Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Invito alla meraviglia. Per un incontro ravvicinato con la scienza” (Ian McEwan)

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Abbiamo imparato, tra le altre cose, che il nostro pianeta è un puntolino minuscolo in un cosmo di inconcepibile vastità; che la nostra specie esiste sulla Terra da una irrisoria frazione di tempo storico; che gli esseri umani sono dei primati; che il pensiero è frutto dell’attività di un organo funzionante sulla base di processi fisiologici; che esistono metodi di accertamento della verità che possono condurci, talvolta anche in modo radicale, a conclusioni in contrasto con le leggi del buon senso, in relazione agli universi del molto grande e del molto piccolo; che credenze anche assai preziose e diffuse, se sottoposte al vaglio della pratica empirica, risultano spesso impietosamente false; che non è possibile produrre energia né sfruttarla senza registrare una perdita.”

(Ian McEwan, “Invito alla meraviglia. Per un incontro ravvicinato con la scienza”, ed. Einaudi)

(La meraviglia che Ian McEwan c’invita a provare è quella per la scienza, per la bellezza delle scoperte e anche per i fallimenti che le precedono. A parte lo scritto dedicato all’Io, incentrato esclusivamente sulla letteratura, negli altri quattro raccolto in questo libro lo scrittore, che ho ammirato molto in “Espiazione”, s’interroga sulla possibilità di trovare un nesso tra letteratura e scienza, mondi apparentemente distanti.

I temi che affronta McEwan sono giganteschi e questi suoi brevi saggi costituiscono uno stimolo ad approfondire ulteriormente, ad esempio sui fallimenti che la scienza deve gioco forza accettare prima di arrivare a codificare le sue tesi e sulle difficoltà nello scardinare credenze che non hanno alcun fondamento eppure persistono nel tempo, talvolta conducendo a fanatismi religiosi.

Un libro che spazia da Darwin ad Einstein, passando per Montaigne e Voltaire, adatto a chi è curioso e propenso, appunto, ad accogliere la meraviglia della scoperta.)

“Una cosa divertente che non farò mai più” (David Foster Wallace)

 

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(Sto rileggendo, a distanza di anni, questo esilarante reportage su una crociera extra-lusso ai Caraibi che Wallace fece nel 1995. Umorismo e satira sul divertimento di massa, sull’opulenza e sul potere della pubblicità.)

“La promessa non consiste nel fatto che avrete la possibilità di godervi la vacanza, ma che ve la godrete di sicuro. E loro si assicureranno che ciò accada. Studieranno in maniera microscopica ogni virgola di ogni forma di divertimento in modo che neanche la temibile azione corrosiva della vostra coscienza di adulti né la vostra volontà né i vostri terrori possano mandare il vostro divertimento a farsi fottere. La vostra capacità di complicare le scelte, di fare errori, avere rimpianti o provare insoddisfazione e disperazione saranno completamente tralasciate nell’equazione. La pubblicità vi promette che sarete in grado – finalmente, almeno per una volta – di rilassarvi e divertirvi, perché non avrete altra scelta se non quella di divertirvi.”

(David Foster Wallace, “Una cosa divertente che non farò mai
più”
, ed. minimum fax)

“La vita di Isidor Katanić” (Ivo Andrić)

La vita di Isidor Katanic

Zeko pensava intensamente alla morte vicina e alla possibilità della sua scomparsa, consapevole che quella bassa cantina sotto la fragile casa non rappresentava alcuna protezione. Desiderava vivamente che finissero l’assordante rombo dei motori sopra la testa e i boati delle esplosioni e quei colpi alla porta, lo stridore e gli spostamenti di tutti gli oggetti della cantina e della casa, là sopra le loro teste. Lo desiderava per sé e per tutti gli altri, non solo quelli che erano con lui in cantina. Infatti tendo il ragazzo per mano, gli pareva di essersi moltiplicato, di essere collegato a tutti i “bambini” che in quei tre anni aveva conosciuto in quella casa, e in genere a tutti, anche a quelli che non conosceva, ma che pensavano, operavano e lottavano come loro, collegato a quella interminabile lotta e accanita partita in cui si trattava di vita e di morte, di secondi e millimetri. Desiderava la morte e la vita.”

(Ivo Andrić, “La vita di Isidor Katanić”, Bottega Errante Edizioni)

Premessa: se dovessi consigliare a qualcuno che non ha mai letto Ivo Andrić, suggerirei d’iniziare con il meraviglioso romanzo “Il ponte sulla Drina”, per poi proseguire con le raccolte di racconti, in Italia ad esempio “I tempi di Anika” e “La corte del diavolo”.

Detto ciò, “La vita di Isidor Katanić”, ambientato a Belgrado tra le due guerre mondiali, è un romanzo breve nel quale l’autore descrive la metamorfosi di un impiegato normale che si trova a vivere in tempi eccezionali. Isidor, soprannominato Zeko (“coniglio”) è un calligrafo, che ha abbandonato le velleità artistiche di gioventù e vivacchia, soggiogato dall’autoritaria moglie e dal figlio, un bellimbusto indifferente.

Un primo cambiamento avviene in Isidor-Zeko quando, quasi casualmente, conosce una serie di personaggi che vivono ai margini della società, lungo le sponde del fiume Sava. Lì capisce che quegli uomini e quelle donne sono molto più autentici di quelli che, anche in famiglia, lui frequenta quotidianamente.

Il vero grande mutamento, però, avviene con l’invasione dei nazisti. La guerra, che fino ad allora sembrava una lontana eco riguardante altri, irrompe con i suoi orrori e Isidor, anche frequentando persone che organizzano tentativi di resistenza all’invasore, prende coscienza che anche lui, in qualche modo, può sentirsi finalmente affine ad altri uomini e, nella sofferenza, cercare un riscatto per sé e per gli altri.

“Il vizio assurdo. Storia di cesare Pavese” (Davide Lajolo)

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Così prendo coraggio per scrivere di Cesare Pavese. Accompagnandolo passo passo nella vita: dall’infanzia di Santo Stefano Belbo, alla giovinezza nelle scuole e nella periferia di Torino, passo passo dal confino di Brancaleone Calabro alla redazione della casa editrice Einaudi, combattente della cultura e isolato di fronte alla guerra partigiana, comunista per partecipare da uomo alla vita degli uomini e deluso nella ricerca di impossibili miti. Aspro con se stesso, con amici e avversari, teso nell’esaltazione del sesso e nell’angoscia della donna nella luce delle sue colline e l’ombre cupe delle notti insonni in città, dalla Langhe a Torino, a Milano, a Roma, con i suoi libri, le sue liriche, con le sue prose, con i suoi personaggi simbolo sofferenti e spietati, fino a quando viene, con i gatti, la morte, la morte che avrà i suoi occhi.

Mi conforta nella difficile fatica il comune sentimento della terra, l’origine contadina, e la comune, lenta conquista della città. Perché la nostra amicizia, nata in città, in corso Valdocco a Torino, si è rinsaldata tra le colline, tra i libri, nel gran parlare che ne facevamo, nei grandi silenzi, quando ci immergevamo nelle vallate, e gli olmi, le vigne, i prati, i torrenti parlavano per noi due lo stesso linguaggio; amicizia fitta più intensa dei nostri caratteri opposti. L’uno sempre deciso e battagliero a vivere; l’altro sempre disperato e deciso a morire.”

(Davide Lajolo, “Il vizio assurdo. Storia di Cesare Pavese”, ed. minimum fax)

“L’ottavo giorno della settimana” (Marek Hlasko)

– E tu, – continuò, – vorresti dirmi che sono giovane e ne posso trovare cento altre! È questo che vorresti dirmi, no? Parla! Perché non parli?

– Dannazione! – urlò Zawadzki, indicando lo steccato, il prato, la gente. – Per quanto tempo dovremo vedere ancora questo schifo di prati, la gente seduta sui mattoni, le collette per una bottiglia da cinque zloty, le stanze d’albergo per cinque persone, le liste nere nelle fabbriche, la ressa nei tram, le code per il burro? Per quanto tempo ancora gli innamorati non avranno dove dormire, dovranno separarsi per via dell’alloggio, per via del bucato, per via del cesso? Se non sapessi come si viveva prima, crederei di trovarmi all’inferno. Non ci credo, all’inferno, ma se veramente una cosa simile esistesse, direi che è sempre meglio di queste bottiglie, di questa gente stravaccata tra le merde, di questi alberghi da troie, delle code per la carne, per i, burro, per il tram…

Tadeusz alzò la testa, fissando il vuoto davanti a sé. E capì d’un tratto che il suo amore, il suo desiderio, i suoi giuramenti più sacri non contavano niente, erano perduti: non per via d’un tradimento, di una separazione, di una morte, ma proprio per quelle cose meschine, disgustose, miserabili, di cui aveva parlato l’altro.

Cristo! -balbettò – Cristo!”

(Marek Hlasko, “L’ottavo giorno della settimana”, ed. Einaudi)

“La caverna” (José Saramago)

(Se il Castello di Kafka risulta inaccessibile all’agrimensore K., al contrario il Centro, luogo non meno misterioso e burocratico, pare voler inghiottire l’esistenza dell’onesto artigiano Cipriano Algor, di sua figlia Marta e del cane Trovato. Il Centro, infatti, annullando un ordine di vasi che Cipriano doveva consegnare, lo getta nell’angoscia per un futuro incerto, ma al tempo stesso gli offre la possibilità di andare ad abitare lì, nel Centro, grazie a Marçal, compagno di Marta. Il tutto, però, alle condizioni che il Centro stesso pone, inderogabilmente.
Narrandoci la vicenda della famiglia di artigiani in balia di eventi non controllabili, Saramago riflette su temi di più ampio respiro, quali la globalizzazione e la macchina burocratica, ma più ancora su quell’oscura caverna che, tra ombre inquietanti e sprazzi di luce gioiosi, è la nostra esistenza.)

“Avvertiamo però, fin d’ora, che non sarà possibile giungere a una conclusione, ancorché provvisoria, come lo sono tutte, se non cominceremo con l’accettare una premessa iniziale certamente scioccante per gli animi retti e ben formati, ma non per questo meno vera, la premessa che, in molti casi, il pensiero manifestato è stato, per così dire, scagliato in prima linea da un altro pensiero che non ha ritenuto opportuno manifestarsi”.
(José Saramago, “La caverna”, ed. Feltrinelli)

Anton Čechov, “L’uomo nell’astuccio”.

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(Stasera ero indeciso su quale nuovo libro leggere e nel dubbio ho ripreso uno stupendo racconto, “L’uomo nell’astuccio” di Čechov, che in circa 15 pagine descrive un tipo umano, per l’appunto un uomo che vive nel suo astuccio mentale, sempre impaurito dalle novità, amante dei divieti e perplesso di fronte ai permessi, un uomo che con il suo angusto atteggiamento condiziona anche chi è attorno a lui.)

Di certo avete sentito parlare di lui. Si faceva notare perché non usciva nemmeno col bel tempo se non con il parapioggia, con le soprascarpe, e con un soprabito foderato. Il suo parapioggia aveva la fodera, il suo orologio aveva un astuccio di pelle grigia, il suo temperino, quando lo tirava fuori per temperare la matita, aveva anch’esso un astuccio; pareva che stesse in una fodera perfino il suo viso, perché egli lo nascondeva sempre nel bavero rialzato. Portava occhiali affumicati, un panciotto di lana; metteva cotone nelle orecchie e, prendendo una vettura, faceva tirar su il soffietto. In breve, si osservava in costui il desiderio irresistibile e costante di rannicchiarsi il più possibile in un guscio: di costruirsi, per così dire, un astuccio che lo isolasse e lo riparasse dagli influssi esterni. La realtà lo sgomentava, lo urtava, lo teneva in una perpetua emozione; e forse era per giustificare il suo sgomento o disgusto del reale, che instancabilmente vantava ciò ch’è passato ed inesistente. Le lingue antiche, che insegnava, erano per lui come le sue soprascarpe e il suo parapioggia, e di esse si faceva schermo contro la realtà della vita.”

(Anton Čechov, “L’uomo nell’astuccio”, contenuto in Čechov. Racconti”, ed. Garzanti)

“I baffi” (Emmanuel Carrère)

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(Un uomo decide di tagliarsi i baffi, che ha sempre avuto. La moglie non solo non si accorge di alcunché, ma sostiene che l’uomo non ha mai avuto i baffi. Anche amici e colleghi non notano alcun cambiamento. L’uomo inizialmente pensa a uno scherzo troppo prolungato, poi entra in un turbine di ipotesi al limite tra immaginazione e realtà.)

«Che cos’è questa storia dei baffi?».

«Agnès,» mormorò «Agnès, li ho rasati. Non è grave, ricresceranno. Guardami, Agnès. Che cosa succede?».

Ripeteva ogni parola, piano, quasi canticchiando e intanto la accarezzava, ma lei si scostò di nuovo, con gli occhi sgranati, come in macchina, la stessa progressione.

«Sai bene che non hai mai avuto i baffi. Smettila, per favore» gridò. «Per favore. È stupido, per favore, mi fa paura, smettila… perché lo fai?» sussurrò alla fine.

Non rispose. Si sentiva affranto. Cosa le poteva dire? Di finirla con quella farsa? Per riprendere quel dialogo tra sordi? Cosa stava succedendo? Gli tornavano in mente certi scherzi sconcertanti che lei faceva ogni tanto, la storia della porta murata… A un tratto ripensò alla cena da Serge e Véronique, all’ostinazione con cui avevano finto di non vedere niente. Che cosa gli aveva detto, e perché? Cosa voleva?”

(Emmanuel Carrère, “I baffi”, ed. Adelphi)

“Il buon soldato Sc’vèik” (Jaroslav Hašek)

1. Come ebbe luogo l’intervento del buon soldato Sc’vèik nella guerra mondiale.

Sicché ci hanno ammazzato Ferdinando”, disse la fantesca al signor Sc’vèik, che avendo da qualche anno lasciato il servizio nell’esercito per essere stato dichiarato idiota dalla commissione medica militare, ora viveva vendendo degli orribili cani, ibridi mostri per i quali compilava delle fittizie genealogie.

Come se questa occupazione non bastasse, era affetto da reumatismo, e proprio in quel momento si stava frizionando i ginocchi con l’unguento di opodeldok.

Quale Ferdinando, signora Müller?” domandò Sc’vèik senza cessare di massaggiarsi i ginocchi. “Io conosco due Ferdinandi: il primo è commesso dal droghiere Prušy, e una volta si bevve per isbaglio una bottiglia di lozione per capelli; e poi conosco anche Ferdinando Kókoška, che raccoglie lo sterco di cane. Per tutti e due non sarebbe un gran male.”

Ma nossignore, l’arciduca Ferdinando, quello di Kónopište, così grosso e così religioso…”

Gesummaria!” eclamò Sc’vèik. “Questa sì che è bella! E dov’è che gli è capitata questa faccenda, all’arciduca?”

Gli hanno sparato addosso a Sarajevo, con la rivoltella, signor mio, mentre se n’andava in automobile con l’arciduchessa.”

Guarda un po’, in automobile, signora Müller. Un tale si permette l’automobile e non va certo a pensare che una girata in automobile vada a finire così male.”

(Jaroslav Hašek, “Il buon soldato Sc’vèik”, ed. Feltrinelli)

“Midland a Stilfs” (Thomas Bernhard)

Midland a Stilfs

Il nostro destino si chiama Stilfs, perpetua solitudine. In verità possiamo contare sulle dita di una mano le persone che di tanto in tanto ci fanno visita in qualità di cosiddette persone gradite, ma anche di queste persone gradite abbiamo paura, abbiamo paura che possano farci visita, perché noi abbiamo paura di tutti quelli che potrebbero farci visita, abbiamo sviluppato una paura immane all’idea che in generale qualcuno posa farci visita all’improvviso, sebbene nulla aspettiamo con maggior fervore di un essere umano – e quante volte pensiamo: non importa che specie di umano, fosse pure disumano! – che venga a farci visita e a interrompere il nostro martirio d’alta montagna, i nostri esercizi spirituali a vita, il nostro inferno di solitudine. Ci siamo rassegnati a stare per conto nostro, ma continuiamo a pensare che qualcuno potrebbe venire a Stilfs e non sappiamo, quando qualcuno viene a farci visita, se sia insensato o dannoso, oppure dannoso e insensato che questa persona ci faccia visita, ci chiediamo se sia necessario che questa persona salga fin qui a Stilfs, se non sia una sleale infrazione delle nostra regola di solitudine oppure la nostra salvezza.”

(Thomas Bernhard, “Midland a Stilfs”, ed. Adelphi)

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