Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“L’altra figlia” (Annie Ernaux)

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“Soltanto oggi mi pongo una domanda, pur così semplice, che non mi è mai venuta in mente: perché non li ho mai interrogati su di te, in nessun momento, nemmeno da adulta e quando sono diventata madre a mia volta? Perché non dir loro che sapevo? Gli interrogativi ritardati, intimi o collettivi che siano, rivelano solo che era impossibile porsi prima quella domanda. Negli anni Cinquanta, secondo una regola implicita era impossibile interpellare i genitori, o gli adulti in generale, su ciò che non volevano che sapessimo ma che in realtà sapevamo già. La domenica d’estate dei miei dieci anni ho ricevuto il racconto e la legge del silenzio. Se non volevano che sapessi della tua esistenza, allora voleva dire che non dovevo chiedere nulla. Adeguarmi al loro desiderio della mia ignoranza su di te. Ho l’impressione che trasgredire la legge – ma non mi è nemmeno mai saltato in mente di farlo – sarebbe equivalso a pronunciare un’oscenità davanti  a loro, scatenando un putiferio e un castigo inusitato che ora associo alla frase del padre di Kafka a suo figlio per come la riporta quest’ultimo nella Lettera al padre, frase che ho subito ricopiato la prima volta che l’ho letta, a ventidue anni, sul mio letto dello studentato, ti squarto come un pesce.

(Annie Ernaux, “L’altra figlia”, L’Orma editore)

Nello scrivere le mie impressioni su “L’altra figlia” di Annie Ernaux, autrice che avevo conosciuto grazie a “Il posto”, devo premettere che questo romanzo breve mi ha commosso e ciò mi basta a suggerirvi la lettura di questo libro, una sorta di lettera indirizzata dalla scrittrice a una sorella mai conosciuta, nata e morta prima di lei e della cui esistenza viene a sapere per caso, a dieci anni, ascoltando la madre che parla con una terza persona.

Il romanzo, dunque, è un toccante e impossibile dialogo, che si risolve in un monologo, tra chi scrive, scendendo nei proprio abissi interiori alla ricerca di ricordi che non ha e non può avere, non avendo conosciuto la sorella morta, e la morta, della quale esistono solo alcune fotografie e della cui esistenza i genitori avevano tenuto all’oscuro la scrittrice. Il tentativo di sublimare tutto nella scrittura, però, è arduo, perché alla Ernaux sembra di “rincorrere un’ombra”, eppure è magistrale nel descrivere, in poche ma efficaci parole, il dolore di non poter comprendere il dolore che avevano provato i suoi genitori nel perdere l’altra figlia.

In definitiva, fermandomi dall’aggiungere ulteriori parole che non renderebbero la bellezza di questo romanzo, ne consiglio la lettura e suggerisco anche l’altro, il già citato “Il posto”.

“Questa lettera – è evidente – non è destinata a te, e tu non la leggerai. Saranno altri a riceverla, dei lettori, che mentre scrivo sono invisibili quanto lo sei tu. Eppure un residuo di pensiero magico dentro di me vorrebbe che, in maniera inconcepibile, analogica, questa lettera ti raggiungesse come la notizia della tua esistenza mi ha raggiunta una domenica d’estate, forse la stessa in cui Pavese si suicidava a Torino in una camera d’albergo, tramite un racconto di cui a mia volta non ero la destinataria.”

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“Una scrittura femminile azzurro pallido” (Franz Werfel)

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“Lì, fissò a lungo con occhi atterriti la severa calligrafia femminile, dai caratteri ben allineati, soppesando in continuazione quella lettera leggera senza tuttavia osare aprirla. Quei caratteri scarni lo guardavano con una forza espressiva sempre più intensa, fino a investire un po’ alla volta tutto il suo essere, come un veleno che gli paralizzava il battito. Mai avrebbe immaginato, nemmeno nell’incubo più angoscioso, di poter rivedere la calligrafia di Vera. Da dove veniva quella paura inconcepibile, indegna di una persona come lui, che lo aveva assalito poco prima, quando in mezzo a quel mucchio di posta insignificante si era sentito d’un tratto fissato da quella lettera? Di sicuro uno spavento che risaliva alle origini della sua esistenza. Ma un uomo che ha raggiunto quelle vette e che ha quasi portato a termine il proprio cammino non può spaventarsi in quel modo. Per fortuna Amelie non si era accorta di nulla. Perché quello spavento che sentiva ancora in tutte le sue membra?”

(Franz Werfel, “Una scrittura femminile azzurro pallido”, ed. Garzanti)

Talvolta anche la soglia di un pub si rivela occasione utile a stimolare l’incontro con autori/romanzi e proprio questo mi è capitato con Franz Werfel, nato a Praga nel 1890 e poi, dopo l’annessione nazista dell’Austria, costretto a fuggire in Italia, Francia e Stati Uniti. Werfel, per me, era un nome noto, ma mai approfondito, finché qualche settimana fa un avventore (non “patibolare”, cit. Roberto Bolaño) mi ha parlato di lui e quindi, trovandomi in libreria per altri motivi, ho scelto di presentarmi a Werfel acquistando “Una scrittura femminile azzurro pallido”, incuriosito non tanto dal titolo, quanto piuttosto dalla sintesi in ultima pagina.

Ambientato nella Vienna degli anni ’30 del Novecento, in un’Austria non ancora succube del nazismo ma sulla via per esserlo, il romanzo (breve) narra le vicende di Leonilda, detto Leon, burocrate ministeriale cinquantenne, appagato dal suo ruolo e dal suo matrimonio di convenienza con Amelie, di undici anni più giovane di lui, discendente di una famiglia molto influente e dunque fonte imprescindibile dell’ascesa sociale del funzionario, misteriosamente affascinante agli occhi della donna. Sul volto di Leon è stampato il sorrido beffardo e ambiguo di chi “ce l’ha fatta” ad emergere e si pavoneggia della cosa; la sua esistenza sembra scorrere tranquilla, in superficie, senza scavi nelle profondità della psiche, finché, tra le varie e inutili lettere ricevute in occasione del suo cinquantesimo compleanno, ne sbuca una molto particolare, scritta con grafia femminile, a mano, in un inchiostro azzurro pallido, una missiva che sconvolge l’uomo.

Leon, infatti, sa benissimo che a scriverla è stata Vera Wormser, un’ex studentessa di filosofia con la quale egli aveva avuto, diciotto anni prima, una storia d’amore bruciante, appena un anno dopo essersi sposato con Amelie. Nella lettera la donna, con tono freddo e distaccato, gli chiede d’intercedere per un diciottenne impossibilitato a frequentare le scuole in Germania perché ebreo. Per Leon è ovvio pensare che il ragazzo possa essere frutto di quella relazione adulterina che sembrava essere sepolta nell’oblio e che invece riemerge dal passato, peraltro rimettendo Leon di fronte ai meschini comportamento che all’epoca aveva tenuto sia nei confronti di Amelie, candidamente innamorata di lui e da sempre totalmente ignara di quanto accaduto, sia nei confronti di Vera, sedotta e abbandonata senza troppi complimenti. Cosa deve fare Leon: strappare la lettera, come già fece alcuni anni prima, oppure cercare Vera e rischiare di cadere in un abisso sconosciuto?

Non proseguo nella descrizione degli eventi per non rovinare la lettura a chi si è imbattuto in queste mie parole, ma aggiungo che Werfel è molto abile nel descrivere i turbamenti che affliggono Leon, il senso di colpa, i dubbi feroci, l’immaginazione che lo spinge a fantasticare su scenari ipotetici ormai irrealizzabili, a chiedersi come sarebbe potuta mutare la sua esistenza se diciotto anni prima avesse seguito il cuore (cioè Vera) invece che aspirazioni di altro genere. Le scelte che l’esistenza gli sottopone ora sono dolorose e non può più fingere, costretto com’è a ignorare definitivamente le istanze del suo cuore oppure a rimettere in discussione tutta la gabbia sociale che ormai ha costruito attorno a sé.

Il romanzo si legge in un pomeriggio o almeno io sono stato avvinto dalla prosa di Werfel, autore che, a questo punto, approfondirò in altre sue opere, sperando siano all’altezza di questa prima e appagante lettura.

“Il tunnel” (Ernesto Sabato)

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“L’ora dell’incontro era arrivata! Ma realmente i corridoi si erano uniti e le nostre anime si erano toccate? Che stupida illusione era stato tutto questo! No, i corridoi continuavano a essere paralleli come prima, anche se adesso il muro che li separava era come di cristallo e io potevo vedere María come una figura silenziosa e intoccabile… No, nemmeno il muro era sempre così; a volte tornava a essere di pietra nera e allora io non sapevo cosa succedeva dall’altra parte, che ne era di lei in quegli intervalli anonimi, quali strane cose capitavano; e pensavo addirittura che in quei momenti il suo viso cambiava e che una smorfia di scherno lo deformava e che forse c’erano risa incrociate con un altro e tutta la storia dei corridoi era una ridicola invenzione o credenza mia e che in ogni caso, c’era un solo tunnel, buio e solitario: il mio, il tunnel in cui avevo trascorso l’infanzia, la giovinezza, tutta la mia vita.”

(Ernesto Sabato, “Il tunnel”, ed. Feltrinelli)

“Senso di realtà, senso di possibilità” (Robert Musil)

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“Per riuscire a varcare porte aperte, si deve badare al fatto che gli stipiti sono duri: questo principio che il vecchio professore aveva seguito per tutta la vita, è semplicemente un postulato del senso di realtà. Ma se c’è il senso di realtà, e di questo nessuno dubiterà, poiché è legittimo che esista, allora deve esistere anche qualcosa che si può chiamare senso di possibilità. Chi lo possiede, non dice ad esempio: «Qui è accaduto, accadrà, o deve accadere questo o quello», ma dirà: «Qui potrebbe, o dovrebbe accadere questo»; e se di qualcosa gli si spiega che è come è, allora penserà: «Certo, ma potrebbe anche essere diversamente». Quindi, il senso di possibilità può essere definito addirittura come la capacità di pensare a tutto ciò che potrebbe essere e di non considerare ciò che è più importante di ciò che non è. Le conseguenze di questa indole creativa, com’è evidente, possono essere significative, e purtroppo spesso fanno apparire sbagliato quel che gli uomini ammirano e lecito ciò che essi vietano, o entrambe le cose come indifferenti. Questi individui della possibilità vivono, come si suol dire, in una trama più sottile, fatta di fumo, immaginazione, fantasticherie e congiuntivi; se un bambino manifesta una tale tendenza, gliela si fa passare con metodi energici e, davanti a lui, quelle persone vengono definite visionarie, sognatrici, vigliacche e saccenti o criticone.”
(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

P.s.: lessi questo straordinario libro di Musil tanti anni fa, in un’edizione Einaudi presa in biblioteca. Qualche mese fa ho comprato l’edizione Newton Compton, approfittando anche del prezzo. “L’uomo senza qualità” è uno di quei libri che non mi basta aver letto, ma che voglio avere a portata di mano. Non ho mai avuto particolare intenzione di rileggere, ma stasera, cercando qualcosa nello scaffale dei libri, mi sono sentito “chiamare” da Musil che, ho scoperto poco dopo nella prefazione, morì il 15 aprile. Il fatto che oggi sia il 14 aprile è una mera coincidenza, anzi nemmeno lo è, considerando che 14 è diverso da 15.

“Estinzione” (Thomas Bernhard)

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(Con uno scatto finale di 120 pagine lette ieri sera-stanotte, ho finalmente terminato la rilettura. Un gigante Bernhard, con la sua prosa vertiginosa, un libro scritto per estinguere ciò che ci estingue, un libro che mi ha dato la conferma, scontata, che rileggere certi testi è, per me, un piacere-dispiacere-diritto-dovere, di sicuro non una perdita di tempo. Bernhard si auto-presenta e non ho da aggiungere molto al suo romanzo, ma una cosa in particolare mi ha colpito, nel corso di questa rilettura: quando l’avevo letto la prima volta, io non conoscevo Ingeborg Bachmann, scrittrice-poetessa. Ecco, adesso, rileggendo “Estinzione”, ho capito che Maria, una dei pochi personaggi a salvarsi dalla furia estintiva di Bernhard, è lei, Ingeborg. E questa cosa, beh, mi ha commosso, se ancora mi è possibile usare questa parola. Fine. Anzi, Estinzione. Adesso sotto con Roberto Bolaño.)

Estinzione, ho pensato mentre dalla villa dei bambini tornavo alla fattoria, perché no. Ma non sarà tanto presto. Mi occorre molto tempo. Più di un anno. Forse due, forse addirittura tre anni. Ogni tanto ci riteniamo perfettamente in grado di affrontare un’opera dello spirito, anche di scrittura, come questa Estinzione, ma poi continuiamo ad arretrare spaventati, perché probabilmente lo sappiamo bene, non resisteremo sino alla fine, e poi, quando magari l’avremo già portata abbastanza avanti, falliremo d’un tratto, e allora avremo perso tutto, non soltanto il tempo che le avremo dedicato e che quindi sarà andato sprecato, come poi brutalmente risulterà, ma in più avremo fatto una figura spaventosa, se non dinanzi a tutti, quanto meno dinanzi a noi stessi. Una sconfitta che non abbiamo troppa voglia di provocare, pur avendo la sensazione di poter iniziare quell’opera dello spirito, rifiutiamo di iniziarla, la rinviamo, come se volessimo rinviare un’immensa brutta figura, un’immensa brutta figura dinanzi a noi stessi, pensai. Dagli altri pretendiamo che facciano almeno bene il loro lavoro, ma in fondo che lo eseguano in maniera straordinaria, pensai, e noi non riusciamo a far nulla, a mettere per iscritto il più ridicolo prodotto dello spirito, è così, pensai, da tutti pretendiamo cose eccelse e supreme, e noi stessi non realizziamo neppure cose minime. A questa tremenda umiliazione del nostro fallimento non vogliamo esporci, e così continuiamo a rinviare nel tempo la nostra idea di mettere per iscritto quel prodotto dello spirito, con tutti i mezzi, con tutti i pretesti, con tutte le bassezze che giudichiamo utili allo scopo. D’un tratto siamo troppo vili per iniziare. Ma d’altra parte abbiamo sempre in testa quell’opera dello spirito e vogliamo realizzarla a tutti i costi. È un nostro profondo proposito continuiamo per giorni, per settimane, per mesi, per anni, all’occasione anche per decenni, ad andare su e giù senza tuttavia mai sederci per iniziare. Il nostro proposito è qualcosa di immenso, ci diciamo, e all’occasione, essendo troppo vanesi per tacere, lo diciamo anche ad altri, e invece, in realtà, siamo capaci di fare soltanto qualcosa di assolutamente ridicolo. Scriverò un’opera immensa, mi dico, e al contempo ne ho paura e in quell’istante di paura ho già fallito, nell’assoluta impossibilità anche solo di iniziare. Con gran pompa diciamo che il nostro proposito è qualcosa di immenso e irripetibile, e non ci tiriamo assolutamente indietro dinanzi a una tale asserzione, ma intanto andiamo a letto con la testa ritratta fra le spalle e prendiamo un sonnifero, anziché dare inizio all’immenso e all’irripetibile. Così siamo, ho detto una volta a Gambetti, ci comportiamo come se fossimo assolutamente capaci di tutto, anche di cose eccelse e somme, e poi non siamo neanche in grado di prendere la penna in mano per mettere per iscritto anche una sola parola di quella nostra annunciata immensità e irripetibilità. Soffriamo tutti di megalomania, ho detto a Gambetti, così non dobbiamo scontare la nostra incessante bassezza.”

(Thomas Bernhard, “Estinzione”, ed. Adelphi)

“A colpi d’ascia” (Thomas Bernhard)

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“Sono stato io a voltare le spalle a costoro, non loro a me, pensavo. Noi ci leghiamo a queste persone a filo doppio, poi, tutt’a un tratto le detestiamo e le lasciamo andare. Per anni corriamo loro appresso e mendichiamo la loro simpatia, pensavo, e a un tratto, ottenuta la loro simpatia, non la vogliamo più, questa loro simpatia. Noi fuggiamo e loro ci raggiungono, ci attirano di nuovo a sé e noi sottostiamo a loro e a tutte le loro imposizioni, pensavo, e ci affidiamo totalmente a loro, e non ne usciamo se non con la fuga o con la morte. Sfuggiamo queste persone ed esse ci riprendono e ci schiacciano. Le rincorriamo, le imploriamo di accoglierci di nuovo e loro ci accolgono e ci ammazzano. Due sono i casi: o usciamo fin dall’inizio dalla loro orbita e allora riusciamo a restar fuori dalla loro orbita tutta la vita, o cadiamo nella loro trappola e moriamo soffocati. O riusciamo a sfuggire queste persone e allora le denigriamo, le calunniamo, spargiamo sul loro conto ogni sorta di menzogne, pensavo, pur di salvarci le calunniamo non appena se ne presenta l’occasione, per liberarci di loro scappiamo via, e per far salva la pelle le accusiamo di continuo e in ogni luogo sostenendo che sono loro ad avere noi sulla coscienza, oppure sono loro che pur di salvarsi ci sfuggono e ci calunniano e ci accusano e spargono sul nostro conto ogni sorta di menzogna, pensavo. Crediamo di essere ormai finiti e incontriamo costoro i quali ci salvano, ma noi non gli siamo grati per il fatto che ci hanno salvato, al contrario li malediciamo, li odiamo, per tutta la vita li perseguitiamo con il nostro odio per il fatto che ci hanno salvato. Oppure noi li corteggiamo, loro ci respingono e noi ci vendichiamo, li calunniamo, li denigriamo davanti a tutti, li perseguitiamo con il nostro odio fino alla tomba. Oppure loro in un momento decisivo ci aiutano a rimetterci in piedi e noi li odiamo perché ci hanno aiutato a rimetterci in piedi, così come loro odiano noi perché li abbiamo aiutati a rimettersi in piedi, pensavo nella bergère. Poiché una volta gli abbiamo fatto un piacere, crediamo di avere diritto alla loro gratitudine eterna, pensano nella bergère. Per anni siamo stati loro amici e tutt’a un tratto non lo siamo più per il resto dei nostri giorni, e non abbiamo la minima idea del perché tutt’a un tratto non siamo più loro amici. Li amiamo così intensamente che quest’amore ci ammala, e loro ci respingono, loro odiano il nostro amore, pensavo. Tutto ciò che abbiamo ci viene da loro e per questo li odiamo. Noi non siamo nessuno, loro ci fanno diventare qualcuno, e noi per questo li odiamo. Noi veniamo dal nulla, come si suol dire, e loro sono capaci di fare di noi un genio, e noi non possiamo perdonarli di aver fatto di noi un genio come se avessero fatto di noi un grande criminale, pensavo nella bergère. Tutto ciò che abbiamo ci viene da loro e per questo li puniamo per tutta la vita con il nostro disprezzo e con il nostro odio. Tutto ciò che abbiamo lo dobbiamo a loro e non possiamo mai perdonarli di dover loro ogni cosa, pensavo.”

(Thomas Bernhard, “A colpi d’ascia”, ed. Adelphi)  

“Il nostro cuore” (Guy de Maupassant)

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“Conosceva bene tutto questo, la combattente! Spessissimo, muovendosi con passo felino e animata da un’inesauribile curiosità, aveva indotto quello stesso male segreto e torturatore negli occhi degli uomini che era riuscita a sedurre! La divertiva molto sentirli invaghirsi a poco a poco fino a cadere conquistati, dominati dalla sua invincibile potenza di donna, fino al punto da diventare per loro l’Unica, l’Idolo capriccioso e sovrano! Ciò aveva fatto emergere in lei gradatamente, come una dote nascosta che cresce, l’istinto della lotta e della conquista. Nei suoi anni di matrimonio era forse germinata nel suo cuore la necessità della ritorsione, un bisogno oscuro di rendere alla totalità degli uomini ciò che uno solo di loro aveva fatto a lei, il bisogno di essere a sua volta la più forte, di piegare le volontà, di frustrare le resistenze e perfino di far soffrire. Ma soprattutto, la vanità era innata in lei e da quando si sentiva libera si era messa a perseguitare e a dominare i suoi innamorati, come un cacciatore insegue le sue prede non per altro che per vederle cadere. Il suo cuore tuttavia non era affatto avido di emozioni, come quello delle donne deboli e sentimentali; non cercava affatto l’amore unico di un uomo, né la felicità di una grande passione. Desiderava solamente l’ammirazione generale, l’omaggio, l’adulazione tenera, chi si inginocchiasse davanti a lei. Chiunque divenisse familiare alla sua casa doveva anche essere schiavo della sua bellezza e nessun interesse intellettuale riusciva a tenerla legata a lungo a chi resisteva ai suoi vezzi, disdegnava le pene d’amore o era forse già altrimenti impegnato. Per restare suoi amici era necessario amarla; e in quel caso lei era prodiga di inimmaginabili premure, di deliziose attenzioni, di infinite gentilezze, con le quali manteneva attorno a sé tutti coloro che aveva catturato. I quali, una volta inclusi nella sua schiera di adoratori, sembrava le appartenessero per diritto di conquista. Lei li governava con atteggiamento saggio, secondo i loro difetti, le loro qualità, la natura della loro gelosia. Quelli che chiedevano troppo, a un certo momento li allontanava; poi, castigati, li riprendeva imponendo condizioni severe; e si divertiva un mondo, da donna perversa qual era, in quel gioco di seduzione che trova ugualmente affascinante impazientire i vecchi e far girare la testa ai giovani.”

(Guy de Maupassant, “Il nostro cuore”, ed. Bordeaux)

Madame Michèle de Burne, ventottenne e seducente vedova, già sposata con un coniuge tiranno e per sua fortuna ormai defunto, ha sviluppato, quasi per reazione al suo infelice matrimonio, l’abilità di attorniarsi di uno stuolo di ammiratori, che lei ama “come si ama un buon cagnolino fedele”. Vanitosa di natura, Madame de Burne gode nel sapersi al centro dell’attenzione, bramata da molti eppure di nessuno, attenta a controllarsi affinché non cada nel rischio di un innamoramento che la farebbe cadere dal ruolo di Idolo che si è assegnata.

André Marolle, invece, Continua a leggere…

“L’integrazione” (Luciano Bianciardi)

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“Prima di tutto mi disse che ero un provinciale. Cosa mi credevo? Che la grande città fosse quel luogo di meraviglie e di godurie che credono certi, quelli che amano viaggiare? No, la grande città era proprio così, invece: un posto duro, cattivo, teso, assillato: tanta gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, deve arrivare.

– Arrivare dove? – chiesi.

– Chi lo sa? A pagare la tratta che scade, forse, a trovare i soldi per concedersi questo dubitabile vantaggio, provinciale anch’esso, di vivere nella grande città. Guardali in faccia: stirati, con gli occhi della febbre, dimentichi di tutto tranne che dei soldi che ci vogliono ogni giorno, e che servono soltanto quanto basta per stare in piedi, per lavorare, trottare ancora, e fare altri soldi. Un giro vizioso. E la tragedia sta proprio nel fatto che di questo loro non si avvedono, si ritengono privilegiati. Ascoltali, provocali, e sentirai la sicumera di questa gente, solo perché abita nella grande città. Questi sono i ceti medi italiani, avviliti dal padrone, e insieme sollecitati a muoversi nella direzione che più fa comodo al padrone. Neanche i loro bisogni sono genuini: pensa la pubblicità a fabbricarglieli, giorno per giorno. Tu vorrai il frigorifero, dice la pubblicità, tu la macchina muova, tu addirittura una faccia nuova. E loro vogliono quello che il padrone impone, e credono che sia questa la vita moderna, la felicità. Sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera, per comprarsi quello che credono di desiderare; in realtà quel che al padrone piace che si desideri.”

(Luciano Bianciardi, “L’integrazione”, ed. Feltrinelli)

 “L’integrazione” può essere considerato una sorta di seconda tessere di un mosaico composto dall’antecedente “Il lavoro culturale” e dal successivo “La vita agra”, quest’ultimo a mio parere il più riuscito. Il protagonista è Luciano Bianchi, alter-ego dell’autore, che assieme al fratello Marcello si trasferisce dalla provincia toscana a Milano, con l’obiettivo di compiere una “mediazione” tra il mondo provinciale e quello del boom economico metropolitano, nell’Italia dei primi anni Sessanta.

Pur senza la carica sarcastica che contraddistinguerà “La vita agra”, anche in questo romanzo Bianciardi è abile nel fare satira sull’industria culturale, narrandoci le surreali riunioni di redazione, con discussioni su virgolette e propositi velleitari di lanciare una fantomatica “grossa iniziativa” culturale. Il romanzo è molto divertente e si legge tutto d’un fiato, sebbene, lo ribadisco, non abbia quel furore corrosivo che caratterizza “La vita agra”.

“Il tram non ammetteva indugi, perché conducente e fattorino dosavano con parsimonia l’apertura delle porte scorrevoli; una brevissima sosta e poi la corsa ricominciava. Capitava così, a volte, che il passeggero più lento o meno avveduto a scendere restasse con un braccio o una gamba imprigionata dentro, e la vettura allora se lo trascinava dietro a corsa. Era goffo e pietoso insieme lo spettacolo di qualche vecchietta, costretta a trottare in quel modo da una fermata all’altra, senza nemmeno più la voce per lanciare un urlo e costringere il tram a fermarsi. Era anche pericoloso, ma d’altro canto non si poteva chiedere una fermata in più oltre quelle stabilite dall’orario e dal regolamento, severissimo, e solo per i comodi di un viaggiatore poco sveglio. Sarebbe stato contro l’interesse degli altri passeggeri, la maggioranza, che non aveva tempo da perdere. Fu allora che qualcuno propose – ma poi non se ne fece di nulla, perché una parte dell’opinione pubblica fu decisamente contraria – di mettere a ogni fermata un funzionario apposta, munito di un paio di robuste cesoie, che rapidamente resecasse quelle appendici inopportune, braccia e gambe, sporgenti oltre la sagoma della vettura, mettendo in pericolo la vita di qualcuno, ed insieme, quel che più conta, intralciando e ritardando la corsa.”

Miller e Bianciardi

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(Che i libri si chiamino l’uno con l’altro può anche essere una gran sciocchezza, anzi una cazzata. Però a volte accade. Oggi è accaduto. A Roma ho comprato “L’integrazione”, romanzo di Luciano Bianciardi, che ancora non ho letto. Torno a Itri e su una bancarella dell’usato il primo libro che noto è “Tropico del Cancro” di Henry Miller, che invece ho letto anni fa, ma in biblioteca. Decido di comprarlo e scopro che la traduzione è proprio di Bianciardi. Mentre sto per pagarlo, il rivenditore dell’usato pare quasi dispiaciuto, perché era affezionato a quel libro. Mi chiede di dettargli un brano di pag. 242, perché vuole scriverselo su un’agenda. Comincio a dettare le parole di Miller, tradotte da Bianciardi, e mi viene voglia di rileggere tutto il romanzo. Poi vado a fare la fotocopia della pagina e la lascio al rivenditore, dopo aver spiegato anche a lui la storia di Bianciardi e Miller.)

“Oggi io sono consapevole della mia ascendenza. Non mi occorre consultare oroscopi o alberi genealogici. Di quel che è scritto nelle stelle, o nel mio sangue, io non so nulla. So di venire dai fondatori mitologici della razza. L’uomo che leva la santa bottiglia alle labbra, il criminale che s’inginocchia nella piazza del mercato, l’ingenuo il quale scopre che tutti i cadaveri puzzano, il pazzo che danza con un fulmine in mano, il frate che solleva la tonaca per pisciare sul mondo, il fanatico che fruga le biblioteche e cerca del Verbo – tutte queste persone si fondono in me, tutte fanno la mia confusione, la mia estasi. Se non disumano, è perché il mio mondo ha vuotato in un cesso tutti i legami umani, perché essere umano par cosa povera, triste, miseranda, limitata dai sensi, ristretta dalla morale e dai codici, definita dalle ovvietà e dagli ismi. Mi riverso il succo dell’uva giù per la gola e ci scopro saggezza, ma la mia saggezza non nasce dall’uva, la mia ubriachezza non deve nulla al vino.”

(Henry Miller, “Tropico del Cancro”, ed. Feltrinelli, nella traduzione di Luciano Bianciardi)

“Un uomo che dorme” (Georges Perec)

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“Non volere più niente. Aspettare finché non ci sia più nulla da aspettare. Vagare, dormire. Lasciarsi portare dalla folla, dalle vie. Seguire i canaletti di scolo, le inferriate, l’acqua lungo le sponde. Camminare lungo il fiume, rasente ai muri. Perdere tempo. Tenersi lontano da ogni progetto, da ogni smania. Essere senza desideri, senza risentimenti, senza ribellione.

Davanti a te, nel corso del tempo, una vita immobile, senza crisi e senza disordine: nessuna asperità e nessuno squilibrio. Un minuto dopo l’altro, un’ora dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, una stagione dopo l’altra, qualcosa comincerà che non avrà mai fine: la tua vita vegetale, la tua vita azzerata.”

(Georges Perec, “Un uomo che dorme”, ed. Quodlibet)

“Un uomo che dorme” è l’educazione all’indifferenza verso tutto e tutti di uno studente venticinquenne che un giorno, invece di alzarsi per andare a sostenere un esame universitario, resta a letto a dormire. Al culto dell’azione egli contrappone la propria inazione. La discesa nell’ozio e nella solitudine è inesorabile, e il giovane non ha alcun desiderio, progetto, voglia di ribellarsi alla quotidianità che lo vede vagabondare per la città, girare per caffè, librerie, viali, musei, come un fantasma.

“Col tempo la tua freddezza diventa leggendaria. Gli occhi hanno perso ogni espressività, la figura ora è perfettamente cascante. Una serenità senza tedio, senza amarezza, si è inscritta agli angoli della tua bocca. Vai per la strade come scivolando, intoccabile, protetto dall’usura moderata dei tuoi vestiti, dalla neutralità della tua camminata. Ormai hai solo gesti automatici. Pronunci solo le parole necessarie. Chiedi:

– un caffè,

– un posto davanti,

– un menù e un rosso,

– una birra,

– uno spazzolino da denti,

– un taccuino.

Paghi, intaschi, prendi posto, consumi.”

 

“Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente, che l’indifferenza non insegna niente: era un’impostura, una fascinosa e ingannevole illusione. Eri solo, tutto qui, e volevi proteggerti; volevi tagliare per sempre i rapporti tra te e il mondo. Ma tu sei così poca cosa, e il mondo un tal parolone: alla fine, il tuo non è stato altro che un errare in una grande città, e costeggiare chilometri di facciate, vetrine, parchi e lungofiume.”

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