Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Senso di realtà, senso di possibilità” (Robert Musil)

Musil

“Per riuscire a varcare porte aperte, si deve badare al fatto che gli stipiti sono duri: questo principio che il vecchio professore aveva seguito per tutta la vita, è semplicemente un postulato del senso di realtà. Ma se c’è il senso di realtà, e di questo nessuno dubiterà, poiché è legittimo che esista, allora deve esistere anche qualcosa che si può chiamare senso di possibilità. Chi lo possiede, non dice ad esempio: «Qui è accaduto, accadrà, o deve accadere questo o quello», ma dirà: «Qui potrebbe, o dovrebbe accadere questo»; e se di qualcosa gli si spiega che è come è, allora penserà: «Certo, ma potrebbe anche essere diversamente». Quindi, il senso di possibilità può essere definito addirittura come la capacità di pensare a tutto ciò che potrebbe essere e di non considerare ciò che è più importante di ciò che non è. Le conseguenze di questa indole creativa, com’è evidente, possono essere significative, e purtroppo spesso fanno apparire sbagliato quel che gli uomini ammirano e lecito ciò che essi vietano, o entrambe le cose come indifferenti. Questi individui della possibilità vivono, come si suol dire, in una trama più sottile, fatta di fumo, immaginazione, fantasticherie e congiuntivi; se un bambino manifesta una tale tendenza, gliela si fa passare con metodi energici e, davanti a lui, quelle persone vengono definite visionarie, sognatrici, vigliacche e saccenti o criticone.”
(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

P.s.: lessi questo straordinario libro di Musil tanti anni fa, in un’edizione Einaudi presa in biblioteca. Qualche mese fa ho comprato l’edizione Newton Compton, approfittando anche del prezzo. “L’uomo senza qualità” è uno di quei libri che non mi basta aver letto, ma che voglio avere a portata di mano. Non ho mai avuto particolare intenzione di rileggere, ma stasera, cercando qualcosa nello scaffale dei libri, mi sono sentito “chiamare” da Musil che, ho scoperto poco dopo nella prefazione, morì il 15 aprile. Il fatto che oggi sia il 14 aprile è una mera coincidenza, anzi nemmeno lo è, considerando che 14 è diverso da 15.

“Estinzione” (Thomas Bernhard)

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(Con uno scatto finale di 120 pagine lette ieri sera-stanotte, ho finalmente terminato la rilettura. Un gigante Bernhard, con la sua prosa vertiginosa, un libro scritto per estinguere ciò che ci estingue, un libro che mi ha dato la conferma, scontata, che rileggere certi testi è, per me, un piacere-dispiacere-diritto-dovere, di sicuro non una perdita di tempo. Bernhard si auto-presenta e non ho da aggiungere molto al suo romanzo, ma una cosa in particolare mi ha colpito, nel corso di questa rilettura: quando l’avevo letto la prima volta, io non conoscevo Ingeborg Bachmann, scrittrice-poetessa. Ecco, adesso, rileggendo “Estinzione”, ho capito che Maria, una dei pochi personaggi a salvarsi dalla furia estintiva di Bernhard, è lei, Ingeborg. E questa cosa, beh, mi ha commosso, se ancora mi è possibile usare questa parola. Fine. Anzi, Estinzione. Adesso sotto con Roberto Bolaño.)

Estinzione, ho pensato mentre dalla villa dei bambini tornavo alla fattoria, perché no. Ma non sarà tanto presto. Mi occorre molto tempo. Più di un anno. Forse due, forse addirittura tre anni. Ogni tanto ci riteniamo perfettamente in grado di affrontare un’opera dello spirito, anche di scrittura, come questa Estinzione, ma poi continuiamo ad arretrare spaventati, perché probabilmente lo sappiamo bene, non resisteremo sino alla fine, e poi, quando magari l’avremo già portata abbastanza avanti, falliremo d’un tratto, e allora avremo perso tutto, non soltanto il tempo che le avremo dedicato e che quindi sarà andato sprecato, come poi brutalmente risulterà, ma in più avremo fatto una figura spaventosa, se non dinanzi a tutti, quanto meno dinanzi a noi stessi. Una sconfitta che non abbiamo troppa voglia di provocare, pur avendo la sensazione di poter iniziare quell’opera dello spirito, rifiutiamo di iniziarla, la rinviamo, come se volessimo rinviare un’immensa brutta figura, un’immensa brutta figura dinanzi a noi stessi, pensai. Dagli altri pretendiamo che facciano almeno bene il loro lavoro, ma in fondo che lo eseguano in maniera straordinaria, pensai, e noi non riusciamo a far nulla, a mettere per iscritto il più ridicolo prodotto dello spirito, è così, pensai, da tutti pretendiamo cose eccelse e supreme, e noi stessi non realizziamo neppure cose minime. A questa tremenda umiliazione del nostro fallimento non vogliamo esporci, e così continuiamo a rinviare nel tempo la nostra idea di mettere per iscritto quel prodotto dello spirito, con tutti i mezzi, con tutti i pretesti, con tutte le bassezze che giudichiamo utili allo scopo. D’un tratto siamo troppo vili per iniziare. Ma d’altra parte abbiamo sempre in testa quell’opera dello spirito e vogliamo realizzarla a tutti i costi. È un nostro profondo proposito continuiamo per giorni, per settimane, per mesi, per anni, all’occasione anche per decenni, ad andare su e giù senza tuttavia mai sederci per iniziare. Il nostro proposito è qualcosa di immenso, ci diciamo, e all’occasione, essendo troppo vanesi per tacere, lo diciamo anche ad altri, e invece, in realtà, siamo capaci di fare soltanto qualcosa di assolutamente ridicolo. Scriverò un’opera immensa, mi dico, e al contempo ne ho paura e in quell’istante di paura ho già fallito, nell’assoluta impossibilità anche solo di iniziare. Con gran pompa diciamo che il nostro proposito è qualcosa di immenso e irripetibile, e non ci tiriamo assolutamente indietro dinanzi a una tale asserzione, ma intanto andiamo a letto con la testa ritratta fra le spalle e prendiamo un sonnifero, anziché dare inizio all’immenso e all’irripetibile. Così siamo, ho detto una volta a Gambetti, ci comportiamo come se fossimo assolutamente capaci di tutto, anche di cose eccelse e somme, e poi non siamo neanche in grado di prendere la penna in mano per mettere per iscritto anche una sola parola di quella nostra annunciata immensità e irripetibilità. Soffriamo tutti di megalomania, ho detto a Gambetti, così non dobbiamo scontare la nostra incessante bassezza.”

(Thomas Bernhard, “Estinzione”, ed. Adelphi)

“A colpi d’ascia” (Thomas Bernhard)

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“Sono stato io a voltare le spalle a costoro, non loro a me, pensavo. Noi ci leghiamo a queste persone a filo doppio, poi, tutt’a un tratto le detestiamo e le lasciamo andare. Per anni corriamo loro appresso e mendichiamo la loro simpatia, pensavo, e a un tratto, ottenuta la loro simpatia, non la vogliamo più, questa loro simpatia. Noi fuggiamo e loro ci raggiungono, ci attirano di nuovo a sé e noi sottostiamo a loro e a tutte le loro imposizioni, pensavo, e ci affidiamo totalmente a loro, e non ne usciamo se non con la fuga o con la morte. Sfuggiamo queste persone ed esse ci riprendono e ci schiacciano. Le rincorriamo, le imploriamo di accoglierci di nuovo e loro ci accolgono e ci ammazzano. Due sono i casi: o usciamo fin dall’inizio dalla loro orbita e allora riusciamo a restar fuori dalla loro orbita tutta la vita, o cadiamo nella loro trappola e moriamo soffocati. O riusciamo a sfuggire queste persone e allora le denigriamo, le calunniamo, spargiamo sul loro conto ogni sorta di menzogne, pensavo, pur di salvarci le calunniamo non appena se ne presenta l’occasione, per liberarci di loro scappiamo via, e per far salva la pelle le accusiamo di continuo e in ogni luogo sostenendo che sono loro ad avere noi sulla coscienza, oppure sono loro che pur di salvarsi ci sfuggono e ci calunniano e ci accusano e spargono sul nostro conto ogni sorta di menzogna, pensavo. Crediamo di essere ormai finiti e incontriamo costoro i quali ci salvano, ma noi non gli siamo grati per il fatto che ci hanno salvato, al contrario li malediciamo, li odiamo, per tutta la vita li perseguitiamo con il nostro odio per il fatto che ci hanno salvato. Oppure noi li corteggiamo, loro ci respingono e noi ci vendichiamo, li calunniamo, li denigriamo davanti a tutti, li perseguitiamo con il nostro odio fino alla tomba. Oppure loro in un momento decisivo ci aiutano a rimetterci in piedi e noi li odiamo perché ci hanno aiutato a rimetterci in piedi, così come loro odiano noi perché li abbiamo aiutati a rimettersi in piedi, pensavo nella bergère. Poiché una volta gli abbiamo fatto un piacere, crediamo di avere diritto alla loro gratitudine eterna, pensano nella bergère. Per anni siamo stati loro amici e tutt’a un tratto non lo siamo più per il resto dei nostri giorni, e non abbiamo la minima idea del perché tutt’a un tratto non siamo più loro amici. Li amiamo così intensamente che quest’amore ci ammala, e loro ci respingono, loro odiano il nostro amore, pensavo. Tutto ciò che abbiamo ci viene da loro e per questo li odiamo. Noi non siamo nessuno, loro ci fanno diventare qualcuno, e noi per questo li odiamo. Noi veniamo dal nulla, come si suol dire, e loro sono capaci di fare di noi un genio, e noi non possiamo perdonarli di aver fatto di noi un genio come se avessero fatto di noi un grande criminale, pensavo nella bergère. Tutto ciò che abbiamo ci viene da loro e per questo li puniamo per tutta la vita con il nostro disprezzo e con il nostro odio. Tutto ciò che abbiamo lo dobbiamo a loro e non possiamo mai perdonarli di dover loro ogni cosa, pensavo.”

(Thomas Bernhard, “A colpi d’ascia”, ed. Adelphi)  

“Il nostro cuore” (Guy de Maupassant)

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“Conosceva bene tutto questo, la combattente! Spessissimo, muovendosi con passo felino e animata da un’inesauribile curiosità, aveva indotto quello stesso male segreto e torturatore negli occhi degli uomini che era riuscita a sedurre! La divertiva molto sentirli invaghirsi a poco a poco fino a cadere conquistati, dominati dalla sua invincibile potenza di donna, fino al punto da diventare per loro l’Unica, l’Idolo capriccioso e sovrano! Ciò aveva fatto emergere in lei gradatamente, come una dote nascosta che cresce, l’istinto della lotta e della conquista. Nei suoi anni di matrimonio era forse germinata nel suo cuore la necessità della ritorsione, un bisogno oscuro di rendere alla totalità degli uomini ciò che uno solo di loro aveva fatto a lei, il bisogno di essere a sua volta la più forte, di piegare le volontà, di frustrare le resistenze e perfino di far soffrire. Ma soprattutto, la vanità era innata in lei e da quando si sentiva libera si era messa a perseguitare e a dominare i suoi innamorati, come un cacciatore insegue le sue prede non per altro che per vederle cadere. Il suo cuore tuttavia non era affatto avido di emozioni, come quello delle donne deboli e sentimentali; non cercava affatto l’amore unico di un uomo, né la felicità di una grande passione. Desiderava solamente l’ammirazione generale, l’omaggio, l’adulazione tenera, chi si inginocchiasse davanti a lei. Chiunque divenisse familiare alla sua casa doveva anche essere schiavo della sua bellezza e nessun interesse intellettuale riusciva a tenerla legata a lungo a chi resisteva ai suoi vezzi, disdegnava le pene d’amore o era forse già altrimenti impegnato. Per restare suoi amici era necessario amarla; e in quel caso lei era prodiga di inimmaginabili premure, di deliziose attenzioni, di infinite gentilezze, con le quali manteneva attorno a sé tutti coloro che aveva catturato. I quali, una volta inclusi nella sua schiera di adoratori, sembrava le appartenessero per diritto di conquista. Lei li governava con atteggiamento saggio, secondo i loro difetti, le loro qualità, la natura della loro gelosia. Quelli che chiedevano troppo, a un certo momento li allontanava; poi, castigati, li riprendeva imponendo condizioni severe; e si divertiva un mondo, da donna perversa qual era, in quel gioco di seduzione che trova ugualmente affascinante impazientire i vecchi e far girare la testa ai giovani.”

(Guy de Maupassant, “Il nostro cuore”, ed. Bordeaux)

Madame Michèle de Burne, ventottenne e seducente vedova, già sposata con un coniuge tiranno e per sua fortuna ormai defunto, ha sviluppato, quasi per reazione al suo infelice matrimonio, l’abilità di attorniarsi di uno stuolo di ammiratori, che lei ama “come si ama un buon cagnolino fedele”. Vanitosa di natura, Madame de Burne gode nel sapersi al centro dell’attenzione, bramata da molti eppure di nessuno, attenta a controllarsi affinché non cada nel rischio di un innamoramento che la farebbe cadere dal ruolo di Idolo che si è assegnata.

André Marolle, invece, Continua a leggere…

“L’integrazione” (Luciano Bianciardi)

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“Prima di tutto mi disse che ero un provinciale. Cosa mi credevo? Che la grande città fosse quel luogo di meraviglie e di godurie che credono certi, quelli che amano viaggiare? No, la grande città era proprio così, invece: un posto duro, cattivo, teso, assillato: tanta gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, deve arrivare.

– Arrivare dove? – chiesi.

– Chi lo sa? A pagare la tratta che scade, forse, a trovare i soldi per concedersi questo dubitabile vantaggio, provinciale anch’esso, di vivere nella grande città. Guardali in faccia: stirati, con gli occhi della febbre, dimentichi di tutto tranne che dei soldi che ci vogliono ogni giorno, e che servono soltanto quanto basta per stare in piedi, per lavorare, trottare ancora, e fare altri soldi. Un giro vizioso. E la tragedia sta proprio nel fatto che di questo loro non si avvedono, si ritengono privilegiati. Ascoltali, provocali, e sentirai la sicumera di questa gente, solo perché abita nella grande città. Questi sono i ceti medi italiani, avviliti dal padrone, e insieme sollecitati a muoversi nella direzione che più fa comodo al padrone. Neanche i loro bisogni sono genuini: pensa la pubblicità a fabbricarglieli, giorno per giorno. Tu vorrai il frigorifero, dice la pubblicità, tu la macchina muova, tu addirittura una faccia nuova. E loro vogliono quello che il padrone impone, e credono che sia questa la vita moderna, la felicità. Sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera, per comprarsi quello che credono di desiderare; in realtà quel che al padrone piace che si desideri.”

(Luciano Bianciardi, “L’integrazione”, ed. Feltrinelli)

 “L’integrazione” può essere considerato una sorta di seconda tessere di un mosaico composto dall’antecedente “Il lavoro culturale” e dal successivo “La vita agra”, quest’ultimo a mio parere il più riuscito. Il protagonista è Luciano Bianchi, alter-ego dell’autore, che assieme al fratello Marcello si trasferisce dalla provincia toscana a Milano, con l’obiettivo di compiere una “mediazione” tra il mondo provinciale e quello del boom economico metropolitano, nell’Italia dei primi anni Sessanta.

Pur senza la carica sarcastica che contraddistinguerà “La vita agra”, anche in questo romanzo Bianciardi è abile nel fare satira sull’industria culturale, narrandoci le surreali riunioni di redazione, con discussioni su virgolette e propositi velleitari di lanciare una fantomatica “grossa iniziativa” culturale. Il romanzo è molto divertente e si legge tutto d’un fiato, sebbene, lo ribadisco, non abbia quel furore corrosivo che caratterizza “La vita agra”.

“Il tram non ammetteva indugi, perché conducente e fattorino dosavano con parsimonia l’apertura delle porte scorrevoli; una brevissima sosta e poi la corsa ricominciava. Capitava così, a volte, che il passeggero più lento o meno avveduto a scendere restasse con un braccio o una gamba imprigionata dentro, e la vettura allora se lo trascinava dietro a corsa. Era goffo e pietoso insieme lo spettacolo di qualche vecchietta, costretta a trottare in quel modo da una fermata all’altra, senza nemmeno più la voce per lanciare un urlo e costringere il tram a fermarsi. Era anche pericoloso, ma d’altro canto non si poteva chiedere una fermata in più oltre quelle stabilite dall’orario e dal regolamento, severissimo, e solo per i comodi di un viaggiatore poco sveglio. Sarebbe stato contro l’interesse degli altri passeggeri, la maggioranza, che non aveva tempo da perdere. Fu allora che qualcuno propose – ma poi non se ne fece di nulla, perché una parte dell’opinione pubblica fu decisamente contraria – di mettere a ogni fermata un funzionario apposta, munito di un paio di robuste cesoie, che rapidamente resecasse quelle appendici inopportune, braccia e gambe, sporgenti oltre la sagoma della vettura, mettendo in pericolo la vita di qualcuno, ed insieme, quel che più conta, intralciando e ritardando la corsa.”

Miller e Bianciardi

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(Che i libri si chiamino l’uno con l’altro può anche essere una gran sciocchezza, anzi una cazzata. Però a volte accade. Oggi è accaduto. A Roma ho comprato “L’integrazione”, romanzo di Luciano Bianciardi, che ancora non ho letto. Torno a Itri e su una bancarella dell’usato il primo libro che noto è “Tropico del Cancro” di Henry Miller, che invece ho letto anni fa, ma in biblioteca. Decido di comprarlo e scopro che la traduzione è proprio di Bianciardi. Mentre sto per pagarlo, il rivenditore dell’usato pare quasi dispiaciuto, perché era affezionato a quel libro. Mi chiede di dettargli un brano di pag. 242, perché vuole scriverselo su un’agenda. Comincio a dettare le parole di Miller, tradotte da Bianciardi, e mi viene voglia di rileggere tutto il romanzo. Poi vado a fare la fotocopia della pagina e la lascio al rivenditore, dopo aver spiegato anche a lui la storia di Bianciardi e Miller.)

“Oggi io sono consapevole della mia ascendenza. Non mi occorre consultare oroscopi o alberi genealogici. Di quel che è scritto nelle stelle, o nel mio sangue, io non so nulla. So di venire dai fondatori mitologici della razza. L’uomo che leva la santa bottiglia alle labbra, il criminale che s’inginocchia nella piazza del mercato, l’ingenuo il quale scopre che tutti i cadaveri puzzano, il pazzo che danza con un fulmine in mano, il frate che solleva la tonaca per pisciare sul mondo, il fanatico che fruga le biblioteche e cerca del Verbo – tutte queste persone si fondono in me, tutte fanno la mia confusione, la mia estasi. Se non disumano, è perché il mio mondo ha vuotato in un cesso tutti i legami umani, perché essere umano par cosa povera, triste, miseranda, limitata dai sensi, ristretta dalla morale e dai codici, definita dalle ovvietà e dagli ismi. Mi riverso il succo dell’uva giù per la gola e ci scopro saggezza, ma la mia saggezza non nasce dall’uva, la mia ubriachezza non deve nulla al vino.”

(Henry Miller, “Tropico del Cancro”, ed. Feltrinelli, nella traduzione di Luciano Bianciardi)

“Un uomo che dorme” (Georges Perec)

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“Non volere più niente. Aspettare finché non ci sia più nulla da aspettare. Vagare, dormire. Lasciarsi portare dalla folla, dalle vie. Seguire i canaletti di scolo, le inferriate, l’acqua lungo le sponde. Camminare lungo il fiume, rasente ai muri. Perdere tempo. Tenersi lontano da ogni progetto, da ogni smania. Essere senza desideri, senza risentimenti, senza ribellione.

Davanti a te, nel corso del tempo, una vita immobile, senza crisi e senza disordine: nessuna asperità e nessuno squilibrio. Un minuto dopo l’altro, un’ora dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, una stagione dopo l’altra, qualcosa comincerà che non avrà mai fine: la tua vita vegetale, la tua vita azzerata.”

(Georges Perec, “Un uomo che dorme”, ed. Quodlibet)

“Un uomo che dorme” è l’educazione all’indifferenza verso tutto e tutti di uno studente venticinquenne che un giorno, invece di alzarsi per andare a sostenere un esame universitario, resta a letto a dormire. Al culto dell’azione egli contrappone la propria inazione. La discesa nell’ozio e nella solitudine è inesorabile, e il giovane non ha alcun desiderio, progetto, voglia di ribellarsi alla quotidianità che lo vede vagabondare per la città, girare per caffè, librerie, viali, musei, come un fantasma.

“Col tempo la tua freddezza diventa leggendaria. Gli occhi hanno perso ogni espressività, la figura ora è perfettamente cascante. Una serenità senza tedio, senza amarezza, si è inscritta agli angoli della tua bocca. Vai per la strade come scivolando, intoccabile, protetto dall’usura moderata dei tuoi vestiti, dalla neutralità della tua camminata. Ormai hai solo gesti automatici. Pronunci solo le parole necessarie. Chiedi:

– un caffè,

– un posto davanti,

– un menù e un rosso,

– una birra,

– uno spazzolino da denti,

– un taccuino.

Paghi, intaschi, prendi posto, consumi.”

 

“Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente, che l’indifferenza non insegna niente: era un’impostura, una fascinosa e ingannevole illusione. Eri solo, tutto qui, e volevi proteggerti; volevi tagliare per sempre i rapporti tra te e il mondo. Ma tu sei così poca cosa, e il mondo un tal parolone: alla fine, il tuo non è stato altro che un errare in una grande città, e costeggiare chilometri di facciate, vetrine, parchi e lungofiume.”

“Primavera di bellezza” (Beppe Fenoglio)

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“Ma ci sono cose all’orizzonte, cose indipendenti, che sicuramente riempiranno tutta la vostra giovinezza e… e io non ne dubito, ragazzi, che voi tutti vi farete onore: a voi stessi, massimamamente alla patria, e anche alla vostra vecchia scuola.
Una settimana dopo si era in guerra. <<Italy at her falsest against Britain at her truest*>>.”
(Beppe Fenoglio, “Primavera di bellezza”, ed. Einaudi)

*L’Italia nel suo momento più falso contro l’Inghilterra nel suo momento più vero.

P.s.: non avevo voglia di scrivere le mie impressioni sul libro, mi sono affidato al Colosseo.

“L’umiliazione” (Philip Roth)

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“Non era più capace di fare uno Shakespeare a bassa intensità e non era più capace di fare uno Shakespeare ad altra intensità, e pensare che aveva fatto Shakespeare per tutta la vita. Il suo Macbeth era ridicolo, e quelli che lo videro lo dissero senza eccezione, e altrettanto fecero molti che non lo avevano visto. <<No, non hanno neanche bisogno di esserci stati – diceva lui – per insultarti>>. Molti attori, per aiutarsi, si sarebbero dati al bere; c’era sempre una vecchia barzelletta su un attore che beveva sempre prima di andare in scena, e che quando lo esortarono a non bere replicò: <<Come, dovrei andare là fuori da solo?>> Ma Axler non beveva, e così invece crollò. Il suo crollo fu monumentale.

La cosa peggiore era che vedere il proprio crollo con la stessa lucidità con cui si vedeva recitare. La sofferenza era atroce, e tuttavia lui dubitava che fosse genuina, il che la rendeva ancora peggiore. Non sapeva come passare da un minuto all’altro, era come se la mente gli si stesse liquefacendo, aveva il terrore di stare da solo, non riusciva più a dormire più di due o tre ore per notte, mangiava appena, ogni giorno pensava di ammazzarsi con l’arma che aveva in solaio – un fucile a pompa Rennington 870 che teneva nella casa isolata per autodifesa – e nondimeno gli sembrava tutta una commedia, una commedia recitata male. Quando reciti la parte di uno che sta crollando, la tua interpretazione ha un ordine e una coerenza; quando la persona che vedi crollare sei tu, e quella che stai recitando è la tua fine, è tutta un’altra cosa, una cosa spaventosa e terrorizzante.”

(Philip Roth, “L’umiliazione”, ed. Einaudi)

Simon Axler è un grande attore teatrale, ma superati i sessant’’anni sente di aver totalmente perso la capacità di recitare, ma soprattutto avverte che questa crisi attoriale è sintomo di una più generale inabilità ad ascoltare gli altri e a parlare. Simon si sente smascherato, umiliato ancora di più dall’impossibilità di trovare una spiegazione razionale a ciò che gli sta accadendo. L’incontro con Pegeen, una lesbica di trent’anni più giovane di lui, sembra ridonargli una nuova vitalità, in virtù di una passione erotica estrema che però si rivela, alla lunga, essere un’altra falsa illusione, una nuova maschera sotto la quale nascondere il vuoto che inesorabilmente lo sta inglobando.

Fin qui la trama ridotta all’osso, il resto sta nella penna tagliente di Philip Roth, ormai una garanzia per me (e non solo per me).

“Ho sposato un comunista” (Philip Roth)

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“- C’erano delle notti in cui non riuscivo a dormire. Dicevo a Doris: <<Perché non la lascia? Perché non è capace di lasciarla?>> E sai cosa rispondeva Doris? <<Perché è come tutti gli altri: ti rendi conto di una cosa solo quando è passata. Perché tu non lasci me? Tutte le cose che impediscono alla gente di andare d’accordo: forse che non le abbiamo anche noi? Abbiamo delle discussioni. Abbiamo delle divergenze. Abbiamo quello che hanno tutti: un pizzico di questo e un pizzico di quello, le piccole offese che si accumulano, le piccole tentazioni che si accumulano. Credi che non sappia che ci sono delle donne che si sentono attratte da te? Insegnanti a scuola, donne del sindacato, che provano una forte attrazione per mio marito? Credi che non sappia che c’è stato un anno, dopo il tuo ritorno dalla guerra, in cui non sapevi perché stavi ancora con me, in cui ogni giorno ti chiedevi: <<Perché non la lascio?>> Eppure non l’hai fatto. Perché in genere la gente non lo fa. Tutti sono insoddisfatti, ma in generale le persone non si lasciano. Soprattutto le persone che hanno già fatto questa esperienza, com’è capitato a te e a tuo fratello. Uno che passa quello che avete passato voi dovrebbe apprezzare moltissimo la stabilità. Probabilmente sopravvalutarla. La cosa più difficile del mondo è tagliare il nodo della tua vita e partire. La gente si rassegna a diecimila adattamenti, fino al più patologico dei comportamenti. Perché, emotivamente, un uomo come lui deve sentirsi legato a una donna come lei? La solita ragione: le loro tare quadrano. Ira non può lasciare quella donna più di quanto possa lasciare il Partito Comunista.>>”

(Philip Roth, “Ho sposato un comunista”, ed. Einaudi)

Ambientato prevalentemente negli Usa del secondo dopoguerra, all’epoca del cosiddetto “maccartismo”, “Ho sposato un comunista” di Philip Roth è l’ennesima prova dell’abilità narrativa del grande romanziere. La storia raccontata è quella che vede protagonista principale Ira Ringold (alias Iron Rinn), proletario di estrazione, attivista sindacale, attore radiofonico, ma soprattutto comunista convinto eppure sposato con Eva Frame, bella, ricca, ex diva del cinema, snob e infine tremenda vendicatrice di un’America per niente ben disposta verso coloro che simpatizzavano per Stalin e soci. “Ho sposato un comunista”, infatti, non è solo il titolo del romanzo di Roth, ma è anche, anzi perlopiù, il libro con cui la donna smaschera, denuncia, annichilisce il marito.

Tutta la storia ci è narrata a più voci, ma principalmente, decenni dopo, da Murray, il fratello di Ira, che andando a ritroso nel tempo racconta a Nathan, lo scrittore alter-ego di Roth, di come una storia d’inganni, livori, tradimenti e falsità coniugali si sia intrecciata con temi di politica internazionale ben più vasti. La questione del comunismo di Ira, infatti, si sovrappone alla umiliazioni e vendette reciproche di una coppia mal assortita sin dall’origine, quale è quella tra il fanatico comunista Ira e la diva rancorosa. Al solito, Roth è magistrale nell’alternare il registro tragico a quello più lieve, irriverente, sarcastico, nonché a indurci a riflessioni su altri temi, quali il potere della stampa, capace di demolire intere vite umane in nome di battaglie ideologiche, oppure ancora sulla cieca assuefazione che può indurre un uomo dai nobili intenti a travalicare i confini e divenire un potenziale/reale assassino.

Sarebbe ingiusto aggiungere altro circa la trama, oltre che indegno dell’abilità di un “mostro” come Roth, motivo per cui mi fermo dallo scrivere queste mie impressioni, suggerisco la lettura di questo romanzo e aggiungo in coda un altro estratto dallo stesso.

“Ira presumeva di essere virtuoso. Nel complesso, io ero convinto che lo fosse: un altro innocente cooptato in un sistema che non capiva. Difficile credere che un uomo che attribuiva tanta importanza alla propria libertà potesse permettere al dogmatismo di dominare i suoi pensieri. Invece mio fratello si umiliò intellettualmente nello stesso modo in cui si umiliarono tutti. Politicamente ingenui. Moralmente ingenui. Non volevano guardare in faccia la realtà. Chiudevano gli occhi, gli Ira, davanti all’origine di ciò che vendevano e celebravano. Ecco una persona la cui forza più grande consisteva nella capacità di dire no. Non aveva nessuna paura di dire di no e te lo diceva in faccia. Ma al partito non seppe mai dire altro che <<sì>>.”

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