Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il fantasma di Boboli” (Firenze 17-21 luglio 2018)

In questo articolo sono ammassati i frammenti sparsi che il viaggio compiuto a Firenze mi ha ispirato. Non vi è una coerenza precisa, se non la Bellezza devastante di questa città.

Ho visto tramonti peggiori.

 

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(Uscendo dall’appartamento che mi ospita, a pochi metri ho notato questa targa, che ricorda Carlo Levi nel periodo in cui visse proprio qui, a Piazza de’ Pitti.)

“Qui abitò tra il dicembre 1943 e l’agosto 1945 Carlo Levi.
Qui scrisse ‘Cristo si è fermato a Eboli’ e dipinse quadri fra i suoi più belli e umani, nella casa di Annamaria Ichino, per lui e altri sicuro rifugio dal nazifascismo e dalle persecuzioni antisemite.”

 

(Il fantasma di Boboli)
Al giardino di Boboli dovevo andarci l’anno scorso, ma quel giorno era chiuso, il treno del ritorno incombeva e quindi lasciai il fantasma di me stesso là, fuori dall’ingresso di Porta Romana, in compagnia di un altro bel fantasma, ma un po’ deluso da quella porta serrata.
Stamattina sono entrato da Palazzo Pitti, ingresso principale. Ho passeggiato nel verde, ho ammirato il panorama di Firenze, le vasche d’acqua, le grotte, il Museo della porcellana, ho percorso il viale dei cipressi e, a un certo punto, ho visto un cancello, l’ho riconosciuto. Era proprio quello di Porta Romana, stavolta aperto.
Ho compreso di trovarmi dall’altra parte e poi, che ci crediate o meno, ho visto lui, il mio fantasma, ancora là fuori, che chiacchierava con un altro fantasma, a dirla tutta molto più elegante del mio.
Mi sono avvicinato al cancello, quasi con la paura di rovinare la loro conversazione, ma curioso, incredulo nel constatare come lui, il mio fantasma, fosse ancora lì dopo otto mesi.
Anche lui si è accorto di me e mi ha indicato all’altro fantasma, che ha sorriso.
E infine, non so neanch’io come, arrivato a un paio di metri da loro, ho detto: “Potete entrare, che aspettate, non vedete che è aperto?”. Loro, all’unisono, mi hanno risposto, con una voce che non dimenticherò mai: “Aspettavamo che fossi tu ad aprirla.”
Poi, una volta entrati, abbiamo cominciato a ricordare tante cose, ma questa, in fondo, è un’altra storia.

 

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“In questi pressi, fra il 1868 e il 1869, Fedor Mihailovic Dostoevskij compì il romanzo L’idiota”.

Ce l’avevo davanti agli occhi da due giorni ma, pur attento osservatore di ogni minima targa commemorativa, non l’avevo ancora vista.
Chi mi conosce può immaginare cosa significhi scoprire che 150 anni fa il mio scrittore preferito, Dostoevskij, scrivesse quel grandioso romanzo a tre metri da dove alloggio per questa trasferta fiorentina.
Il tutto mentre io, che avevo portato cinque fogli bianchi per scrivere qualcosa, sono riuscito ad appuntare solo gli orari dei treni e il nome di qualche locale. La targa si trova a Piazza de’ Pitti.

 

Quasi ormai sulla via del ritorno in provincia, ho rotto gli indugi, ho giocato d’anticipo, svegliandomi all’alba e alle 8.19 esatte sono entrato agli Uffizi, abbeverandomi alla fonte della Bellezza, novello Bacco caravaggesco.

 

“Ero già in una sorta di estasi all’idea di trovarmi a Firenze (…) Assorbito nella contemplazione della bellezza sublime, la vedevo da vicino, la toccavo per così dire. Ero giunto a quel livello di emozione, dove si incontrano le sensazioni celestiali date dalle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un tuffo al cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”.
(Stendhal, “Roma, Napoli, Firenze”)

Nel 1817 il grande Stendhal, autore tra l’altro di romanzi come “Il rosso e il nero” e “La Certosa di Parma”, visitò la Basilica di S. Croce, a Firenze.
Nel libro “Roma, Napoli, Firenze”, racconta della vertigine che lo colse all’interno della Basilica e che, in seguito, sarà appunto nominata come “sindrome di Stendhal”.

 

Ciao Firenze, ciao Ponte Vecchio, è tempo di tornare al mio paese, ma questo non è un addio, anche se non si sa mai, un addio è sempre in agguato.
Tornerò, forse da turista o forse addirittura da Re, quando sarò straricco, quando il Ponte potrò acquistarlo e trasformarlo in una gigantesca biblioteca vista fiume.
Ah, Firenze, hai visto che sono riuscito a passare su quel Ponte decine di volte in questi giorni, senza mai canticchiare quella canzone che Ivan ti dedicò?
Volevo fare una foto perfetta per salutarti, ma come vedi un furgoncino e una coppia di turisti si sono inseriti nell’inquadratura. Ma è giusto che anche loro passino da una sponda all’altra, costruendo ricordi, frugando nel passato, vivendo il presente, sospettando il futuro.
Beh, adesso vado davvero, anche perché mi si sta annebbiando la vista, sembra quasi che mi si stiano inumidendo gli occhi e il treno non avrebbe tempo di aspettare che io capisca se sono lacrime di gioia, di malinconia o un groviglio inestricabile di queste e altre cose.

“Ricordo i suoi occhi, strano tipo di donna che era
quando gettò i suoi disegni con rabbia giù da Ponte Vecchio.
– Io sono nata da una conchiglia, – diceva –  “La mia casa è il mare e con un fiume no, non la posso cambiare”.

 

 

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“I tempi di Anika e altri racconti” (Ivo Andrić)

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(Anche nei racconti Andrić conferma le grandi qualità mostrate nello stupendo romanzo “Il ponte sulla Drina”.)

“Mihailo fissò quegli occhi, abbagliato ed incredulo, convinto che quello sguardo avrebbe mutato espressione oppure che sarebbe scomparso come una visione o un’allucinazione. Lo sguardo di Anika, al contrario, si fece sempre più aspro e lucente, ed il suo fulgore sempre più vivace ed intenso. Egli cercò di opporsi al pensiero che in quel momento balenò in lui acquistando un contorno sempre più ben definito, si dominò per non gridarlo a voce alta, al solo scopo di espellerlo da sé: era quello lo sguardo ben noto che aveva visto già una volta, nella locanda, e che poi aveva sognato diverse volte, infelice e tormentato dai sogni più terribili. Era Krstinica che lo guardava, col suo sguardo belluino carico di propositi sconosciuti dai quali bisognava fuggire via, benché non si potesse mai scappare abbastanza lontano. Mihailo esercitò su se stesso disperati e fulminei tentativi per ridestarsi, per far scomparire quegli occhi emettendo un rauco grido che lo scotesse bruscamente, così come aveva fatto parecchie volte sui suoi sudati giacigli, per capanne e taverne incontrate lungo la strada. Ma quegli occhi non si scostarono, e continuarono a brillare davanti a lui immutati ed immobili. E, mentre lottava dentro di sé, restando incerto tra il sogno e la realtà, gli sembrava di udire incessantemente la voce di Anika:
– Lo credi proprio?
Questa frase si ripeteva in lui come un rimbombo centuplicato, benché la ragazza l’avesse pronunciata una sola volta.”
(Ivo Andrić, “I tempi di Anika e altri racconti”, ed. Bompiani)

“Appunti sui polsini” (Michail Bulgakov)

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“L’avevo lasciato nel mese di giugno. Allora era venuto da me, aveva rollato una sigaretta di tabacco forte, e cupamente aveva detto.

«Beh, ho finito l’università.»

«Complimenti, dottore» dissi io, partecipe.

Le prospettive del medico appena sfornato si delineavano nel modo seguente: nella sezione sanità mi hanno detto: “Siete libero”, nel convitto degli studenti di medicina mi hanno detto: “Avete finito, quindi sloggiate”, nelle cliniche, ospedali e simili istituti mi hanno detto: “Riduciamo gli organici”.

Ne è venuta fuori, in genere, l’oscurità più completa. Quindi sparì e affondò nell’abisso moscovita.

«Vuol dire che è morto» constatai io tranquillamente, distratto dalle mie faccende personali (cioè la cosiddetta “lotta per l’esistenza”).

Lotta fino al mese di novembre e mi preparai a lottare ulteriormente, quando lui ricomparve all’improvviso.

Indossava degli stracci lisi, bucati (l’ex cappotto degli studenti), ma sotto quell’indigenza stonavano delle scarpette nuove.

Solo da com’erano levigate riuscii a stabilire senza errore: le aveva comperate alla Suchareva per 75 milioni.

Tirò fuori la borsetta delle siringhe e mi offrì una sigaretta di tabacco raffinato.

Colpito dallo stupore, attendevo spiegazioni. Che seguirono immediatamente: «Lavoro come scaricatore in una cooperativa. Sai, è una simpatica cooperativa: sei studenti del quinto corso e io…»

«Che cosa trasportare?»

«Mobili, nelle botteghe. Da noi ci sono anche dei commessi fissi.»

«Quanto guadagni?»

«La settimana scorsa ho preso 275 limoncini*.»

Ho fatto immediatamente la moltiplicazione: 275 x 4 = 1 miliardo e cento! Al mese.

«E la medicina?»

«C’è anche la medicina. Scarichiamo due o tre volte la settimana. Nel resto del tempo sono in clinica, mi occupo di raggi X.»”

*limone o limoncino: biglietto da mille rubli.

(Michail Bulgakov; “Appunti sui polsini”, ed. Nobel)

 

“Dell’amore” (Anton Cechov)

Dell'amore (Cechov)

“Presero a parlare d’amore.
– Come nasca l’amore – disse Alëkin, – perché Pelageja non si sia innamorata di qualcun altro più confacente a lei e alle sue qualità spirituali e fisiche, ma si sia incapricciata proprio di Nikanor, di quel brutto ceffo (qui da noi lo chiamano tutti così), visto che in amore sono importanti i problemi di felicità personale, tutto questo non ci è dato saperlo e di queste cose possiamo discutere a piacimento. Fino a questo punto a proposito dell’amore è stata detta una sola indiscutibile verità, nella fattispecie che questo segreto è grande; tutto il resto che è stato scritto o detto sull’amore non è stato una soluzione ma soltanto un’impostazione dei problemi che però sono rimasti irrisolti. La spiegazione che pareva adattarsi a un caso non vale più per gli altri dieci e la cosa migliore da farsi, a mio parere, è esporre ogni caso singolarmente, senza cercare di generalizzare. Bisogna, come dicono i dottori, isolare ogni singolo caso.”
(Anton P. Cechov, “Dell’amore”)

“La steppa” (Anton Cechov)

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“Di certo avete udito parlare di lui. Si faceva notare perché non usciva nemmeno col bel tempo se non con il parapioggia, con le soprascarpe e con un abito foderato. Il suo parapioggia aveva la fodera, il suo orologio aveva un astuccio di pelle grigia, il suo temperino, quando lo tirava fuori per temperare la matita, aveva anch’esso un astuccio; pareva che stesse in una fodera perfino il suo viso, perché egli lo nascondeva sempre nel bavero rialzato. Portava occhiali affumicati, un panciotto di lana; metteva cotone nelle orecchie e, prendendo una vettura, faceva tirar su il soffietto. In breve, si osservava in costui il desiderio irresistibile e costante di rannicchiarsi il più possibile in un guscio: di costruirsi, per così dire, un astuccio che lo isolasse e lo riparasse dagli influssi esterni. La realtà lo sgomentava, lo urtava, lo teneva in una perpetua emozione; e forse era per giustificare il suo sgomento o disgusto del reale, che instancabilmente vantava ciò ch’è passato ed inesistente.”

(Anton Cechov, racconto “L’uomo nell’astuccio” in “La steppe”, ed. Garzanti, 1966)

Ho trovato “La steppa”, selezione di racconti cechoviani, edizione Garzanti del 1966, in una rivendita di libri usati, dove era finita facendo chissà quali giri strambi. A parte il fascino che i volumi lisi dal tempo esercitano su di me, sul quale mi sono soffermato tempo fa su questo delirante blog, devo qui ribadire la mia gigantesca e certo non originale stima per Cechov, i cui racconti sono un magistrale dell’arte narrativa “breve”. La grandezza e la freschezza delle storie raccontate dall’autore russo sono tali da avermi fatto dimenticare quali dei racconti contenuti in questa raccolta avessi già letto in passato.

L’occhio di Cechov è clinico ma poetico, oppure poetico ma clinico, poco importano tali sottigliezze. I racconti, sia pure ambientati nella Russia della seconda metà dell’Ottocento, suonano moderni all’orecchio del lettore, che si tratti di un professore ormai conscio di dover morire, di una donna in carriera benefattrice ma sola, di un diciassettenne alle prime disillusioni amorose o di un uomo che vive “in un astuccio”, schiavo dei suoi pregiudizi etici.

Cechov è sottile analista delle debolezze umane, ma lo è con ironia, empatia, malinconia, insomma con poesia e questi mi paiono motivi più che sufficienti per suggerirvi di leggerlo.

Virginia Woolf su Anton Cechov

“Le nostre prima impressioni di Cechov non sono di semplicità ma di sconcerto. Che cosa vuol dire, e come può credere che si possa fare un racconto con questo?, ci domandiamo a misura che leggiamo i suoi racconti. Un uomo si invaghisce di una donna sposata, si separano, si incontrano, e alla fine restano a parlare della loro situazione, a domandarsi in che modo avrebbero potuto rompere <quegli insopportabili ostacoli>. <Come fare? chiedeva lui disperato: come? E sembrava loro che, ancora un poco, e la soluzione si sarebbe trovata; e allora avrebbe avuto inizio una vita nuova e bella>. Così finisce il racconto. Ma sarà davvero la fine, ci chiediamo? Piuttosto abbiamo la sensazione di aver omesso, senza accorgerci, qualche particolare importante; oppure come se una melodia si fosse interrotta, senza aspettare che gli accordi attesi venissero a chiuderla. Questi racconti sono inconcludenti, diciamo, decisi a impostare la nostra critica sul presupposto che i racconti debbano finire in modo attendibile. Ma questo significa mettere in dubbio la nostra attitudine alla lettura. Quando la melodia è familiare e il finale enfatico – gli amanti vengono riuniti, i cattivi debellati, gli imbrogli chiariti -, come in quasi tutta la letteratura d’immaginazione vittoriana, non possiamo in verità sbagliare; ma quando la melodia è poco familiare, e alla fine troviamo un punto interrogativo, o semplicemente l’informazione che i personaggi continuano a parlare, come capita con Cechov, ci vuole un senso della letteratura assai coraggioso e all’erta, per riuscire a scorgere la melodia, e in special modo quelle ultime note che completano la melodia… ma una volta che l’occhio si è abituato alle sfumature, la metà dei finali della letteratura d’immaginazione svaniscono nel nulla; diventano schermi trasparenti con una luce dietro: vistosi, ovvii, superficiali. La generale resa dei conti nell’ultimo capitolo, le nozze, la morte, la dichiarazione di valori etici od estintivi sonoramente annunciata al suono delle trombe, pesantemente sottolineata, diventano tutti rudimentali artifici. Sentiamo che niente è stato risolto; che nulla è rimasto saldamente sistemato. D’altra parte, quel metodo che all’inizio ci sembrava così arbitrario, inconcludente, troppo attento alle banalità, ora ci sembra il risultato di un gusto squisitamente originale ed esclusivo, il quale arditamente scende e infallibilmente ordina i suoi elementi, controllato da un’onestà che si trova soltanto fra gli stessi russi.”

(Virginia Woolf su Anton Cechov, tratto da nota introduttiva a “La steppa”, contenente racconti di Cechov, ed. Garzanti del 1966)

“La solitudine” (Alberto Moravia)

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“Era chiaro che Mostallino con quella sua conversazione voleva fare intendere a Perrone che, nonostante la presenza della donna, nulla tra di loro era cambiato. E così anche Perrone avrebbe voluto che fosse. Invece, per quanto si sforzasse di mettere in quei discorsi la consueta foga, egli si accorgeva con dispetto che i suoi pensieri erano altrove. Non soltanto non sapeva quasi rispondere a tono alle domande dell’amico e ogni tanto inciampava e si incantava come colpito da amnesia, ma neppure riusciva ad evitare che i suoi sguardi si appuntassero con troppa frequenza su Monica ritta tra loro, le spalle al camino. Erano sguardi indocili che andavano a Monica anche quando avrebbe voluto rivolgerli all’amico; e per quanto cercasse di renderli almeno leggeri e casuali, si abbattevano invece su quelle belle membra come mani pesanti che vogliono palpare e ghermire. Quasi quasi si meravigliava Perrone che sotto quelle occhiate furtive e indiscrete, Monica non cacciasse ogni tanto un grido o trasalisse e si contorcesse come chi si senta ad un tratto brancicare da dita violente. Ma Monica, e questo accresceva il suo turbamento,nonché rinchiudersi pareva, al contrario, sotto o suoi sguardi, aprirsi e respirare meglio come un fiore carnoso sotto un’acqua che lo ristori. Ella rispondeva, è vero, ogni tanto agli sguardi di Perrone con sguardi furtivamente supplichevoli che parevano significare: non mi guardi in questo modo, si moderi, perché mi guarda così?; ma era chiaro che anche queste mute implorazioni facevano parte di una sua provinciale e rustica civetteria. Insomma, pareva già complice, già d’accordo con lui per tradire Mostallino alla prima occasione. Questo pensiero riempiva Perrone di ripugnanza; e pur non potendo fare a meno di cedere troppo spesso all’attrazione che esercitava su di lui la vista di Monica, si riprometteva con rabbiosa fermezza di non oltrepassare mai questa prima muta fase del suo involontario tradimento.”
(Alberto Moravia, “La solitudine”, in “Racconti”, ed. Garzanti)

“Prima gli idioti” (Bernard Malamud)

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“Era giunto alla conclusione che Mary Lou aveva diritto di commettere i propri errori. Lui aveva diritto ai suoi. Ma per quanto cercasse di non pensare a quel che gli aveva raccontato, il fatto che fosse stata una sgualdrina continuava a tormentarlo. Mary Lou aveva avuto a che fare con molti uomini, e che corteo avrebbero formato, se l’avessero seguita in quel momento, Cronin non aveva il coraggio di immaginarlo. Non aveva mai conosciuto nessuno come lei; e il fatto di trovarsi in sua compagnia gli sembrava piuttosto strano. «Che cosa straordinaria, il presente», pensò. Nel presente, una persona è ciò che sta diventando, non ciò che è stata. Mary Lou era quella ragazza dalle gambe pesanti ma ben fatte, vestita di giallo, che sedeva al suo fianco come se fosse quello il suo posto. Una lezione interessante, per lui, si disse. Il passato creava difficoltà solo se glielo si permetteva. La gente ne aveva paura perché pensava che condizionasse il futuro. Ma non succedeva, se ci si rendeva conto che la vita cambiava e si badava esclusivamente a ciò che era diventata, e la si viveva in quei limiti. Cronin tornò a considerare la possibilità di un’amicizia con Mary Lou.”
(Bernard Malamud, racconto “La scelta di una professione” in “Prima gli idioti”, ed. minimum fax)

“Il genio della perversione” (Edgar Allan Poe)

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“Un appello al proprio cuore è, dopo tutto, la migliore risposta al sofisma ora riportato. Nessuno che consulti lealmente e interroghi a fondo la propria anima, sarà disposto a negare la radicalità della propensione di cui parliamo. Essa è tanto incomprensibile quanto spiccata. Non esiste tra i viventi un uomo che in qualche momento non sia tormentato, per esempio, da un forte desiderio di sottoporre a un supplizio di Tantalo l’ascoltatore usando lunghe circonlocuzioni. Chi parla si rende conto di essere spiacevole; eppure ha tutta l’intenzione di piacere. È di solito conciso, incisivo, chiaro; la sua lingua lotta a fondo per conservare un linguaggio laconico, luminoso; soltanto con difficoltà si vieta di lasciar fluire le parole, teme e depreca la collera di colui al quale si rivolge; tuttavia lo colpisce il pensiero, che si possa provocare questa collera con certe involuzioni e parentesi; questo solo pensiero è sufficiente per lui. L’impulso diventa volontà, la volontà desiderio e questo si trasforma in un incontrollabile anelito, anelito a cui egli soggiace (con suo dispiacere o mortificazione a dispetto di tutte le possibili conseguenze).

Abbiamo di fronte un compito cui dobbiamo rapidamente adempiere, sappiamo che sarebbe rovinoso ritardarlo, la più importante crisi della nostra vita ci sprona, con squillo di tromba, a un’energica, immediata azione. Bruciamo, siamo consumati dall’impazienza di cominciare il lavoro, nella previsione di un favorevole risultato, tutto il nostro animo è in fiamme. È necessario cominciare oggi e tuttavia rimandiamo tutto a domani… perché? Non c’è risposta, se non quella che ci sentiamo perversi, usando questa parola senza comprenderne il principio. Arriva l’indomani e con esso un’ansietà ancor più impaziente di fare il nostro dovere, ma con il crescere di questa ansietà arriva anche un’esigenza di ritardare, oscura, decisamente paurosa in quanto insondabile, un’esigenza che acquista forza man mano che gli attimi volano via. L’ultima ora per agire è vicina. Tremiamo per la violenza del conflitto che è dentro di noi – del definito con l’indefinito – della sostanza con le ombre, ma se la contesa è arrivata così avanti è l’ombra che prevale – invano lottiamo; scocca l’ora ed è il rintocco funebre del nostro benessere, allo stesso tempo il canto del gallo per il fantasma che ci ha così a lungo atterriti. Esso fugge via – sparisce – siamo liberi, ritorna l’antica energia. Lavoreremo ora, ma ahimè!, è troppo tardi!

(Edgar Allan Poe, “Il genio della perversione”, in “Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore”, ed. Newton Compton Editori)

“Milena. III” (n. 29 da “Frammenti da un camino”)

“Quel mercoledì sera, tornando da lavoro, Milena aveva intenzione di trascorre una serata rilassante nella sua stanza, ma quando avvistò l’automobile di Marco sotto casa, ebbe la sensazione che qualcosa avrebbe turbato il suo progetto di quiete. Nel vederlo, l’immediata paura fu che lui avesse saputo, chissà come, della sua uscita con Arturo. Subito, però, respinse questa fantasia, probabilmente dovuta al sottile senso di colpa che avvertiva. La realtà si rivelò più subdola dell’immaginazione, allorché Marco, dal solito spirito organizzativo, un tempo adorabile agli occhi di Milena, ma ora solo residuo anacronistico di una storia in disfacimento, le disse, con aria ingenua, inconsapevole, che aveva pensato potessero andare a Bologna per un concerto e restare lì tre – quattro giorni, approfittando delle ferie che lei, con mossa quanto mai incauta, gli aveva prospettato essere prossime.

– Guarda, ho già preso i biglietti, avevo paura che terminassero. Se sei d’accordo, ma non vedo perché non dovresti, tra un po’ prenotiamo anche hotel e treno, – affermò entusiasta, provocando in lei un’istintiva tenerezza per quel ragazzo che, a conti fatti, era stata l’unica persona alla quale era stata legata sentimentalmente.

Al tempo stesso, però, Milena avvertì un certo fastidio per quell’iniziativa non concordata, unilaterale, che per quanto intrapresa con amore, che lui provava e riteneva fosse tuttora corrisposto, si scontrava bruscamente con gli ultimi due mesi del loro rapporto, colmi di litigi per futili motivi, riappacificazioni passionali ma per nulla risolutive, silenzi prolungati e soprattutto di una pervasiva, dilagante e persistente noia, che Milena avvertiva ormai quasi sempre quando erano insieme.

La urtava specialmente quel “non vedo perché non dovresti”, un inciso pronunciato con un tono della voce leggermente diverso, quasi che, ma era anche questa una fisima di Milena, lui volesse suggerirle di confessare qualcosa. No, il punto non era quello, razionalizzò la ragazza in pochi istanti; il fatto, grave, era che Marco ignorava o, peggio, fingeva di ignorare lo stato delle cose, la sua intenzione di mollarlo, che prescindeva dall’intervenuta conoscenza con Arturo. Bisognava che lei trovasse il coraggio di dire “no” all’inopportuna proposta e al contempo facesse chiarezza definitiva sulla sorte della loro storia.

E invece, mancandole la forza di trafiggere un uomo che le appariva entusiasta per inconsapevolezza, ma che sotto quella maschera si sarebbe rivelato inerme e indifeso al primo colpo ricevuto, accettò l’invito, sperando che in quei giorni trascorsi assieme anche lui, come lei, potesse rendersi conto da sé che era giunta l’ora del commiato, forse meno brusco se spiegato con le giuste ma ancora inesistenti parole, di certo non per questo meno straziante.

(Altri frammenti qui)

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