Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “sarcasmo”

“Ci si adegua al tono generale” (Denis Diderot)

sdr

“Il fatto è che volenti o nolenti ci si adegua al tono generale; che prendendo parte a una riunione, capita di solito persino di atteggiare i tratti del proprio viso in armonia con quelli delle facce che si scorgono nel varcare la soglia di una casa; che, essendo di cattivo umore, si simuli un’allegra disposizione di spirito e, per contro, un’aria grave quando ci si sentirebbe in vena di piacevolezze; non ci si vuole, insomma, sentire estranei nei confronti di alcuno; e così il letterato fa politica, il politico metafisica, il metafisico diventa moralista, il moralista discute di finanza, il finanziere di belle lettere o di geometria e ciascuno, piuttosto che tacere o limitarsi ad ascoltare, va sproloquiando su tutto ciò di cui non sa nulla tra la noia generale sopportata per sciocca vanità o per buona educazione.”
(Denis Diderot, “Questo non è un racconto”, Ed. Est)

“La fotografia è la più grande sciagura del ventesimo secolo…” (Thomas Bernhard)

img_20161217_211801

“Disprezzo quelli che fotografano di continuo e girano tutto il tempo con la macchina fotografica appesa al collo. Sono alla continua ricerca di un soggetto e fotografano tutto, anche le cose più insensate. Non hanno altro in testa, di continuo, se non di esibire se stessi e sempre nella maniera più ripugnante, senza però esserne consapevoli. Nelle loro foto catturano un mondo perversamente deformato, che col mondo vero non ha niente in comune se non la perversa deformazione di cui si sono resi colpevoli. Fotografare è una mania meschina da cui è contagiato a poco a poco l’intero genere umano, perché della deformazione e della perversità è non solo innamorato, ma addirittura pazzo e col tempo, a forza di fotografare, scambia in effetti il mondo deformato e perverso per l’unico vero. Quelli che fotografano commettono uno dei crimini più meschini che si possano commettere, perché nelle loro fotografie trasformano la natura in uno spettacolo perverso e grottesco. Nelle loro fotografie le persone sono marionette ridicole, stravolte, anzi storpiate fino a diventare irriconoscibili, che, ottuse e disgustose, fissano spaventate il loro ignobile obiettivo. Fotografare è una passione abietta da cui sono contagiati tutti i continenti e tutti gli strati sociali, una malattia da cui è colpita l’intera umanità e da cui non potrà mai più essere guarita. L’inventore della fotografia è l’inventore della più disumana di tutte le arti. A lui dobbiamo la definitiva deformazione della natura e dell’uomo che in essa vive, ridotti alla smorfia perversa dell’una e dell’altro. Non ho mai visto in una fotografia una persona naturale, ossia vera e reale, come non ho mai visto in una fotografia una natura vera e reale. La fotografia è la più grande sciagura del ventesimo secolo. Guardare fotografie mi ha sempre nauseato, più di ogni altra cosa.”

(Thomas Bernhard, “Estinzione”, ed. Adelphi)

“Hai amato queste persone finché loro ti hanno amato…” (Thomas Bernhard)

img_20170131_203920

“Hai amato queste persone finché loro ti hanno amato, e le hai odiate dal momento in cui loro ti hanno odiato. Com’è naturale, non ho mai pensato che sarei loro sopravvissuto; al contrario, ero sempre stato dell’avviso che un giorno sarei stato io il primo a morire. La situazione che si è ora instaurata è quella a cui non ho mai pensato, a tutte le altre situazioni possibili ho sempre continuato a pensare, a questa mai. Molto spesso avevo immaginato e molto spesso anche sognato di morire, di lasciarmeli alle spalle, di lasciarli soli senza di me, di averli liberati di me morendo, mai che sarebbero stati loro a lasciarmi. Il fatto che ora siano morti loro e non io, era per me al momento non solo il più imprevisto che si potesse concepire, era per me la cosa sensazionale. Quell’elemento sensazionale, la natura sensazionale di quell’evento elementare era ciò che mi traumatizzava, non, in sé, il fatto che ora fossero morti, e morti in maniera irrevocabile.”

(Thomas Bernhard, “Estinzione”, ed. Adelphi)

“A colpi d’ascia” (Thomas Bernhard)

bernhard

“Sono stato io a voltare le spalle a costoro, non loro a me, pensavo. Noi ci leghiamo a queste persone a filo doppio, poi, tutt’a un tratto le detestiamo e le lasciamo andare. Per anni corriamo loro appresso e mendichiamo la loro simpatia, pensavo, e a un tratto, ottenuta la loro simpatia, non la vogliamo più, questa loro simpatia. Noi fuggiamo e loro ci raggiungono, ci attirano di nuovo a sé e noi sottostiamo a loro e a tutte le loro imposizioni, pensavo, e ci affidiamo totalmente a loro, e non ne usciamo se non con la fuga o con la morte. Sfuggiamo queste persone ed esse ci riprendono e ci schiacciano. Le rincorriamo, le imploriamo di accoglierci di nuovo e loro ci accolgono e ci ammazzano. Due sono i casi: o usciamo fin dall’inizio dalla loro orbita e allora riusciamo a restar fuori dalla loro orbita tutta la vita, o cadiamo nella loro trappola e moriamo soffocati. O riusciamo a sfuggire queste persone e allora le denigriamo, le calunniamo, spargiamo sul loro conto ogni sorta di menzogne, pensavo, pur di salvarci le calunniamo non appena se ne presenta l’occasione, per liberarci di loro scappiamo via, e per far salva la pelle le accusiamo di continuo e in ogni luogo sostenendo che sono loro ad avere noi sulla coscienza, oppure sono loro che pur di salvarsi ci sfuggono e ci calunniano e ci accusano e spargono sul nostro conto ogni sorta di menzogna, pensavo. Crediamo di essere ormai finiti e incontriamo costoro i quali ci salvano, ma noi non gli siamo grati per il fatto che ci hanno salvato, al contrario li malediciamo, li odiamo, per tutta la vita li perseguitiamo con il nostro odio per il fatto che ci hanno salvato. Oppure noi li corteggiamo, loro ci respingono e noi ci vendichiamo, li calunniamo, li denigriamo davanti a tutti, li perseguitiamo con il nostro odio fino alla tomba. Oppure loro in un momento decisivo ci aiutano a rimetterci in piedi e noi li odiamo perché ci hanno aiutato a rimetterci in piedi, così come loro odiano noi perché li abbiamo aiutati a rimettersi in piedi, pensavo nella bergère. Poiché una volta gli abbiamo fatto un piacere, crediamo di avere diritto alla loro gratitudine eterna, pensano nella bergère. Per anni siamo stati loro amici e tutt’a un tratto non lo siamo più per il resto dei nostri giorni, e non abbiamo la minima idea del perché tutt’a un tratto non siamo più loro amici. Li amiamo così intensamente che quest’amore ci ammala, e loro ci respingono, loro odiano il nostro amore, pensavo. Tutto ciò che abbiamo ci viene da loro e per questo li odiamo. Noi non siamo nessuno, loro ci fanno diventare qualcuno, e noi per questo li odiamo. Noi veniamo dal nulla, come si suol dire, e loro sono capaci di fare di noi un genio, e noi non possiamo perdonarli di aver fatto di noi un genio come se avessero fatto di noi un grande criminale, pensavo nella bergère. Tutto ciò che abbiamo ci viene da loro e per questo li puniamo per tutta la vita con il nostro disprezzo e con il nostro odio. Tutto ciò che abbiamo lo dobbiamo a loro e non possiamo mai perdonarli di dover loro ogni cosa, pensavo.”

(Thomas Bernhard, “A colpi d’ascia”, ed. Adelphi)  

“Se tu non fossi fuggito…”

bernhard

“Per vent’anni ho odiato i coniugi Auersbergber, pensavo nella bergère, e poi li incontri al Graben, accetti il loro invito e in effetti vai nella Gentzgasse all’ora stabilita. Conosci tutti gli invitati a quella serata e tuttavia ci vai. E pensavo che sarebbe stato meglio passare la serata, e per quanto mi riguarda anche la nottata, a leggere Pascal o Gogol’ o Dostoevskij o Čechov, piuttosto che andare a quella ripugnante cena artistica nella Gentzgasse. I coniugi Auersbergber hanno distrutto la tua esistenza, la tua vita intera, all’inizio degli anni Cinquanta ti hanno precipitato in una condizione fisica e spirituale terrificante, nella tua catastrofe esistenziale, nella estrema disperazione che allora ti ha portato addirittura allo Steinhof, e tu ciò nonostante vai da loro. Se tu non gli avessi voltato le spalle nel momento decisivo, loro, pensavo, ti avrebbero distrutto. Ti avrebbero prima distrutto e poi annientato completamente se tu non fossi fuggito da loro nel momento decisivo ed estremo.”

(Thomas Bernhard, “A colpi d’ascia”, ed. Adelphi)

 

“Detti e contraddetti” (Karl Kraus)

kraus

“Il vero rapporto fra i sessi si ha quando l’uomo confessa: <<Non ho altro pensiero che te e perciò ne ho sempre di nuovi!>>.”

“Lei si disse: <<Andare a letto con lui, sì – però niente intimità!>>.”

“Con le donne monologo volentieri. Ma il dialogo con me stesso è più stimolante.”

“Ho sentito una donna lodarne un’altra con queste parole: <<Ha un certo che di femminile>>.”

“Società: erano presenti tutti quelli che dovevano esserci e che altrimenti non saprebbero a che serve essere, se non appunto a esserci.”

“Se fossi sicuro di dover condividere l’immortalità con certa gente, preferirei un oblio in camere separate.”

“Il segreto dell’agitatore è di rendersi stupido quanto i suoi ascoltatori, in modo che questi credano di essere intelligenti come lui.”

“Ci sono scrittori che riescono a esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono addirittura due righe.”

“Ma dove troverò mai il tempo per non leggere tante cose?”

“L’ironia sentimentale è un cane che abbaia alla luna e intanto piscia sulle tombe.”

“Ci sono imbecilli superficiali e imbecilli profondi.”

“Una città dove gli uomini, parlando di una vergine che non lo è più, usano l’espressione <<averla data via>>, merita di essere rasa al suolo.”

“È un’ingiustizia parlar male di Vienna sempre per i suoi difetti, quando anche dei suoi pregi val la pena di parlare male.”

“Un pittore senza scrupoli, il quale, col pretesto di voler possedere una donna, la adesca nel suo studio e lì la dipinge.”

“Ho sempre considerato come massima aggravante il fatto che uno non abbia potuto farci niente.”

“Ciò che ci tortura sono le possibilità perdute. Esser sicuri di una tale impossibilità è un guadagno.”

“Spesso è necessario riflettere sul perché siamo tristi; ma sappiamo sempre perché siamo tristi.”

“In certe fanciulle l’indignazione viene prima della indiscreta richiesta. Ma che mancanza di galanteria se quest’ultima non si manifesta neppure.”

“Capita che una deluda, vista da vicino. Ci si sente attratti, perché ha l’aria di averle dello spirito, e poi lo ha veramente.”

“La gelosia è un abbaiare di cani che attira i ladri.”

“Le donne si dividono in colpose e dolose.”

“Non basta non salutare. Non si salutano anche persone che non si conoscono.”

“Ci sono degli ipocriti che si vantano di una certa loro mentalità disonesta per poterla avere veramente dietro quello schermo.”

“Il bisogno di solitudine non è ancora soddisfatto se sediamo soli a un tavolino. Intanto debbono esserci anche delle seggiole vuote. Se il cameriere mi porta via una di quelle seggiole su cui non sta seduto nessuno avverto un senso di vuoto e si risvegliano le mie virtù sociali. Non posso vivere senza seggiole libere.”

“Ardono dal desiderio di aderire alla Patria, allo Stato, al Popolo con un articolo di giornale, o anche a una qualche altra cosa che magari puzzi ma sia più durevole della bellezza per la quale si erano sacrificati invano. Nessuno vuole più starsene ozioso in un angolo, tutti hanno sete delle imprese degli altri. È uno spettacolo da circo: gli artisti escono.”

“Chi non ha pensieri pensa che si abbia un pensiero soltanto quando lo si ha e poi lo si riveste di parole. Non capisce che in verità lo ha solo chi ha la parola dentro alla quale cresce il pensiero.”

“Il diavolo è un ottimista se pensa di poter peggiorare gli uomini.”

“Io non sono per le donne, ma contro gli uomini.”

“Una delle malattie più diffuse è la diagnosi.”

“Guarda gli arlecchini!” (Vladimir Nabokov)

guarda-gli-arlecchini

“Dopo cinquanta estati, ovvero diecimila ore di bagni di sole in vari paesi su spiagge, panchine, tetti, rocce, ponti di navi, scogli, prati, assiti e balconi, mi sarebbe stato impossibile rievocare in dettagli sensoriali il mio noviziato se non avessi avuto quei miei vecchi appunti che sono di così grande sollievo al memorialista pedante mentre scrive il resoconto completo delle sue malattie, dei suoi matrimoni e della sua vita letteraria. Quantità enormi di Shaker’s Cold Cream mi vennero frizionate sul corpo da Iris che genuflessa tubava, mentre io giacevo prono su un asciugamano ruvido, nella luce sfolgorante della plage. Sotto le palpebre chiuse, premute sull’avambraccio, nuotavano purpuree forme fotomatiche: <<Attraverso la prosa delle vesciche della scottatura giungeva la poesia del suo tocco… >> scrivevo nel mio diario tascabile, ma posso migliorare quel preziosismo giovanile. Attraverso il pizzicore che sentivo sulla pelle – anzi, in verità portato da quel pizzicore a un livello raffinato di godimento abbastanza ridicolo – il tocco della sua mano sulle scapole e lungo la spina dorsale somigliava troppo a una carezza intenzionale per non esserne un’imitazione deliberata, e non riuscivo a dominare una reazione segreta a quelle dita agili quando, con un gratuito frullo conclusivo, scendevano giù fino al coccige, prima di dileguarsi.”

(Vladimir Nabokov, “Guarda gli arlecchini!”, ed. Adelphi)

Vadim Vadimovic N., settantenne scrittore nominato tra i candidati al premio Nobel, ripercorre la sua vita, i suoi “tre o quattro” matrimoni, i suoi romanzi scritti in russo e quelli in inglese, e lo fa con crudezza, sincerità, sarcasmo, irriverenza, arroganza. Nato a Pietroburgo, reduce da un’infanzia solitaria e un’adolescenza sessualmente precoce, lo scrittore fugge dalla Russia in seguito alla Rivoluzione, rifugiandosi dapprima in Francia, poi in Inghilterra, infine negli Usa dove insegna in un’università provinciale. La trama di “Guarda gli arlecchini!”  è fondamentalmente questa, ma la grandezza del romanzo, com’è quasi “scontato” trattandosi di Nabokov, sta nella maestria ammaliante della scrittura (e della traduzione) che ci avvolge in un’atmosfera continuamente al limite tra l’invenzione letteraria e la realtà, la realtà di Vadim Vadimovic N. e, chissà entro quali limiti, quella dello stesso Nabokov.

Il romanzo è beffardo, Continua a leggere…

“Una risata nel buio” (Vladimir Nabokov)

una risata

“Albinus era consapevole della gelosia umiliante che lo divorava nel vedere Margot stringersi al cavaliere di turno, specie sapendo che lei non indossava nulla sotto l’abito leggero; le gambe erano abbronzate in modo così incantevole che lei non portava le calze. A volte Albinus la perdeva di vista; allora si alzava in piedi e gironzolava irrequieto, battendo una sigaretta sul portasigarette. Entrava in una stanza dove alcuni giocavano a carte, poi passava su una terrazza, quindi ritornava sui proprio passi con la nauseante convinzione che lei lo stesse tradendo. A un tratto Margot ricompariva da chissà dove, gli si sedeva accanto nel suo bellissimo vestito luccicante e beveva una lunga sorsata di vino. Lui non palesava la propria apprensione, ma sotto la tavola le accarezzava nervosamente le ginocchia nude che sbattevano l’una contro l’altra quando lei si allungava all’indietro sulla sedia ridendo – un po’ istericamente, pensava Albinus – per qualche battuta, non troppo divertente, del suo ultimo cavaliere.”

(Vladimir Nabokov, “Una risata nel buio”, ed. Adelphi)

Un grande scrittore come Nabokov può permettersi di svelare tutta la trama grossolana del libro nella prime cinque righe, tanto poi se la gioca sui particolari. L’incipit di “Una risata nel buio” è: “C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi. La storia, in breve, è tutta qui, e qui avremmo potuto fermarci se non fosse stato giovevole e dilettevole raccontarla; e benché su una pietra tombale vi sia spazio quanto basta a contenere, incorniciato nel muschio, il compendio di una vita, i particolari sono sempre graditi.”

Dopo siffatta introduzione autoriale, diventa difficile per me aggiungere altro per descrivere i motivi per cui suggerisco la lettura di questo ennesimo grande romanzo di Nabokov, un libro che contiene una vicenda di gelosia, rancore, passione, inganno, ma che è soprattutto una grande dimostrazione di come la Letteratura di un certo livello riesca a coinvolgere il lettore anche quando egli, di fatto, già sa tutto dalla prima pagina. Continua a leggere…

Ritorno alla Natura? (da Julio Cortázar)

IMG_20160616_161421

(Ogni tanto provo a “immergermi nella Natura”, ad esempio approcciando le piante sul balcone di casa, ma dopo un po’ mi stanco, è più forte di me. La penso come Cortázar, almeno per l’85-86 % di queste sue parole)

“In quest’epoca di ritorno spregiudicato e turistico alla Natura, in cui i cittadini guardano alla vita di campagna come Rousseau guardava il buon selvaggio, hanno più che mai la mia solidarietà: a) Max Jacob, il quale in risposta a un invito a trascorrere il fine settimana in campagna, disse fra lo stupefatto e il terrorizzato: <<La campagna, quel luogo dove i polli vanno in giro crudi?>>; b) il dottor Johnson, che a metà di un’escursione nel parco di Greenwich espresse energicamente la sua preferenza per Fleet Street; c) Baudelaire, che portò l’amore per l’artificiale fino alla nozione stessa di paradiso.

Un paesaggio, una passeggiata nel bosco, un tuffo in una cascata, un sentiero fra le rocce, possono appagarci esteticamente soltanto se ci è assicurato il ritorno a casa o in albergo, la doccia lustrale, la cena e il vino, la chiacchierata dopocena, il libro o le carte, l’erotismo che tutto riassume e ricomincia.

Diffido degli ammiratori della natura che di tanto in tanto scendono dall’auto per contemplare il panorama e per fare quattro o cinque saltelli fra i picchi; quanto agli altri, quei boy-scouts a vita che hanno l’abitudine di girovagare sotto enormi zaini e smisurate barbe, le loro reazioni sono principalmente monosillabiche o esclamative; tutto sembra consistere nel rimanere mille volte come stupidi dinanzi a una collina o a un tramonto che sono le cose più ripetute al mondo.

I civilizzati mentono quando cadono in deliquio bucolico; se manca loro lo scotch on the rocks delle sette e mezzo di sera, malediranno il minuto in cui hanno abbandonato casa propria per andare ad esporsi a tafani, insolazioni e spine; quanto ai più in armonia con la natura, sono tanto stupidi quanto lei. Un libro, una commedia, una sonata, non necessitano né di ritorno né di doccia; è lì dove raggiungiamo le nostre vette, dove siamo il più che possiamo essere. Ciò che cerca l’intellettuale o l’artista quando si rifugia in campagna è tranquillità, lattuga fresca e aria ossigenata; con la natura che lo circonda per ogni dove, lui legge o dipinge o scrive nella perfetta luce di una stanza ben orientata: se esce a passeggio o si affaccia a osservare gli animali o le nubi, è perché si è stancato di lavorare o di oziare. Non ti fidare, caro mio, della contemplazione di un tulipano quando il contemplatore è un intellettuale. Lì non c’è altro che tulipano + distrazione, o tulipano + meditazione (quasi mai sul tulipano). Non troverai mai uno scenario naturale che resista più di cinque minuti a una contemplazione impegnata, mentre invece sentirai abolirsi il tempo nella lettura di Teocrito o di Keats, soprattutto in quei brani dove compaiono scenari naturali. Sì, Max Jacob aveva ragione: i polli, arrosto.” Continua a leggere…

Parole utili

(Dal “Dizionario dei luoghi comuni” di Gustave Flaubert, ho scelto per voi amabili lettori alcune parole che, ne sono certo, potranno esservi utili nel corso del fine settimana.)

ATEO. Un popolo di atei non potrebbe sussistere.

AVVOCATO. Ci sono troppi avvocati alla Camera. Hanno il giudizio deformato, perché perorano il pro e il contro. Vengono consultati su qualsiasi cosa, anche su ciò che non conoscono. Di un avvocato che parla male, dire: <<ma è forte in Diritto>>.

CONCUPISCENZA. Termine da curato per designare i desideri carnali.

DIDEROT. Sempre seguito da <<d’Alembert>>.

EGOISMO. Lamentarsi di quello degli altri e non accorgersi del proprio.

GIOIA. Sempre accompagnata da <<pazza>>. Gli amici della franca gaiezza.

ILLUSIONI. Affettare di averne nutrite molte. Rimpiangere di averle perdute.

IMBECILLI. Tutti quelli che non la pensano come noi.

IMMORALITÀ. Se ben pronunciata, è una parola che dà prestigio a chi ne fa uso.

ITALIANI. Tutti traditori.

LIBERTINAGGIO. Si vede solo nelle grandi città.

MATERIALISMO. Pronunciare questa parola con orrore scandendone ogni sillaba.

NATURA. <<Com’è bella la Natura!>>, dirlo ogni qual volta ci si trovi in campagna.

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: