Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La steppa” (Anton Cechov)

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“Di certo avete udito parlare di lui. Si faceva notare perché non usciva nemmeno col bel tempo se non con il parapioggia, con le soprascarpe e con un abito foderato. Il suo parapioggia aveva la fodera, il suo orologio aveva un astuccio di pelle grigia, il suo temperino, quando lo tirava fuori per temperare la matita, aveva anch’esso un astuccio; pareva che stesse in una fodera perfino il suo viso, perché egli lo nascondeva sempre nel bavero rialzato. Portava occhiali affumicati, un panciotto di lana; metteva cotone nelle orecchie e, prendendo una vettura, faceva tirar su il soffietto. In breve, si osservava in costui il desiderio irresistibile e costante di rannicchiarsi il più possibile in un guscio: di costruirsi, per così dire, un astuccio che lo isolasse e lo riparasse dagli influssi esterni. La realtà lo sgomentava, lo urtava, lo teneva in una perpetua emozione; e forse era per giustificare il suo sgomento o disgusto del reale, che instancabilmente vantava ciò ch’è passato ed inesistente.”

(Anton Cechov, racconto “L’uomo nell’astuccio” in “La steppe”, ed. Garzanti, 1966)

Ho trovato “La steppa”, selezione di racconti cechoviani, edizione Garzanti del 1966, in una rivendita di libri usati, dove era finita facendo chissà quali giri strambi. A parte il fascino che i volumi lisi dal tempo esercitano su di me, sul quale mi sono soffermato tempo fa su questo delirante blog, devo qui ribadire la mia gigantesca e certo non originale stima per Cechov, i cui racconti sono un magistrale dell’arte narrativa “breve”. La grandezza e la freschezza delle storie raccontate dall’autore russo sono tali da avermi fatto dimenticare quali dei racconti contenuti in questa raccolta avessi già letto in passato.

L’occhio di Cechov è clinico ma poetico, oppure poetico ma clinico, poco importano tali sottigliezze. I racconti, sia pure ambientati nella Russia della seconda metà dell’Ottocento, suonano moderni all’orecchio del lettore, che si tratti di un professore ormai conscio di dover morire, di una donna in carriera benefattrice ma sola, di un diciassettenne alle prime disillusioni amorose o di un uomo che vive “in un astuccio”, schiavo dei suoi pregiudizi etici.

Cechov è sottile analista delle debolezze umane, ma lo è con ironia, empatia, malinconia, insomma con poesia e questi mi paiono motivi più che sufficienti per suggerirvi di leggerlo.

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Virginia Woolf su Anton Cechov

“Le nostre prima impressioni di Cechov non sono di semplicità ma di sconcerto. Che cosa vuol dire, e come può credere che si possa fare un racconto con questo?, ci domandiamo a misura che leggiamo i suoi racconti. Un uomo si invaghisce di una donna sposata, si separano, si incontrano, e alla fine restano a parlare della loro situazione, a domandarsi in che modo avrebbero potuto rompere <quegli insopportabili ostacoli>. <Come fare? chiedeva lui disperato: come? E sembrava loro che, ancora un poco, e la soluzione si sarebbe trovata; e allora avrebbe avuto inizio una vita nuova e bella>. Così finisce il racconto. Ma sarà davvero la fine, ci chiediamo? Piuttosto abbiamo la sensazione di aver omesso, senza accorgerci, qualche particolare importante; oppure come se una melodia si fosse interrotta, senza aspettare che gli accordi attesi venissero a chiuderla. Questi racconti sono inconcludenti, diciamo, decisi a impostare la nostra critica sul presupposto che i racconti debbano finire in modo attendibile. Ma questo significa mettere in dubbio la nostra attitudine alla lettura. Quando la melodia è familiare e il finale enfatico – gli amanti vengono riuniti, i cattivi debellati, gli imbrogli chiariti -, come in quasi tutta la letteratura d’immaginazione vittoriana, non possiamo in verità sbagliare; ma quando la melodia è poco familiare, e alla fine troviamo un punto interrogativo, o semplicemente l’informazione che i personaggi continuano a parlare, come capita con Cechov, ci vuole un senso della letteratura assai coraggioso e all’erta, per riuscire a scorgere la melodia, e in special modo quelle ultime note che completano la melodia… ma una volta che l’occhio si è abituato alle sfumature, la metà dei finali della letteratura d’immaginazione svaniscono nel nulla; diventano schermi trasparenti con una luce dietro: vistosi, ovvii, superficiali. La generale resa dei conti nell’ultimo capitolo, le nozze, la morte, la dichiarazione di valori etici od estintivi sonoramente annunciata al suono delle trombe, pesantemente sottolineata, diventano tutti rudimentali artifici. Sentiamo che niente è stato risolto; che nulla è rimasto saldamente sistemato. D’altra parte, quel metodo che all’inizio ci sembrava così arbitrario, inconcludente, troppo attento alle banalità, ora ci sembra il risultato di un gusto squisitamente originale ed esclusivo, il quale arditamente scende e infallibilmente ordina i suoi elementi, controllato da un’onestà che si trova soltanto fra gli stessi russi.”

(Virginia Woolf su Anton Cechov, tratto da nota introduttiva a “La steppa”, contenente racconti di Cechov, ed. Garzanti del 1966)

“La solitudine” (Alberto Moravia)

Moravia

“Era chiaro che Mostallino con quella sua conversazione voleva fare intendere a Perrone che, nonostante la presenza della donna, nulla tra di loro era cambiato. E così anche Perrone avrebbe voluto che fosse. Invece, per quanto si sforzasse di mettere in quei discorsi la consueta foga, egli si accorgeva con dispetto che i suoi pensieri erano altrove. Non soltanto non sapeva quasi rispondere a tono alle domande dell’amico e ogni tanto inciampava e si incantava come colpito da amnesia, ma neppure riusciva ad evitare che i suoi sguardi si appuntassero con troppa frequenza su Monica ritta tra loro, le spalle al camino. Erano sguardi indocili che andavano a Monica anche quando avrebbe voluto rivolgerli all’amico; e per quanto cercasse di renderli almeno leggeri e casuali, si abbattevano invece su quelle belle membra come mani pesanti che vogliono palpare e ghermire. Quasi quasi si meravigliava Perrone che sotto quelle occhiate furtive e indiscrete, Monica non cacciasse ogni tanto un grido o trasalisse e si contorcesse come chi si senta ad un tratto brancicare da dita violente. Ma Monica, e questo accresceva il suo turbamento,nonché rinchiudersi pareva, al contrario, sotto o suoi sguardi, aprirsi e respirare meglio come un fiore carnoso sotto un’acqua che lo ristori. Ella rispondeva, è vero, ogni tanto agli sguardi di Perrone con sguardi furtivamente supplichevoli che parevano significare: non mi guardi in questo modo, si moderi, perché mi guarda così?; ma era chiaro che anche queste mute implorazioni facevano parte di una sua provinciale e rustica civetteria. Insomma, pareva già complice, già d’accordo con lui per tradire Mostallino alla prima occasione. Questo pensiero riempiva Perrone di ripugnanza; e pur non potendo fare a meno di cedere troppo spesso all’attrazione che esercitava su di lui la vista di Monica, si riprometteva con rabbiosa fermezza di non oltrepassare mai questa prima muta fase del suo involontario tradimento.”
(Alberto Moravia, “La solitudine”, in “Racconti”, ed. Garzanti)

“Prima gli idioti” (Bernard Malamud)

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“Era giunto alla conclusione che Mary Lou aveva diritto di commettere i propri errori. Lui aveva diritto ai suoi. Ma per quanto cercasse di non pensare a quel che gli aveva raccontato, il fatto che fosse stata una sgualdrina continuava a tormentarlo. Mary Lou aveva avuto a che fare con molti uomini, e che corteo avrebbero formato, se l’avessero seguita in quel momento, Cronin non aveva il coraggio di immaginarlo. Non aveva mai conosciuto nessuno come lei; e il fatto di trovarsi in sua compagnia gli sembrava piuttosto strano. «Che cosa straordinaria, il presente», pensò. Nel presente, una persona è ciò che sta diventando, non ciò che è stata. Mary Lou era quella ragazza dalle gambe pesanti ma ben fatte, vestita di giallo, che sedeva al suo fianco come se fosse quello il suo posto. Una lezione interessante, per lui, si disse. Il passato creava difficoltà solo se glielo si permetteva. La gente ne aveva paura perché pensava che condizionasse il futuro. Ma non succedeva, se ci si rendeva conto che la vita cambiava e si badava esclusivamente a ciò che era diventata, e la si viveva in quei limiti. Cronin tornò a considerare la possibilità di un’amicizia con Mary Lou.”
(Bernard Malamud, racconto “La scelta di una professione” in “Prima gli idioti”, ed. minimum fax)

“Il genio della perversione” (Edgar Allan Poe)

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“Un appello al proprio cuore è, dopo tutto, la migliore risposta al sofisma ora riportato. Nessuno che consulti lealmente e interroghi a fondo la propria anima, sarà disposto a negare la radicalità della propensione di cui parliamo. Essa è tanto incomprensibile quanto spiccata. Non esiste tra i viventi un uomo che in qualche momento non sia tormentato, per esempio, da un forte desiderio di sottoporre a un supplizio di Tantalo l’ascoltatore usando lunghe circonlocuzioni. Chi parla si rende conto di essere spiacevole; eppure ha tutta l’intenzione di piacere. È di solito conciso, incisivo, chiaro; la sua lingua lotta a fondo per conservare un linguaggio laconico, luminoso; soltanto con difficoltà si vieta di lasciar fluire le parole, teme e depreca la collera di colui al quale si rivolge; tuttavia lo colpisce il pensiero, che si possa provocare questa collera con certe involuzioni e parentesi; questo solo pensiero è sufficiente per lui. L’impulso diventa volontà, la volontà desiderio e questo si trasforma in un incontrollabile anelito, anelito a cui egli soggiace (con suo dispiacere o mortificazione a dispetto di tutte le possibili conseguenze).

Abbiamo di fronte un compito cui dobbiamo rapidamente adempiere, sappiamo che sarebbe rovinoso ritardarlo, la più importante crisi della nostra vita ci sprona, con squillo di tromba, a un’energica, immediata azione. Bruciamo, siamo consumati dall’impazienza di cominciare il lavoro, nella previsione di un favorevole risultato, tutto il nostro animo è in fiamme. È necessario cominciare oggi e tuttavia rimandiamo tutto a domani… perché? Non c’è risposta, se non quella che ci sentiamo perversi, usando questa parola senza comprenderne il principio. Arriva l’indomani e con esso un’ansietà ancor più impaziente di fare il nostro dovere, ma con il crescere di questa ansietà arriva anche un’esigenza di ritardare, oscura, decisamente paurosa in quanto insondabile, un’esigenza che acquista forza man mano che gli attimi volano via. L’ultima ora per agire è vicina. Tremiamo per la violenza del conflitto che è dentro di noi – del definito con l’indefinito – della sostanza con le ombre, ma se la contesa è arrivata così avanti è l’ombra che prevale – invano lottiamo; scocca l’ora ed è il rintocco funebre del nostro benessere, allo stesso tempo il canto del gallo per il fantasma che ci ha così a lungo atterriti. Esso fugge via – sparisce – siamo liberi, ritorna l’antica energia. Lavoreremo ora, ma ahimè!, è troppo tardi!

(Edgar Allan Poe, “Il genio della perversione”, in “Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore”, ed. Newton Compton Editori)

“Milena. III” (n. 29 da “Frammenti da un camino”)

“Quel mercoledì sera, tornando da lavoro, Milena aveva intenzione di trascorre una serata rilassante nella sua stanza, ma quando avvistò l’automobile di Marco sotto casa, ebbe la sensazione che qualcosa avrebbe turbato il suo progetto di quiete. Nel vederlo, l’immediata paura fu che lui avesse saputo, chissà come, della sua uscita con Arturo. Subito, però, respinse questa fantasia, probabilmente dovuta al sottile senso di colpa che avvertiva. La realtà si rivelò più subdola dell’immaginazione, allorché Marco, dal solito spirito organizzativo, un tempo adorabile agli occhi di Milena, ma ora solo residuo anacronistico di una storia in disfacimento, le disse, con aria ingenua, inconsapevole, che aveva pensato potessero andare a Bologna per un concerto e restare lì tre – quattro giorni, approfittando delle ferie che lei, con mossa quanto mai incauta, gli aveva prospettato essere prossime.

– Guarda, ho già preso i biglietti, avevo paura che terminassero. Se sei d’accordo, ma non vedo perché non dovresti, tra un po’ prenotiamo anche hotel e treno, – affermò entusiasta, provocando in lei un’istintiva tenerezza per quel ragazzo che, a conti fatti, era stata l’unica persona alla quale era stata legata sentimentalmente.

Al tempo stesso, però, Milena avvertì un certo fastidio per quell’iniziativa non concordata, unilaterale, che per quanto intrapresa con amore, che lui provava e riteneva fosse tuttora corrisposto, si scontrava bruscamente con gli ultimi due mesi del loro rapporto, colmi di litigi per futili motivi, riappacificazioni passionali ma per nulla risolutive, silenzi prolungati e soprattutto di una pervasiva, dilagante e persistente noia, che Milena avvertiva ormai quasi sempre quando erano insieme.

La urtava specialmente quel “non vedo perché non dovresti”, un inciso pronunciato con un tono della voce leggermente diverso, quasi che, ma era anche questa una fisima di Milena, lui volesse suggerirle di confessare qualcosa. No, il punto non era quello, razionalizzò la ragazza in pochi istanti; il fatto, grave, era che Marco ignorava o, peggio, fingeva di ignorare lo stato delle cose, la sua intenzione di mollarlo, che prescindeva dall’intervenuta conoscenza con Arturo. Bisognava che lei trovasse il coraggio di dire “no” all’inopportuna proposta e al contempo facesse chiarezza definitiva sulla sorte della loro storia.

E invece, mancandole la forza di trafiggere un uomo che le appariva entusiasta per inconsapevolezza, ma che sotto quella maschera si sarebbe rivelato inerme e indifeso al primo colpo ricevuto, accettò l’invito, sperando che in quei giorni trascorsi assieme anche lui, come lei, potesse rendersi conto da sé che era giunta l’ora del commiato, forse meno brusco se spiegato con le giuste ma ancora inesistenti parole, di certo non per questo meno straziante.

(Altri frammenti qui)

“II. Milena” (n. 28 da “Frammenti da un camino”)

– Stasera ti offrirò una birra, alle nove. Dove abiti?

Per quale motivo aveva accettato, sia pure rimandando al giorno successivo? Milena non sapeva rispondersi e, scrutando i volti riflessi nel finestrino della metro, ipotizzava un cambiamento di programma: scendere a Piazza di Spagna, starsene un po’ lì a zonzo e tornarsene a casa, lasciando il misterioso Arturo in sterile attesa. Sarebbe stato più razionale, ma lei, ora, aveva voglia di razionalità o piuttosto di altro? Inoltre, non avrebbe saputo spiegargli il perché di una ritirata. Non poteva scappare, non più. In fondo, il peggio che potesse succedere era trascorrere una serata noiosa; al meglio, preferiva non pensare, perché le incuteva ancora più inquietudine. Com’era stato possibile che, in un paio di settimane, quell’antipatia iniziale si fosse tramutata in questa destabilizzante sensazione di curiosità? Cosa si celava oltre i limiti che i ruoli da cliente e commessa imponevano loro?

Le voci degli altri passeggeri fungevano da morbido sottofondo alla danza di pensieri sconnessi che si librava nella testa di Milena. Adesso riviveva il drastico passaggio dal “lei” al “tu”; le si era avvicinato mentre riponeva alcuni libri negli scaffali e, senza premesse, le aveva rivolto quelle parole che, più che a una domanda, assomigliavano a un imperativo senza alternative.

– Eh… No, non posso, ho un impegno con… una mia amica, – aveva balbettato.

“Una mia amica”, questo era diventato Marco, ignaro, oltre che del sopravvenuto mutamento di sesso, anche dell’abisso che, inesorabile, si stava spalancando sotto di lui. Milena si chiedeva perché avesse mentito ad Arturo, invece di dirgli semplicemente che non voleva vederlo. E la risposta era tanto semplice quanto spiazzante: lei voleva vederlo. Aveva svicolato in quel modo poco convincente, tanto che adesso era sicura che Arturo, quella mattina, avesse già capito tutto. Si era tradita con quella due brevi ma significative pause.

Percepiva una metamorfosi in atto e, per quanto cercasse di rimandare le riflessioni a dopo l’incontro, autoconvincendosi che si stava solo recando a bere un bicchiere con un conoscente e nulla più, non poteva respingere l’orda sinaptica che la assaliva. A un pensiero ne seguiva un altro, ma tutto in modo caotico, senza che riuscisse a cogliere quale fosse, e se ci fosse, un punto dal quale dipanare la matassa. Cercava di scindere la curiosità per ciò che sarebbe accaduto di lì a poco da quel che, invece, era già fissato nella sua esistenza e destinato a finire. Arturo da una parte e Marco dall’altra. L’uno, privo di un passato e dall’ignoto presente; l’altro ancora presente, senza futuro ma con un gigantesco carico di passato. Non doveva mescolare le cose, l’incontro con Arturo non era necessariamente legato all’incombente fine della storia con Marco, eppure era inevitabile confondersi, e persino inquietarsi nell’ammettere che aveva una voglia enorme di parlare con l’odioso Arturo, mentre alla sola idea di Marco, dell’innamorato Marco, uno sbadiglio le saliva sulle labbra a certificare l’agonia di quella lunga storia d’amore, la prima e l’unica per lei. “Siamo labili, deboli, crudeli”, pensò, atterrita nel vedersi proseguire, comunque, verso l’ambigua destinazione Arturo.

– Ieri in realtà dovevo uscire con il mio ragazzo, – disse ad Arturo, venti minuti dopo, mentre seduti l’uno di fronte all’altro sorseggiavano una birra, parziale ristoro dall’afa terrificante di quella sera.

– Per me non cambia granché, ora sei qui, – rispose lui, con la solita aria glaciale, ma condita da un accenno di sorriso che fatalmente la investì.

Le venne voglia di vuotargli il boccale di birra in testa, proprio come avrebbe voluto fare con lo scaffale qualche settimana prima, per vedere se finalmente lui avesse dismesso quella maschera enigmatica. Ma anche stavolta non fece nulla, anzi restò attonita di fronte a quella risposta, a quello sguardo, a quel petto esuberante che, libero dai soliti vestiti eleganti che egli indossava, sembrava volesse esondare da una maglietta aderente. Milena smaniava per qualcosa d’indefinito, ma fece finta che tutto fosse sotto controllo, anche se davvero nulla lo era. Perché, altrimenti, oltre alla persistente voglia d’infrangergli un bicchiere in testa, aveva voglia anche di avvilupparsi a quelle labbra, per scoprire il sapore sarcastico del ghiaccio in cui sembravano essere intagliate?

(Gli altri frammenti nell’apposita sezione)

“Boh” (Alberto Moravia)

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“Perché sono fatta così? Ieri, alle otto di sera ho ripetuto una volta di più all’Autodidatta (lo chiamo così per la sua passione per la cultura; in realtà ha nome Gaspare e fa il commerciante) che l’amavo alla follia; oggi, appena ventiquattr’ore dopo, l’aspetto pensando con accanimento alla maniera migliore, cioè più crudele e offensiva, di buttarlo fuori di casa. Cos’è avvenuto, dunque, tra ieri e oggi da far soffiare in senso così contrario il vento del mio sentimento? È quello che mi domando, rannicchiata sul letto sul quale passo praticamente la mia vita, nel mezzo del finimondo dei giornali e delle riviste illustrate, del telefono e degli elenchi telefonici, del vassoio della prima colazione e del vassoio del pranzo, della radio accesa e dei libri sfogliati e aperti.

Cerco il motivo di questa mia incredibile volontà e più lo cerco e meno lo trovo. Forse perché c’è, tra l’Autodidatta e me, una differenza di età, lui cinquanta ed io ventotto? o perché è sposato con tre figli grandi e nessunissima intenzione di lasciare la moglie per me? o perché è un negoziante, con un negozio neppure tanto in su, cioè di cravatte e di camicie, e io invece sono, come si dice, di famiglia “bene”, cioè di nobile casato, per giunta se non proprio ricca? o perché con me sfoggia la sua cultura, appunto, di autodidatta, in una maniera stregonesca, dandosi l’aria di essere onnisciente e io, dopo esserne stata a lungo affascinata, comincio, forse inconsciamente, a ribellarmi? o perché in amore è così innegabilmente virile e la virilità, si sa, soprattutto se compiaciuta, può essere irritante? In realtà sono tutti motivi insufficienti sia presi da soli che tutti insieme. E così, alla fine il solo motivo valido sembra essere, paradossalmente, l’assenza di motivi. Come quando si dice di una persona: “Non ho nulla da rimproverargli, ma c’è in lui qualcosa che proprio non va”; e questo qualche cosa che non va, porta alla fine all’ostilità e alla rottura.”

(Alberto Moravia, “Boh”, ed. Bompiani)   

Trenta racconti di donne che descrivono sé stesse, con tutte le contraddizioni che rimandano al titolo della raccolta, che è anche quello di uno dei racconti. Vittime o carnefici, le donne di questi racconti di Moravia sono tutte abbastanza taglienti e sarcastiche nelle descrizioni delle loro azioni più o meno aderenti alla morale comune. La perplessità che esse suscitano negli uomini che le attorniano non è altro che lo specchio della perplessità che provocano a loro stesse quando si analizzano (ma naturalmente vale anche il contrario). In sostanza, non ci si aspetti di uscire dalla lettura di “Boh” con la pretesa di aver compreso di più le donne (e gli uomini). Del resto, con un titolo così, non c’era da aspettarsi alcuna risoluzione. Detto ciò, Moravia, per quanto mi riguarda, è una garanzia di qualità eccelsa, dunque consiglio questo libro e mi rifugio nel mio personale e quotidiani “boh”.

“Milena” (n. 27, da “Frammenti da un camino”)

Aveva resistito pressoché a tutti gli urti dell’esistenza, quel giorno, persino alle stridule grida degli infanti sulla metropolitana. Si sentiva quasi serena al momento di coricarsi, sebbene presentisse la pericolosità di quel ‘quasi’. S’immerse nei sogni, al solito deliranti ed evocativi. Al risveglio l’aspettava un’odiosa pratica burocratica all’Università, perciò aveva pianificato di alzarsi alle 6:00.

Tre ore prima, però, nel cuore della notte, uno squillo mai così fastidioso la destò di soprassalto. Era lui, dopo due mesi. Guardava lo schermo del telefono e si chiedeva se rispondere o meno, sperando sia che quel trillo finisse sia che, per magia, fosse l’altro a dire la prima parola. Voleva resistere, ma anche cedere. Aveva paura del groviglio che la voce dell’uomo avrebbe potuto riaccendere. Dopo un paio d’interminabili minuti, il silenzio tornò nella stanza. Non aveva risposto, aveva mantenuto fede al proposito di sparire, di allontanare colui che si era inserito nella sua vita otto mesi prima, sconvolgendola. Si alzò per sciacquarsi la faccia, pur avendo l’intenzione di tornare a letto. Sì, era stata forte, si disse.

Eppure, perché già si stava domandando cosa volesse dirle? Perché aveva voglia di raggiungerlo ovunque egli fosse? Perché, pur sapendo che si sarebbe schiantata nuovamente, aveva voglia proprio di schiantarsi?

La mente di Milena sembrava un labirinto senza scampo, riconducente sempre a un unico, lancinante centro, laddove si stagliava, minacciosa, la glaciale statua di Arturo: postura virile, sguardo annichilente e, benché di solito le statue stessero zitte, quella voce, opportunamente censurata al telefono, ma che pure rimbombava in lei.

Nel corso dei mesi, a colpirla era stata la pacatezza della loquela di Arturo, talvolta quasi spettrale nella cadenza, eppure tutt’altro che noiosa. Le sembrava che lui parlasse con lentezza perché voleva ponderare il peso di ogni parola, e alla lunga ciò li aveva condotti dapprima a un complicità anche lessicale, poi a una logorante battaglia di nervi e sillabe. Al primo impatto, in realtà, anche la voce aveva fomentato l’istintiva antipatia che Arturo le aveva suscitato, quando in libreria, avvolto in un’eleganza a metà tra un ricevimento nuziale e un funerale, le aveva chiesto un testo di Montale e, con alterigia, aveva mostrato un risentimento quasi personale verso Milena che, in quei giorni sorridente più per dovere professionale che per convinzione interiore, gli aveva detto che non era disponibile e avrebbe dovuto ordinarlo. La risata sarcastica con il quale lui aveva infine asserito che sarebbe andato a cercarlo in un’altra libreria, “magari meglio fornita”, avvampò nello stomaco di Milena, già provata dagli screzi con Marco, il compagno che in quei giorni stava mettendo a dura prova la sua ormai quinquennale pazienza, così che la ragazza, indossando a sua volta un sorriso forzato, resistette alla tentazione di scaraventargli addosso un intero scaffale.

(Per gli altri “Frammenti da un camino”, recarsi sadomasochisticamente nell’apposita sezione)

“Nove racconti” (Jerome David Salinger)

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“- Sì. Solo non capisco perché non ne parli a Lew, una volta o l’altra.

– Perché? Perché non è abbastanza intelligente, ecco perché, – disse Eloise. – E poi, stammi a sentire bene, carrierista. Se mai ti capitasse di risposarti, a tuo marito non devi dire assolutamente niente. Mi hai sentita?

– Perché? – disse Mary Jane.

– Perché te lo dico io, ecco perché, – disse Eloise. – Vogliono andare a dormire sicuri che hai passato tutta la vita a vomitare ogni volta che ti veniva vicino un ragazzo. Non scherzo mica, sai? Oh, per parlare puoi parlare. Ma non sul serio: mai. Voglio dire, non sul serio. Se gli racconti che una volta conoscevi un bel ragazzo, devi dirgli prima ancora di aver finito la frase che era troppo bello. E se gli dici che hai conosciuto un ragazzo spiritoso, gli devi dire che però era uno sbruffone, oppure una linguaccia. Se non fai così, ti rinfacciano il tuo poveretto tutte le volte che possono. – Eloise s’interruppe per bere e pensare. – Oh, – disse, – ti stanno a sentire con aria molto comprensiva, questo sì. Fanno persino la faccia intelligente. Ma non ci cascare mai. Credi a me. Patirai le pene dell’inferno, se t’illudi che possano essere intelligenti. Parola mia.

Mary Jane, con aria depressa, alzò il mento del bracciolo del divano. Per cambiare, lo appoggiò sull’avambraccio. Rifletté sul consiglio di Eloise. – Non puoi dire che Lew non sia intelligente, – disse a voce alta.

– Lo dici tu.

– Voglio dire, m’è sempre sembrato intelligente, no? – chiese Mary Jane, con innocenza.

– Oh, – disse Eloise, – a che serve parlare. Piantiamola. Ti mette solo di cattivo umore. Fammi star zitta.

– Ma allora, scusa, perché te lo sei sposato? – disse Mary Jane.

(Jerome David Salinger, “Nove racconti”, ed. Einaudi)

A parziale dimostrazione che il tanto vituperato “mondo virtuale” talvolta può essere una fonte preziosa, devo dire che sono arrivato ai “Nove racconti” di Salinger grazie alla foto che una persona aveva pubblicato su Facebook. A prescindere da ciò, il libro è stato per me una piacevole “scoperta”, dal momento che “Il giovane Holden”, romanzo dello stesso autore, non mi aveva entusiasmato quando lo avevo letto anni fa. Anche se il ricordo di quella lettura è ormai lontano, devo dire che nella dimensione del racconto Salinger mi ha convinto, in almeno sette dei nove racconti.

Le storie sono narrate con ironia e grazia, con dialoghi avvincenti e in generale una scrittura scorrevole, presumo agevolata anche dalla traduzione di Carlo Fruttero. Come anticipato, solo un paio di racconti mi hanno convinto meno, quelli finali, forse non a caso i due più lunghi, quasi a confermare che per me Salinger rende meglio nel breve. Le situazioni descritte sono eterogenee. Si va da una conversazione tra amiche dal tono nostalgico a quella tra due amiche reduci da una partita di tennis, o quella telefonica tra un uomo che è a letto con la compagna del suo interlocutore. Ma descrivere didascalicamente le singole storie non ha granché senso, perché non mi riuscirebbe l’impresa di trasmettere la bellezza di molte pagine del libro. Promosso al punto da farmi considerare l’ipotesi di rileggere, prima o poi, anche “Il giovane Holden”.

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