Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Uncategorized”

“La caverna” (José Saramago)

(Se il Castello di Kafka risulta inaccessibile all’agrimensore K., al contrario il Centro, luogo non meno misterioso e burocratico, pare voler inghiottire l’esistenza dell’onesto artigiano Cipriano Algor, di sua figlia Marta e del cane Trovato. Il Centro, infatti, annullando un ordine di vasi che Cipriano doveva consegnare, lo getta nell’angoscia per un futuro incerto, ma al tempo stesso gli offre la possibilità di andare ad abitare lì, nel Centro, grazie a Marçal, compagno di Marta. Il tutto, però, alle condizioni che il Centro stesso pone, inderogabilmente.
Narrandoci la vicenda della famiglia di artigiani in balia di eventi non controllabili, Saramago riflette su temi di più ampio respiro, quali la globalizzazione e la macchina burocratica, ma più ancora su quell’oscura caverna che, tra ombre inquietanti e sprazzi di luce gioiosi, è la nostra esistenza.)

“Avvertiamo però, fin d’ora, che non sarà possibile giungere a una conclusione, ancorché provvisoria, come lo sono tutte, se non cominceremo con l’accettare una premessa iniziale certamente scioccante per gli animi retti e ben formati, ma non per questo meno vera, la premessa che, in molti casi, il pensiero manifestato è stato, per così dire, scagliato in prima linea da un altro pensiero che non ha ritenuto opportuno manifestarsi”.
(José Saramago, “La caverna”, ed. Feltrinelli)

Anton Čechov, “L’uomo nell’astuccio”.

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(Stasera ero indeciso su quale nuovo libro leggere e nel dubbio ho ripreso uno stupendo racconto, “L’uomo nell’astuccio” di Čechov, che in circa 15 pagine descrive un tipo umano, per l’appunto un uomo che vive nel suo astuccio mentale, sempre impaurito dalle novità, amante dei divieti e perplesso di fronte ai permessi, un uomo che con il suo angusto atteggiamento condiziona anche chi è attorno a lui.)

Di certo avete sentito parlare di lui. Si faceva notare perché non usciva nemmeno col bel tempo se non con il parapioggia, con le soprascarpe, e con un soprabito foderato. Il suo parapioggia aveva la fodera, il suo orologio aveva un astuccio di pelle grigia, il suo temperino, quando lo tirava fuori per temperare la matita, aveva anch’esso un astuccio; pareva che stesse in una fodera perfino il suo viso, perché egli lo nascondeva sempre nel bavero rialzato. Portava occhiali affumicati, un panciotto di lana; metteva cotone nelle orecchie e, prendendo una vettura, faceva tirar su il soffietto. In breve, si osservava in costui il desiderio irresistibile e costante di rannicchiarsi il più possibile in un guscio: di costruirsi, per così dire, un astuccio che lo isolasse e lo riparasse dagli influssi esterni. La realtà lo sgomentava, lo urtava, lo teneva in una perpetua emozione; e forse era per giustificare il suo sgomento o disgusto del reale, che instancabilmente vantava ciò ch’è passato ed inesistente. Le lingue antiche, che insegnava, erano per lui come le sue soprascarpe e il suo parapioggia, e di esse si faceva schermo contro la realtà della vita.”

(Anton Čechov, “L’uomo nell’astuccio”, contenuto in Čechov. Racconti”, ed. Garzanti)

“I baffi” (Emmanuel Carrère)

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(Un uomo decide di tagliarsi i baffi, che ha sempre avuto. La moglie non solo non si accorge di alcunché, ma sostiene che l’uomo non ha mai avuto i baffi. Anche amici e colleghi non notano alcun cambiamento. L’uomo inizialmente pensa a uno scherzo troppo prolungato, poi entra in un turbine di ipotesi al limite tra immaginazione e realtà.)

«Che cos’è questa storia dei baffi?».

«Agnès,» mormorò «Agnès, li ho rasati. Non è grave, ricresceranno. Guardami, Agnès. Che cosa succede?».

Ripeteva ogni parola, piano, quasi canticchiando e intanto la accarezzava, ma lei si scostò di nuovo, con gli occhi sgranati, come in macchina, la stessa progressione.

«Sai bene che non hai mai avuto i baffi. Smettila, per favore» gridò. «Per favore. È stupido, per favore, mi fa paura, smettila… perché lo fai?» sussurrò alla fine.

Non rispose. Si sentiva affranto. Cosa le poteva dire? Di finirla con quella farsa? Per riprendere quel dialogo tra sordi? Cosa stava succedendo? Gli tornavano in mente certi scherzi sconcertanti che lei faceva ogni tanto, la storia della porta murata… A un tratto ripensò alla cena da Serge e Véronique, all’ostinazione con cui avevano finto di non vedere niente. Che cosa gli aveva detto, e perché? Cosa voleva?”

(Emmanuel Carrère, “I baffi”, ed. Adelphi)

“Il buon soldato Sc’vèik” (Jaroslav Hašek)

1. Come ebbe luogo l’intervento del buon soldato Sc’vèik nella guerra mondiale.

Sicché ci hanno ammazzato Ferdinando”, disse la fantesca al signor Sc’vèik, che avendo da qualche anno lasciato il servizio nell’esercito per essere stato dichiarato idiota dalla commissione medica militare, ora viveva vendendo degli orribili cani, ibridi mostri per i quali compilava delle fittizie genealogie.

Come se questa occupazione non bastasse, era affetto da reumatismo, e proprio in quel momento si stava frizionando i ginocchi con l’unguento di opodeldok.

Quale Ferdinando, signora Müller?” domandò Sc’vèik senza cessare di massaggiarsi i ginocchi. “Io conosco due Ferdinandi: il primo è commesso dal droghiere Prušy, e una volta si bevve per isbaglio una bottiglia di lozione per capelli; e poi conosco anche Ferdinando Kókoška, che raccoglie lo sterco di cane. Per tutti e due non sarebbe un gran male.”

Ma nossignore, l’arciduca Ferdinando, quello di Kónopište, così grosso e così religioso…”

Gesummaria!” eclamò Sc’vèik. “Questa sì che è bella! E dov’è che gli è capitata questa faccenda, all’arciduca?”

Gli hanno sparato addosso a Sarajevo, con la rivoltella, signor mio, mentre se n’andava in automobile con l’arciduchessa.”

Guarda un po’, in automobile, signora Müller. Un tale si permette l’automobile e non va certo a pensare che una girata in automobile vada a finire così male.”

(Jaroslav Hašek, “Il buon soldato Sc’vèik”, ed. Feltrinelli)

“Midland a Stilfs” (Thomas Bernhard)

Midland a Stilfs

Il nostro destino si chiama Stilfs, perpetua solitudine. In verità possiamo contare sulle dita di una mano le persone che di tanto in tanto ci fanno visita in qualità di cosiddette persone gradite, ma anche di queste persone gradite abbiamo paura, abbiamo paura che possano farci visita, perché noi abbiamo paura di tutti quelli che potrebbero farci visita, abbiamo sviluppato una paura immane all’idea che in generale qualcuno posa farci visita all’improvviso, sebbene nulla aspettiamo con maggior fervore di un essere umano – e quante volte pensiamo: non importa che specie di umano, fosse pure disumano! – che venga a farci visita e a interrompere il nostro martirio d’alta montagna, i nostri esercizi spirituali a vita, il nostro inferno di solitudine. Ci siamo rassegnati a stare per conto nostro, ma continuiamo a pensare che qualcuno potrebbe venire a Stilfs e non sappiamo, quando qualcuno viene a farci visita, se sia insensato o dannoso, oppure dannoso e insensato che questa persona ci faccia visita, ci chiediamo se sia necessario che questa persona salga fin qui a Stilfs, se non sia una sleale infrazione delle nostra regola di solitudine oppure la nostra salvezza.”

(Thomas Bernhard, “Midland a Stilfs”, ed. Adelphi)

Vita e destino (Vasilij Grossman)

Vita e destino

“Salendo sul tram le giovani spintonavano le più anziane o le più deboli con silenzioso zelo. Un cieco con il colbacco dell’Armata Rossa – con ogni probabilità era stato appena dimesso dall’ospedale e non era ancora in grado di farsi carico della sua cecità – si muoveva a piccoli passi cauti e affannati, battendo a intermittenza il bastone davanti a sé. A un certo punto si aggrappò avidamente, come un bambino, alla manica di una donna non più giovane. Quella si staccò la mano di dosso e allungò il passo in un tintinnare di scarponi ferrati sui ciottoli, mentre lui, senza mollare la presa, le spiegava: «Mi aiuti a salire, esco ora dall’ospedale…».
La donna lo insultò, strattonandolo, e il cieco perse l’equilibrio, finendo a terra.
Ljudmila la guardò.
Da dove le veniva quell’espressione disumana? Che cosa l’aveva generata? La fame del 1921, vissuta da bambina? La moria del 1930? Una vitta fatta solo di miseria?
Il cieco rimase immobile per un istante, poi si alzò e si mise a urlare con voce stridula. I suoi occhi ciechi dovevano aver visto con insostenibile chiarezza tutta la scena: un poveruomo con il colbacco di traverso che agitava il bastone.
Lo roteava in aria, il suo bastone, e in quei mulinelli c’era tutto il suo odio per il mondo spietato di chi vedeva. La gente saliva sul tram a furia di spinte, e lui restava lì, a piangere e urlare. Era come se coloro che Ljudmila aveva riunito con speranza e affetto nel vincolo comune della fatica, del bisogno, della bontà e del dolore avessero stabilito di comportarsi in modo crudele. Si erano messi d’accordo per confutare l’idea che il cuore di chi ha gli abiti unti e le mani nere è sempre buono.
Qualcosa di straziante e di sinistro la sfiorò, e bastò quel contatto a colmarla del freddo e del buio delle migliaia di verste della nostra povera Russia sterminata, a darle la sensazione di non sapersela cavare nella tundra della vita.”
(Vasilij Grossman, “Vita e destino”, ed. Adelphi)

“Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Erich Maria Remarque)

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(L’orrore della Prima guerra mondiale, ma in generale di tutte le guerre, in un romanzo che è un pugno allo stomaco. )

Io sono giovane, ho vent’anni, ma della vita non conosco altro che la disperazione, la morte, il terrore e la insensata superficialità unita a un abisso di sofferenze. Io vedo dei popoli spinti l’uno contro l’altro, e che senza una parola, inconsciamente, stupidamente, in una incolpevole obbedienza si uccidono a vicenda. Io vedo i più acuti intelletti del mondo inventare armi e parole perché tutto questo si perfezioni e duri più a lungo. E con me lo vedono tutti gli altri uomini della mia età, da questa parte e da quell’altra del fronte, in tutto il mondo. Lo vede e lo vive la mia generazione. Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo e andremo davanti a loro a chiedere conto? Che cosa si aspettano da noi, quando verrà il tempo in cui non vi sarà guerra? Per anni e anni la nostra occupazione è stata quella di uccidere: è stata la nostra prima professione nella vita. Il nostro sapere della vita si limita alla morte. Che accadrà dopo? Che ne sarà di noi?”

(Erich Maria Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, ed. Neri Pozza)

Scrivere per comprendere (José Saramago)

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Ricordo che qualche volta mi domandarono (domanda che si a spesso a uno scrittore) perché scrivo. Ricordo che all’inizio dicevo di scrivere perché pensavo di piacere alle persone. Risposta molto comune. Poi, passai a dire che scrivevo perché non volevo morire, con l’idea che l’opera rimane ben oltre la vita dell’autore, idea anch’essa un po’ temeraria, perché anche l’opera finirà, come ogni altra cosa, e può essere dimenticata. E ora, quando devo rispondere a questa domanda, mi limito a dire che scrivo per comprendere, senza avere la certezza di aver compreso. In definitiva non si può avere la certezza di aver compreso tutto. Nessuno comprende tutto, mai, ma in fondo lo sforzo di comprendere è questa necessità di conoscenza.”

(Le parole sono tratte dal video su Youtube, intitolato “José Saramago – Intervista di Luciano Minerva per Rainews, marzo 2001”. Dura 12 minuti ma la consiglio agli ammiratori dello scrittore portoghese e non solo.)

“Gli americani a Vicenza” (Goffredo Parise)

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Gli americani giravano per la città in abiti estivi, magliette e scarpe bianche. Il mattino che succedeva alla bufera molti di essi giacevano rannicchiati contro i portali delle chiese, coperti di giornali. Non riconoscevano le strade e i vicoli e giravano tutta la notte di bar in bar fino alla chiusura e ancora fino al mattino senza ritrovare la via delle caserme. Gastone il corista, che girava la notte cantando, morì in quei giorni, suicida; si buttò nel fiume una bella sera. Certe volte era lui a fare da guida agli americani e solcava a braccetto con loro la nebbia cantando il Trovatore, l’Otello, la Traviata. Un ragazzo negro si addormentò sotto un arco palladiano in una di quelle famose notti. Svegliatosi in mezzo alla piazza coperta di neve, spettrale alla luce delle lampade al mercurio, incanutì; in preda a un forte choc (tremava e piangeva, credendosi in un altro pianeta) fu portato all’ospedale dove fu interrogato: raccontò di uno strano sogno con versetti della Bibbia che si ripetevano ossessivi e disse che al risveglio, esattamente come nel sogno, gli era parso di vedere la piazza e il cielo notturno invasi da una nube di colombi bianchi.

Il mattino del 7 febbraio il cielo apparve coperto di elicotteri carichi di materiali. Per le strade giravano americani in tuta di gomma e scafandri: la città era deserta, non un’anima camminava per le strade e le piazze, coperte da quaranta centimetri di neve.”

(Goffredo Parise, “Gli americani a Vicenza”, ed. Adelphi)

In questo volume, edito per la prima volta nel 1987, anno successivo alla morte di Parise, sono raccolti una serie di racconti apparsi su quotidiani e riviste nel periodo 1952-1965, ambientati nella provincia veneta.

Mosca-Petuškì poema ferroviario (Venedict Erofeev)

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A parziale smentita del fatto che in questo periodo leggo meno libri, ecco “Mosca-Petuškì poema ferroviario” di Erofeev, libro del quale mi avevano parlato, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, prima una mia amica e poi Paolo Nori, che lo ha tradotto e ne ha scritto l’introduzione, quando venne qui a Piacenza a presentare il suo “I russi sono matti”.

Il libro, scritto nel 1970, circolò clandestinamente per anni, fu pubblicato solo all’estero e ed ebbe via libera in Russia solo due decenni dopo. Il romanzo si svolge quasi tutto sul treno che da Mosca porta a Petuškì, sul quale il protagonista e i personaggi secondari discettano di argomenti vari, citando personaggi della storia russa o altri autori, condendo il tutto con dosi massicce di alcool.

Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, a patto di stipulare un accordo ben preciso con l’autore, cioè quello di abbandonare la nostra (presunta) razionalità e lasciarci guidare dalle deliranti parole del protagonista/autore.

Tutti dicono: il Cremlino, il Cremlino. Con tutto quello che ne ho sentito dire, non l’ho mai visto. Quante volte ormai (mille volte), con addosso il ciclone o l’anticiclone ho attraversato Mosca da nord a sud, da occidente a oriente, dall0inizio alla fine, da una parte all’altra e a casaccio, non l’ho mai visto neanche una volta.

E ieri, ecco, non l’ho visto neanche ieri, eppure ho girato tutto il giorno intorno a quei posti lì, e non è che fossi neanche tanto ubriaco: uscito dalla stazione Savelskaja avevo bevuto per cominciare un bicchiere di vodka del Bisonte perché so per esperienza che, come decotto mattutino, il genere umano non ha ancora inventato di meglio.”

(Venedikt Erofeev, “Mosca-Petuškì poema ferroviario”, traduzione di Paolo Nori, ed. Quodlibet)

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