Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La ballata dell’astinenza preventiva”

La migliore profilassi era l’astinenza, specie se preventiva, come quella da me sperimentata in quegli anni che, ad onta di quanto potranno fantasticare eventuali futuri biografi circa le mie presunte avventure galanti, erano caratterizzati, per l’appunto, da uno stato di castità non derivante da scelte ideologiche o volontarie, quanto meno non da mie scelte, bensì da circostanze che, in altra sede, potrei indagare più a fondo.

La soddisfazione che avrei potuto ricavare dall’essere l’ideatore, la cavia e adesso il divulgatore di quella profilassi infallibile, non mi consolava, all’epoca, dal constatare come il mondo a me circostante, specie nelle fattezze di singoli individui di sesso femminile, sembrava talvolta complottare affinché potessi assurgere in maniera esemplare a quel ruolo di promotore dell’astinenza sessuale. Una dimostrazione palese della presunta trama mondiale ordita ai miei danni credetti di leggerla proprio nell’estate in cui, vincendo talune mie remore caratteriali e lanciandomi all’assalto, mi ero convinto che fosse solo colpa mia se la maschera dell’astinenza si era incollata sul mio volto.

Quell’estate, una sera di luglio, a Roma, sembrò che le circostanze volessero spingermi a recuperare, d’impeto, tutti gli arretrati. Mi trovavo a Villa Ada per un concerto, assieme a un amico. Lì incontrammo due ragazze che conoscevamo. La svolta, tuttavia, non consisteva in quest’incontro, che non pareva promettere, sotto il profilo ormonale, nulla di nuovo nemmeno in chiave futuribile, come il seguito dimostrò, quanto nel tragitto intercorrente tra il prato antistante al palco e i bagni. Lì stazionavano dei ragazzi, volontari della Lila, i quali, nell’ambito di una lodevole campagna di sensibilizzazione all’uso del profilattico, distribuivano esemplari di quest’accessorio così funzionale per chi, a differenza mia, non praticava astinenza preventiva. Spinto da urgenti necessità della vescica, Continua a leggere…

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“Una causa cardiaca”

Amico mio, ti racconto la storia più assurda che mi sia capitata nel corso della mia ordinaria vita; in tutta onestà, l’unica parentesi straordinaria nel mio oceano di noia. Ti prego di credere a ciò che leggerai, per quanto inverosimile possa apparirti. Anch’io, tuttora, stento a credere del tutto ai miei stessi ricordi, talvolta mi assale il dubbio che sia stato tutto un sogno. È passato del tempo, da quei giorni surreali, eppure, nonostante abbia più volte cercato di analizzare, scomporre e ricomporre i singoli momenti di quei tempi ormai andati, ebbene, il risultato finale è stato sempre lo stesso e quindi devo convincermi che tutto è accaduto davvero.

So per certo che anche tu, dopo aver letto queste mie riflessioni, penserai che vaneggi in preda al delirio. Sei libero di farlo, del resto dubito io stesso della mia sanità mentale.

Premesso ciò, voglio narrarti egualmente gli strani eventi che mi accaddero, nella piena consapevolezza che ti troverai di fronte a due ineludibili alternative. “Tertium non datur” sostenevano i nostri progenitori latini: o considererai vera la mia storia e in tal caso avrò il conforto di sapere che almeno una persona condivide la mia follia, o, in alternativa, molto più probabilmente, ti convincerai della mia conclamata pazzia. Nel secondo caso, però, dovrai convenire con me e riconoscermi una fervida fantasia. Dovrai ammettere che non mi manca lo spirito.

Come vedi sono diventato anche un po’ vanitoso, gioco con la mia aspirazione da scrittore fallito di provincia. Ad ogni modo, vado al sodo, è necessario farlo, gli avvenimenti che devo descriverti sono tali che il sostenerli da solo non mi è più possibile.

Era una mattina come tante altre, all’apparenza nulla faceva presagire che potesse succedere qualcosa di diverso dalla colazione con il caffèlatte, dalla mia passeggiata per le vuote strade del paese e dal solito tram-tram quotidiano. Mi alzai alle 10:30, coltivavo la mia pigrizia, non avevo più voglia di nulla. Non era un periodo particolarmente glorioso della mia esistenza, non avevo lavoro, non avevo donne, non avevo soldi, non avevo auto. Mi restava solo il mio corpo, sulla mente cominciavo già da allora a nutrire forti dubbi.

Mentre trangugiavo avidamente i biscottini nel mio latte caldo, giunse mia madre, che mi disse, con l’aria più naturale del mondo:  – C’è una cartolina del Ministero degli Affari Sentimentali. Continua a leggere…

“Il responso”

Lavoro all’Istituto Nazionale dei Numeri da ottant’anni, entrai a venticinque, quindi ne ho centocinque, me ne mancano solo cinque ai centodieci, il minimo previsto dalla legge per andare in pensione. Ne ho viste di cose in tutti questi anni, ma quello che m’è successo ieri è stato sorprendente. Sì, perché ormai da una decina di anni, da quando la riforma decise che non potevo godermi il riposo allo scoccare dei novant’anni, qui mi hanno messo in una stanza da solo, mi fanno fare solo qualche telefonata ogni tanto, giusto per non farmi sentire di peso, anche se io mi ci sento lo stesso. Potete capire, quindi, lo stupore che ho provato ieri mattina, quando ho visto due giovani varcare la soglia ed entrare nel mio bunker.

– Chi è? – ho detto con tono sfiduciato nel sentir bussare alla porta, pensando fosse il tizio del caffè, che insiste nel volermelo portare, anche se gli ho detto che per via della gastrite non posso prenderlo. – Tu me voi fa’ morì giovane! – gli dico sempre col mio romanesco approssimativo.

Invece no, niente caffè, erano due utenti, clienti, cittadini, insomma due. Un tipo mingherlino, sulla trentina, occhialini, pizzetto, torvo, sembrava gli fosse morto er gatto, che poi non lo so che faccia ha uno che gli muore er gatto, ma si dice così, pare. Poi c’era ‘na biondina più alta di lui, coi capelli un po’ mossi, che rideva.

– Buongiorno, in cosa posso esservi utile? – dico loro, cercando di nascondere l’entusiasmo che provo. So’ almeno quindici anni che non mi mandano nessuno in ufficio. Continua a leggere…

Perché scrivere (pseudo) recensioni?

Quanto segue è il resoconto della breve intervista concessa da me stesso a me stesso. Vi risparmio i convenevoli di rito, che hanno portato intervistatore e intervistato a darsi del “tu”. Qualora dovessero esserci degli omissis nell’articolo, la motivazione sta nel fatto che la conversazione, in quei frangenti, stava prendendo una strada troppo distante da quello che è il tema in discussione, ovvero la ricerca del “perché” scrivere recensioni o pseudo – tali. Bando alle ciance, ecco la fedele riproduzione del tutto, scaricabile gratuitamente a tempo indeterminato.

DOMANDA: Te la faccio subito in maniera diretta, senza giri di parole, come dev’essere tra due che si conoscono, come noi. Perché scrivi le recensioni dei libri che leggi?

RISPOSTA: Bella domanda. Innanzitutto, però, non prendermi per pignolo, ma debbo correggerti. Io le definisco pseudo – recensioni, per sottolineare come i miei scritti non abbiano chissà quali ambizioni e siano, in fondo, solo delle impressioni, nulla più.

D.: Questo è un vecchio trucco, caro mio. Prendere le distanze da sé stessi per pararsi preventivamente le spalle da eventuali critiche. Chiamale recensioni, impressioni, sensazioni, come ti pare, resta il fatto. Perché le scrivi? Perché sul blog?

R.: Le scrivo perché mi piace condividere con altri le emozioni che mi dona la lettura, sperando, magari, d’incuriosire qualcuno e indurlo alla lettura di un libro che ho ritenuto interessante.

D.: Non sarebbe meglio lasciare a ciascuno la possibilità di farsi un’opinione totalmente svincolata dalla tua su un libro? Non potresti limitarti a scrivere “Ho letto questo libro. Mi è piaciuto. Ve lo consiglio”?

R.: Sì, potrei fare anche così, o potrei tacere del tutto, Continua a leggere…

“Dialoghi sul nulla?” (da “Frammenti da un camino”, n. 16)

Da alcuni mesi non pubblicavo frammenti dal camino, cioè i resti del rogo cui saranno destinati i miei vecchi scritti. L’umanità mi era grata per questa assenza.

FRAMMENTO N. 16: “Dialoghi sul nulla?”

– Cosa leggi?

– “Corporale” di Volponi.

– Ah, grande. Davvero.

– Ha uno stile agghiacciante. Frasi secche, pungenti, definitive.

– Hai ragione, riesce a trasmetterci l’atmosfera del suo tempo, o meglio quella che era la sua percezione della situazione dell’epoca.

– A noi occorrerebbe un Kafka per descrivere lo stato attuale delle cose. A volte mi sembra di essere nell’antica Roma, una massa di disperati che combattono tra loro.

– Hai ragione, ci vorrebbe un Kafka; magari già esiste un Kafka, che non sarà mai pubblicato in vita e sarà scoperto tra cinquanta anni.

– Già.

– Io ogni tanto provo a scrivere, ma il problema è trovare la forma con la quale poter esprimere quello che vedo e sento.

– È anche il mio grande problema. La forma. Scrivo da anni, ma sono sempre insoddisfatto dello stile. Credo che uno scrittore sia destinato a essere scontento del proprio operato.

– A volte mi capita di rileggere cose che ho scritto qualche tempo fa e di trovarle scontate, banali o in ogni caso non corrispondenti, neanche in minima parte, a quello che avevo in testa.

– Tu non ti preoccupare, alla lunga, se hai qualcosa da dire, uno stile lo troverai. Ti ripeto, però, non aspettarti di essere soddisfatto del tuo modo di scrivere. Anzi, non te lo auguro, potrebbe essere un sintomo di presunzione, di mancanza d’umiltà, potresti acquisire sicurezza, ma perdere la capacità di metterti in discussione.

– Sai, io ho scritto molte cose, solo che, a parte il problema della forma, Continua a leggere…

“Banda di timidi”.

Stanotte, in un sogno, mentre della gente giocava a calcetto a pelo d’acqua, manco fossero Cristi in scarpette chiodate, raccontavo a un tizio di come un tempo mi vergognassi di dire che la carne non mi piace(va), che non sapevo nuotare, che per dire “ciao” a una donna facevo domanda al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e più in generale di come fossi esperto nel darmi martellate sulle gonadi.

Questo tizio poi ha tirato fuori Voltaire e una sua tanto citata frase contro i fanatismi, che non so fino a che punto c’entrasse nella discussione. Poi, sempre mentre quelli giocavano sull’acqua, mi sono messo a canticchiare questo pezzo di Ciampi.

Mi sono svegliato, pensando che la carne non mi piace tuttora (però uccido le zanzare, se capita; tanto per specificare che la mia non è una scelta “etica”, ma di gusto), che ho imparato a nuotare, male, ma non so che farmene di questa nuova abilità. E Voltaire? Boh. Ci penso dopo.

(questo articolo “ha tutte le carte in regola” – cit. – per apparire nella colonnina di destra dei principali quotidiani nazionali in edizione virtuale)

Indagini, parte seconda (o del pettegolezzo provinciale)

Il pettegolezzo, in provincia, è tanto deprimente, perché sintomo di grettezza mentale, quanto commovente, quando tenta di affibbiare a qualcuno (per esempio a me) una ragazza, sulla scorta d’indizi puerili. Al dilettante del pettegolezzo, magari tuo parente, non pare vero di scorgerti su una spiaggia, insieme a una donna, in un atto notoriamente compromettente quale può essere una passeggiata. Sulle prime, poco importa che la suddetta possa essere un’amica di lungo corso oppure una conoscente incontrata per caso pochi minuti prima. L’amante del “Li Ho Visti Io” è fermo a 1+1=2, ignaro che in certe questioni 1+1 può essere 0, quindi, leccandosi i baffi (che spesso non ha), passerà alla fase successiva, cioè l’indagine su chi sia, anagrafe alla mano, la candidata all’altare. Sommo scoramento potrà causargli lo scoprire che trattasi di donna diversa da quella che, l’anno precedente ma sulla stessa spiaggia, accompagnava l’ignaro playboy.

(Vabbè, a farla breve ho scoperto che anche quest’estate avrò una ragazza, a mia insaputa, come narravo in un delirante articolo qualche tempo fa: https://antoniodileta.wordpress.com/racconti/indagini-su-un-porno-non-del-tutto-sospettabile/)

Regole caotiche, caos regolare.

donna_bastoni

Osserva gli amici che giocano a carte.
Considera che di quel gioco, che pure si sviluppa dinanzi ai tuoi occhi, non conosci alcuna regola, così che tutto ti appare caotico e assurdo.
Rifletti su cos’è una “regola”, su quanto poco conosci di ciò che ti circonda e quanto poco conosci te stesso.
Soprattutto, trova un letto e dormi.

Collisioni (un articolo fondamentalmente inutile).

Devo ancora mettere a punto la mia inutile teoria sul rapporto tra il mondo delle particelle e i miei passati, presenti e futuri (dis)amori, ma intanto ho riascoltato (per la seconda volta, penso, da quando l’hanno pubblicato) questo pezzo e ho immaginato proprio due particelle (se scrivessi “due cuori” o “due cervelli” poi lo cancellerei, quindi non lo scrivo, pur scrivendolo) che si scontrano, si frantumano, danno vita ad altre particelle (vedi parentesi precedente, una tra le tante) che li aiutano a dimenticare le illusioni e le “depressioni” varie (non gravi, quelle lievi e un po’ patetiche, ci siamo capiti), e poi scompaiono, dopo una frazione infinitesimale (vabbè, nella parentesi possiamo anche concederci qualche settimana, mese, anno), così come sono apparse.

Giuro che ho finito di aprire parentesi (ma non so su cosa giurare).

Ciao. Mi lancio nell’acceleratore.

P.s.: potevo anche risparmiarmi l’articolo, soprattutto perché qualcuno potrebbe rubarmi la mia inutile teoria, ma alla fine hanno prevalso le particelle favorevoli alla pubblicazione, con sommo sconcerto della comunità virtuale.

Mark Twain e la voluttà da scarpe strette.

twain

“Potrei suscitare di certo la compassione del lettore, basterebbe che la comandassi: molta gente non ha mai avuto mal di testa o mal di denti, e io sono uno del numero; ma tutti hanno avuto le scarpe strette, almeno per due o tre ore, e tutti hanno provato la voluttà di sfilarsele in qualche posto aperto, e di vedere i propri piedi gonfiarsi e oscurare il firmamento. Una volta, quando ero implume e timido, portai alla commedia, la sera, una ragazza di campagna, semplice e non sentimentale. La conoscevo da un giorno, mi sembrava divina; e avevo gli stivali nuovi. Alla fine della prima mezz’ora, lei disse: – Perché dimena i piedi a quella maniera? – Io risposi: – Chi, io? – Poi ci badai e stetti fermo. Alla fine di un’altra mezz’ora, lei chiese: – Perché dice “sì, oh sì!” e “ah, ah! eh, certo, verissimo!” a tutto quello che dico, e sono quasi sempre risposte che non c’entrano niente? – Arrossii e feci presente che ero un po’ distratto. Alla fine di un’altra mezz’ora, lei fece: – Per piacere, perché ghigna continuamente e guarda nel vuoto e ha l’aria tanto triste? – Spiegai che facevo sempre così quando riflettevo. Continua a leggere…

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