Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Senso di realtà, senso di possibilità” (Robert Musil)

Musil

“Per riuscire a varcare porte aperte, si deve badare al fatto che gli stipiti sono duri: questo principio che il vecchio professore aveva seguito per tutta la vita, è semplicemente un postulato del senso di realtà. Ma se c’è il senso di realtà, e di questo nessuno dubiterà, poiché è legittimo che esista, allora deve esistere anche qualcosa che si può chiamare senso di possibilità. Chi lo possiede, non dice ad esempio: «Qui è accaduto, accadrà, o deve accadere questo o quello», ma dirà: «Qui potrebbe, o dovrebbe accadere questo»; e se di qualcosa gli si spiega che è come è, allora penserà: «Certo, ma potrebbe anche essere diversamente». Quindi, il senso di possibilità può essere definito addirittura come la capacità di pensare a tutto ciò che potrebbe essere e di non considerare ciò che è più importante di ciò che non è. Le conseguenze di questa indole creativa, com’è evidente, possono essere significative, e purtroppo spesso fanno apparire sbagliato quel che gli uomini ammirano e lecito ciò che essi vietano, o entrambe le cose come indifferenti. Questi individui della possibilità vivono, come si suol dire, in una trama più sottile, fatta di fumo, immaginazione, fantasticherie e congiuntivi; se un bambino manifesta una tale tendenza, gliela si fa passare con metodi energici e, davanti a lui, quelle persone vengono definite visionarie, sognatrici, vigliacche e saccenti o criticone.”
(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

P.s.: lessi questo straordinario libro di Musil tanti anni fa, in un’edizione Einaudi presa in biblioteca. Qualche mese fa ho comprato l’edizione Newton Compton, approfittando anche del prezzo. “L’uomo senza qualità” è uno di quei libri che non mi basta aver letto, ma che voglio avere a portata di mano. Non ho mai avuto particolare intenzione di rileggere, ma stasera, cercando qualcosa nello scaffale dei libri, mi sono sentito “chiamare” da Musil che, ho scoperto poco dopo nella prefazione, morì il 15 aprile. Il fatto che oggi sia il 14 aprile è una mera coincidenza, anzi nemmeno lo è, considerando che 14 è diverso da 15.

“Antichi Maestri” (Thomas Bernhard)

antichi-maestri

“Guai a lei se legge con più penetrazione del solito, si rovina il gusto per tutto ciò che legge. Qualsiasi cosa lei legga, questo qualcosa alla fine diventa ridicolo, alla fine non ha più alcun valore. Si guardi bene dall’affrontare con troppa penetrazione un’opera d’arte, diceva, si guasterà tutto, anche le cose più amate. Non guardi troppo a lungo un quadro, non legga un libro con troppa penetrazione, non ascolti un brano musicale con il massimo impegno, perché si rovinerebbe tutto e quindi anche ciò che di più bello e di più utile esiste al mondo. Legga quello che le piace, ma non penetri l’opera fino in fondo, ascolti quello che le piace, ma non lo ascolti fino in fondo, osservi quello che le piace, ma non lo osservi fino in fondo. Io, avendo sempre ascoltato tutto fino in fondo, avendo sempre ascoltato tutto fino in fondo o, quanto meno, avendo sempre cercato di ascoltare, di leggere, di osservare tutto fino in fondo, alla fine mi sono storpiato irrimediabilmente tutta l’arte figurativa e tutta la musica e tutta la letteratura, diceva ieri. Così, con questo sistema, mi sono alla fine storpiato irrimediabilmente il mondo intero, mi sono semplicemente storpiato tutto. Per anni mi sono semplicemente storpiato tutto e, cosa di cui mi pento dal più profondo del cuore, ho anche irrimediabilmente storpiato tutto a mia moglie. Per anni, diceva, la mia esistenza è stata possibile soltanto all’interno e in virtù di questo meccanismo di storpiatura. Ma ora so che devo evitare di leggere fino in fondo, di ascoltare fino in fondo, di osservare e stare a guardare fino in fondo, se voglio continuare a vivere.”

(Thomas Bernhard, “Antichi Maestri”, ed. Adelphi)

In “Antichi Maestri” l’adorabile misantropia espressa spesso da Bernhard nei suoi libri raggiunge vette elevate e nelle quali anche un suo accanito lettore (come me) può avvertire qualche leggero senso di fastidio, perché quasi tutto è travolto dall’irriverente, pungente prosa dell’autore. Il protagonista del romanzo è Reger, un uomo di oltre ottant’anni, che scrive per un giornale inglese articoli sull’arte, e che da oltre trent’anni siede, a giorni alterni, su una panchina all’interno del Kunsthistoriches Museum di Vienna, precisamente nella Sala del Bordone, davanti all’Uomo dalla barba bianca di Tintoretto.

Reger racconta ad Atzbacher, il “nostro” narratore, perché osservando in maniera ossessiva un capolavoro di chiunque, oppure leggendo in profondità un’opera, fosse anche di Goethe o Shakespeare, si giunga infine a coglierne la ridicolaggine, Continua a leggere…

Danze

Edvard-Munch-Dance-Of-Life

«Due idee danzavano allacciate in un lento, meccanico minuetto, tra cenni del capo e riverenze: una era “Abbiamo-tanto-da-dirci”; l’altra era “Non-abbiamo-niente-da-dirci”. Ma sono cose che possono cambiare in un istante.»

(Vladimir Nabokov, “Ada o Ardore”)

Opera: “La danza della vita”, Edvard Munch.

“E il punto d’arrivo, se siamo onesti…”

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“Noi cerchiamo senza sosta di scoprire dei retroscena e non facciamo un solo passo in avanti, soltanto complichiamo e ingarbugliamo ancor più ciò che è già complicato e ingarbugliato. Cerchiamo un colpevole del nostro destino, che quasi sempre, se siamo onesti, possiamo definire unicamente come sventura. Ci rompiamo la testa su cosa avremmo potuto fare diversamente o meglio e su cosa possibilmente non avremmo dovuto fare, perché ci siamo condannati, ma non porta a niente. La catastrofe era inevitabile, diciamo poi, e ci concediamo un periodo, anche se breve, di quiete. Poi ricominciamo da capo a porci domande e ci rodiamo e rodiamo fino a che siamo diventati di nuovo mezzo pazzi. In ogni momento siamo alla ricerca di uno o più colpevoli, cosicché almeno per quel momento tutto ci diventa sopportabile, e naturalmente, se siamo onesti, torniamo sempre a noi stessi. Ci siamo rassegnati al fatto che dobbiamo esistere, anche se per la maggior parte del tempo ‘contro’ la nostra volontà, perché non ci è rimasto nient’altro, e tiriamo avanti solo perché sempre e sempre ancora, ogni giorno e ogni momento, ci rassegniamo da capo a questa realtà. E il punto d’arrivo, se siamo onesti, ci è noto da tutta la vita, è la morte, solo che per la maggior parte del tempo ci guardiamo bene dall’ammetterlo. E poiché abbiamo la certezza di non fare altro che avvicinarci alla morte e poiché sappiamo ciò che questo significa, cerchiamo di metterci a disposizione tutti i possibili mezzi per evitare questa consapevolezza e così, se guardiamo bene, in questo mondo non vediamo altro che gente occupata perennemente e per tutta la vita con questa diversione. Questo processo, che in ognuno è il processo fondamentale, debilita e accelera naturalmente tutto lo sviluppo verso la morte.”

(Thomas Bernhard, “Sì”, ed. Guanda)

Opera: Eugène Delacroix “Amleto e Orazio al cimitero”

 

“La Madonna Sistina” (Vasilij Grossman)

raffaello

Non sono né un fervente credente (anzi) né un esperto/appassionato di Raffaello, però segnalo questo breve racconto di Vasilij Grossman, nel quale l’autore, prendendo spunto da una mostra organizzata dalle autorità sovietiche a Mosca nel 1955, dove erano esposte opere della Galleria di Dresda che i russi avevano portato con sé nel corso dell’avanzata verso la Berlino ancora nazista (opere che la Russia si accingeva a restituire ai tedeschi), riflette sul quadro di Raffaello e sul campo di sterminio di Treblinka, che egli aveva visitato.

“E capisco di avere sempre usato con leggerezza una parola dalla potenza tremenda – immortalità -, di averla sempre confusa con la pur possente vitalità di alcuni capolavori dell’uomo. Nonostante la mia venerazione per Rembrandt, Beethoven e Tolstoj, mi è finalmente chiaro che di tutte le opere capaci di colpire il mio cuore e la mia mente, opere create dal pennello, dal cesello o dalla penna, solo questo quadro di Raffaello non morirà fino a che l’uomo avrà vita. Anzi, se anche l’uomo dovesse estinguersi, gli esseri che prenderanno il suo posto sulla terra – lupi, ratti, orsi o rondini che siano – verranno sulle loro zampe o con le loro ali ad ammirare la Madonna di Raffaello.

L’hanno vista dodici generazioni di esseri umani, questa tela, un quinto dell’umanità passata sulla faccia della terra dall’inizio dell’evo moderno fino ai giorni nostri.

L’hanno guardata vecchiette in miseria, imperatori europei e studenti, miliardari d’oltreoceano, papi e principi russi, l’hanno ammirata vergini purissime e prostitute, colonnelli dello Stato Maggiore, ladri, geni, tessitori, piloti di caccia e maestri di scuola, l’hanno vista i buoni e anche i cattivi.

(…)

La bellezza della Madonna è legata saldamente alla vita terrena. È democratica, umana; è la bellezza di tantissime persone – gialli con gli occhi a mandorla, gobbi con il naso lungo e pallido, neri con i capelli crespi, le labbra tumide. È universale. La Madonna è anima e specchio dell’uomo, e chiunque la guardi coglie in lei l’umano: è l’immagine del cuore materno, per questo la sua bellezza è intrecciata, fusa in eterno con la bellezza che si cela – profonda e indistruttibile – ovunque nasca e cresca la vita – nelle cantine e nei solai, nei palazzi e nelle topaie.

Penso che questa Madonna sia l’espressione più atea della vita, di quell’umano a cui il divino non partecipa.

(…)

Il ricordo di Treblinka era riaffiorato nel mio cuore senza che me ne rendessi conto… Era lei a calpestare scalza, leggera, la terra tremante di Treblinka, lei a percorrere il tragitto da dove il convoglio veniva scaricato fino alla camera a gas. La riconosco dall’espressione che ha sul viso, negli occhi. Guardo suo figlio e riconosco anche lui dall’espressione adulta, strana. Così dovevano essere madri e figli quando scorgevano le pareti bianche delle camere a gas di Treblinka sullo sfondo verde scuro dei pini, così era la loro anima.

Quante volte ho cercato di distinguere nel buio coloro che scendevano dal treno; i profili di quelle figure, tuttavia, erano sempre vaghi – o erano i volti a sembrare sfigurati da un orrore infinito e tutto si strozzava in un grido tremendo, o era la prostrazione fisica e morale, la disperazione a coprire quei visi con un velo di indifferenza ottusa e testarda, oppure era il sorriso ebete della follia a stamparsi sui volti di chi, scesa dal treno, marciava verso la camera a gas.

(…)

Perché siamo vivi? Una domanda tremenda, dura, che solo i morti possono fare ai vivi. Ma i morti tacciono, non fanno domande.

Il silenzio che è seguito alla guerra viene violato ogni tanto da qualche esplosione, e sul cielo si stende una nebbia radioattiva. La terra su cui tutti viviamo trema – alle armi atomiche sono subentrate quelle termonucleari.

(…)

Che cosa diremo al cospetto del tribunale del passato e del futuro, noi uomini vissuti nell’epoca del nazismo? Non abbiamo giustificazioni.

Diremo che non c’è stata un’epoca più dura della nostra, ma che non abbiamo lasciato morire l’umano nell’uomo.

E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo.

Che vivrà in eterno, e vincerà.”

(Vasilij Grossman, racconto “La Madonna Sistina” in “Il bene sia con voi!”, ed. Adelphi)

 

Elias Canetti su “Il trionfo della morte” di Bruegel

Thetriumphofdeath

“…ma subito dopo mi trovai inaspettatamente davanti – sento ancora oggi lo shock – Il trionfo della morte. Centinai di morti, di scheletri, attivissimi scheletri, sono occupati a trascinare con sé un numero altrettanto grande di uomini vivi: sono figure d’ogni genere, in massa o isolate, riconoscibili per ceto sociale, tese in uno sforzo inaudito; la loro energia supera di molto quella dei viventi che stanno attaccando. Sappiamo che i morti vinceranno, ma ancora non hanno vinto. Si sta dalla parte dei vivi, si vorrebbe aiutarli a difendersi, ma si rimane sconvolti nel vedere che i morti sembrano più vivi di loro. La vitalità dei morti, se così vogliamo chiamarla, ha un unico scopo: afferrare i vivi e portarli via con sé. I morti non si distraggono, non si disperdono in iniziative diverse, vogliono tutti un’unica cosa, quella soltanto; i vivi, invece, sono attaccati alla propria esistenza, ma ciascuno a modo suo. Tutti si agitano, nessuno si arrende, in quel quadro non ho trovato un solo uomo stanco di vivere, la vita va strappata a tutti con la forza, nessuno è disposto a cederla spontaneamente. L’energia di questa difesa, variata in cento modi, è passata dentro di me, da allora mi sono spesso sentito come se io fossi tutti quegli uomini che lottano contro la morte.

Capivo che si trattava di massa, da una parte come dall’altra, e che, per quanto il singolo senta la propria morte da solo, la stessa cosa vale per ogni altro singolo, e perciò si deve pensare a tutti i singoli.

Qui, è vero, la morte ancora trionfa; ma l’effetto non è quello di una battaglia che ormai è vinta una volta per tutte; la battaglia continua, si rinnova sempre, e se la viviamo come in questo quadro, non saremo affatto sicuri che l’esito sarà sempre lo stesso. Il trionfo della morte di Brueghel* è stata la prima cosa che mi ha dato fiducia nella lotta.”

(Elias Canetti, “Il frutto del fuoco” (ed. Adelphi)

*o Bruegel

“Lo sguardo altrove” (per “Paesaggi sconosciuti”, mostra pittorica di Angelo Zuena)

Angelo 3

Dal prossimo 8 dicembre, fino al 6 gennaio 2015, a Itri (Lt), si terrà la mostra pittorica “Paesaggi sconosciuti”, nella quale saranno esposte alcune opere di Angelo Zuena.

Ho avuto l’onore e l’onere di scrivere qualcosa per il catalogo che esce in concomitanza con la mostra. Pubblico lo scritto anche qui sul blog, aggiungendo le parti che alla fine sono state risparmiate ai lettori del catalogo d’arte (le parti tagliate sono riconoscibili perché in corsivo e tra parentesi).

Aggiungo alcune foto dei quadri di Angelo Zuena e invito tutti gli interessati. Le date sono quelle indicate sopra; per gli orari, lo spazio d’esposizione sarà aperto al pubblico tutti i giorni, all’incirca tra le 17.00 e le 20.00.

LO SGUARDO ALTROVE

Da un po’ di tempo Angelo Zuena, per me, non è più “solo” un artista che vive nel mio stesso paese, ma anche un compagno di chiacchierate. Ho potuto conoscerlo, quindi, ma non abbastanza a fondo da comprendere cosa c’è dietro le sue opere, quali sono le ragioni ultime che lo spingono, da decenni, a dipingere. A pensarci bene, non credo nemmeno di averglielo mai chiesto, forse perché dubito che sia possibile, persino per lui, comprendere in pieno certe motivazioni.

Non ero mai stato nel suo studio ed entrandovi fui colpito dallo schieramento di colori, che per me erano solo oggetti dalle tinte differenti; per lui, invece, erano e sono materiale destinato alla metamorfosi, a vivificarsi fino allo sgorgare definitivo dell’opera che, sottolineò quel giorno, non è mai solo frutto di un’ispirazione momentanea, (di una visione improvvisa), bensì di un lavoro certosino, graduale, faticoso. Gli chiesi quanto tempo richiedesse l’esecuzione di un quadro e mi pentii all’istante di quella stupida domanda. Sapevo già, prima ancora che lui mi rispondesse, che l’elaborazione tecnica può essere più o meno complessa, ma fondamentale è il lungo percorso mentale che sfocia nei dipinti.

Scrutavo con curiosità e ammirazione i quadri da esporre, Angelo parlava, prendevo nota nella mia testa, elaboravo le sue parole e le mescolavo al mio pensiero; la mente umana, allora, mi parve il luogo ignoto per eccellenza, il fulcro attorno al quale ruotano tutti gli altri scenari, compresi quelli pittorici e letterari. La geografia di questi territori immaginari, di queste lande meravigliose o terrificanti, è imprecisa, avvolta nell’oblio tipico dei sogni. Situati in un immaginario altrove, pur non essendo un’impossibile evasione totale, rappresentano uno scostamento, un cambio di prospettiva, i cui tragitti sfumano, mutano, si mescolano, disegnando labirinti che destabilizzano.

(L’ignoto, tuttavia, non è solo ciò che avvertiamo come esterno, ma si manifesta anche nelle vesti di paure fondate sull’ambigua conoscenza del mondo interiore. Certi pensieri ci spaventano proprio perché sappiamo di esserne la causa, ma bisogna affrontare quelle zone d’ombra, non accantonarle quasi non esistessero, bensì frequentarle quel tanto che impedisca loro di crescere nel silenzio e, se possibile, sublimarle. Solo il nostro sguardo può permettere a qualche luce di filtrare tra le fronde degli alberi che rendono buio il paesaggio interiore.

Siamo su un balcone, a pochi centimetri dalla ringhiera, non abbiamo paura di cadere. Se, però, vediamo che la ringhiera non c’è, ci sembrerà molto più difficile restare a pochi centimetri dall’orlo, con il baratro dinanzi a noi. Ma se avessimo gli occhi chiusi, guidati da una voce amica che ci dice quando fermarci per non toccare la ringhiera, sapendo che la ringhiera c’è, anche se in realtà l’hanno tolta a nostra insaputa, proveremmo forse paura? E dunque, abbiamo più paura dell’ignoto o del già noto? Oppure non sono due aspetti scissi?)

Qualcuno però, ogni tanto, scopre una chiave che consente di districarsi in questi angusti territori. I più temerari, abili o semplicemente i più fortunati, si rintanano nel territorio sconosciuto per eccellenza, quello che non andrebbe nominato, ma solo vissuto, e che per comodità chiamiamo Amore. Cos’altro è, l’Amore, se non una (inesorabile, dolente, esaltante) discesa in un luogo che sappiamo di non conoscere e che pure, per una ragione che ci sfugge e che cerchiamo invano di comprendere, ci attrae? Vogliamo far parte di un mondo ignoto che l’Altro si porta dentro, e vorremmo anche che il nostro fosse conosciuto dall’Altro;  quando accade che i due mondi si mescolano, ecco sgorgare un panorama diverso, un nuovo modo di vedere le cose.

Più in generale, non è l’Altro un abisso insondabile, nel quale pure cerchiamo di riconoscere ciò che è già nostro e di scoprire ciò che invece ignoriamo? Anche il patto inconscio che sottoscrivono l’artista, la sua opera e i fruitori può raggiungere un certo grado d’intimità, ma non sfugge all’impossibilità di colmare quella lacuna che ci separa dall’Altro. Siamo così sicuri che l’artista, con quel dettaglio, abbia voluto descrivere (evocare) proprio quella sensazione che ci pervade leggendo un libro, ascoltando una canzone, guardando un film, osservando un quadro? Sarebbe assurdo pretendere quest’identità, sappiamo bene quanto di nostro immettiamo nell’opera; d’altra parte, lo stesso artista (Chi è artista? Quando lo si diventa? In una parentesi è bene non sfiorare nemmeno tali domande), una volta licenziata l’opera, sa bene che essa non è più solo sua, ma che l’interpretazione dello spettatore la sposta altrove.

Eppure, talvolta, toccate certe nostre corde interiori, percepiamo che quel distacco tra noi e l’Altro, nello specifico tra noi e l’artista, non è più così abissale, (e ci sentiamo affiancati a lui nell’osservare uno scorcio di mondo). Quando poi si ha la fortuna di conoscere personalmente un autore, allora si può osare e presumere, può darsi a torto ma anche no, di cogliere anche nelle opere alcuni tratti caratteriali che abbiamo avuto modo di intuire nel corso di chiacchierate lungo le strade del paese. Ho sentito, guardando le opere di Angelo, le agrodolci note della malinconia e della solitudine.

Una sera mi chiese cosa fosse per me l’arte, (io non ricordo con esattezza cosa risposi, forse) elusi la domanda, perché, anche se dentro di me sentivo di avere una risposta, sapevo che non poteva essere né esaustiva né appagante. Si trattava di uno di quegli interrogativi ai quali mi è sempre parso estremamente difficile rispondere, (e che studiosi di diversa formazione sviscerano da secoli, con efficacia talvolta sublime ma mai definitiva). Un territorio labile sotto i nostri piedi, che s’intreccia con quello dove alloggia la Bellezza, altra parola sfuggente, altro labirinto nel quale tentiamo di orientarci e che ci lascia smarriti (di fronte all’impossibilità di trovare parole adeguate a comunicare in pieno ciò che sentiamo quando, per l’appunto, ci sorprendiamo ammaliati dalla Bellezza). Perché anche la Bellezza è un paesaggio sconosciuto, nel quale c’inoltriamo con la paura che non mantenga la sua promessa di felicità. E poi, a quale Bellezza aspiriamo, a quella dell’uomo, della natura, a quella fisica o spirituale, e su quali arbitrari criteri distinguiamo queste presunte diverse manifestazioni del Bello? Inoltre, non è forse il caso di prendere atto che nel paesaggio della Bellezza è insito anche il Brutto, che le cose non sono così scindibili? Il terreno si fa sempre più paludoso e rischiamo di restarne avvinghiati, e allora, a un certo punto, è bene fermarsi, respirare, scrutare quest’orizzonte indistinto senza pretendere di scoprirne i segreti più nascosti, perché comunque, dovremmo averlo capito, nessuno potrà mai svelarcene la totalità.

A questo punto, voltandomi indietro, mi accorgo che la pagina bianca non è più tale, si è trasformata anch’essa in un paesaggio sconosciuto. Inquieto, prima di uscire da questo suolo fluttuante, potrei agganciarmi a qualcosa. Per esempio, potrei chiedere ad Angelo che cos’è per lui l’arte oggi, confrontare la sua opinione con la mia, ma sono quasi certo che non lo farò, o almeno lo farò fuori dal paesaggio nel quale sto scrivendo, perché so che si tratterebbe di esprimere un’opinione azzardata, di cristallizzarla in una forma scritta destinata a sciogliersi il giorno seguente. In quanto ad Angelo Zuena, la risposta alla domanda che non gli farò l’ha già data in tutti questi anni. Non c’è niente da dire, tutto è nelle sue opere, (nei suoi paesaggi sconosciuti.)

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Angelo 4

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“Il genio e il niente” (Manlio Cancogni)

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“Che carnefici erano mai quelli, e che razza di supplizio!? Il buon vecchio, che annaspava con le braccia ancora libere dai lacci, lo faceva in maniera così aggraziata da lasciar credere che non si trovasse poi tanto male fra quelle muscolose del giovanottone che lo reggeva. Per la vergogna a Guido sfuggì un gemito. Grazia a Dio si trovava al buio, solo!

“Che gusto ci provo a tormentarmi? Perché non smetto? Per qualche istante riusciva a distrarsi, ma subito la mente ricominciava il suo lavorio. Gli era impossibile sottrarsi alla presenza del proprio dipinto. Nella luce che pioveva dall’alto, incendiando il rosso copricapo del giovane arrampicato in cima alla croce, le membra e i panni dei personaggi uscivano dall’ombra come oggetti tirati a lucido. Che luce falsa, sgradevole! Eppure ne era stato così fiero, sembrandogli di una verità superiore, fra il reale e il divino.

Ben altra, ben più calda e vitale. quella che nel quadro di Michelangelo Merisi da Caravaggio investiva di traverso le figure indaffarate intorno alla croce. Tutto ne risultava intensamente vero, oh come intensamente. I calzonacci del manigoldo inginocchiato, di un consunto color giallo, si tendevano sulle natiche fino a scoppiare. La sua camicia attorcinata sapeva di sudore. Il gomito, sulla mano poggiata a terra a stringere la pala, sporgeva in maniera che lo spettatore ne sentiva la punta nello stomaco. L’orlo della pala luccicava sinistramente; un filo rossastro accompagnava il nero atroce del metallo. Dal confronto scaturiva un dolore che lo faceva boccheggiare”.

(Manlio Cancogni, “Il genio e il niente”, ed. Longanesi)  

Protagonista del romanzo di Manlio Cancogni è Guido Reni, pittore, che ci è descritto nel suo viaggio andata e ritorno tra Bologna e Roma. Temi principali sono, invece, l’insoddisfazione degli artisti, la rivalità tra gli stessi e il cosiddetto rapporto arte – vita. La vicenda è ambientata nel 1601, anno nel corso del quale Reni ebbe modo di andare a Roma, laddove gli fu anche commissionata “La Crocifissione di San Pietro”, peraltro eseguita, in quegli stessi anni, anche dall’astro nascente dell’epoca, cioè Michelangelo Merisi, il Caravaggio. Trattandosi di un romanzo e non di una ricostruzione storica, è evidente che i dialoghi immaginati dall’autore sono funzionali alla narrazione e non fedeli riproduzioni della realtà storica. Ciò non toglie nulla al valore del libro, che offre, a prescindere dalla vicenda di Reni, diversi spunti di riflessione.

Con un continuo utilizzo di salti temporali, Continua a leggere…

“Zanzare” (William Faulkner)

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“L’istinto sessuale” ripeté Mr. Talliaferro nel suo studiato accento londinese, con quel compiacimento soddisfatto con cui ci si accusa di un difetto che dentro di noi si considera virtù “in me è molto forte. La franchezza, senza la quale non ci può essere vera amicizia, senza la quale due persone non riescono effettivamente a ‘capirsi’, come dite voi artisti; la franchezza, come dicevo, penso che…”

“Certo” confermò il padrone di casa. “Le dispiacerebbe spostarsi un po’?”

Egli acconsentì con cortesia ossequiosa, osservando il tenue irrequieto scintillio dello scalpello sotto i colpi ritmici del mazzuolo. Il legno piacevolmente profumato scivolava sotto lo scintillio silenzioso, ed egli agitando inutilmente intorno a sé il fazzoletto mosse in quella sorta di stanzetta segreta da Barbablù piena di capelli biondi a ciocche stoccate, esaminando preoccupato un sottile uniforme velo di polvere sulla punta delle sue eleganti scarpette di copale. Certo, bisogna pagare un dato prezzo per l’Arte…Osservando il ritmo potente della schiena e del braccio dell’altro considerò per un istante quale delle due cose fosse più desiderabile: quel turgore di muscoli in maglietta o la sua propria manica impeccabile, e rassicurato continuò:

“…la franchezza mi costringe ad ammettere che l’istinto sessuale è forse il mio impulso predominante”. Mr. Talliaferro credeva che la Conversazione – non le chiacchiere: la Conversazione – con un intellettuale suo pari consistesse nell’ammettere il maggior numero possibile di fatti considerati inconfessabili circa se stesso. Mr- Talliaferro spesso rifletteva con rimpianto al grado di intimità che avrebbe potuto raggiungere con gli artisti di sua conoscenza se solo avesse preso l’abitudine di masturbarsi in gioventù. Ma non aveva fatto nemmeno questo”.

(William Faulkner, “Zanzare”)

“Zanzare” fu pubblicato nel 1927, quando Faulkner aveva trent’anni e aveva alle spalle solo alcuni racconti sui giornali e il romanzo “La paga del soldato”. Il romanzo, almeno da quel che ho letto, non riscosse successo, tanto da indurre l’editore a risolvere il contratto con l’autore. Sarebbe ingeneroso paragonarlo ad altri capolavori di Faulkner, quali “Luce d’agosto”, “Requiem per una monaca” o “L’urlo e il furore”, con i quali, a mio parere, non c’è confronto, ma premesso ciò ne consiglio la lettura, perché si tratta di un romanzo satirico, che diverte non senza qualche accenno a riflessioni più profonde che poi saranno oggetto dei romanzi citati e di altri.

“Zanzare” è una satira sul mondo degli artisti e sulle discussioni che possono intavolarsi attorno a parole come “arte”, “bellezza”, “romanzo”, ma anche “amore” e “sesso”. I protagonisti sono tutti artisti, sedicenti o aspiranti tali, oppure persone che, pur non avendo velleità in tal senso, amano ronzare attorno agli stessi e cercare di scoprire segreti del mestiere che spesso nemmeno esistono. Mr. Talliaferro, ad esempio, non è un artista, è un vedovo che conosce tutti gli artisti del quartiere, che cerca il “significato profondo” dell’arte e soprattutto cerca di strappare ai suoi conoscenti le parole adeguate per sedurre una donna, con esiti disastrosi. Mrs. Maurier è una sorta di protettrice non desiderata, anche lei ammira scrittori, scultori e poeti tanto da organizzare gite in barca con i malcapitati. Il grosso del romanzo si svolge, per l’appunto, su un’imbarcazione, a bordo della quale, assieme ai due citati personaggi, ci sono l’enigmatico scultore Gordon, il romanziere Fairchild, il poeta spettrale Mark Frost, oltre a diverse dame e cavalieri impegnati tutti a gareggiare nella sottile arte della seduzione, spesso mascherata da “amore per il Bello”.

Faulkner non lesina battute taglienti, presumo rivolte anche “contro” se stesso. Il romanzo si legge con piacere, salvo qualche passaggio che a me è parso più forzato o comunque meno efficace. Da leggere, soprattutto da parte di chi, come me, ogni tanto è portato a ridere delle sue stesse elucubrazioni (ecco, ad esempio la parola “elucubrazioni” sarebbe stata bene in bocca al “poeta spettrale” del romanzo) e a chiedersi se tutto questo disquisire intorno alla letteratura, all’arte, alla Bellezza (con la B maiuscola, ovvio) non nasconda altro. Questo, però, appartiene a un altro articolo. Il romanzo è bello (minuscolo), sui suoi “significati più reconditi” e gli eventuali riferimenti a personaggi dell’epoca di Faulkner, non ho elementi per esprimermi e a dirla tutta nemmeno se li avessi lo farei.

La brama insaziabile.

Foto:22.04.2002

“L’osservatore contagia l’osservato con la propria mutevolezza. Inoltre, quando si tratta di rapporti umani, ci troviamo di fronte al problema di un oggetto la cui mutevolezza non è semplicemente una funzione di quella del soggetto, ma è autonoma e personale: due dinamismi distinti e immanenti, non correlati da alcun sistema di sincronizzazione. Per cui, qualunque sia l’oggetto, la nostra brama di possesso è, per definizione, insaziabile. Nel migliore dei casi, tutto ciò che viene realizzato nel Tempo (tutto ciò che il Tempo produce), nell’Arte come nella Vita, può essere posseduto solo in successione, con una serie di annessioni parziali, mai integralmente e subito. La tragedia del legame Marcel-Albertine è la tragedia-tipo delle relazioni umane il cui fallimento è già predeterminato.”

(Samuel Beckett, “Proust”)

Opera: “Separazione” (Edvard Munch)

Sto leggendo il saggio di Beckett su Proust. In attesa di scrivere qualcosa al riguardo, pubblico questo brano e l’immagine del quadro di Munch, che m’è balzato in mente leggendo le parole di Beckett.

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