Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il mondo del sesso” (Henry Miller)

“Noi continuiamo ad immaginarci che il mondo sia fatto così e così. Ci muoviamo sbadatamente sullo sfondo di un panorama che cambia caleidoscopicamente. E in questo sbadato arrancare, ci tiriamo dietro molte immagini d’attimi di esistenza passata. Finché non incontriamo ‘lei’. Improvvisamente il mondo non è più lo stesso. Tutto è cambiato. Ma come può cambiare in un batter d’occhio il mondo intero? È un’esperienza che abbiamo fatto tutti, eppure non serve a portarci più vicino alla verità. Continuiamo a bussare alla porta… Ho visto una volta un ritratto di Rubens all’epoca del matrimonio con la sua giovane moglie. Erano raffigurati insieme, lei seduta e lui in piedi dietro di lei. Non dimenticherò mai l’impressione fattami da quel quadro. Fu come dare una lunga occhiata nel mondo della felicità. Mi sembrava di sentirlo, il vigore di quel Rubens nel fior della vita; di sentire la fiducia che la sua giovanissima e amabilissima consorte destava in lui. Intuivo che doveva essere successo qualcosa di intimamente irresistibile, qualcosa che il Rubens pittore si era sforzato di fissare per sempre in quel quadro di felicità coniugale. Non conosco la biografia di Rubens e perciò non so se con quella donna abbia poi vissuto felice o no. Quel che successe dopo il momento fissato in quel dipinto, non m’importa. Il mio interesse sta tutto in quel momento che mi ha turbato e ispirato. Resta incancellabile nella mia mente.
E allo stesso modo io so che certe cose, che ho consegnato alla pagina scritta, sono vere e imperiture. Quel che è successo dopo, a me o a «lei», ha poca importanza.”
(Henry Miller, “Il mondo del sesso”, ed. Arnoldo Mondadori editore)

“Oscenità e pornografia” (David H. Lawrence)

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“L’intera questione della pornografia a me sembra una questione connessa alla segretezza. Senza segretezza non ci sarebbe pornografia. Ma segretezza e pudore sono due cose totalmente diverse. La segretezza ha sempre in sé un elemento di paura, che molto spesso equivale a odio. Il pudore è garbato e riservato. Oggi il pudore è gettato al vento, persino in presenza dei grigi tutori. Ma la segretezza la si tiene ben stretta, essendo di per sé un vizio. E l’atteggiamento dei grigi è: care signorine, potete abbandonare ogni pudore, purché vi teniate ben stretto il vostro piccolo sporco segreto.
Questo ‘piccolo sporco segreto’ è divenuto oggi infinitamente prezioso per la massa della gente. È una sorta di piaga o infiammazione nascosta che, quando viene strofinata o grattata, procura dei fremiti intensi, che sembrano deliziosi. Così, il piccolo sporco segreto viene strofinato e grattato sempre di più, finché diventa sempre più segretamente infiammato e la salute nervosa e psichica dell’individuo si danneggia sempre più. Si può agevolmente affermare che la metà dei romanzi d’amore e la metà dei film d’amore d’oggi per il loro successo dipendono interamente dal segreto strofinamento del piccolo sporco segreto. Potete chiamarlo eccitamento sessuale, se preferite, ma si tratta di un eccitamento sessuale di un genere riservato, clandestino, del tutto particolare. Lo schietto e semplice eccitamento, aperto e giovevole, che trovate in alcune novelle di Boccaccio, non va confuso neppure per un istante con l’eccitamento clandestino suscitato dal segretissimo strofinamento del piccolo sporco segreto dei moderni bestsellers. Questo clandestino, furtivo, subdolo, scaltro strofinamento di un puntino infiammato nell’immaginazione costituisce proprio la parte viva della moderna pornografia, ed è una cosa abominevole e pericolosissima. Non si riesce a smascherarlo tanto facilmente proprio a ragione della sua clandestinità e della sua subdola scaltrezza. Così i dozzinali e popolari romanzi d’amore e film moderni prosperano, e addirittura ricevono le lodi dei tutori della morale, perché il subdolo fremito se ne sta a brancolare sotto tutta la purezza della fine biancheria intima, senza che una sola parola scurrile renda possibile sapere cosa sta accadendo.
Senza segretezza non ci sarebbe alcuna pornografia. Ma se la pornografia è il risulta
to della subdola segretezza, il risultato della pornografia qual è? Qual è l’effetto sull’individuo?”
(David H. Lawrence, “Oscenità e pornografia”, ed. Passigli Editori)

— presso Villa Torlonia (Roma)

 

Piramide

Giunti a Piramide, mi giro e ti vedo seduta, a due metri da me, anche tu con gli occhi dispersi nello smartphone. Sei tu ma non sei tu, ti somigli, sei quasi uguale, ma non sei tu, è un’altra, quindi non ti somigli, semmai ti somiglia. E poi questo tu è solo a uso narrativo, potrebbe essere lei che somiglia a lei, o lui a lui, ma per comodità facciamo che lei somiglia a te. Ma perché dico questo, non può essere, invece, che sia tu a somigliare a lei? Perché ti concedo questo diritto di precedenza? Dovremmo ricorrere alla carta d’identità per stabilire chi è nata prima, ma non basterebbe, perché tu reclameresti un privilegio di diverso tipo, e avresti gioco facile, perché sai che nella mia mente lei è solo una che ti somiglia, mentre tu sei il modello originario, credi, credo, anche se forse non è esattamente così, perché il gioco delle somiglianze è sottile e anche tu potresti essere somigliante a un’altra e così via, fino a chissà quale abisso. Ma lasciamo stare le teorie, torniamo al pratico. E allora, se invece che lei ci fossi stata tu, ora, nella metro, io ti avrei lasciata scendere a Eur Magliana? Avrei provato a fermarti? E perché? Perché ti conosco? Ma poniamo che io non ti abbia mai conosciuta. Saresti stata una sconosciuta, così come lei, la tua sosia. Anzi, no, ancora di più, perché la tua sosia non mi è così sconosciuta, somigliando a te, mentre tu saresti stata davvero una perfetta sconosciuta. Sì, lo so, sto usando troppe volte le stesse parole, ma è perché mi chiedo cos’è, allora, che di te ha fatto quel che sei e di lei ha fatto solo una sosia. Perché non ho incontrato lei e non te, perché non sei tu a scendere da sosia a Eur Magliana e perché non è lei alla quale scrivo queste parole. Non sai rispondere? Nemmeno io. Ma non riesco neanche a far finta che queste domande non si affaccino alla mente. Perché, ripeto, adesso t’immagino lì, con le cuffie sulla metro B, a Piramide, proprio come lei ma tu, con la tua testa, il tuo cuore, il tuo stomaco e il tuo culo. Ti avrei notata in mezzo a tutta questa gente, così come ho notato lei? No! Questa è la risposta che mi spaventa. O forse sì, uno sguardo mi sarebbe sfuggito verso la tua direzione, ma scendendo a Eur Magliana avresti neutralizzato tutto. Tutto sarebbe finito, anzi nulla sarebbe cominciato tra noi? E invece è finito ugualmente, anche se era cominciato. Non vedi che differenza c’è?

Lei è scesa a Eur Magliana, io adesso so questa cosa. E la so perché, anche se non c’eri, c’eri anche tu qui, a Piramide, con me, in mezzo a tutta questa gente che non sa di te, di me, della ragazza di Eur Magliana.

“Molto prima, prima, durante, dopo, dopo il dopo” (Verdena 14.07.2015)

(Molto prima del prima)

Siamo sempre molto giudiziosi, nel mostrare la nostra (apparente, temporanea?) felicità/serenità, perché temiamo di ferire chi abbiamo calpestato per raggiungere quella felicità/serenità, chi ricercheremo quando dovremo raccontare a qualcuno che la “felicità/serenità” non esistono. Per questo siamo cauti, pacati, saggi, e non ci lasciamo andare a facili entusiasmi. Siamo “sensibili”, noi; gli altri no, sono sempre stronzi, si sa.

Questo scriveva sul suo taccuino, ma anche al mondo, con un sarcasmo i cui confini non erano più chiari neanche a lui. Poi andò a cercarsi un po’ di felicità/serenità a un concerto, ma dovette passare per una stazione, così come accade in tutte le storie, anche in quelle brevissime e senza “morale finale”.

(prima, stazione di Itri)

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Qui, dove i treni possono smetterla di travestirsi da metafore, dove, avendo scordato di portare con te un libro, puoi cominciare ad accarezzare, con libidine, la prima lettera della parola “solitudine”.

E la accarezzò, quella solitudine, sebbene quella che provava non fosse proprio libidine. Poi, dopo mezz’ora, arrivò qualcuno, poi arrivò anche il treno e capì che aveva finito di gustarsi quella “finzione di libidine da solitudine”.

(intermezzo, nel quale si giunge in città, ci si sposta, si fanno acquisti di dubbia efficacia, si raggiunge la stanza d’hotel, ci si fa la doccia, insomma dettagli poco importanti ai fini della narrazione) Continua a leggere…

“Al final” (n. 24, da “Frammenti da un camino”)

Al final. Alla fine. Dello spagnolo, che pure gli appariva musicale e suadente, non conosceva granché, consapevole che non bastasse aggiungere una s alla fine delle parole per districarsi. Al final, peraltro, non aveva alcuna s, e poi non era così sicuro che la ragazza seduta al tavolo di fronte al suo avesse detto proprio quelle parole. Eppure aveva percepito proprio al final e l’aveva tradotto, in maniera del tutto arbitraria, in alla fine. Avrebbe controllato una volta tornato al paese, non potendo verificare alcunché causa l’agonizzante batteria dello smartphone, recente e ingiustificato sbalzo nella modernità che si era concesso due mesi prima.

Al final, dunque, sì, ora se ne era convinto, la ragazza aveva detto proprio così, aggiungendo poi qualcosa in direzione dei suoi tre commensali, un’altra giovane donna e due persone, che fantasticò essere la sorella, la madre e il padre. A un tavolo più lontano sedeva un solitario come lui, mentre a destra c’erano tre incravattati e ridenti personaggi che disquisivano con fare forbito su gare d’appalto, forniture e contratti da stipulare tra un Ente e un’Azienda. Le loro chiacchiere, tuttavia, erano state sopraffatte da quelle due parole, Al final, che aveva estratto da chissà quale discorso, magari da una discussione sul menù che la mora aveva tra le mani. Alla fine mangerò una pizza, forse la spagnola aveva detto questo.

Al final, alla fine, poco contava cosa avesse detto la ragazza, che appena entrata nel locale aveva attirato le sue attenzioni per altri motivi, meno grammaticali. Gli sembrava che quel Al final fosse stato piazzato lì dal caso, quel caso su cui s’interrogava senza mai capire cosa intendesse lui con la parola caso, ma che ad ogni modo lo stava inducendo a una sorta di bilancio di quelle due giornate passate in una solitudine scelta e subita. Il cameriere gli portò il piatto, lui chiese il permesso al quadro raffigurante il calciatore idolo della città e inforcò un nugolo di spaghetti. Guardando la piccola brocca con il quarto di vino, gli sovvennero altre parole, come un eco lontana ma non per questo inudibile. Continua a leggere…

“O 146 – It’s a terrible love” (solitudine e fica al concerto dei National)

Per un provinciale come me, disabituato alla calca metropolitana, ma soprattutto (sia detto in tutta franchezza e non per vanto) piuttosto alieno da ciò che segue i due punti al termine di quest’astrusa premessa, Roma pone un grosso problema: la fica. Non è il caso di girarci attorno, ammantando il tutto di alone romantico più adatto ad altre circostanze; il fatto è che Roma pullula di fica, così come pullula di cazzi, e si dà il caso che, se si è in un periodo di particolare predisposizione mentale e/o di astinenza, può accadere all’improvviso di avere un’erezione (o equivalente femminile) e doversela portare dietro, pur in un’altalena di sinusoidali rammollimenti e rassodamenti. Essere in veste di “cazzeggiatore”, inoltre, non aiuta a deviare i pensieri verso impegni di altro tipo, per esempio lavorativi, che potrebbero raffreddare le bollenti carni. Al provinciale in “missione concerto”, non resta che deviare il flusso dei suoi pensieri, e di conseguenza quello sanguigno, verso argomenti quali la solitudine, la morte e la paura.

Lo spunto a questo caotico articolo l’ha fornito il concerto che i The National hanno tenuto a Roma, il 23 luglio, all’Auditorium Parco della Musica, al quale ho assistito, Continua a leggere…

“Un marziano a Roma” e altre farse (Ennio Flaiano)

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FRED     Che ne sappiamo? Viene da Marte. Ha un fluido? Non ce l’ha? La gente si rivolge a lui con fiducia. Vuoi vedere, dicono, che su Marte?…Parlare di miracoli? Sapete tutti di quel sedentario che appena l’ha visto si è messo a ballare. Dicono che c’è una spiegazione scientifica: l’emozione violenta. (Pensoso) Ma io mi domando: che sappiamo noi? Chi siamo noi?

ADRIANO    Chi siamo e dove andiamo?

FRED            Già, dove andiamo?

OLIVIERO    Dove andiamo e che cosa vogliamo? (Ride)

FRED            Interrogativi senza risposta. Ci sono richieste interessanti?

MARA          Questo novantenne. Si annoia e vuole un violino.

ANNA          Ma lo sa suonare? Mio padre suonava il violino.

MARA           No. Vuole imparare.

PATRIZIA      Un pedone ha inventato una macchina per vincere le lotterie. Chiede cinque milioni per mettere a punto la macchina.

OLIVIERO     Potrebbe vincere una lotteria da cinque milioni.

ADRIANO     Sono le più difficili. È proprio la somma che tutti vogliono vincere.

ANNA            Sì, è vero, anch’io una volta. (ad Adriano) Non ci siamo già conosciuti?

ADRIANO     Credo di no. Non ricordo.

ANNA            Lei frequenta gli ambienti intellettuali?

ADRIANO     Sì, verso l’ora della chiusura. Prego, continuate.

MARA       Una sedicenne si lamenta di non poter trovare un posto, perché appena trova un posto il principale le dà fastidio. Acclude fotografia.

FRED             Ma è nuda.

(Ennio Flaiano, “Un marziano a Roma” e altre farse, ed. Einaudi)

Rappresentata per la prima volta nel 1960, “Un marziano a Roma” è una commedia teatrale con la quale Ennio Flaiano dà un amaro giudizio sulla società romana dell’epoca, specie quella letteraria, di cui anch’egli faceva parte. In una Roma che cerca di sfuggire alla noia con i più disparati espedienti sociali, atterra, un giorno all’improvviso, un marziano. Kunt, questo il suo nome, Continua a leggere…

“Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana” (Carlo Emilio Gadda)

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“Tutti ormai lo chiamavano Don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa indigestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi il ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto “latino”, benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne”

(Carlo Emilio Gadda, “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”)

Qualche giorno fa scrissi di aver superato la crisi coniugale tra me e i romanzi, durata qualche mese dopo decenni di passione intensa, grazie a Gadda e al suo “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, ripreso in mano a distanza di anni e subito capace di farmi apprezzare di nuovo la capacità narrativa, l’arguzia, la proprietà di linguaggio dello scrittore. Ora che ho terminato la lettura, posso confermare quelle impressioni e aggiungere, semmai, che certi romanzi fungono anche da monito contro qualsiasi mia velleità letteraria, nel senso che leggendo Gadda mi rendo conto dell’ingenuità con cui mi ero messo all’opera nello scrivere racconti o romanzi. A prescindere da questo discorso, che mi porterebbe molto lontano (per inciso, a contrasto, c’è da dire che per fortuna i grandi autori non si fanno queste domande, perché altrimenti Gadda stesso non avrebbe scritto nulla, esistendo già Dostoevskij, Proust, etc, etc), devo dire che anche scrivere un articolo sul “Pasticciaccio” non è operazione semplice e, infatti, mi limito all’essenziale e a consigliarvelo.

Il romanzo è un giallo senza soluzione, Continua a leggere…

N. 10: “Excusatio non petita…(una sbadata a Trastevere), da “Frammenti da un camino”

Nadia arrivò che la stazione era ancora deserta. In una stanza, oscura, erano accatastati oggetti vari, un telefono giaceva inutilizzato e l’unico segnale di funzionalità di quell’ambiente era dato da uno schermo acceso, chissà da chi, visto che il personale delle ferrovie in quella stazione non era in servizio permanente. Nella sala d’attesa due file di sedie, il cartello “No smoking” e volantini pubblicitari gettati a terra. Notò su un muro la scritta “I love you”. La mano era femminile. Sorrise di quell’ingenuità che era appartenuta, da adolescente, anche a lei, che pure non aveva mai sentiva il bisogno di esplicitare sui muri le proprie infatuazioni. Su plastica blu, a dare una parvenza di modernità e in contrasto con l’antico quadrante “Treni in arrivo. Roma – Napoli”, era stata posta la scritta “XXX”. Il parcheggio si preparava ad accogliere le auto dei pendolari che sarebbero giunti di lì a poco. Per tre secondi, una voce metallica, che sembrava provenire dall’oltretomba, gracchiò qualcosa.

Nadia, nonostante la solitudine di quei momenti, non avvertiva né tristezza né senso d’abbandono, piuttosto a colpirla fu il silenzio. Avvertiva quasi la sensazione di essere ancora in un sogno e che da un momento all’altro potesse succedere qualcosa d’inaspettato. Come nella maggior parte dei casi, non accadde nulla, se non, circa mezz’ora dopo, l’arrivo del treno. Lei e gli altri pendolari, nel frattempo affluiti alla stazione, salirono. Continua a leggere…

“Quel che ho visto e udito a Roma” (Ingeborg Bachmann)

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“A Roma ho visto che il Tevere non è bello, ma trascurato nelle banchine, da dove spuntano rive a cui non c’è chi metta mano…a Roma ho visto che molte case assomigliano al palazzo Cenci, dove la sventurata Beatrice visse prima della sua esecuzione. I prezzi sono alti e le tracce della barbarie ovunque…Ho visto a Campo de’ Fiori che Giordano Bruno continua a essere bruciato. Ogni sabato, quando smantellano le bancarelle intorno a lui e restano solo le fioraie, quando la puzza di pesce, cloro e frutta marcita va disperdendosi sulla piazza, gli uomini raccolgono sotto i suoi occhi i rifiuti che sono rimasti dopo che di tutto è stato fatto mercato, e danno fuoco al mucchio. Di nuovo si leva il fumo, e le fiamme mulinano all’aria. Una donna grida, e gli altri gridano con lei. Dato che nella luce forte le fiamme sono incolori, non si vede dove arrivano e dove cercano di colpire. Ma l’uomo sul basamento lo sa e perciò non ritratta…

A Roma  ho udito certamente che più di uno ha il pane ma non ha i denti, e che le mosche vanno sui cavalli più magri. Che a uno è stato donato molto e all’altro niente; che chi la tira, la strappa e che soltanto una colonna solida sostiene la casa per cent’anni. Ho udito che al mondo c’è più tempo che intelletto, ma che gli occhi ci sono dati per vedere”

(Ingeborg Bachmann, “Quel che ho visto e udito a Roma”)

La prima impressione che il lettore potrebbe avere prendendo tra le mani “Quel che ho visto a Roma” di Ingeborg Bachmann, è quella di trovarsi di fronte a testi datati, inattuali. In questo volume edito da Quodlibet, infatti, oltre allo scritto di poche pagine che dà il titolo al libro, sono raccolte le corrispondenze che la scrittrice e poetessa tedesca elaborò per Radio Brema nel bienno 1954-1955. Non si tratta, quindi, né di un romanzo, né di una poesia, né tanto meno di un saggio compiuto su un determinato argomento.

Superata la titubanza iniziale, però, il lettore (nel caso specifico io) si renderà conto che la pretesa “inattualità” del testo, se è tale per quanto riguarda i riferimenti particolari, non lo è sotto altri profili. Continua a leggere…

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