Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “teatro”

“Teatro” (Samuel Beckett)

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VLADIMIRO       Non capisco una parola.

ESTRAGONE      (mastica, poi deglutisce) Ti domando se siamo legati.

VLADIMIRO       Legati?

ESTRAGONE      Legati.

VLADIMIRO       Legati come?

ESTRAGONE      Mani e piedi.

VLADIMIRO       Ma a chi? Da chi?

ESTRAGONE      Al tuo grand’uomo.

VLADIMIRO       A Godot? Legati a Godot? Che idea! Neanche a parlarne. (Pausa). Per il momento.

ESTRAGONE      Si chiama Godot?

VLADIMIRO       Credo.

ESTRAGONE      Ma vedi… (Solleva il resto della carota dalla parte grossa e se la rigira davanti agli occhi) Che strano, più si avanti più fa schifo.

VLADIMIRO       Per me, è il contrario.

ESTRAGONE      Cioè?

VLADIMIRO       Io mi abituo allo schifo man mano che vado avanti.

ESTRAGONE      (dopo aver riflettuto a lungo) E sarebbe questo il contrario?

VLADIMIRO       È questione di temperamento.

ESTRAGONE      Di carattere.

VLADIMIRO       Non possiamo farci niente.

ESTRAGONE      Hai voglia di agitarti.

VLADIMIRO       Restiamo quelli che siamo.

ESTRAGONE      Hai voglia di dimenarti.

VLADIMIRO       Il fondo non cambia.

ESTRAGONE      Niente da fare. (Porge il resto della carota a Vladimiro) Vuoi finirla tu?

(Samuel Beckett, “Aspettando Godot”, in “Teatro”, ed. Einaudi) Continua a leggere…

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“Giulio Cesare” (William Shakespeare)

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In attesa di tornare in biblioteca o libreria, ed essendo a corto di volumi da leggere, mi sono rivolto allo scaffale della mia stanza e ho visto che c’era uno Shakespeare che ancora non avevo letto, cioè il volume Garzanti contenente “Giulio Cesare”, “Antonio e Cleopatra” e “Coriolano”. Mi sono letto solo “Giulio Cesare”. La vicenda è abbastanza nota dai tempi della scuola: Giulio Cesare, ormai destinato a diventare dittatore, non presta ascolto ai cattivi presagi, e alle idi di marzo cade vittima della congiura di Bruto, Cassio, Casca e altri cospiratori che lo uccidono in nome della libertà. A Filippi, poi, Ottaviano, Antonio e Lepido vendicheranno la morte di Giulio Cesare, tarpando le aspirazioni repubblicane di Bruto e Cassio.

Nell’introduzione al volume sono proposte le diverse interpretazioni sul testo di Shakespeare, Continua a leggere…

“Il sogno” (August Strindberg)

Il sogno

“In questo ‘sogno’, richiamandosi a un suo sogno precedente, Verso Damasco, l’Autore ha cercato di imitare la forma sconnessa ma apparentemente logica del sogno. Tutto può avvenire, tutto è possibile e probabile. Tempo e spazio non esistono; su una base minima di realtà, l’immaginazione disegna motivi nuovi: un misto di ricordi, esperienze, invenzioni, assurdità e improvvisazioni.

I personaggi si scindono, si raddoppiano, si sdoppiano, svaniscono, prendono coscienza, si sciolgono e si ricompongono. Una coscienza, tuttavia, sovrasta tutto, quella del sognatore: per essa non ci sono segreti, incongruenze, scrupoli, leggi. Egli non condanna, non assolve; riferisce: e poiché il sogno, il più delle volte, è doloroso e solo di rado lieto, una nota di malinconia e pietà verso quanto è vivente attraversa il vacillante racconto. Il sonno, questo liberatore, diventa spesso doloroso, ma quando il tormento arriva all’estremo, ecco il risveglio a conciliare il sofferente con la realtà. E la realtà, per penosa che sia, in quel momento costituisce pur sempre un sollievo, rispetto al sogno tormentoso.

Che anche la vita sia un sogno, ci sembrava una volta un sogno poetico di Calderón. Ma quando Shakespeare fa dire a Prospero, nella Tempesta, che “siamo tutti della stoffa di cui sono fatti i sogni”, quando il Savio inglese enuncia, per bocca di Macbeth, che la vita “è una favola, raccontata da un folle”, è il momento per cominciare a riflettere sulla questione.

Chi accompagnerà l’Autore, nel corso di questi brevi ore, lungo il suo cammino di sonnambulo, troverà forse una somiglianza tra il caos apparente del sogno e il tappeto multicolore della vita indomabile, eseguito dalla “tessitrice del mondo”, che dispone prima l’ordito dei destini umani e fa poi la trama con i nostri interventi in contrasto e le nostre passioni incostanti. Continua a leggere…

“Rosmersholm” (Henrik Ibsen)

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“Rosmersholm”, in italiano “La casa dei Rosmer”, tragedia scritta da Ibsen nel 1886, conserva la sua valenza per un lettore odierno perché affronta argomenti che trascendono le vicende narrate, inducendo a riflessioni più generali che prescindono dalla sorte dei protagonisti, per esempio sulla ricerca della felicità individuale che può condurre a travalicare il prossimo, sulla labilità delle felicità stessa e sull’impossibilità di godersela, qualora raggiunta, per la persistente presenza di fantasmi del passato che riappaiono nella nostra mente a turbare anche le ore più liete. Altro tema caratterizzante l’opera di Ibsen è la contrapposizione tra antichi ideali che sono restii a cedere il passo alle nuove concezioni sociali ed etiche.

Nello specifico, tutto ciò è vissuto nella tenuta di Rosmer, ex pastore che ha abiurato dal suo ruolo e dagli antichi ideali per abbracciare le idee liberali e progressiste sostenute, tra gli altri, da Mortensgaard, ideologo che però non esita a suggerire a Rosmer di non rivelare la sua abiura della fede, perché va reso pubblico “solo quello che la buona gente deve sapere”. Rosmer, uomo roso dal dubbio e privo di un carattere stabile, immerso nella sua nuova missione, Continua a leggere…

“Zio Vanja” (Ănton Cechov)

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SONIA – Ma voi non siete contento della vita?

ÀSTROV – Amo la vita in genere, ma questa nostra vita provinciale, russa, piccolo – borghese, non posso assolutamente sopportarla e la disprezzo con tutte le forze dell’anima. Per quel che riguarda la mia vita personale, privata, ebbene bisogna dire che assolutamente non c’è niente di buono. Vedete, quando attraversate di notte un bosco tenebroso, se scorgete in lontananza brillante un lumicino, allora non vi accorgete della stanchezza, né delle tenebre, né degli spini che vi graffiano il viso…Voi sapete che io lavoro come nessun’altro lavora in questa provincia, la sfortuna mi perseguita senza tregua, a volte soffro in modo intollerabile, eppure non scorgo nessun lume brillante in lontananza. Ormai non mi aspetto più nulla, la gente non mi piace…Da tempo ormai non amo più nessuno.

SONIA – Nessuno?

ÀSTROV – Nessuno. Provo un senso di tenerezza per la vostra balia, perché mi ricorda il passato. I contadini sono tutti uguali, privi d’istruzione, vivono in mezzo al sudiciume, e con gl’intellettuali andar d’accordo è difficile. Mi stancano. Tutti questi nostri buoni amici hanno pensieri e sentimenti meschini e non riescono a vedere più in là del loro naso; insomma sono semplicemente degli sciocchi. Quelli poi che sono un po’ più intelligenti Continua a leggere…

“Maschere nude, vol. 1” (Luigi Pirandello)

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SIRELLI                 Potresti negar l’evidenza, se domani quest’atto ti venisse presentato?

LAUDISI               Io? Ma non nego nulla io! Me ne guardo bene! Voi, non io, avete bisogno dei dati di fatto, dei documenti, per affermare o negare! Io non so che farmene, perché per me la realtà non consiste in essi, ma nell’animo di quei due, di cui non posso figurarmi d’entrare, se non per quel tanto ch’essi me ne dicono.

SIRELLI                 Benissimo! E non dicono appunto che uno dei due è pazzo? O pazza lei, o pazzo lui: di qui non si scappa! Quale dei due?

AGAZZI                 È qui la questione!

LAUDISI               Prima di tutto, non è vero che lo dicano entrambi. Lo dice lui, il signor Ponza, di sua suocera. La signora Frola lo nega, non soltanto per sé, ma anche per lui. Se mai, lui – dice – fu un po’ alterato di mente per soverchio amore. Ma ora sano, sanissimo.

SIRELLI                 Ah, dunque tu propendi, come me, verso ciò che dice lei, la suocera?

AGAZZI                 Certo che, stando a ciò che dice lei, si può spiegare tutto benissimo.

LAUDISI               Ma si può spiegar tutto ugualmente, stando a ciò che dice lui, il genero!

SIRELLI                 E allora – pazzo – nessuno dei due? Ma uno dev’essere, perdio!

LAUDISI               E chi dei due? Non potete dirlo voi, come non può dirlo nessuno. Continua a leggere…

“Sei personaggi in cerca d’autore” (Luigi Pirandello)

Sei personaggi in cerca d'autore“Io ho voluto rappresentare sei personaggi che cercano un autore. Il dramma non riesce a rappresentarsi appunto perché manca l’autore che essi cercano; e si rappresenta invece la commedia di questo loro vano tentativo, con tutto quello che essa ha di tragico per il fatto che questi sei personaggi sono stati rifiutati.

Ma si può rappresentare un personaggio, rifiutandolo? Evidentemente, per rappresentarlo, bisogna invece accoglierlo nella fantasia e quindi esprimerlo. E io difatti ho accolto e realizzato quei sei personaggi; li ho però accolti e realizzati come rifiutati: in cerca d’altro autore.

Bisogna ora intendere che cosa ho rifiutato di essi; non essi stessi, evidentemente; bensì il loro dramma, che, senza dubbio, interessa loro sopra tutto, ma non interessava affatto me, per le ragioni già accennate.

E che cos’è il proprio dramma, per un personaggio?

Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, Continua a leggere…

“Gli esami non finiscono mai” (Eduardo De Filippo)

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STANISLAO        Caro Speranza, mettetevi bene in mente questo: una volta laureato bisogna dare alla società conto e ragione di questa laurea. Voi, in fondo, laureandovi, non avete fatto altro che impiantare una regolare contabilità con tanto di libro mastro, nel quale gli altri, non voi, si prenderanno la briga di segnare le entrate e le uscite dei meriti e dei demeriti che via via si verificheranno durante il vostro impegno di professionista, marito e padre di famiglia.

GUGLIELMO     (con gli occhi sbarrati) E fino a quando?

GIROLAMO        Fino a quando quel tale “pezzo di carta” non sarà diventato per riconoscimento popolare una vera e propria laurea.

STANISLAO   E ricordate che soltanto pochi privilegiati riescono a raggiungere il traguardo.

GIROLAMO        Gigliola è figlia unica, non vi dico altro.

GUGLIELMO      Naturalmente.

GIROLAMO     Troverete giusto che di tanto in tanto mio cognato e io ci permetteremo di rivolgervi qualche domanda.

GUGLIELMO      Risponderò a cuore aperto. Continua a leggere…

“Un marziano a Roma” e altre farse (Ennio Flaiano)

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FRED     Che ne sappiamo? Viene da Marte. Ha un fluido? Non ce l’ha? La gente si rivolge a lui con fiducia. Vuoi vedere, dicono, che su Marte?…Parlare di miracoli? Sapete tutti di quel sedentario che appena l’ha visto si è messo a ballare. Dicono che c’è una spiegazione scientifica: l’emozione violenta. (Pensoso) Ma io mi domando: che sappiamo noi? Chi siamo noi?

ADRIANO    Chi siamo e dove andiamo?

FRED            Già, dove andiamo?

OLIVIERO    Dove andiamo e che cosa vogliamo? (Ride)

FRED            Interrogativi senza risposta. Ci sono richieste interessanti?

MARA          Questo novantenne. Si annoia e vuole un violino.

ANNA          Ma lo sa suonare? Mio padre suonava il violino.

MARA           No. Vuole imparare.

PATRIZIA      Un pedone ha inventato una macchina per vincere le lotterie. Chiede cinque milioni per mettere a punto la macchina.

OLIVIERO     Potrebbe vincere una lotteria da cinque milioni.

ADRIANO     Sono le più difficili. È proprio la somma che tutti vogliono vincere.

ANNA            Sì, è vero, anch’io una volta. (ad Adriano) Non ci siamo già conosciuti?

ADRIANO     Credo di no. Non ricordo.

ANNA            Lei frequenta gli ambienti intellettuali?

ADRIANO     Sì, verso l’ora della chiusura. Prego, continuate.

MARA       Una sedicenne si lamenta di non poter trovare un posto, perché appena trova un posto il principale le dà fastidio. Acclude fotografia.

FRED             Ma è nuda.

(Ennio Flaiano, “Un marziano a Roma” e altre farse, ed. Einaudi)

Rappresentata per la prima volta nel 1960, “Un marziano a Roma” è una commedia teatrale con la quale Ennio Flaiano dà un amaro giudizio sulla società romana dell’epoca, specie quella letteraria, di cui anch’egli faceva parte. In una Roma che cerca di sfuggire alla noia con i più disparati espedienti sociali, atterra, un giorno all’improvviso, un marziano. Kunt, questo il suo nome, Continua a leggere…

“Spettri” (Henrik Ibsen)

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OSVALDO           Mi scusi, signor pastore, lei qui si sbaglia di grosso.

MANDERS          Ah sì? Io credevo che la Sua vita si fosse svolta esclusivamente nei circoli artistici.

OSVALDO           Infatti è stato così.

MANDERS          E soprattutto in mezzo ai giovani artisti.

OSVALDO           Ma certo.

MANDERS       Credevo però che la maggior parte di quella gente non fosse qualificata per costituire una famiglia e fondare una casa.

OSVALDO           Parecchi di loro non sono in grado di sposarsi, signor pastore.

MANDERS          Ed è proprio ciò che sostengo io.

OSVALDO           Ma essi possono nondimeno crearsi un focolare domestico. Ce n’è più d’uno che lo possiede. E si tratta di case molto bene ordinate e confortevoli.

ALVING (segue con viva attenzione il discorso, annuisce, ma non apre bocca)

MANDERS       Ma io non parlo di scapoli più o meno ben stimati in una casa. Quando dico casa intendo dire una famiglia, un focolare domestico dove un uomo viva con la moglie e figli.

OSVALDO           Oppure con i propri figli e con la madre dei propri bambini.

MANDERS          (battendo con spirito le mani) Ma santo cielo…

OSVALDO           Che c’è?

MANDERS          Vivere con la madre dei propri bambini!

OSVALDO           Sì. Lei forse preferirebbe che uno ripudiasse la madre con i propri figli?

MANDERS          Lei parla dunque di rapporti illegittimi! Lei parla delle cosiddette libere unioni?

Osvaldo, un pittore affetto da una malattia mentale degenerativa, torna presso l’abitazione dove vive sua madre, la signora Elena, che lo aveva mandato all’estero per tenerlo lontano dal padre, il barone Alving, uomo dissoluto, dedito a tradimenti e notti balorde, ormai deceduto da anni, ma al quale la donna ha sacrificato, solo per salvaguardare le apparenze e le convenienze sociali, la sua intera esistenza. Continua a leggere…

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