlach e Hermagor, insieme a lui, anche se tutti si scandalizzeranno, adesso lo farò e a maggior ragione.

È l’estate più bella della mia vita e, dovessi campare cent’anni, queste resteranno per me la primavera e l’estate più bella. Della pace non si avverte un gran che, dicono in tanti, ma per me è pace, pace! La gente è spaventosamente stupida; che cosa si aspettava dopo una simile catastrofe, di essere catapultata da un giorno all’altro nel paese di cuccagna? Che gli inglesi non avessero altro per la testa, se non prepararci un letto di rose? Mio Dio, chi avrebbe pensato qualche mese fa anche soltanto di uscirne vivi! Ho ripreso ad andare ogni giorno sulla Goria, da sola e per sognare, sognare sogni magnifici! Perché sono viva, viva! Oh Dio, essere libera e vivere, anche senza scarpe, senza pane e burro, senza calze, senza…macché, sono tempi magnifici!”.

(Ingeborg Bachmann, “Diario di guerra”, ed. Adelphi)

In questo volume sono raccolte alcune pagine che Ingeborg Bachmann scrisse nel biennio 1944 – 1945. Si tratta, com’è intuibile dal titolo e soprattutto dagli anni, di pagine che vedono la Bachmann diciottenne immersa nel secondo conflitto mondiale. In particolare, una prima parta di scritti attengono al periodo precedente la liberazione della città di Klagenfurt e da queste si evince come la futura scrittrice si ribellasse alla cultura nazista che cercavano di inculcarle nelle scuole austriache. Continua a leggere…

“Letteratura come utopia” (Ingeborg Bachmann)

Bachmann

“La prima e la più grave delle domande di cui vi ho parlato e su cui ogni scrittore deve prendere posizione, è quella che riguarda la giustificazione della sua esistenza. Certo quasi mai essa affiora alla coscienza del singolo autore che, sedotto e animato dal proprio talento, scrive le sue opere e spesso avverte la presenza di questa domanda solo tardivamente. Perché scrivere? A quale fine? Perché, dal momento in cui non c’è più un mandato dall’alto, anzi non esistono più mandati, e quelli che si spacciano per tali, non ingannano più nessuno? Su che cosa scrivere, per chi, e a che cosa dare voce al cospetto degli uomini, in questo mondo? Anche chi è più posseduto dal desiderio di interpretare e di dare un senso alle cose, anche costui come può sopravvivere in virtù di una qualche interpretazione, di un’attribuzione di senso, o anche solo in virtù di una qualsiasi descrizione, per quanto esatta possa sembrargli? E i suoi giudizi per mezzo del linguaggio, perché uno scrittore giudica sempre, egli giudica cose ed esseri umani nel momento stesso in cui dà loro un nome, non sono forse del tutto indifferenti o fuorvianti, o addirittura riprovevoli? E se egli osasse assegnarsi da solo un compito (è oggi questa la sola possibilità che gli resta!) non sarebbe questo compito arbitrario, ambiguo, e non sarebbe egli sempre – malgrado ogni suo sforzo – in debito di qualcosa nei confronti della verità? E tutto il suo operare non sarebbe forse hybris, e non dovrebbe egli diffidare di ogni propria parola, di ogni finalità, persino di sé stesso?”

(Ingeborg Bachmann, “Letteratura come utopia”, ed. Adelphi)

L’invidia è un sentimento terribile e mi spiace ammettere che sono invidioso. Invidio, con tutto ciò che resta del mio cuore, gli studenti dell’Università di Francoforte, in particolare quelli che nel 1959-1960 poterono assistere alle cinque lezioni di letteratura tenute da Ingeborg Bachmann. Continua a leggere…

“Quel che ho visto e udito a Roma” (Ingeborg Bachmann)

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“A Roma ho visto che il Tevere non è bello, ma trascurato nelle banchine, da dove spuntano rive a cui non c’è chi metta mano…a Roma ho visto che molte case assomigliano al palazzo Cenci, dove la sventurata Beatrice visse prima della sua esecuzione. I prezzi sono alti e le tracce della barbarie ovunque…Ho visto a Campo de’ Fiori che Giordano Bruno continua a essere bruciato. Ogni sabato, quando smantellano le bancarelle intorno a lui e restano solo le fioraie, quando la puzza di pesce, cloro e frutta marcita va disperdendosi sulla piazza, gli uomini raccolgono sotto i suoi occhi i rifiuti che sono rimasti dopo che di tutto è stato fatto mercato, e danno fuoco al mucchio. Di nuovo si leva il fumo, e le fiamme mulinano all’aria. Una donna grida, e gli altri gridano con lei. Dato che nella luce forte le fiamme sono incolori, non si vede dove arrivano e dove cercano di colpire. Ma l’uomo sul basamento lo sa e perciò non ritratta…

A Roma  ho udito certamente che più di uno ha il pane ma non ha i denti, e che le mosche vanno sui cavalli più magri. Che a uno è stato donato molto e all’altro niente; che chi la tira, la strappa e che soltanto una colonna solida sostiene la casa per cent’anni. Ho udito che al mondo c’è più tempo che intelletto, ma che gli occhi ci sono dati per vedere”

(Ingeborg Bachmann, “Quel che ho visto e udito a Roma”)

La prima impressione che il lettore potrebbe avere prendendo tra le mani “Quel che ho visto a Roma” di Ingeborg Bachmann, è quella di trovarsi di fronte a testi datati, inattuali. In questo volume edito da Quodlibet, infatti, oltre allo scritto di poche pagine che dà il titolo al libro, sono raccolte le corrispondenze che la scrittrice e poetessa tedesca elaborò per Radio Brema nel bienno 1954-1955. Non si tratta, quindi, né di un romanzo, né di una poesia, né tanto meno di un saggio compiuto su un determinato argomento.

Superata la titubanza iniziale, però, il lettore (nel caso specifico io) si renderà conto che la pretesa “inattualità” del testo, se è tale per quanto riguarda i riferimenti particolari, non lo è sotto altri profili. Continua a leggere…

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