Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Mosca-Petuškì poema ferroviario (Venedict Erofeev)

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A parziale smentita del fatto che in questo periodo leggo meno libri, ecco “Mosca-Petuškì poema ferroviario” di Erofeev, libro del quale mi avevano parlato, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, prima una mia amica e poi Paolo Nori, che lo ha tradotto e ne ha scritto l’introduzione, quando venne qui a Piacenza a presentare il suo “I russi sono matti”.

Il libro, scritto nel 1970, circolò clandestinamente per anni, fu pubblicato solo all’estero e ed ebbe via libera in Russia solo due decenni dopo. Il romanzo si svolge quasi tutto sul treno che da Mosca porta a Petuškì, sul quale il protagonista e i personaggi secondari discettano di argomenti vari, citando personaggi della storia russa o altri autori, condendo il tutto con dosi massicce di alcool.

Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, a patto di stipulare un accordo ben preciso con l’autore, cioè quello di abbandonare la nostra (presunta) razionalità e lasciarci guidare dalle deliranti parole del protagonista/autore.

Tutti dicono: il Cremlino, il Cremlino. Con tutto quello che ne ho sentito dire, non l’ho mai visto. Quante volte ormai (mille volte), con addosso il ciclone o l’anticiclone ho attraversato Mosca da nord a sud, da occidente a oriente, dall0inizio alla fine, da una parte all’altra e a casaccio, non l’ho mai visto neanche una volta.

E ieri, ecco, non l’ho visto neanche ieri, eppure ho girato tutto il giorno intorno a quei posti lì, e non è che fossi neanche tanto ubriaco: uscito dalla stazione Savelskaja avevo bevuto per cominciare un bicchiere di vodka del Bisonte perché so per esperienza che, come decotto mattutino, il genere umano non ha ancora inventato di meglio.”

(Venedikt Erofeev, “Mosca-Petuškì poema ferroviario”, traduzione di Paolo Nori, ed. Quodlibet)

“I russi” (Tommaso Landolfi)

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La biografia di Dostoevskij è, si può ben dire, inesauribile; e non ci si vuol qui riferire a quello che di oscuro o di torbido vi è contenuto, piuttosto anzi ai suoi caratteri palesi. Essa insomma è tanto congrua e tipica non solo del suo destino, ma del destino dello scrittore in generale (per non dire dell’uomo, superiormente inteso), da restare una fonte perenne di meditazione e da renderci poi ben accetto qualunque tentativo un po’ serio di interpretazione, di chiarimento o semplicemente di esposizione che altri fornisca. Difatto tutto quanto si direbbe a priori necessario per stimolare le facoltà dell’animo e per vivere una vita intensamente spirituale, per toccare il fondo della umana miseria e ritrovarvi il pegno di una tragica grandezza, per dominare la realtà e trasformarla, tutto ciò in codesta esistenza accade puntualmente; fino al contatto punto fittizio con la morte, da giustificare la frasetta di molti biografi secondo cui Dostoevskij sarebbe, al pari di Dante, tornato dal regno delle tenebre per raccontarci le proprie avventure. D’altro canto, come le qualità dello scrittore vero non sono sostanzialmente diverse da quelle degli altri uomini, ma soltanto si presentano assai più acute, così le esperienze terrene di Dostoevskij non sono forse eccezionali di per sé, se non che eccezionalmente magnificate e quasi fatte esemplari.”

(Tommaso Landolfi, “I russi”, ed. Adelphi)

“Casa d’altri” (Silvio D’Arzo)

(Tra le bellezze del web, il fatto che qualcuno mi abbia segnalato Silvio D’Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni, scrittore nato nel 1920 e morto trentaduenne a Reggio Emilia, autore dello stupendo e malinconico racconto “Casa d’altri”, contenuto in questa raccolta assieme ad altri tre.)

Per tre mesi ero andato ogni sera al canale, e ogni sera l’avevo trovata laggiù coi suoi stracci. La sua capra frugava qua e là. Mi fermavo lì, sopra l’argine sempre come per caso e mai più di un minuto, appena il tempo che lei s’accorgesse o mostrasse d’accorgersi. E poi indietro ancora, in parrocchia. Mai una volta in tre mesi che m’abbia fatto il più piccolo segno o abbia alzato anche solo la testa. Lei c’era ancora: ecco tutto; e io dall’argine vedevo che c’era, ed il resto non voleva dir niente. E tutti e due sapevamo benissimo che non ci saremmo parlati mai più, neanche più salutati incontrandoci, ma anche questo era meno di niente.

E adesso era finita. Qualcosa era successo, una volta, e adesso era tutto finito.

Non provavo neppure dolore, però, né rimorso o malinconia o roba simile. Mi sentivo solo dentro un gran vuoto come se ormai non potesse capitarmi più niente. Niente fino alla fine dei secoli.”

(Silvio D’Arzo, “Casa d’altri”, ed. Einaudi)

“Pro o contro la bomba atomica” (Elsa Morante)

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Difatti, i benpensanti addetti ai governi, dal Mediterraneo alla Siberia, glorificano con tutto il cuore i peggiori mostri della non-arte; e sostengono volentieri le più sudicie gazzette disposte a diffamare i veri artisti. Dovunque sia loro permesso d’intervenire, quei direttori generali delle anime si adoperano a «minimizzare», e possibilmente a strangolare ogni viva espressione della realtà che è il respiro dell’arte. E mentre, come si conviene, condannano ufficialmente il commercio delle droghe, ogni giorno, poi, attraverso i loro giornaletti, la loro radio e la loro televisione, propinano alla gente ‘oppio dell’imbecillità. Non esiste stupefacente più efficace di questo, per corrompere e degradare un popolo; e non c’è, evidentemente, immoralità peggiore che fare un commercio di Stato di questa droga.”

(Elsa Morante, “Pro o contro la bomba atomica”, ed. Adelphi)

“Io, un altro. Cronaca di una metamorfosi” (Imre Kertész)

(Non avevo mai letto nulla di Imre Kertész, scrittore ungherese (1929-2016). Premio Nobel per la letteratura nel 2002, nel 1944 venne deportato ad Auschwitz e poi trasferito in altri campi di concentramento rientrando, dopo la liberazione, in Ungheria. Leggo che ha tradotto, tra gli altri, Freud, Nietzsche, Canetti e Wittgenstein. Dopo “Io, un altro”, leggerò sicuramente altri suoi libri.)

Come se questi giovani uomini – non tenendo conto di ciò che è inutile considerare, vale a dire le loro persone – fossero i medesimi individui che avevo visto negli anni quaranta, con le stesse facce, le stesse movenze ecc.: e ciò purtroppo allude a una realtà permanente. Balza all’occhio la mancanza di qualsiasi capacità di adattamento, di una minima flessibilità: stanno ripetendo la medesima cosa nell’identico modo, e questo indica che le loro radici vitali sono affette da gravi disfunzioni. La loro aggressività è soltanto una simulazione, un segno dell’evidente decadenza, dell’incapacità di vivere: queste persone non saranno portate alla perdizione dall’antisemitismo, ma da un egoismo soffocato, limitato, inadeguato a qualunque rinnovamento – e tutto ciò indica che sono perduti ormai da parecchio tempo. In loro manca completamente il raffinato istinto dell’apprendimento: si sono chiusi a riccio, si sono esclusi – e quando la cultura di una comunità non riesce a tenere il passo della cultura mondiale, non può che guardare inebetita l’abisso che si spalanca sotto i suoi piedi, sebbene quella voragine si apra proprio per essa, perché vi precipiti.”

(Imre Kertész, “Io, un altro, Cronaca di una metamorfosi”, ed. Bompiani)

Perché leggendo mi lascio invadere dalla realtà. Alla ricerca di una risposta che non c’è.

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Forse c’è solo una cosa che mi piace più di una Biblioteca affollata: una Biblioteca semi-deserta, a patto che sia tale dopo essere stata piena. Una Biblioteca sempre vuota mi deprimerebbe, mentre una sempre piena m’impedirebbe di godere, per un certo lasso di tempo, della solitudine, direi dell’intimità che desidero esistere tra me e i libri.

Ho passato decenni nella Biblioteca di Itri, ma sarebbe inutile descrivere perché ero e sono affezionato a quel posto, rivangare tutti i pensieri, più o meno stupidi, che hanno attraversato la mia mente mentre ero seduto lì dentro.

Da poco più di sei mesi frequento la Biblioteca di Piacenza. Adesso è aperta fino alle 21.00 e spesso, dopo essere passato nel tardo pomeriggio (quando i tavoli sono pieni di studenti e/o lettori), torno dopo cena, per concedermi un’ora circa prima della chiusura.

A quest’ora ancora ci sono alcuni utenti, ma rispetto al pomeriggio gran parte dei tavoli sono vuoti e posso scegliere dove sedermi. Leggo un po’, poi mi alzo e comincio a girare tra gli scaffali, meravigliato da quanti libri non abbia letto, da quanti non riuscirò a leggere. Questo, tuttavia, non mi sconforta, non ho mai avuto l’ambizione di leggere tutti i libri del mondo né quella di accumularli in modo seriale.

Stasera, mentre mi aggiravo tra gli scaffali di letteratura francese, ho ripensato a una domanda che talvolta mi sono sentito porre, una domanda semplice ma alla quale non ho mai saputo dare una risposta. “Perché ti piace leggere?” Qualche anno fa, in maniera scherzosa (ma neanche tanto) scrissi sul mio blog un articolo intitolato “35 motivi semi-seri per amare la Letteratura”; ora, volendo dare una risposta meno evasiva, mi accorgo che sono piuttosto disarmato.

“Perché mi piace”, potrei dire, ma non mi soddisfa.

“Perché ti fa evadere dalla realtà”, potrebbe suggerirmi qualcuno. Ed è qui, invece, che mi sovviene un’idea, forse estemporanea o forse no. No, quando leggo un libro non evado dalla realtà, quando leggo un libro sono invaso dalla realtà, quanto meno dalla realtà di un essere umano che ha scritto quel testo, e le ha scritte in quel determinato modo, scegliendo quella parola piuttosto che un’altra per un preciso motivo.

Mi fermo, guardo sullo scaffale e rivedo nomi di autori che leggevo venti anni fa. Ne prendo in mano uno e il mio cervello è invaso da una realtà che collega la piccola Biblioteca di Itri a questa in cui mi trovo ora. Tutto il resto, nella mia testa, accade da sé, in pochi minuti un flusso di pensieri si dipana vorticosamente ed è difficile capire dove possa dirigersi. Lo lascio fluire, quasi fossi spettatore di un film altrui.

Poi, come per respirare, guardo l’orologio: sono quasi le 21.00, è ora di andare.

“Perché leggendo mi lascio invadere dalla realtà”. La prossima volta che qualcuno mi chiederà perché mi piace leggere, risponderò così, consapevole che questa risposta potrebbe indurre l’interlocutore a nutrire qualche dubbio sulla mia razionalità. Questo, tuttavia, è un problema secondario, molto secondario.

“Homo poeticus” (Danilo Kiš)

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“La poesia (=letteratura) è anche, lo so bene, e lo è sempre di più, la descrizione delle ingiustizie sociali e la patetica condanna di queste ingiustizie (come lo era ancora ai tempi di Dickens), la descrizione e la condanna dei campi di sterminio, degli ospedali psichiatrici e di tutte le forme di oppressione, di tutte le coercizioni che vogliono ridurre l’uomo a una dimensione sola – quella di zôon politikón, l’animale politico, privandolo così di tutte le sue ricchezze, del suo pensiero metafisico e della sua sensibilità poetica -, che vogliono distruggere nell’uomo ogni elemento non animalesco, la sua neocorteccia, ridurlo a una bestia militante, all’uomo engagé e unicamente engagé, un animale folle, cieco, rabbioso. Giacché questo principio – che spesso, bisogna ammetterlo, anche noi sosteniamo -, in base al quale la letteratura deve essere impegnata o non è letteratura, evidenzia soltanto fino a che punto la politica è penetrata in tutti i pori della nostra vita e del nostro essere, invadendo ogni cosa come una palude, fino a che punto l’uomo sia diventato unidimensionale e povero di spirito, fino a che punto la poesia sia stata sconfitta e sia diventata un privilegio dei ricchi e dei «decadenti» – loro si possono permettere il lusso della poesia, mentre noialtri… Ecco il pericolo che ci minaccia. Ma dobbiamo essere coscienti che la letteratura, la poesia sono una diga contro la barbarie, e che anche se la poesia forse non «nobilita i sensi», è comunque utile: dà un senso alla vanità dell’esistenza.”
(Danilo Kiš, “Homo poeticus”, ed. Adelphi)

“Lettere da Torino” (Friedrich Nietzsche)

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“A Franz Overbeck. Torino, 18.10.1888.
Caro amico, ieri ho fatto, con la Tua lettera in mano, la mia consueta passeggiata pomeridiana fuori Torino. Ovunque la più limpida luce di ottobre, lo splendido viale alberato, che per circa un’ora mi ha condotto lungo il corso del Po, quasi non ancora sfiorato dall’autunno. Adesso sono l’uomo più colmo di gratitudine del mondo – con una disposizione d’animo autunnale nel miglior senso del termine: è il periodo della mia grande vendemmia. Tutto mi diventa facile, tutto mi riesce…”
(Friedrich Nietzsche, “Lettere da Torino”, ed. Adelphi)

Lezioni di letteratura (Julio Cortázar)

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L’umorismo passa la falce sotto tutti i piedistalli, tutte le pedanterie, tutte le parole con tante maiuscole. L’umorismo è dissacrante; non lo dico in senso religioso perché non stiamo parlando di sacro religioso: dissacra in senso profano. Quei valori che si danno per scontati e che suscitano rispetto nelle persone, l’umorista li distrugge con un gioco di parole o una battuta. Non è che li distrugga davvero, ma per un momento li fa scendere dal piedistallo e li mette in un’altra situazione; è una specie di retrocessione, una diminuzione dell’importanza apparente di molte cose, ed è per questo che l’umorismo ha in letteratura un valore straordinario, perché è il mezzo che molti scrittori hanno usato e usano per mostrare – sminuendo cose che sembravano importanti – dove sia la vera importanza delle cose che quella statua, quella cariatide o quella maschera coprivano, mimetizzavano e nascondevano.

L’umorismo può essere un grande distruttore ma, distruggendo, costruisce. È come quando scaviamo un tunnel: il tunnel è una costruzione, ma per costruire un tunnel bisogna distruggere la terra, bisogna distruggere un lungo tratto praticando un buco che spazza via tutto quello che c’era prima; con questa distruzione costruiamo un tunnel. Il meccanismo dell’umorismo funziona pressapoco così: demolisce valori e categorie consueti, li ribalta, li mostra dall’altro lato, fa bruscamente saltare in aria cose che per abitudine, per assuefazione, per accettazione quotidiana non vedevamo più o vedevamo meno bene.”

(Julio Cortázar, “Lezioni di letteratura”, ed. Einaudi)

“Roma fuggitiva” (Carlo Levi)

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Il nome di Roma, il più mitologico fra tutti quelli delle città Dee, questo nome che è il rovescio di Amor, la sua immagine speculare, si deve specchiare, per esistere, in un momento o in un essere particolare, in un rapporto, in uno degli infiniti rapporti d’amore. «Un mondo sei tu o Roma, ma senza l’amore/ il mondo non è il mondo e neppure Roma è Roma»*. Roma vive dunque nel suo specchio, e si muta con quello, secondo la infinità delle incidenze: il contraddittorio vi è ugualmente vero. Così Roma, secondo le diverse voci, parla tutte le lingue: e parla tuttavia latino, quello dei romani e quello della chiesa, e parla l’italiano burocratico e quello letterario, e parla ancora la sua lingua, quella del Belli, per la bocca del popolo minuto, e il gergo delle borgate, quasi afasico tentativo di esprimersi di un mondo ancora chiuso nel buio dell’inesistenza. Ciascuno vi ha ritrovato ciò che era: immagini dei sentimenti, di tutto l’amore e l’odio, di tutta la felicità e il dolore e la noia e la vitalità e l’apatia possibili. Come a un punto simbolico, l’antica questione dell’Italia e degli italiani va ancora oscillando nell’ambiguità del rapporto con Roma, delle spinta che vi conduce o ne allontana, che la fa considerare, a volta a volta, angelica o diabolica. Nel linguaggio dei simboli o delle istituzioni e delle ideologie storiche, Roma può apparire un centro indispensabile di vita o il nemico di ogni realtà, e «quelli di Roma» sono ancora, sulla bocca del contadino, quelli di un altro mondo, incomprensivo e ostile. O Roma o morte: era vero, come è vero che per molti, per l’uva puttanella** dei piccoli, Roma è morte.

(“Carlo Levi, “Roma fuggitiva”, Donzelli editore)

*Goethe “Elegie romane”
**Riferimento al romanzo “L’uva puttanella” di Rocco Scotellaro.

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