Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Vita di Henry Brulard” (Stendhal)

Stendhal

(Stendhal ebbe l’idea di scrivere questo libro il 16.10.1832, cinquantenne, mentre si trovava sul Gianicolo, a Roma. Nel ricostruire le sensazioni relative alla sua infanzia e giovinezza, ricorda, tra l’altro, la morte precoce della madre, il rapporto conflittuale con il padre, il bigotto abate che gli faceva da precettore e il nonno, al quale in questo passaggio sottrae libri, instillando in sé il germe della letteratura.)
“Un romanzo è come un archetto, la cassa del violino che «rende i suoni», è l’animo del lettore. Allora il mio animo era pazzo e dirò il perché.
Mentre il nonno, seduto sul seggiolone dirimpetto al piccolo busto di Voltaire, leggeva, io guardavo la biblioteca, aprivo i volumi in quarto di Plinio, traduzione con testo a fronte, vi cercavo soprattutto la storia naturale della «donna».
Il profumo eccellente era ambra o muschio (questi da sedici anni mi dànno malessere; è forse lo stesso odore ambra e muschio). Infine mi attrasse un mucchio di libri in brossura, buttati alla rinfusa, erano romanzacci non rilegati che lo zio aveva lasciato a Grenoble prima di andarsi a stabilire alle Echelles (Savoia, vicino al Pont-de-Beauvoisin). Fu una scoperta decisiva per il mio temperamento. Ne sfogliai qualcuno; erano romanzi insipidi del 1780, ma per me costituivano l’essenza della voluttà.
Il nonno mi proibì di toccarli, ma io spiavo il momento in cui egli era più intento a leggere sulla poltrona quelle novità di cui non so come avesse sempre tanta abbondanza, e rubavo un volume di quei romanzi. Certo egli si accorse dei miei ladrocinii, perché mi vedo sistemato nel gabinetto di storia naturale spiando se qualche malato venisse a cercarlo. In quei casi il nonno si lamentava di vedersi rapito ai suoi beneamati studi, e andava a ricevere il cliente in camera sua o nell’anticamera del grande appartamento. Tac! io m’infilavo nello studio, e rubavo un libro.
Non saprei rendere la foga con cui leggevo quei romanzi (…) Divenni completamente pazzo; il possesso di una vera amante, allora oggetto di tutti i miei desideri, non mi avrebbe immerso in un simile torrente di voluttà.
Da quel momento si decise la mia vocazione: vivere a Parigi e comporre commedie come Molière.
Divenne il mio chiodo ch’io nascosi con profonda dissimulazione; la tirannide di Séraphie mi aveva dato le abitudini di uno schiavo.
Non ho mai potuto parlare di ciò che adoravo; un simile discorso mi sarebbe parso blasfemo.
Provo questa sensazione con la stessa vivezza nel 1835 che nel 1794.”
(Stendhal, “Vita di Henry Brulard”, ed. Einaudi)

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“Orge di libri…” (Elias Canetti)

“Non mi pento di queste orge di libri. Mi sento come all’epoca dell’espansione per ‘Massa e potere’. Anche allora furono le avventure con i libri a far accadere tutto. Quando non avevo più soldi, a Vienna, spendevo per i libri tutto quello che non avevo. A Londra, nell’epoca peggiore, in qualche modo riuscivo sempre a comprare libri, ogni tanto. Non ho mai imparato nulla in maniera sistematica, come gli altri, ma solo in improvvise eccitazioni. Cominciavano sempre nello stesso modo, il mio sguardo cadeva su qualcosa che poi assolutamente dovevo avere. Il gesto dell’afferrare, la gioia nel buttar via il denaro, il portare il libro a casa o nel locale più vicino, l’osservare, l’accarezzare, lo sfogliare, il mettere via per anni, poi l’epoca della nuova scoperta, quando l’urgenza si faceva sentire – tutto ciò è parte di un processo creativo di cui ignoro i particolari nascosti. Ma nulla, in me, accade altrimenti, e così dovrò comprare libri fino all’ultimo istante della mia vita, soprattutto se so con assoluta certezza che non li leggerò più.
È anche, credo, parte della mia ostinata resistenza alla morte. Non voglio sapere quali fra questi libri resteranno non letti. Sino alla fine non si può dire quali sono. Ho la libertà della scelta, fra tutti i libri che ho intorno posso sempre scegliere liberamente, e dunque ho il corso della vita nelle mie mani.”
(Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, ed. Adelphi)

“Leggere, scrivere, recensire” (Virginia Woolf)

“Che cosa accade tra la mezzanotte e l’alba? Cos’è quella piccola scossa, l’attimo di stranezza e di disagio, come di occhi mezzi aperti alla luce, dopo il quale il sonno non torna più profondo come prima? È forse l’esperienza – ripetute scosse, ciascuna lì per lì inavvertita – che d’improvviso fa allentare la trama? partire una scheggia? Solo che quest’immagine suggerisce un’idea di collasso e disintegrazione, mentre il processo che intendo io è tutto il contrario. Comunque sia non è un processo distruttivo, bensì creativo.

Qualcosa di sicuro accadde. Il giardino, le farfalle, i suoni del mattino, alberi, mele, voci umane, sono emersi, si sono dichiarati. Come per effetto di una verga di luce l’ordine ha dominato il caos, la forma e il disordine. Forse sarebbe più semplice dire che ci svegliamo, dopo sa il cielo quali processi interni, con un senso di padronanza. Si avvicinano figure note, tutte nettamente profilate nella luce mattutina. Traspaiono attraverso il tremore e il riverberare dei gesti quotidiani scheletro e forma, durata e permanenza. Ora il dolore avrà il potere di produrre questa subitanea interruzione del fluire della vita, e così la gioia. Oppure avverrà senza motivo apparente, in modo impercettibile, un po’ come alle volte un bocciolo avverte nella notte un fremito e la mattina lo troviamo con tutti i petali distesi. A ogni modo i viaggi e le memorie, tutti i rami secchi, i detriti, il tempo accumulato, depositati in spessi strati sui nostri scaffali e che crescono come muschio ai piedi della letteratura, non sono più abbastanza precisi per i nostri bisogni. Alle ore del mattino si confà un altro genere di letture. Non è più il momento per frugare e rovistare, per socchiudere gli occhi e lasciarsi trasportare sui mari. Si ha voglia di qualcosa che possieda una sua forma e trasparenza, scolpita per catturare la luce, dura come gemma o pietra con il sigillo dell’umana esperienza, e tuttavia che custodisca, come un cristallo, la fiamma che ora brucia alta e ora s’inabissa nei nostri cuori. Abbiamo voglia di ciò che è senza tempo ed è del nostro tempo. Ma potremmo dar fondo a tutte le immagini, e far scorrere le parole tra le dita come acqua senza tuttavia riuscire a spiegare come mai, in mattine come questa, uno si sveglia con un desiderio di poesia.”

(Virginia Woolf, “Leggere, scrivere, recensire”, ed. La vita felice)

“Una scrittura femminile azzurro pallido” (Franz Werfel)

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“Lì, fissò a lungo con occhi atterriti la severa calligrafia femminile, dai caratteri ben allineati, soppesando in continuazione quella lettera leggera senza tuttavia osare aprirla. Quei caratteri scarni lo guardavano con una forza espressiva sempre più intensa, fino a investire un po’ alla volta tutto il suo essere, come un veleno che gli paralizzava il battito. Mai avrebbe immaginato, nemmeno nell’incubo più angoscioso, di poter rivedere la calligrafia di Vera. Da dove veniva quella paura inconcepibile, indegna di una persona come lui, che lo aveva assalito poco prima, quando in mezzo a quel mucchio di posta insignificante si era sentito d’un tratto fissato da quella lettera? Di sicuro uno spavento che risaliva alle origini della sua esistenza. Ma un uomo che ha raggiunto quelle vette e che ha quasi portato a termine il proprio cammino non può spaventarsi in quel modo. Per fortuna Amelie non si era accorta di nulla. Perché quello spavento che sentiva ancora in tutte le sue membra?”

(Franz Werfel, “Una scrittura femminile azzurro pallido”, ed. Garzanti)

Talvolta anche la soglia di un pub si rivela occasione utile a stimolare l’incontro con autori/romanzi e proprio questo mi è capitato con Franz Werfel, nato a Praga nel 1890 e poi, dopo l’annessione nazista dell’Austria, costretto a fuggire in Italia, Francia e Stati Uniti. Werfel, per me, era un nome noto, ma mai approfondito, finché qualche settimana fa un avventore (non “patibolare”, cit. Roberto Bolaño) mi ha parlato di lui e quindi, trovandomi in libreria per altri motivi, ho scelto di presentarmi a Werfel acquistando “Una scrittura femminile azzurro pallido”, incuriosito non tanto dal titolo, quanto piuttosto dalla sintesi in ultima pagina.

Ambientato nella Vienna degli anni ’30 del Novecento, in un’Austria non ancora succube del nazismo ma sulla via per esserlo, il romanzo (breve) narra le vicende di Leonilda, detto Leon, burocrate ministeriale cinquantenne, appagato dal suo ruolo e dal suo matrimonio di convenienza con Amelie, di undici anni più giovane di lui, discendente di una famiglia molto influente e dunque fonte imprescindibile dell’ascesa sociale del funzionario, misteriosamente affascinante agli occhi della donna. Sul volto di Leon è stampato il sorrido beffardo e ambiguo di chi “ce l’ha fatta” ad emergere e si pavoneggia della cosa; la sua esistenza sembra scorrere tranquilla, in superficie, senza scavi nelle profondità della psiche, finché, tra le varie e inutili lettere ricevute in occasione del suo cinquantesimo compleanno, ne sbuca una molto particolare, scritta con grafia femminile, a mano, in un inchiostro azzurro pallido, una missiva che sconvolge l’uomo.

Leon, infatti, sa benissimo che a scriverla è stata Vera Wormser, un’ex studentessa di filosofia con la quale egli aveva avuto, diciotto anni prima, una storia d’amore bruciante, appena un anno dopo essersi sposato con Amelie. Nella lettera la donna, con tono freddo e distaccato, gli chiede d’intercedere per un diciottenne impossibilitato a frequentare le scuole in Germania perché ebreo. Per Leon è ovvio pensare che il ragazzo possa essere frutto di quella relazione adulterina che sembrava essere sepolta nell’oblio e che invece riemerge dal passato, peraltro rimettendo Leon di fronte ai meschini comportamento che all’epoca aveva tenuto sia nei confronti di Amelie, candidamente innamorata di lui e da sempre totalmente ignara di quanto accaduto, sia nei confronti di Vera, sedotta e abbandonata senza troppi complimenti. Cosa deve fare Leon: strappare la lettera, come già fece alcuni anni prima, oppure cercare Vera e rischiare di cadere in un abisso sconosciuto?

Non proseguo nella descrizione degli eventi per non rovinare la lettura a chi si è imbattuto in queste mie parole, ma aggiungo che Werfel è molto abile nel descrivere i turbamenti che affliggono Leon, il senso di colpa, i dubbi feroci, l’immaginazione che lo spinge a fantasticare su scenari ipotetici ormai irrealizzabili, a chiedersi come sarebbe potuta mutare la sua esistenza se diciotto anni prima avesse seguito il cuore (cioè Vera) invece che aspirazioni di altro genere. Le scelte che l’esistenza gli sottopone ora sono dolorose e non può più fingere, costretto com’è a ignorare definitivamente le istanze del suo cuore oppure a rimettere in discussione tutta la gabbia sociale che ormai ha costruito attorno a sé.

Il romanzo si legge in un pomeriggio o almeno io sono stato avvinto dalla prosa di Werfel, autore che, a questo punto, approfondirò in altre sue opere, sperando siano all’altezza di questa prima e appagante lettura.

“… la succhio come una caramella…”

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“… sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.”
(Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”, ed. Einaudi)

“… la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore…”

Sulla lettura

“Infatti, una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri (che ci farà comprendere la funzione a un tempo essenziale e limitata che può avere nella nostra vita spirituale) è questa: che per l’autore potrebbero chiamarsi «conclusioni» e per il lettore «incitamenti». Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quello che può fare è d’ispirarci dei desideri. Desideri che può destare in noi solo facendoci contemplare la bellezza suprema che il supremo sforzo della sua arte gli ha permesso di attingere. Ma, per una legge singolare (e, d’altronde, provvidenziale) dell’ottica spirituale, – legge che significa forse che la verità non possiamo riceverla da nessuno e che dobbiamo cercarla noi stessi, – quel che rappresenta il termine della loro saggezza ci appare soltanto come il principio della nostra: dimodoché, proprio nel momento in cui ci hanno detto tutto quanto ci potevan dire, essi fanno nascere in noi il sentimento che non ci abbiano ancora detto nulla. D’altro canto, se noi rivolgiamo loro domande cui non possono rispondere, chiediamo anche risposte che non c’istruirebbero punto: perché un effetto dell’amore suscitato in noi dai poeti è di farci attribuire un’importanza letterale a cose che per loro sono significative di sentimenti personali. In ognuno dei quadri che ci mostrano, sembra ch’essi si limitino a darci soltanto un rapido scorcio d’un paese meraviglioso, unico al mondo, nel cuore del quale vorremmo che ci facessero penetrare.”
(Marcel Proust, “Sulla lettura”, ed. Bur Rizzoli)

“Tutto quanto può fare è solo d’ispirarci dei desideri…” (Proust)

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“Infatti, una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri (che ci farà comprendere la funzione a un tempo essenziale e limitata che la lettura può avere nella nostra vita spirituale) è questa: che per l’autore essi potrebbero chiamarsi <<conclusioni>> e per il lettore <<incitamenti>>. Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto può fare è solo d’ispirarci dei desideri. Desideri che può destare in noi solo facendoci contemplare la bellezza suprema che il supremo sforzo della sua arte gli ha permesso di attingere. Ma, per una legge singolare (e, d’altronde, provvidenziale) dell’ottica spirituale, – legge che significa forse che la verità non possiamo riceverla da nessuno e che dobbiamo cercarla noi stessi, – quel che rappresenta il termine della loro saggezza ci appare soltanto come il principio della nostra: dimodoché, proprio nel momento in cui ci hanno detto tutto quanto cin potevan dire, essi fanno nascere in noi il sentimento che non ci abbiano ancora detto nulla. D’altro canto, se noi rivolgiamo loro domande cui non possono rispondere, chiediamo anche risposte che non c’istruirebbero punto: perché un effetto dell’amore suscitato in noi dai poeti è di farci attribuire un’importanza letterale a cose che per loro sono soltanto significative di sentimenti personali. In ognuno dei quadri che ci mostrano, sembra ch’essi si limitino a darci soltanto un rapido scorcio d’un paese meraviglioso, unico al mondo, nel cuore del quale vorremmo che ci facessero penetrare.”

(Marcel Proust, “Sulla lettura”, ed. Bur Rizzoli)

Io, Richard e Thomas

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“Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore, e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri”, così scriveva il grande Marcel Proust, che mi è venuto in mente, assieme ad altri, mentre leggevo “Libertà” di Jonathan Franzen, stamattina, seduto su una delle “mie” panchine nel parco del mio paese.

Leggevo Franzen e mi “vedevo”, mi “sentivo” leggere, m’interrogavo sul perché stessi leggendo, su cosa cercassi, su quale vuoto cercavo di riempire. Franzen mi piace, ho già letto “Le correzioni” in passato e “Libertà”, almeno fino a poco più di pagina 200, mi ha preso: una riflessione sulla parola “libertà” e le sue implicazioni, su quanto siamo davvero “liberi” e sulla corrispondenza tra i nostri princìpi e il nostro agire. Ma il punto non è questo. Il fatto è che mentre leggevo, sapevo di non avere granché in comune con i protagonisti, né con Patty, né con Walter, né soprattutto con il cantante rock Richard, rude con le donne eppure pieno di donne, un tipo con il quale, a pelle, non condividerei neanche una sera al pub. Dunque, mi domandavo “perché” restassi avvinto dalla narrazione, e la risposta era abbastanza evidente ma difficile da estrinsecare: non si tratta di Patty, di Walter, di Richard, forse si tratta più di Jonathan, dell’autore, ma in sostanza, si trattava e si tratta di me. Ha ragione Proust: lo scrittore non ci dà risposte, e sarebbe terribile se lo facesse, se relegassimo a lui ciò che spetta a noi.

Leggevo Franzen e, fermandomi, ripensavo ai grandi che da sempre leggo e rileggo, anch’essi privi di risposte definitive, eppure per me sempre fonte di nuove domande. Pensavo a Dostoevskij, a Kafka, a Pavese, a Camus, a Bernhard, alla lettura come rifugio, come apertura, come scandaglio per sondare ciò che c’è nel mio sottosuolo, a quella malsana idea di ritenere “un ideale di felicità” starmene per secoli seduto su una panchina a leggere, ad oltranza e in modo ossessivo, quei cinque, sei, dieci autori che riescono a scuotermi più di altri. Un’idea stupida come tante altre.

Insomma, a farla breve, a pagina 224 di “Libertà”, succede una cosa, una cosa stupida nel romanzo, ma una cosa che mi blocca, che mi dà i brividi, una cosa che avvicina me a Richard, il cantante odioso. È una cosa che gli fa fare Franzen, quindi io so che non è Richard a farla, bensì è Jonathan, oppure no, è qualcun altro che, in un altro angolo del mondo, sta prendendo in mano lo stesso libro che sto leggendo io, per motivi diversi, cercando risposte diverse e trovando solo desideri diversi. Insomma, anche Richard, come me, ammira Thomas Bernhard. Forse una bevuta al bar assieme a lui ora posso farla. Adesso so che avremmo almeno un argomento di conversazione. Però non so, parlare di libri con qualcuno è troppo pericoloso, non si sa mai come va a finire. Forse è meglio che Richard continui a suonare nel romanzo, a farsi inseguire dalla donne-oggetto che vogliono essere il suo oggetto, forse è bene che ciascuno di noi due si tenga il proprio Thomas Bernhard. Sì, sì, è meglio così.

A ciascuno il suo Bernhard, è davvero meglio.

Leggere con la schiena (Nabokov su Dickens)

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“Ciò che dobbiamo fare, leggendo Casa Desolata (Bleak House), è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la più alta forma di emozione che l’umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spinta dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte.

Nel parlare di Casa desolata ci accorgeremo presto che l’intreccio romantico del romanzo è illusorio e non ha una grande importanza artistica. Nel libro c’è di meglio che il triste caso di Lady Dedlock. Ci occorrerà qualche informazione sulla procedura giudiziaria inglese, ma il resto sarà tutto un gioco.

Di primo acchito può sembrare che Casa desolata sia una satira. Vediamo. Una satira, se ha scarso valore artistico, non raggiunge il suo scopo, per quanto commendevole questo possa essere. D’altro canto, se è permeata di genio artistico, il suo scopo non ha molta importanza e scompare con i propri tempi, mentre rimane per sempre la scintillante satira come opera d’arte. E allora perché parlare di satira?

Lo studio dell’impatto sociologico o politico della letteratura dev’essere stato escogitato soprattutto per quelli che, per temperamento o educazione, sono immuni dalla vibrazione estetica della vera letteratura, per quelli che non sentono il brivido rivelatore tra le scapole. (Ripeto per l’ennesima volta che è inutile leggere un libro se non lo leggete con la schiena).”

(Vladimir Nabokov, introduzione a “Casa desolata” di Charles Dickens, ed. Einaudi; originariamente in “Lezioni di letteratura” di Nabokov, ed. Garzanti)

P.s.: nella foto, il mio improbabile tentativo di seguire il suggerimento di Vladimir Nabokov alla lettera, Forse troppo alla lettera.

Galeotto non è il libro

Circa lo sconfinato e multi-sfaccettato mondo amoroso, i libri non mi hanno insegnato pressoché nulla, e se qualcosa me l’hanno insegnato, l’ho appuntato lì, su un foglietto, per poi dimenticarlo dopo poche ore. Del resto i libri, in quanto oggetto, non possono insegnarmi nulla sulla materia, potrebbero farlo coloro che li hanno scritti quei libri, ma potrebbero solo se fossero me. Non essendolo, non possono, non è una scoperta tanto originale. Sì, qualche citazione qua e là, che porto con me come monito o speranza, quel che basta per sentire l’affinità con un altro essere che, altrimenti bardato e in altri luoghi caracollante, ha provato situazioni simili. Però nient’altro. È vero, il poeta ci racconta che il libro fu galeotto, che quei due poi non lessero più per dedicarsi ad altre faccende, ma, insomma, ce lo dice il poeta, cioè uno che mente. Continua a leggere…

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