Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “Pirandello”

“Maschere” (l’ennesimo articolo sconclusionato e mascherato)

“Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l’immagine e l’allegoria perfino dell’odio…un tale uomo riservato, che istintivamente si serve delle parole per tacere e per celarle ed è inesauribile nello sfuggire alla comunicazione, vuole ed esige che al suo posto erri nei cuori e nelle menti dei suoi amici una maschera; e anche ammesso che egli non voglia tutto questo, un bel giorno gli si spalancheranno gli occhi sul fatto che a onta di ciò v’è laggiù una sua maschera – e che è bene che le cose stiano a questo modo. ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera; e più ancora, intorno  a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà”.

(F. Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, Lo spirito libero, af. 40, ed. Adelphi)

Indosso la maschera da blogger e inizio a scrivere quest’articolo, stimolato da un paragone che una mia conoscenza “virtuale” mi ha suggerito, e che nobiliterà questo scritto privo di ambizioni. Il tema mi affascina da sempre, ma non è semplice scriverne, perché è stato già affrontato da grandi pensatori e quindi non c’è molto da aggiungere. Si tratta della maschera sociale che indossiamo quotidianamente nelle più diverse situazioni e delle collegate nozioni di persona e personaggio. La maschera, Continua a leggere…

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Mutamenti (un articolo pigro)

“Non c’è un uomo che differisca più da un altro che da sé nella successione del tempo”, scriveva Blaise Pascal, citato anche da Pirandello nel saggio “L’umorismo”. L’amico Blaise ci fornisce, dunque, un alibi per la schizofrenia eventuale dei nostri giudizi-gusti-passioni-comportamenti. “Nella successione del tempo”, la chiave sta tutta lì. Un arco temporale che può essere di dieci anni o di un nanosecondo.

Avevo intenzione, oggi, di scrivere alcune considerazioni sul tema, ma constatata la confusione nella mia mente, nonché la pigrizia paralizzante, ho preferito continuare la lettura di “Resurrezione” di Tolstoj. Leggendo, però, ho ritrovato, nel breve passo che vi riporto, il tema della nostra identità, Continua a leggere…

“Il fu Mattia Pascal” (Luigi Pirandello)

Il fu Mattia Pascal

“Avevo già sperimentato come la mia libertà, che a principio m’era parsa senza limiti, ne avesse purtroppo nella scarsezza del mio denaro; poi m’ero anche accorto ch’essa più propriamente avrebbe potuto chiamarsi solitudine e noja, e che mi condannava a una terribile pena: quella della compagnia di me stesso; mi ero allora accostato agli altri, ma il proponimento di guardarmi bene dal riallacciare, foss’anch debolissimamente, le fila recise, a che era valso? Ecco, s’erano allacciate da sé, quelle fila; e la vita, per quanto io, già in guardia, mi fossi opposto, la vita mi aveva trascinato, con la sua foga irresistibile: la vita che non era più per me.”

(Luigi Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”, Loescher editore)

“Il fu Mattia Pascal”, oltre a essere un capolavoro della letteratura italiana (e non solo), rappresentò, insieme a “La coscienza di Zeno” e ai romanzi di Dostoevskij, una svolta importante nel mio approccio ai romanzi. I temi dell’identità e del doppio mi hanno sempre affascinato e chi ha avuto il masochismo necessario per leggersi la presentazione di questo blog avrà forse notato un qualche influsso pirandelliano. Pubblicato per la prima volta nel 1904, prima a puntate e poi in volume, fino all’edizione definitiva nel 1921, il romanzo segna, nell’ampia e pregevole produzione di Pirandello, una svolta dalle concezioni antecedenti, positivistiche e oggettivistiche, a quelle relativistiche e soggettivistiche, che poi l’autore svilupperà nelle altre sue opere, fino a giungere all’apice, all’esplosione delle identità con “Uno, nessuno, centomila” .

“Il fu Mattia Pascal” anticipa di soli quattro anni il saggio “L’umorismo”, con il quale Pirandello, Continua a leggere…

“Il sentimento del contrario (comicità e umorismo per Pirandello)”

Alcuni mesi fa, entrando sorridente in un locale, mi sono ricordato di quando, sei – sette anni prima, in quello stesso locale avevo singhiozzato come un bimbo, causa una cocente delusione pseudo – sentimentale. Questa poco proustiana ricerca del tempo perduto mi aveva indotto a immaginare un incontro ipotetico tra i due “me stesso”, quello mesto e quello sorridente. Ipotizzavo che il primo potesse chiedere al secondo: – Ma che hai da sorridere in questo modo idiota?

A quel punto, il secondo, punto nell’orgoglio, avrebbe potuto rispondere: – E tu che avevi da piagnucolare?

Poi, riflettendo, giunsi alla conclusione che un litigio tra i due non avrebbe potuto durare a lungo, trattandosi, comunque, della stessa persona, sebbene mutata nel tempo e nella disposizione d’animo. Allora feci terminare quella misera storia ipotetica con un abbraccio e con la considerazione del sorridente, sussurrato all’orecchio del piagnucolante: – Se oggi sorrido, è anche grazie a te, a quel che eri, a quel che ero.

La storiella finisce così, scioccamente. Ora, non abbiate paura, non sto per raccontarvi l’ingresso nel locale di un terzo “me stesso”, cioè quello che scrive quest’articolo, né ho intenzione di trarne conclusioni filosofiche, che peraltro non sarei in gradi di trarre. Avevo intenzione di scrivere un articolo sul tema “se stessi” (o “sé stessi”, in proposito vedi l’articolo “Kafka era abbastanza kafkiano”), ma la mia mente ha deviato verso un altro aspetto della questione. Mi riferisco al “ridicolo” Continua a leggere…

“Avevi un bel nome. Romanzesco”

In un vecchio e dimenticabile articolo, riflettevo (eufemismo) sul problema dell’identificazione tra il lettore e i personaggi di un romanzo. In questo breve ma altrettanto dimenticabile scritto, aggiungo qualche riflessione sui nomi dei personaggi romanzeschi e sull’influenza nefasta che gli stessi possono avere sull’esistenza di un individuo lettore e soprattutto su quella di chi, incolpevole, si trova nel suo raggio visivo ed emotivo. Proprio perché affascinanti ed evocanti avventure mirabilmente narrate, certi nomi possono imporsi alla mente del lettore patologico come rappresentativi di chissà quale valore morale, etico, sentimentale, sessuale, sociologico, in un moderno e ingiustificato delirio da “nomen omen”.

In concreto, quali sono i sintomi del delirio da nome romanzesco? Il lettore conceda allo scrivente, cioè a me, di tirare in ballo situazioni personali, che non interessano a nessuno, è evidente, ma che potranno meglio chiarire il discorso anche a un livello più generale. “Avevi un bel nome, dopo tutto. Romanzesco”, questa la mia mesta considerazione allorquando, Continua a leggere…

“Maschere nude, vol. 1” (Luigi Pirandello)

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SIRELLI                 Potresti negar l’evidenza, se domani quest’atto ti venisse presentato?

LAUDISI               Io? Ma non nego nulla io! Me ne guardo bene! Voi, non io, avete bisogno dei dati di fatto, dei documenti, per affermare o negare! Io non so che farmene, perché per me la realtà non consiste in essi, ma nell’animo di quei due, di cui non posso figurarmi d’entrare, se non per quel tanto ch’essi me ne dicono.

SIRELLI                 Benissimo! E non dicono appunto che uno dei due è pazzo? O pazza lei, o pazzo lui: di qui non si scappa! Quale dei due?

AGAZZI                 È qui la questione!

LAUDISI               Prima di tutto, non è vero che lo dicano entrambi. Lo dice lui, il signor Ponza, di sua suocera. La signora Frola lo nega, non soltanto per sé, ma anche per lui. Se mai, lui – dice – fu un po’ alterato di mente per soverchio amore. Ma ora sano, sanissimo.

SIRELLI                 Ah, dunque tu propendi, come me, verso ciò che dice lei, la suocera?

AGAZZI                 Certo che, stando a ciò che dice lei, si può spiegare tutto benissimo.

LAUDISI               Ma si può spiegar tutto ugualmente, stando a ciò che dice lui, il genero!

SIRELLI                 E allora – pazzo – nessuno dei due? Ma uno dev’essere, perdio!

LAUDISI               E chi dei due? Non potete dirlo voi, come non può dirlo nessuno. Continua a leggere…

“Sei personaggi in cerca d’autore” (Luigi Pirandello)

Sei personaggi in cerca d'autore“Io ho voluto rappresentare sei personaggi che cercano un autore. Il dramma non riesce a rappresentarsi appunto perché manca l’autore che essi cercano; e si rappresenta invece la commedia di questo loro vano tentativo, con tutto quello che essa ha di tragico per il fatto che questi sei personaggi sono stati rifiutati.

Ma si può rappresentare un personaggio, rifiutandolo? Evidentemente, per rappresentarlo, bisogna invece accoglierlo nella fantasia e quindi esprimerlo. E io difatti ho accolto e realizzato quei sei personaggi; li ho però accolti e realizzati come rifiutati: in cerca d’altro autore.

Bisogna ora intendere che cosa ho rifiutato di essi; non essi stessi, evidentemente; bensì il loro dramma, che, senza dubbio, interessa loro sopra tutto, ma non interessava affatto me, per le ragioni già accennate.

E che cos’è il proprio dramma, per un personaggio?

Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, Continua a leggere…

“Quaderni di Serafino Gubbio operatore” (Luigi Pirandello)

gubbio

“Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.

In prima, sì, mi sembra che molti l’abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po’ addentro negli occhi con questi miei occhi attenti e silenziosi, ecco che subito s’aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m’ingiurerebbero o m’aggredirebbero.

No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non è chiaro né certo neanche a voi neppur quel poco che vi viene a mano a mano determinato dalle consuetissime condizioni in cui vivete. C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena appena quest’oltre baleni negli occhi d’un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.”

(Luigi Pirandello, “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”)

“Quaderni di Serafino Gubbio operatore” fu pubblicato inizialmente a puntante sulla rivista “Nuova Antologia”, nell’estate del 1915, per poi essere edito nel 1916 e 1917, e infine, con ulteriori modifiche, nel 1925. È un romanzo scritto in forma di diario, strutturato in sette quaderni, con il quale il protagonista – narratore, impiegato come operatore presso la casa cinematografica Kosmograph, ci narra le vicende dell’ultimo anno della sua vita. Il suo è un lungo racconto in prima persona, una serrata disquisizione polemica sull’alienazione dell’uomo moderno alle prese con le macchine, con la progressiva disumanizzazione dalle stesse indotte nonché, su un piano più generale, sull’assurdità dell’esistenza.

Gubbio, per sfuggire ai suoi tomenti interiori, studia le persone che lo circondano, per scoprire se abbiano, Continua a leggere…

Arlecchino

“Arlecchino. Maschera della commedia dell’arte. Lo si fa risalire ad Hellequin, tipo comico del diavolo nelle rappresentazioni medievali francesi. Apparsa in teatro nella seconda metà del 16° sec., la figura di A. assunse progressivamente rilievo e nel Settecento diventò una delle maschere più vivaci e caratteristiche, grazie anche al particolare costume (giacca e pantaloni aderenti, tappezzati di triangoli rossi, verdi, gialli, azzurri disposti a losanghe). Raffigura il servo ignorante e astuto, sempre affamato. Parla un linguaggio licenzioso e rudemente espressivo, che con il tempo si è fatto più castigato.”

(dal sito Treccani.it)

Nella foto il bambino è vestito da Arlecchino. Sua madre lo aveva vestito così, per quel Carnevale. Lui non aveva opposto resistenze, ma non gli piaceva quell’abito. Non aveva nulla contro Arlecchino, a scuola gli avevano parlato in modo generico di lui, di Pulcinella, di Balanzone e di tutte le altre maschere classiche. Solo tanti anni dopo avrebbe scoperto cosa rappresentava Arlecchino e aveva colto, con evidenza palese, la netta discordanza tra quel vestito e la sua antica timidezza paralizzante, contro la quale aveva combattuto per decenni, fino a liberarsene.

Al bambino, pur inconsapevole di quei significati della maschera, non piaceva proprio quella festa in cui tutti si mascheravano, ma alla mamma non aveva potuto dire di no. Non poteva sapere nel dettaglio, adesso, anni dopo, osservando la foto di sé stesso vestito da Arlecchino, quali pensieri di bambino potevano averlo attraversato quel giorno lontano di tanti anni prima, ma l’immagine mostrava un volto corrucciato, malinconico. Ora, quasi tre decenni dopo quella foto, aveva maturato delle sue convinzioni circa l’aggiungere una maschera a una maschera e si era sempre rifiutato di interpretare un altro, sia pure per un solo giorno all’altro, forse perché quella parola, altro, avrebbe assunto un senso solo quando fosse riuscito a capire lui chi era. Continua a leggere…

Kafka era abbastanza kafkiano.

Kafka era un tipo abbastanza kafkiano, su questo non ho molti dubbi. Qualcuno in più, lo confesso, lo avevo su una questione grammaticale all’apparenza ovvia ma che mi ha procurato grattacapi e che soprattutto, una volta risolta, e ammesso che sia stata risolta, mi ha indotto a riflessioni dalla dubbia utilità ai fini della mia esistenza, ma che pure hanno avuto luogo. Sappiate, amabili lettori (la captatio benevolentiae ogni tanto è necessaria), che tanti anni fa ero solito scrivere la locuzione “sé stesso” nella maniera in cui l’ho appena scritta. Per motivi che non sto qui a spiegarvi, mi accorsi che quelle due parole risultavano troppo spesso accostate l’una all’altra in alcuni miei scritti e ben prima che potessi porre rimedio arrivò Nemesi, sotto forma di un’autorevole fonte grammaticale che mi suggerì, nell’orecchio, di evitare l’accento su “sé” quando tale parola è seguita da “stesso” o “medesimo”. Ingenuo come un bimbo, appurato che la fonte (non mi chiedete qual è, ma vi assicuro che era un dizionario o qualche sito specializzato in materia) era accreditata, decisi che avrei mutato tutti i “sé stesso” in “se stesso” (“sé medesimo” non l’ho mai usato, indagherò anche su questa forma di razzismo nei confronti della parola “medesimo”).

Presi, allora, il vizietto di scrivere “sé”, in maniera corretta, quando non fosse seguito da “stesso” e “se” quando invece “stesso” decideva di accodarsi all’amico. Ora, non la faccio tanto lunga anche perché il cuore dell’articolo doveva essere altro. Qualche giorno fa ho scoperto, sul sito della crusca, quanto segue: “Alcuni, quando il pronome è seguito da stesso e medesimo, tralasciano di indicare l’accento, perché in questo caso il se pronome non può confondersi con se congiunzione: se stesso, se medesimo. Noi, però, consigliamo di indicare l’accento anche in questo caso, e quindi di scrivere sé stesso, sé medesimo.” Continua a leggere…

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