Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il fantasma esce di scena” (Philip Roth)

“Cos’era successo in questi dieci anni perché tutt’a un tratto ci fossero tante cose da dire, tante cose e così urgenti che non si poteva aspettare a dirle? Ovunque andassi, qualcuno mi veniva incontro parlando al telefono e qualcuno mi seguiva parlando al telefono. Quando presi un taxi, l’autista era al telefono. Per uno che spesso passava molti giorni di seguito senza parlare con qualcuno, fui costretto a domandarmi cos’era crollato nella gente, di ciò che prima le teneva insieme, per rendere l’incessante chiacchiericcio telefonico preferibile a una passeggiata sotto la sorveglianza di nessuno, a un momento di solitudine che permetteva di assimilare le strade attraverso i propri sensi corporei e di pensare la miriade di pensieri che ispirano le attività di una città. Per me, faceva sembrare comiche le strade e ridicole le persone. Eppure sembrava anche un’autentica tragedia. Sradicare l’esperienza della separazione doveva avere inevitabilmente un effetto drammatico. Quali saranno le conseguenze? Tu sai che puoi raggiungere l’altra persona in ogni momento, e se non puoi diventi impaziente, impaziente e irritato come un piccolo, stupido dio. Sapevo bene che il silenzio di fondo era stato abolito da un pezzo nei ristoranti, negli ascensori e nei campi da baseball, ma che l’immensa solitudine degli esseri umani dovesse produrre questo sconfinato desiderio di essere ascoltati, unito al disinteresse per chi ascolta le tue conversazioni…”

(Philip Roth, “Il fantasma esce di scena”, ed. Einaudi)

 

Rettitudine e misantropia

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“Ma questa rettitudine, che voi esigete in tutto e per tutto con tanta intransigenza: questa assoluta dirittura in cui vi rinchiudete, la riconoscete in colei che amate? Visti i pessimi rapporti in cui siete col genere umano, io mi stupisco che con tutto ciò che ve lo rende odioso, abbiate trovato nel suo ambito di che affascinare i vostri occhi; e ciò che ancor più mi sorprende, è questa strana scelta in cui il vostro cuore è caduto. La sincera Eliante ha un debole per voi, la saggia Arsinoè vi guarda con occhi dolci; ma il vostro animo si rifiuta ai loro voti e si lascia invece prendere al laccio dalle vane lusinghe di Selimene, che mi pare, per la civetteria e il gusto della maldicenza, perfettamente in tono con le usanze del giorno d’oggi. Come mai, voi che odiate mortalmente queste usanze, le tollerate nella bella Selimene? Forse, in una così bella persona, non sono più dei difetti? Oppure non li vedete? Oppure li perdonate?”

(Molière “Il misantropo”, ed. Bur)

“Il muro” (Jean-Paul Sartre)

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“In quel momento ebbi l’impressione che tutta la mia vita mi fosse davanti e pensai: <<È una sporca menzogna>>. Essa non valeva nulla dal momento che era finita. Mi chiedevo come avessi potuto andare in giro, scherzare con le ragazze: non avrei mosso neppure il dito mignolo se soltanto avessi potuto immaginare che sarei morto così. La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto ciò che vi era dentro era incompiuto. Un istante cercai di giudicarla. Avrei voluto potermi dire: è una bella vita. Ma non si poteva formulare un giudizio su di essa, era un abbozzo; avevo passato il mio tempo a rilasciar cambiali per l’eternità, non avevo capito niente. Non rimpiangevo nulla: vi erano un mucchio di cose che avrei potuto rimpiangere, il sapore dei manzanilla o i bagni che facevo in estate in una piccola conca vicino a Cadice; ma la morte aveva privato ogni cosa del suo incanto.”

(Jean-Paul Sartre, “Il muro”, ed. Einaudi)

“Era arrossita?”

Proust

“Non potevo ricordarmi se Albertine fosse arrossita quando avevo ingenuamente proclamato il mio orrore per tendenze di quel genere, non potevo ricordarmene, perché spesso troppo tempo è passato quando vorremmo sapere quale atteggiamento abbia avuto una persona in un momento in cui non vi facemmo assolutamente attenzione e che, più tardi, quando ripensiamo alla nostra conversazione, chiarirebbe una difficoltà assillante. Ma nella nostra memoria c’è una lacuna, non c’è traccia di quanto cerchiamo. E molto spesso non abbiamo prestato attenzione, sul momento, alle cose che potevano già sembrarci importanti, non abbiamo sentito una frase, non abbiamo notato un gesto, oppure l’abbiamo dimenticato. E quando, più tardi, avidi di scoprire una verità, risaliamo di deduzione in deduzione, sfogliando la nostra memoria come una raccolta di testimonianze, quando arriviamo a quella frase, a quel gesto, ci è impossibile ricordare, ricominciamo venti volte lo stesso percorso, ma inutilmente, non andiamo oltre. Era arrossita?”
(Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”)

“Le cose sarebbero potute andare anche diversamente”

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“In quel momento Ulrich non desiderava altro che essere un uomo senza qualità. Ma questo vale quasi per tutti. In fondo, negli anni della maturità, pochi individui sanno sono di fatto arrivati a sé stessi, ai propri piaceri, alla propria visione del mondo, alla propria moglie, al proprio carattere, mestiere, e ai propri successi, ma hanno la sensazione di non poter più cambiare molto ormai. Si potrebbe persino sostenere che sono stati ingannati, perché è impossibile trovare una ragione sufficiente perché le cose siano andate proprio in quel modo; sarebbero potute andare anche diversamente; gli avvenimenti sono derivati solo in minima parte dal loro contributo, per lo più sono dipesi da qualsivoglia circostanza, dall’umore, dalla vita, dalla morte di tanta altra gente, e solo in quel dato momento sono per così dire venuti loro incontro. In gioventù la vita si trovava ancora davanti a loro come un mattino inesauribile, colmo da ogni parte di possibilità e di nulla, ma ecco che già a mezzogiorno all’improvviso c’è qualcosa che può a ragione pretendere di essere ormai la loro vita, e questo è nel complesso non meno sorprendente del trovarsi d’un tratto di fronte una persona con la quale ci siamo scritti per vent’anni senza mai conoscerla e che ci siamo immaginati del tutto diversa. Ma ancora più strano è che la maggior parte della gente neppure se ne accorge; adottano l’uomo che è giunto da loro, nella cui vita si sono immedesimati; ora le sue esperienze le considerano espressione delle loro qualità, e il suo destino è merito o sfortuna loro. A queste persone è capitato qualcosa di simile a quello che accade alla mosca con la carta moschicida; qui li ha imprigionati su un peluzzo, lì ha bloccato un loro movimento, e gradualmente li ha avvolti fino a seppellirli in una spessa pellicola che solo molto lontanamente corrisponde alla loro forma originaria.”

(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

“Contorcimenti mentali”

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“Nella bella letteratura, purtroppo, nulla è così difficile da descrivere come un uomo che pensa. Quando una volta gli fu chiesto come facessero a venirgli in mente tante cose nuove, un grande inventore rispose: «Pensandoci di continuo». E, in effetti, è proprio vero che le idee inaspettate vengono in mente solo perché uno se le aspetta. Esse sono in una discreta parte il risultato del carattere, di predisposizioni stabili, di un’ambizione costante e di un’attività instancabile. Quanto dev’essere noiosa una tale costanza! Sotto un altro aspetto, poi, la soluzione di un problema intellettuale non è molto diversa da ciò che avviene quando un cane con un bastone in bocca vuole passare per una porta stretta: gira il capo a destra e a sinistra, finché il bastone si infila dentro, proprio come facciamo noi, con l’unica differenza che i nostri tentativi non sono del tutto casuali, ma per esperienza sappiamo già all’incirca cosa si debba fare. E benché una testa pensante sia naturalmente molto più abile ed esperta nelle rotazioni di uno stupido cane, tuttavia riuscire a infilarsi dentro rappresenta una sorpresa anche per lui; accade all’improvviso, ed egli percepisce in sé un certo stupore, come se i pensieri avessero fatto tutto da soli anziché aspettare il loro creatore. Questo stupore viene definito oggi, da molti, intuizione, mentre un tempo lo si chiamava anche ispirazione, e si pensa che debba trovarsi in essa qualcosa di sovrapersonale; invece si tratta unicamente di qualcosa di impersonale, ossia l’affinità e l’omogeneità di ciò che si incontra in una mente.
Quanto migliore è la mente, tanto meno la si percepisce. Per questo il pensare, finché si sta pensando, in fin dei conti è una condizione estremamente penosa, una specie di colica di tutti i contorcimenti mentali, mentre quando si è finito di pensare non ha più la forma del pensiero nel quale si pensa, ma già quella del pensato, e questo è purtroppo una forma impersonale, poiché il pensiero è ora rivolto all’esterno, pronto per essere comunicato al mondo. Quando un individuo pensa è impossibile per così dire agguantare il momento di passaggio dal personale all’impersonale, e dunque il pensare mette chiaramente in tale imbarazzo gli scrittori, al punto che essi preferiscono evitarlo.”
(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

“Senso di realtà, senso di possibilità” (Robert Musil)

Musil

“Per riuscire a varcare porte aperte, si deve badare al fatto che gli stipiti sono duri: questo principio che il vecchio professore aveva seguito per tutta la vita, è semplicemente un postulato del senso di realtà. Ma se c’è il senso di realtà, e di questo nessuno dubiterà, poiché è legittimo che esista, allora deve esistere anche qualcosa che si può chiamare senso di possibilità. Chi lo possiede, non dice ad esempio: «Qui è accaduto, accadrà, o deve accadere questo o quello», ma dirà: «Qui potrebbe, o dovrebbe accadere questo»; e se di qualcosa gli si spiega che è come è, allora penserà: «Certo, ma potrebbe anche essere diversamente». Quindi, il senso di possibilità può essere definito addirittura come la capacità di pensare a tutto ciò che potrebbe essere e di non considerare ciò che è più importante di ciò che non è. Le conseguenze di questa indole creativa, com’è evidente, possono essere significative, e purtroppo spesso fanno apparire sbagliato quel che gli uomini ammirano e lecito ciò che essi vietano, o entrambe le cose come indifferenti. Questi individui della possibilità vivono, come si suol dire, in una trama più sottile, fatta di fumo, immaginazione, fantasticherie e congiuntivi; se un bambino manifesta una tale tendenza, gliela si fa passare con metodi energici e, davanti a lui, quelle persone vengono definite visionarie, sognatrici, vigliacche e saccenti o criticone.”
(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

P.s.: lessi questo straordinario libro di Musil tanti anni fa, in un’edizione Einaudi presa in biblioteca. Qualche mese fa ho comprato l’edizione Newton Compton, approfittando anche del prezzo. “L’uomo senza qualità” è uno di quei libri che non mi basta aver letto, ma che voglio avere a portata di mano. Non ho mai avuto particolare intenzione di rileggere, ma stasera, cercando qualcosa nello scaffale dei libri, mi sono sentito “chiamare” da Musil che, ho scoperto poco dopo nella prefazione, morì il 15 aprile. Il fatto che oggi sia il 14 aprile è una mera coincidenza, anzi nemmeno lo è, considerando che 14 è diverso da 15.

Perturbamento (Bernhard) e gatti perturbanti

Bernhard e gatti

“Ho l’impressione che sia naturale che il mondo possa andare a pezzi da un momento all’altro. O è forse la natura che deve distruggere se stessa? – disse. – È un processo che parte sempre dall’interno e si attua all’esterno. Se sono arrivato a questa osservazione, a questa idea, che pur ferisce ogni mio intimo sentire, se sono stato costretto ad arrivarci perché a quanto pare io come organismo sono predisposto soltanto a questo tipo di osservazioni e di idee, non è soltanto il sentimento a dirmi che il momento è giunto (dapprima è solo uno sgretolarsi, crepe, fenditure, uno squarciarsi e uno sgretolarsi!)… È un momento che può durare secoli, naturalmente, secoli ormai alle mie spalle, secoli a venire, naturalmente. Millenni. Quello che mi sgomenta, – disse il principe – non è tanto che i rumori del mio cervello ci siano sempre stati, tutti, che questi rumori ci siano sempre, ci siano sempre stati, ci saranno sempre, mi sgomenta il fatto tremendo che nessuna delle persone con cui sono venuto in contatto, e io, mio caro dottore, sono venuto in contatto con tante di quelle persone, con tanti di quei caratteri che se a Lei capitasse di vederseli davanti tutti assieme, tutti insieme davanti a Lei, avrebbe senz’altro l’impressione della fine del mondo, io ho avuto a disposizione infatti un’enorme quantità di persone fra cui scegliere e ogni giorno in certe ore ho avuto rapporti con tutti i caratteri e con tutti i cervelli possibili e immaginabili, il fatto che mi sgomenta, dicevo, è che nessuno, neanche un solo cervello si sia mai accorto né si accorga mai di questi rumori. Non mi sconvolge tanto che le cose stiano come stanno, ma che sia soltanto io, che sia soltanto il mio cervello a dover registrare quanto ciò sia spaventoso e letale!”
(Thomas Bernhard, “Perturbamento”, ed. Adelphi)

Modelli in foto: gatti di Sant’Angelo, Itri (Lt), Italia, pianeta Terra, Universo.

“… la succhio come una caramella…”

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“… sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.”
(Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”, ed. Einaudi)

“… la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore…”

Sulla lettura

“Infatti, una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri (che ci farà comprendere la funzione a un tempo essenziale e limitata che può avere nella nostra vita spirituale) è questa: che per l’autore potrebbero chiamarsi «conclusioni» e per il lettore «incitamenti». Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quello che può fare è d’ispirarci dei desideri. Desideri che può destare in noi solo facendoci contemplare la bellezza suprema che il supremo sforzo della sua arte gli ha permesso di attingere. Ma, per una legge singolare (e, d’altronde, provvidenziale) dell’ottica spirituale, – legge che significa forse che la verità non possiamo riceverla da nessuno e che dobbiamo cercarla noi stessi, – quel che rappresenta il termine della loro saggezza ci appare soltanto come il principio della nostra: dimodoché, proprio nel momento in cui ci hanno detto tutto quanto ci potevan dire, essi fanno nascere in noi il sentimento che non ci abbiano ancora detto nulla. D’altro canto, se noi rivolgiamo loro domande cui non possono rispondere, chiediamo anche risposte che non c’istruirebbero punto: perché un effetto dell’amore suscitato in noi dai poeti è di farci attribuire un’importanza letterale a cose che per loro sono significative di sentimenti personali. In ognuno dei quadri che ci mostrano, sembra ch’essi si limitino a darci soltanto un rapido scorcio d’un paese meraviglioso, unico al mondo, nel cuore del quale vorremmo che ci facessero penetrare.”
(Marcel Proust, “Sulla lettura”, ed. Bur Rizzoli)

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