Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “Letteratura”

“La corte del diavolo” (Ivo Andrič)

ANDRIC

“Qui arrivano e di qui passano tutti coloro che quotidianamente vengono fermati e arrestati in questa grande e popolosa città, per aver commesso un reato o per essere sospettati di averlo commesso, e in città di reati se ne commettono davvero tanti e di ogni genere, e il sospetto giunge lontano e si diffonde in lungo e largo. Questo perché la polizia di Costantinopoli si attiene al sacro principio che è più facile rilasciare un innocente dalla Corte del diavolo che non ricercare un colpevole nei meandri di Costantinopoli. Qui viene compiuta la grande e lenta selezione degli arrestati. Alcuni vengono interrogati in vista del processo, altri vi scontano la loro breve pena o, se si constata che non sono colpevoli, vengono rilasciati, altri infine sono mandati in esilio in province lontane. È anche un grande serbatoio da cui la polizia trae falsi testimoni, «esche» e provocatori per i propri scopi. In questo modo la Corte setaccia senza sosta la massa variopinta dei suoi abitanti, è sempre piena, si svuota e si riempie in continuazione.”
(Ivo Andrič, “La corte del diavolo”, ed. Adelphi)
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“Vita di Henry Brulard” (Stendhal)

Stendhal

(Stendhal ebbe l’idea di scrivere questo libro il 16.10.1832, cinquantenne, mentre si trovava sul Gianicolo, a Roma. Nel ricostruire le sensazioni relative alla sua infanzia e giovinezza, ricorda, tra l’altro, la morte precoce della madre, il rapporto conflittuale con il padre, il bigotto abate che gli faceva da precettore e il nonno, al quale in questo passaggio sottrae libri, instillando in sé il germe della letteratura.)
“Un romanzo è come un archetto, la cassa del violino che «rende i suoni», è l’animo del lettore. Allora il mio animo era pazzo e dirò il perché.
Mentre il nonno, seduto sul seggiolone dirimpetto al piccolo busto di Voltaire, leggeva, io guardavo la biblioteca, aprivo i volumi in quarto di Plinio, traduzione con testo a fronte, vi cercavo soprattutto la storia naturale della «donna».
Il profumo eccellente era ambra o muschio (questi da sedici anni mi dànno malessere; è forse lo stesso odore ambra e muschio). Infine mi attrasse un mucchio di libri in brossura, buttati alla rinfusa, erano romanzacci non rilegati che lo zio aveva lasciato a Grenoble prima di andarsi a stabilire alle Echelles (Savoia, vicino al Pont-de-Beauvoisin). Fu una scoperta decisiva per il mio temperamento. Ne sfogliai qualcuno; erano romanzi insipidi del 1780, ma per me costituivano l’essenza della voluttà.
Il nonno mi proibì di toccarli, ma io spiavo il momento in cui egli era più intento a leggere sulla poltrona quelle novità di cui non so come avesse sempre tanta abbondanza, e rubavo un volume di quei romanzi. Certo egli si accorse dei miei ladrocinii, perché mi vedo sistemato nel gabinetto di storia naturale spiando se qualche malato venisse a cercarlo. In quei casi il nonno si lamentava di vedersi rapito ai suoi beneamati studi, e andava a ricevere il cliente in camera sua o nell’anticamera del grande appartamento. Tac! io m’infilavo nello studio, e rubavo un libro.
Non saprei rendere la foga con cui leggevo quei romanzi (…) Divenni completamente pazzo; il possesso di una vera amante, allora oggetto di tutti i miei desideri, non mi avrebbe immerso in un simile torrente di voluttà.
Da quel momento si decise la mia vocazione: vivere a Parigi e comporre commedie come Molière.
Divenne il mio chiodo ch’io nascosi con profonda dissimulazione; la tirannide di Séraphie mi aveva dato le abitudini di uno schiavo.
Non ho mai potuto parlare di ciò che adoravo; un simile discorso mi sarebbe parso blasfemo.
Provo questa sensazione con la stessa vivezza nel 1835 che nel 1794.”
(Stendhal, “Vita di Henry Brulard”, ed. Einaudi)

“Termine di un viaggio di servizio” (Heinrich Böll)

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(Pubblicato nel 1966, sei anni prima che Böll vincesse il Nobel per la Letteratura, il romanzo verte sul processo a un padre e un figlio, rei confessi e protagonisti di una vicenda che “in altro loco” hanno deciso di tenere in sordina, affidandola a un giudice ormai prossimo alla pensione. Il romanzo è molto divertente, perché l’autore non risparmia nessuno dei personaggi che appaiono sulla scena con le loro stramberie. Il pregio dell’opera ne è anche il difetto: le divagazioni narrative dei testimoni rendono meno agevole seguire un filo “logico”, ma permettono altresì a Böll di sfoggiare la sua abilità nell’ironizzare sul caos della realtà, in questo caso giuridica. Non all’altezza di altre opere che ho letto, ma comunque lo consiglio. Ho visto che ne esistono versioni recenti, io sono stato fortunato/abile nel trovare un’edizione Bompiani del 1972.)

“Il fatto che come giudice si dichiarasse disarmato in quella vertenza, che per ultimo gli fosse stato affidato un caso che esprimeva con tanta chiarezza quanto sia disarmata l’umana giustizia: proprio quello, disse, era il più bel dono d’addio di quella dea dagli occhi bendati che gli aveva mostrati tanti volti diversi: a volte il volto di una puttana, altro quello di una disgraziata, mai quello di una santa, le più volte quello di una creatura tormentata e piangente da lui, giudice, condotta a parlare, un po’ animale, un po’ persona umana, e un poco, pochissimo, divina.”

(Heinrich Böll, “Termine di un viaggio di servizio”, ed. Bompiani)

“Mai devi domandarmi” (Natalia Ginzburg)

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“Penso che quello che essenzialmente detesto nel mio tempo, è proprio una falsa concezione dell’utile e dell’inutile. Utile viene oggi decretata la scienza, la tecnica, la sociologia, la psicanalisi, la liberazione dai tabù del sesso. Tutto questo è reputato utile, e circondato di venerazione. Il resto è disprezzato come inutile. Nel resto però c’è un mondo di cose. Esse vanno evidentemente chiamate inutili, non portando con sé per i destini dell’umanità nessun vantaggio sensibile. Enumerarle sarebbe difficile, essendo esse infinite. Fra esse c’è il giudizio morale individuale, la responsabilità individuale, il comportamento morale individuale. Fra esse c’è l’attesa della morte. Tutto quello che costituisce la vita dell’individuo. Fra esse c’è il pensiero solitario, la fantasia e la memoria, i rimpianti per le età perdute, la malinconia. Tutto quello che forma la vita della poesia. Una simile parola negletta, schernita e umiliata, appare oggi così antica e intrisa di vecchie lagrime e polvere, quasi fosse lo spettro dell’inutilità, che uno si vergogna perfino di pronunciarla.”

(Natalia Ginzburg, “Mai devi domandarmi”, ed. Garzanti)

“Reparto C” (Aleksandr Solženicyn)

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(Nella “Giornata mondiale del Libro”, ho terminato la lettura dello stupendo “Reparto C” di Solženicyn. Pubblicato anche sotto i titoli “Padiglione cancro” e “Divisione cancro”, è ambientato in una corsia d’ospedale, laddove convivono forzatamente diversi personaggi. Il protagonista principale è il confinato Kostoglatov, reduce dal campo di concentramento e ora alle prese con il dolore da malattia, proprio e altrui, ma anche con inaspettate e forse impraticabili passioni amorose. Uno dei romanzi più coinvolgenti che abbia letto negli ultimi anni. )

“- I ragazzi a scuola scrivono temi sull’infelice, tragica, distrutta e non so che altro ancora vita di Anna Karenina. Ma Anna era forse infelice? Ha scelto la passione e ha pagato per la passione: questa è felicità! Essa era una persona orgogliosa e libera! Ma se nella casa dove siete nati e vivete nella nascita, entrano, in tempo di pace, uomini col pastrano e il berretto militare e ordinano a tutta la famiglia di lasciare quella casa e quella città entro ventiquattro ore prendendo con sé soltanto quello che riescono a portare le vostre deboli braccia?…

Tutte le lacrime che quegli occhi potevano piangere, le aveva già versate da tempo e difficilmente altre ne potevano ancora scorrere. E, forse, soltanto per lanciare un ultimo anatema poteva ancora accendersi una tesa, arida scintilla.

– … Se spalancate la porta e chiamate i passanti perché comprino qualcosa della vostra roba, no, vi buttino quattro soldi per il pane! Entrano certi tipi di affaristi scaltri, che sanno tutto tranne che anche sulle loro teste scoppierà il tuono! E per il pianoforte di vostra madre vi danno spudoratamente la centesima parte del valore, e vostra figlia, col nastro tra i capelli, si siede per l’ultima volta a suonare Mozart, ma piange e scappa via. Perché dovrei rileggere Anna Karenina? Forse che questo non mi basta?… Dove leggere un libro che parli di noi, di noi? Fra cent’anni soltanto?

E benché essa si fosse ormai quasi messa a gridare, l’allenamento della paura di molti non la tradì: essa non gridava, non era un grido, il suo. Soltanto Kostoglatov la sentiva.”

(Aleksandr Solženicyn, “Reparto C”, ed, Einaudi)

“L’uomo in bilico” (Saul Bellow)

Uomo in bilico

(“L’uomo in bilico” è il primo romanzo di Saul Bellow. Dal diario scritto da Joseph, il protagonista, apprendiamo come egli si senta sempre più distante dalla vita che pure ancora conduce. Si è licenziato dall’azienda presso cui lavorava, vive alle spalle della moglie, aspettando solo il giorno in cui sarà chiamato alle armi. La sua non è una vocazione guerrafondaia, bensì una fuga dalla libertà che lo sta soffocando. Ha bisogno di qualcuno che gli ordini cosa fare, che gli organizzi l’esistenza, e l’esercito in tal senso gli pare l’ideale.
Intanto, però, mentre le lentezze burocratiche rimandano la chiamata, Joseph assume atteggiamenti che risultano, ad amici e parenti, piuttosto scontrosi e bizzarri. Nonostante ciò, Joseph, antieroe privo di ambizioni, risulta comunque meno inquietante degli altri personaggi che Bellow introduce nella vicenda.)
“La festa continuava a infierire e io cominciai a pensare che razza di riunione fosse mai quella. E subito mi colse il pensiero che lo scopo di queste riunioni era sempre stato, per gli esseri umani, di liberare la carica emotiva dalla prigione del cuore; e che, come gli animali istintivamente cercavano il sale o il vischio, anche noi ci riunivamo spinti da queste necessità, come facevamo a Eleusi, con riti e danze, e altre importanti cerimonie d’origine antichissima, per assistere a pene e torture, per dare al nostro livore, ai nostri odi e alle nostre aspirazioni momentanea libertà e svago. Solo che facevamo tutto questo senza grazia o mistero, privi com’eravamo delle forme allo scopo, e basandoci sulla ubriachezza ci assassinavamo reciprocamente gli dei che ognuno ha dentro di sé e urlavamo pieni di vendetta e di strazio. M’accigliai davanti a questo quadro terribile.”
(Saul Bellow, “L’uomo in bilico”, ed. Mondadori)

“Agostino” (Alberto Moravia)

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(Il tredicenne Agostino è al mare con la madre, vedova e piacente signora, che ricambia le attenzioni di un giovane sconosciuto. Per Agostino, è una lacerazione, aggravata dall’incontro con una banda di suoi coetanei, i quali, senza troppi riguardi, gli spiegano certe cose che lui, ingenuo, neanche sospettava.
Il ragazzo si trova, così, nella condizione di chi ha “perduto la primitiva condizione senza per questo essere riuscito ad acquisirne un’altra.”
Grande Moravia, al solito.)
“Ora provava un vago, disperato desiderio di varcare il fiume e allontanarsi lungo il litorale, lasciando alle sue spalle i ragazzi, il Saro, la madre e tutta la vecchia vita. Chissà che forse, camminando sempre diritto davanti a sé, lungo il mare, sulla rena bianca e soffice, non sarebbe arrivato in un paese dove tutte quelle brutte cose non esistevano. In un paese dove sarebbe stato accolto come voleva il cuore, e dove gli sarebbe stato possibile dimenticare tutto quello che aveva appreso, per poi riapprenderlo senza vergogna né offesa, nella maniera dolce e naturale che pur doveva esserci e che, oscuramente, presentiva. Guardava alla caligine che sull’orizzonte avvolgeva i termini del mare, della spiaggia e della boscaglia e si sentiva attratto da quella immensità come dalla sola cosa che avrebbe potuto liberarlo dalla presente servitù.”
(Alberto Moravia, “Agostino”, ed. Bompiani)

“I tempi di Anika e altri racconti” (Ivo Andrić)

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(Anche nei racconti Andrić conferma le grandi qualità mostrate nello stupendo romanzo “Il ponte sulla Drina”.)

“Mihailo fissò quegli occhi, abbagliato ed incredulo, convinto che quello sguardo avrebbe mutato espressione oppure che sarebbe scomparso come una visione o un’allucinazione. Lo sguardo di Anika, al contrario, si fece sempre più aspro e lucente, ed il suo fulgore sempre più vivace ed intenso. Egli cercò di opporsi al pensiero che in quel momento balenò in lui acquistando un contorno sempre più ben definito, si dominò per non gridarlo a voce alta, al solo scopo di espellerlo da sé: era quello lo sguardo ben noto che aveva visto già una volta, nella locanda, e che poi aveva sognato diverse volte, infelice e tormentato dai sogni più terribili. Era Krstinica che lo guardava, col suo sguardo belluino carico di propositi sconosciuti dai quali bisognava fuggire via, benché non si potesse mai scappare abbastanza lontano. Mihailo esercitò su se stesso disperati e fulminei tentativi per ridestarsi, per far scomparire quegli occhi emettendo un rauco grido che lo scotesse bruscamente, così come aveva fatto parecchie volte sui suoi sudati giacigli, per capanne e taverne incontrate lungo la strada. Ma quegli occhi non si scostarono, e continuarono a brillare davanti a lui immutati ed immobili. E, mentre lottava dentro di sé, restando incerto tra il sogno e la realtà, gli sembrava di udire incessantemente la voce di Anika:
– Lo credi proprio?
Questa frase si ripeteva in lui come un rimbombo centuplicato, benché la ragazza l’avesse pronunciata una sola volta.”
(Ivo Andrić, “I tempi di Anika e altri racconti”, ed. Bompiani)

“Il disprezzo” (Alberto Moravia)

il disprezzo

“Presi dunque a vivere come un uomo che porta dentro di sé il malessere di una malattia incombente, ma non si decide mai ad andare dal medico; ossia cercando di non riflettere troppo né sul contegno di Emilia verso di me, né sul mio lavoro. Sapevo che un giorno avrei dovuto affrontare tale riflessione; ma appunto perché mi rendevo conto che essa era inevitabile, cercavo di ritardarla più che fosse possibile: quel poco che già avevo sospettato me la faceva evitare e anche, seppure in maniera inconsapevole, temere. Continuavo, così, ad avere con Emilia quei rapporti che a tutta prima, mi erano sembrati intollerabili e che, adesso, temendo il peggio, cercavo di persuadermi, senza riuscirci del tutto, che fossero normali: durante il giorno discorsi indifferenti, casuali, evasivi; la notte, ogni tanto, l’amore, con molto impaccio e non senza crudeltà da parte mia, senza alcuna vera partecipazione da parte di lei. Intanto continuavo a lavorare con diligenza e persino con accanimento, benché sempre più malvolentieri e con una ripugnanza sempre più decisa. Se avessi avuto il coraggio di definire a me stesso, fin da allora, la situazione in cui mi trovavo, avrei certamente rinunziato così al lavoro come all’amore, perché mi sarei convinto, come mi convinsi in seguito, che ogni vita si era ritirata da ambedue. Ma non avevo questo coraggio; e forse mi illudevo che il tempo si sarebbe incaricato di risolvere i miei problemi, senza alcuno sforzo da parte mia. Il tempo, infatti, li risolse, ma non nel senso che avrei desiderato. Così, tra Emilia che mi rifiutava se stessa e il lavoro al quale io mi rifiutavo, in un’aria sorda e oscura di attesa, i giorni passavano.”
(Alberto Moravia, “Il disprezzo”, ed. Bompiani)

“Cristo si è fermto a Eboli” (Carlo Levi)

Carlo Levi

“Non potevo ancora precisare le mie impressioni, né penetrare ancora tutti i segreti della politica e delle passioni paesane; ma mi avevano colpito il sussiego, le maniere dei signori sulla piazza, e più ancora il tono generale di astio, disprezzo e diffidenza reciproca nella conversazione a cui avevo assistito, la facilita con cui si manifestavano degli odi elementari, senza il naturale ritegno verso un forestiero appena arrivato, che aveva fatto sì che io fossi messo subito al corrente dei vizi o delle debolezze degli altri. Per quanto non potessi ancora determinarlo con esattezza, era chiaro che anche qui, come a Grassano, gli odi reciproci di tutti contro tutti si cristallizavano in due partiti. Qui, come a Grassano, come in tutti gli altri paesi della Lucania, dove i galantuomini che non hanno potuto, per incapacità o povertà, o matrimoni precoci, o interessi da tutelare, o per una qualunque necessità del destino, emigrare ai paradisi di Napoli o di Roma, trasformavano la propria delusione e la propria noia mortale in un furore generico, in un odio senza soste, in un perenne risorgere di sentimenti antichi, e in una lotta continua per affermare, contro tutti, il loro potere nel piccolo angolo di terra dove sono costretti a vivere.”
(Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli”, ed. Einaudi)

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