Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “teatro”

“Nozze di sangue” (Federico García Lorca)

garcia lorca

“SPOSA Non avvicinarti!
LEONARDO Tacere e bruciarsi è il castigo più grande che possiamo attirarci addosso. A che m’è servito, a me, l’orgoglio e il non guardarti e lasciarti vegliare per notti e notti? A nulla! M’è servito ad attirarmi il fuoco addosso! Perché credi, tu, che il tempo guarisca e che le pareti nascondano, e non è vero, non è vero. Quando le cose sono arrivate troppo dentro, non c’è chi possa sradicarle!
SPOSA (tremando) Non ti posso sentire. Non posso ascoltare la tua voce. È come se bevessi una bottiglia d’anice e mi addormentassi su un materasso di rose. E mi trascina, so che affogo, ma seguito ad andarci dietro.”
(Federico García Lorca, “Nozze di sangue”, ed. Einaudi)

Annunci

“La tempesta” (William Shakespeare)

la tempesta

“Mi pare, figlio mio,
che tu sia agitato come da paura:
non temere. Il nostro gioco è finito.
Gli attori, come dissi, erano spiriti,
e scomparvero nell’aria leggera.
Come l’opera effimera del mio
miraggio, dilegueranno le torri
che salgono su alle nubi, gli splendidi
palazzi, i templi solenni, la terra
immensa e quello che contiene; e come
la labile finzione, lentamente
ora svanita, non lasceranno orma.
Noi siamo di natura uguale ai sogni,
la breve vita è nel giro d’un sonno
conchiusa.
Sono turbato, signore: perdono,
sono debole, la mia vecchia mente
vacilla. Non vi agitate per questa
mia sofferenza. Se volete, intanto,
andate nella grotta a riposare;
io farò qualche passo qui d’intorno
per calmare lo spirito sconvolto.”
(William Shakespeare, “La tempesta”, ed. Oscar Mondadori, traduzione di S. Quasimodo.)

“Il crogiuolo” (Arthur Miller)

Miller

(Scritta nel 1952, “Il crogiuolo” è un’opera teatrale ambientata nel 1692, in una piccola comunità del Massachusetts, dominata da un’atmosfera bigotta, retrograda, fanatica, con gli abitanti elettrizzati dalla caccia alle streghe.
La figlia del reverendo, infatti, sembra essere posseduta niente meno che dal diavolo, al quale è facile addossare tutte le colpe delle ipocrisie e liti fra gli abitanti.
Di seguito, alcune significative e purtroppo attuali parole dell’autore sulle motivazioni che lo spinsero a scrivere l’opera.)
“Non fu soltanto la nascita del maccartismo a provocarmi, ma qualcosa che appariva molto più fatale e misterioso. Era il fatto che una campagna politica, obbiettiva, riconoscibile, dell’estrema destra, fosse in grado di creare non soltanto terrore, ma una nuova realtà soggettiva, una mistica che stava a poco a poco assumendo addirittura una colorazione sacra. Che una causa così futile e meschina asserita da uomini così manifestatamente ridicoli, potesse paralizzare la capacità di pensare, anzi, suscitare addirittura un tal cumulo di sentimenti “misteriosi” mi colpì. Era come se il paese fosse tornato in fasce, senza ricordare nemmeno certe elementari convenienze che uno o due anni prima nessuno avrebbe immaginato potessero modificarsi, non diciamo dimenticarsi.
Vedevo uomini consegnare la propria coscienza ad altri uomini e ringraziarli della possibilità ch’essi gli davano di farlo.”
(Arthur Miller, “Il crogiuolo”, ed. Einaudi)

“L’ispettore generale” (Gogol’)

dav

“Per quanto riguarda voi, Amnos Fëdorovic, vi consiglierei di controllare un po’ meglio lo stato degli uffici pubblici. Nell’anticamera dove di solito i cittadini fanno la fila, i custodi tengono le oche con i paperotti che immancabilmente vanno a intrufolarsi tra le gambe della gente. Il fatto che ci si dedichi a un piccolo allevamento è certamente encomiabile, e non c’è nessun motivo di proibirlo… Solo, vedete, è la scelta del luogo che è inopportuna… Già da tempo avevo intenzione di dirvelo, ma me lo sono sempre dimenticato.”

(Nikolaj V. Gogol’, “L’ispettore generale”, ed. Garzanti)

Per motivi a me ignoti, pur essendo da sempre un grande ammiratore di Gogol’, nonché lettore di altrii suoii capolavori quali i “Racconti di Pietroburgo” e “Anime morte”, non avevo ancora letto “L’ispettore generale”, opera teatrale nella quale la magistrale e amara ironia dello scrittore raggiunge vette elevate.

“L’ispettore generale” causò malaesseri a Gogol’, perché non fu accolta bene, tanto che l’autore si vide costretto a difendersi a modo suo, scrivendo “All’uscita dal teatro dopo la rappresentazione di una nuova commedia”, un atto unico nel quale dava voce alle critiche del pubblico e poi, tra le altre cose, spiegava perché nell’Ispettore generale non fosse presente alcun personaggio positivo.

“L’ispettore generale” è una satira sull’ipocrisia, il malcostume, l’ingiustizia, la corruzione di una piccola cittadina russa, il cui Sindaco è spaventato dall’arrivo di un ispettore generale, proveniente da Pietroburgo. In realtà l’ispettore non è tale, bensì un perdigiorno che una serie di equivoci faranno assurgere a uomo temuto dal Sindaco, dal Sovraintendente alle opere pie, dal Giudice, dall’Ufficiale postale e dai miseri notabili della cittadina. Gogol’, al solito, è magistrale nel rappresentarci le meschinità e le ridicole bassezze morali di determinati tipi umani che, mutati tempi e luoghi, sono tutt’altro che scomparsi dai ranghi delle burocrazie odierne.

“E se l’autore inserisse nella commedia anche un solo personaggio positivo, e lo rappresentasse in tutta la sua attrattiva, gli spettatori, dal primo all’ultimo, passerebbero dalla sua parte, e dimenticherebbero completamente quelli che adesso li spaventano tanto (…).”

“Questo personaggio nobile e onesto è il riso. È nobile, perché ha deciso di intervenire nonostante l’opinione meschina di cui gode nel mondo. È nobile, perché ha deciso di intervenire anche a costo di procacciare all’autore una fama oltraggiosa, quella di freddo egoista, tanto che ora si dubita perfino della sua sensibilità. Nessuno è intervenuto in difesa del riso. Io sono il commediografo, l’ho servito onestamente e perciò adesso devo ergermi in sua difesa. No, il riso è molto più importante e profondo di quanto non si pensi. Non quello generato da un’irritazione effimera, dalla bile, da certe disposizioni morbose del carattere, e nemmeno il riso leggero che accompagna l’ozio e il divertimento; parlo del riso che sorge dalla limpida natura dell’uomo, dove è racchiusa la sua sorgente eternamente viva, e va al fondo delle cose, portando alla luce quello che altrimenti scivolerebbe via inosservato, e mostrandoci quella meschinità e vanità della vita che senza la forza del suo intuito non ci spaventerebbero come, invece, ci spaventano.”
(Gogol’, “All’uscita da teatro dopo la rappresentazione di una nuova commedia”, estratto contenuto nella prefazione a “L’ispettore generale”, ed. Garzanti)

A scuola da Molière

Moliere

“CRISTALDO
Dunque, siete venuto qui per sposarvi?
ARNOLFO
Sì, voglio concludere la cosa per domani.
CRISALDO
Siamo qui soli, e mi pare che possiamo parlarne senza paura d’essere ascoltati. Volete che in tutta amicizia vi apra il mio cuore? Questo vostro progetto mi fa tremare di paura: perché, in qualsiasi modo mettiate le cose, prender moglie nel caso vostro è una faccenda piuttosto temeraria.
ARNOLFO
Forse la verità, amico mio, è che pensando alla vostra famiglia trovate motivo di preoccuparvi per la mia; ed è la vostra fronte, credo, che vi fa pensare che le corna siano l’immancabile corollario del matrimonio.”
(Molière, “La scuola delle mogli”, ed. Bur)

“Teatro” (Samuel Beckett)

beckett

VLADIMIRO       Non capisco una parola.

ESTRAGONE      (mastica, poi deglutisce) Ti domando se siamo legati.

VLADIMIRO       Legati?

ESTRAGONE      Legati.

VLADIMIRO       Legati come?

ESTRAGONE      Mani e piedi.

VLADIMIRO       Ma a chi? Da chi?

ESTRAGONE      Al tuo grand’uomo.

VLADIMIRO       A Godot? Legati a Godot? Che idea! Neanche a parlarne. (Pausa). Per il momento.

ESTRAGONE      Si chiama Godot?

VLADIMIRO       Credo.

ESTRAGONE      Ma vedi… (Solleva il resto della carota dalla parte grossa e se la rigira davanti agli occhi) Che strano, più si avanti più fa schifo.

VLADIMIRO       Per me, è il contrario.

ESTRAGONE      Cioè?

VLADIMIRO       Io mi abituo allo schifo man mano che vado avanti.

ESTRAGONE      (dopo aver riflettuto a lungo) E sarebbe questo il contrario?

VLADIMIRO       È questione di temperamento.

ESTRAGONE      Di carattere.

VLADIMIRO       Non possiamo farci niente.

ESTRAGONE      Hai voglia di agitarti.

VLADIMIRO       Restiamo quelli che siamo.

ESTRAGONE      Hai voglia di dimenarti.

VLADIMIRO       Il fondo non cambia.

ESTRAGONE      Niente da fare. (Porge il resto della carota a Vladimiro) Vuoi finirla tu?

(Samuel Beckett, “Aspettando Godot”, in “Teatro”, ed. Einaudi) Continua a leggere…

“Giulio Cesare” (William Shakespeare)

IMG_0013_110

In attesa di tornare in biblioteca o libreria, ed essendo a corto di volumi da leggere, mi sono rivolto allo scaffale della mia stanza e ho visto che c’era uno Shakespeare che ancora non avevo letto, cioè il volume Garzanti contenente “Giulio Cesare”, “Antonio e Cleopatra” e “Coriolano”. Mi sono letto solo “Giulio Cesare”. La vicenda è abbastanza nota dai tempi della scuola: Giulio Cesare, ormai destinato a diventare dittatore, non presta ascolto ai cattivi presagi, e alle idi di marzo cade vittima della congiura di Bruto, Cassio, Casca e altri cospiratori che lo uccidono in nome della libertà. A Filippi, poi, Ottaviano, Antonio e Lepido vendicheranno la morte di Giulio Cesare, tarpando le aspirazioni repubblicane di Bruto e Cassio.

Nell’introduzione al volume sono proposte le diverse interpretazioni sul testo di Shakespeare, Continua a leggere…

“Il sogno” (August Strindberg)

Il sogno

“In questo ‘sogno’, richiamandosi a un suo sogno precedente, Verso Damasco, l’Autore ha cercato di imitare la forma sconnessa ma apparentemente logica del sogno. Tutto può avvenire, tutto è possibile e probabile. Tempo e spazio non esistono; su una base minima di realtà, l’immaginazione disegna motivi nuovi: un misto di ricordi, esperienze, invenzioni, assurdità e improvvisazioni.

I personaggi si scindono, si raddoppiano, si sdoppiano, svaniscono, prendono coscienza, si sciolgono e si ricompongono. Una coscienza, tuttavia, sovrasta tutto, quella del sognatore: per essa non ci sono segreti, incongruenze, scrupoli, leggi. Egli non condanna, non assolve; riferisce: e poiché il sogno, il più delle volte, è doloroso e solo di rado lieto, una nota di malinconia e pietà verso quanto è vivente attraversa il vacillante racconto. Il sonno, questo liberatore, diventa spesso doloroso, ma quando il tormento arriva all’estremo, ecco il risveglio a conciliare il sofferente con la realtà. E la realtà, per penosa che sia, in quel momento costituisce pur sempre un sollievo, rispetto al sogno tormentoso.

Che anche la vita sia un sogno, ci sembrava una volta un sogno poetico di Calderón. Ma quando Shakespeare fa dire a Prospero, nella Tempesta, che “siamo tutti della stoffa di cui sono fatti i sogni”, quando il Savio inglese enuncia, per bocca di Macbeth, che la vita “è una favola, raccontata da un folle”, è il momento per cominciare a riflettere sulla questione.

Chi accompagnerà l’Autore, nel corso di questi brevi ore, lungo il suo cammino di sonnambulo, troverà forse una somiglianza tra il caos apparente del sogno e il tappeto multicolore della vita indomabile, eseguito dalla “tessitrice del mondo”, che dispone prima l’ordito dei destini umani e fa poi la trama con i nostri interventi in contrasto e le nostre passioni incostanti. Continua a leggere…

“Rosmersholm” (Henrik Ibsen)

rosmersholm

“Rosmersholm”, in italiano “La casa dei Rosmer”, tragedia scritta da Ibsen nel 1886, conserva la sua valenza per un lettore odierno perché affronta argomenti che trascendono le vicende narrate, inducendo a riflessioni più generali che prescindono dalla sorte dei protagonisti, per esempio sulla ricerca della felicità individuale che può condurre a travalicare il prossimo, sulla labilità delle felicità stessa e sull’impossibilità di godersela, qualora raggiunta, per la persistente presenza di fantasmi del passato che riappaiono nella nostra mente a turbare anche le ore più liete. Altro tema caratterizzante l’opera di Ibsen è la contrapposizione tra antichi ideali che sono restii a cedere il passo alle nuove concezioni sociali ed etiche.

Nello specifico, tutto ciò è vissuto nella tenuta di Rosmer, ex pastore che ha abiurato dal suo ruolo e dagli antichi ideali per abbracciare le idee liberali e progressiste sostenute, tra gli altri, da Mortensgaard, ideologo che però non esita a suggerire a Rosmer di non rivelare la sua abiura della fede, perché va reso pubblico “solo quello che la buona gente deve sapere”. Rosmer, uomo roso dal dubbio e privo di un carattere stabile, immerso nella sua nuova missione, Continua a leggere…

“Zio Vanja” (Ănton Cechov)

zio vanja

SONIA – Ma voi non siete contento della vita?

ÀSTROV – Amo la vita in genere, ma questa nostra vita provinciale, russa, piccolo – borghese, non posso assolutamente sopportarla e la disprezzo con tutte le forze dell’anima. Per quel che riguarda la mia vita personale, privata, ebbene bisogna dire che assolutamente non c’è niente di buono. Vedete, quando attraversate di notte un bosco tenebroso, se scorgete in lontananza brillante un lumicino, allora non vi accorgete della stanchezza, né delle tenebre, né degli spini che vi graffiano il viso…Voi sapete che io lavoro come nessun’altro lavora in questa provincia, la sfortuna mi perseguita senza tregua, a volte soffro in modo intollerabile, eppure non scorgo nessun lume brillante in lontananza. Ormai non mi aspetto più nulla, la gente non mi piace…Da tempo ormai non amo più nessuno.

SONIA – Nessuno?

ÀSTROV – Nessuno. Provo un senso di tenerezza per la vostra balia, perché mi ricorda il passato. I contadini sono tutti uguali, privi d’istruzione, vivono in mezzo al sudiciume, e con gl’intellettuali andar d’accordo è difficile. Mi stancano. Tutti questi nostri buoni amici hanno pensieri e sentimenti meschini e non riescono a vedere più in là del loro naso; insomma sono semplicemente degli sciocchi. Quelli poi che sono un po’ più intelligenti Continua a leggere…

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: