Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“… la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore…”

Sulla lettura

“Infatti, una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri (che ci farà comprendere la funzione a un tempo essenziale e limitata che può avere nella nostra vita spirituale) è questa: che per l’autore potrebbero chiamarsi «conclusioni» e per il lettore «incitamenti». Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quello che può fare è d’ispirarci dei desideri. Desideri che può destare in noi solo facendoci contemplare la bellezza suprema che il supremo sforzo della sua arte gli ha permesso di attingere. Ma, per una legge singolare (e, d’altronde, provvidenziale) dell’ottica spirituale, – legge che significa forse che la verità non possiamo riceverla da nessuno e che dobbiamo cercarla noi stessi, – quel che rappresenta il termine della loro saggezza ci appare soltanto come il principio della nostra: dimodoché, proprio nel momento in cui ci hanno detto tutto quanto ci potevan dire, essi fanno nascere in noi il sentimento che non ci abbiano ancora detto nulla. D’altro canto, se noi rivolgiamo loro domande cui non possono rispondere, chiediamo anche risposte che non c’istruirebbero punto: perché un effetto dell’amore suscitato in noi dai poeti è di farci attribuire un’importanza letterale a cose che per loro sono significative di sentimenti personali. In ognuno dei quadri che ci mostrano, sembra ch’essi si limitino a darci soltanto un rapido scorcio d’un paese meraviglioso, unico al mondo, nel cuore del quale vorremmo che ci facessero penetrare.”
(Marcel Proust, “Sulla lettura”, ed. Bur Rizzoli)

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“Il gaucho insopportabile” (Roberto Bolaño)

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“Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che stanno per morire. Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che sono in prigione e negli ospedali. Gli impotenti l’unica cosa che vogliono è scopare. I castrati l’unica cosa che vogliono è scopare. I feriti gravi, i suicidi, i seguaci irredenti di Heidegger. Perfino Wittgenstein, che è il più grande filosofo del Novecento, l’unica cosa che voleva era scopare. Perfino i morti, ho letto da qualche parte, l’unica cosa che vogliono è scopare. È triste doverlo ammettere, ma è così.”

“Racconta Canetti nel suo libro su Kafka che il più grande scrittore del Novecento capì che i suoi dadi erano tratti e che nulla ormai lo separava più dalla scrittura il giorno in cui per la prima volta sputò sangue. Che cosa intendo dire quando dico che nulla ormai lo separava più dalla sua scrittura? Sinceramente, non lo so bene. Intendo dire, suppongo, che Kafka capiva che i viaggi, il sesso e i libri sono strade che non portano da nessuna parte, eppure sono strade su cui bisogna spingersi e perdersi per ritrovarsi o per trovare qualcosa, qualunque cosa, un libro, un gesto, un oggetto perduto, per trovare qualunque cosa, forse un metodo, con un po’ di fortuna il nuovo, quello che è sempre stato lì.”

(Roberto Bolaño, “Il gaucho insopportabile”, ed. Adelphi)

“Inattuabilità”

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“Molte donne vorrebbero sognare insieme con gli uomini senza andarci a letto. Bisogna far loro presente con decisione l’inattuabilità di tale proposito.”
(Karl Kraus, “Detti e contraddetti”, ed. Adelphi)

Opera: “Il bacio con la finestra”, Edvard Munch)

Il deliquio d’amore di K. e Frieda

(Qui è quando K. e Frieda si unirono in un “deliquio d’amore”, nella locanda, dove quella sera pare, ma non è certo, suonassero i Rolling Stones.)

“- Mio dolce tesoro! – sussurrò, – ma non toccò affatto K., come in un deliquio d’amore stava sdraiata sulla schiena con le braccia allargate, il tempo si schiudeva infinito dinanzi al suo amore felice, più che cantare sospirò una canzoncina. Poi si riscosse, poiché K. rimaneva in silenzio assorto nei suoi pensieri, e come una bambina cominciò a dargli strattoni: – Vieni, qui sotto si soffoca.

Si abbracciarono, il piccolo corpo ardeva sotto le mani di K., in uno stato di inconsapevolezza cui K. tentava continuamente ma invano di sfuggire, avanzarono voltolando per un breve tratto, urtarono con un tonfo sordo contro la porta di Klamm e poi rimasero distesi tra le piccole pozze di birra e le altre immondizie di cui era cosparso il pavimento. Lì trascorsero ore, ore di comune respiro, di comune pulsare del cuore, in cui K. aveva costantemente la sensazione di smarrirsi o di essersi tanto inoltrato in un luogo estraneo quanto ancora non si era inoltrato nessuno prima di lui, un luogo estraneo, nel quale persino l’aria non aveva alcun elemento in comune con l’aria di casa, nel quale si era condannati a soffocare per l’estraneità ma tra le cui assurde seduzioni non si poteva far altro che proseguire ancora, smarrirsi ancora.”

(Franz Kafka, “Il castello”, ed. Einaudi)

“Il nostro cuore” (Guy de Maupassant)

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“Conosceva bene tutto questo, la combattente! Spessissimo, muovendosi con passo felino e animata da un’inesauribile curiosità, aveva indotto quello stesso male segreto e torturatore negli occhi degli uomini che era riuscita a sedurre! La divertiva molto sentirli invaghirsi a poco a poco fino a cadere conquistati, dominati dalla sua invincibile potenza di donna, fino al punto da diventare per loro l’Unica, l’Idolo capriccioso e sovrano! Ciò aveva fatto emergere in lei gradatamente, come una dote nascosta che cresce, l’istinto della lotta e della conquista. Nei suoi anni di matrimonio era forse germinata nel suo cuore la necessità della ritorsione, un bisogno oscuro di rendere alla totalità degli uomini ciò che uno solo di loro aveva fatto a lei, il bisogno di essere a sua volta la più forte, di piegare le volontà, di frustrare le resistenze e perfino di far soffrire. Ma soprattutto, la vanità era innata in lei e da quando si sentiva libera si era messa a perseguitare e a dominare i suoi innamorati, come un cacciatore insegue le sue prede non per altro che per vederle cadere. Il suo cuore tuttavia non era affatto avido di emozioni, come quello delle donne deboli e sentimentali; non cercava affatto l’amore unico di un uomo, né la felicità di una grande passione. Desiderava solamente l’ammirazione generale, l’omaggio, l’adulazione tenera, chi si inginocchiasse davanti a lei. Chiunque divenisse familiare alla sua casa doveva anche essere schiavo della sua bellezza e nessun interesse intellettuale riusciva a tenerla legata a lungo a chi resisteva ai suoi vezzi, disdegnava le pene d’amore o era forse già altrimenti impegnato. Per restare suoi amici era necessario amarla; e in quel caso lei era prodiga di inimmaginabili premure, di deliziose attenzioni, di infinite gentilezze, con le quali manteneva attorno a sé tutti coloro che aveva catturato. I quali, una volta inclusi nella sua schiera di adoratori, sembrava le appartenessero per diritto di conquista. Lei li governava con atteggiamento saggio, secondo i loro difetti, le loro qualità, la natura della loro gelosia. Quelli che chiedevano troppo, a un certo momento li allontanava; poi, castigati, li riprendeva imponendo condizioni severe; e si divertiva un mondo, da donna perversa qual era, in quel gioco di seduzione che trova ugualmente affascinante impazientire i vecchi e far girare la testa ai giovani.”

(Guy de Maupassant, “Il nostro cuore”, ed. Bordeaux)

Madame Michèle de Burne, ventottenne e seducente vedova, già sposata con un coniuge tiranno e per sua fortuna ormai defunto, ha sviluppato, quasi per reazione al suo infelice matrimonio, l’abilità di attorniarsi di uno stuolo di ammiratori, che lei ama “come si ama un buon cagnolino fedele”. Vanitosa di natura, Madame de Burne gode nel sapersi al centro dell’attenzione, bramata da molti eppure di nessuno, attenta a controllarsi affinché non cada nel rischio di un innamoramento che la farebbe cadere dal ruolo di Idolo che si è assegnata.

André Marolle, invece, Continua a leggere…

“Del sesso” (Jean-Luc Nancy)

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“In questo sguardo, quello dell’altro e il mio, il mio visto in quello dell’altro e viceversa, vi è qualcosa di animale che guarda. Ossia qualcosa che non appartiene alla scena sociale, o meglio che le appartiene in modo diverso, o meglio ancora che appartiene a un’altra scena, la scena della comunicazione dei viventi. L’intimità vi si rivela più intima ancora dell’intimità stessa, poiché non può essere circoscritta come una sfera di estrema riservatezza, dove regnerebbe il diritto di un soggetto indipendente, una potenza sottratta a tutte le altre. Questa intimità non può essere descritta come quel tipo di potenza perché non cessa di ribaltarsi fuori di sé, è nell’imminenza sempre rinnovata di un’apertura sull’assenza di fondo.

Il corpo nudo non è l’ultimo grado di un processo di denudamento che alla fine raggiunge una verità spogliata di ogni artificio. Al contrario, esso è l’esposizione di ciò che non si lascia cogliere né identificare come verità, o almeno non come verità di adeguazione o di significazione. Il corpo nudo non offre la corrispondenza fra una forma e un contenuto, né fra una forma e se stessa. Al contrario, apre la verità che, svelandosi, vela la propria identità: non per dissimularla, ma per attestarne la fuga infinita.

L’intimità del corpo nudo è più intima dell’intimo, come l”interior intimo meo”, invocato da Sant’Agostino.”

(Jean-Luc Nancy, “Del sesso”, ed. Cronopio)

“Tutto quanto può fare è solo d’ispirarci dei desideri…” (Proust)

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“Infatti, una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri (che ci farà comprendere la funzione a un tempo essenziale e limitata che la lettura può avere nella nostra vita spirituale) è questa: che per l’autore essi potrebbero chiamarsi <<conclusioni>> e per il lettore <<incitamenti>>. Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto può fare è solo d’ispirarci dei desideri. Desideri che può destare in noi solo facendoci contemplare la bellezza suprema che il supremo sforzo della sua arte gli ha permesso di attingere. Ma, per una legge singolare (e, d’altronde, provvidenziale) dell’ottica spirituale, – legge che significa forse che la verità non possiamo riceverla da nessuno e che dobbiamo cercarla noi stessi, – quel che rappresenta il termine della loro saggezza ci appare soltanto come il principio della nostra: dimodoché, proprio nel momento in cui ci hanno detto tutto quanto cin potevan dire, essi fanno nascere in noi il sentimento che non ci abbiano ancora detto nulla. D’altro canto, se noi rivolgiamo loro domande cui non possono rispondere, chiediamo anche risposte che non c’istruirebbero punto: perché un effetto dell’amore suscitato in noi dai poeti è di farci attribuire un’importanza letterale a cose che per loro sono soltanto significative di sentimenti personali. In ognuno dei quadri che ci mostrano, sembra ch’essi si limitino a darci soltanto un rapido scorcio d’un paese meraviglioso, unico al mondo, nel cuore del quale vorremmo che ci facessero penetrare.”

(Marcel Proust, “Sulla lettura”, ed. Bur Rizzoli)

“II. Milena” (n. 28 da “Frammenti da un camino”)

– Stasera ti offrirò una birra, alle nove. Dove abiti?

Per quale motivo aveva accettato, sia pure rimandando al giorno successivo? Milena non sapeva rispondersi e, scrutando i volti riflessi nel finestrino della metro, ipotizzava un cambiamento di programma: scendere a Piazza di Spagna, starsene un po’ lì a zonzo e tornarsene a casa, lasciando il misterioso Arturo in sterile attesa. Sarebbe stato più razionale, ma lei, ora, aveva voglia di razionalità o piuttosto di altro? Inoltre, non avrebbe saputo spiegargli il perché di una ritirata. Non poteva scappare, non più. In fondo, il peggio che potesse succedere era trascorrere una serata noiosa; al meglio, preferiva non pensare, perché le incuteva ancora più inquietudine. Com’era stato possibile che, in un paio di settimane, quell’antipatia iniziale si fosse tramutata in questa destabilizzante sensazione di curiosità? Cosa si celava oltre i limiti che i ruoli da cliente e commessa imponevano loro?

Le voci degli altri passeggeri fungevano da morbido sottofondo alla danza di pensieri sconnessi che si librava nella testa di Milena. Adesso riviveva il drastico passaggio dal “lei” al “tu”; le si era avvicinato mentre riponeva alcuni libri negli scaffali e, senza premesse, le aveva rivolto quelle parole che, più che a una domanda, assomigliavano a un imperativo senza alternative.

– Eh… No, non posso, ho un impegno con… una mia amica, – aveva balbettato.

“Una mia amica”, questo era diventato Marco, ignaro, oltre che del sopravvenuto mutamento di sesso, anche dell’abisso che, inesorabile, si stava spalancando sotto di lui. Milena si chiedeva perché avesse mentito ad Arturo, invece di dirgli semplicemente che non voleva vederlo. E la risposta era tanto semplice quanto spiazzante: lei voleva vederlo. Aveva svicolato in quel modo poco convincente, tanto che adesso era sicura che Arturo, quella mattina, avesse già capito tutto. Si era tradita con quella due brevi ma significative pause.

Percepiva una metamorfosi in atto e, per quanto cercasse di rimandare le riflessioni a dopo l’incontro, autoconvincendosi che si stava solo recando a bere un bicchiere con un conoscente e nulla più, non poteva respingere l’orda sinaptica che la assaliva. A un pensiero ne seguiva un altro, ma tutto in modo caotico, senza che riuscisse a cogliere quale fosse, e se ci fosse, un punto dal quale dipanare la matassa. Cercava di scindere la curiosità per ciò che sarebbe accaduto di lì a poco da quel che, invece, era già fissato nella sua esistenza e destinato a finire. Arturo da una parte e Marco dall’altra. L’uno, privo di un passato e dall’ignoto presente; l’altro ancora presente, senza futuro ma con un gigantesco carico di passato. Non doveva mescolare le cose, l’incontro con Arturo non era necessariamente legato all’incombente fine della storia con Marco, eppure era inevitabile confondersi, e persino inquietarsi nell’ammettere che aveva una voglia enorme di parlare con l’odioso Arturo, mentre alla sola idea di Marco, dell’innamorato Marco, uno sbadiglio le saliva sulle labbra a certificare l’agonia di quella lunga storia d’amore, la prima e l’unica per lei. “Siamo labili, deboli, crudeli”, pensò, atterrita nel vedersi proseguire, comunque, verso l’ambigua destinazione Arturo.

– Ieri in realtà dovevo uscire con il mio ragazzo, – disse ad Arturo, venti minuti dopo, mentre seduti l’uno di fronte all’altro sorseggiavano una birra, parziale ristoro dall’afa terrificante di quella sera.

– Per me non cambia granché, ora sei qui, – rispose lui, con la solita aria glaciale, ma condita da un accenno di sorriso che fatalmente la investì.

Le venne voglia di vuotargli il boccale di birra in testa, proprio come avrebbe voluto fare con lo scaffale qualche settimana prima, per vedere se finalmente lui avesse dismesso quella maschera enigmatica. Ma anche stavolta non fece nulla, anzi restò attonita di fronte a quella risposta, a quello sguardo, a quel petto esuberante che, libero dai soliti vestiti eleganti che egli indossava, sembrava volesse esondare da una maglietta aderente. Milena smaniava per qualcosa d’indefinito, ma fece finta che tutto fosse sotto controllo, anche se davvero nulla lo era. Perché, altrimenti, oltre alla persistente voglia d’infrangergli un bicchiere in testa, aveva voglia anche di avvilupparsi a quelle labbra, per scoprire il sapore sarcastico del ghiaccio in cui sembravano essere intagliate?

(Gli altri frammenti nell’apposita sezione)

“Re, donna, fante” (Vladimir Nabokov)

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“Quando invece era solo con Martha, sentiva costantemente una languida pressione alla sommità della spina dorsale, gli si stringeva il petto, gli si indebolivano le gambe e le sue dita conservavano a lungo la fresca forza della stretta di mano della donna. Riusciva a calcolare con approssimazione di un centimetro la misura esatta in cui lei mostrava le gambe passeggiando per la stanza o sedendosi con le gambe accavallate e percepiva, quasi senza guardare, la tesa lucentezza delle sue calze, il rigonfiamento del suo polpaccio sinistro sopra il ginocchio destro; e la piega della gonna, declive, morbida, leggera, nella quale sarebbe stato bello affondare il viso. A volte, quando si alzava e gli passava davanti per avvicinarsi alla radio, la luce la colpiva con un’angolazione tale da lasciar intravedere la linea delle sue cosce attraverso il leggero tessuto della gonna; e una volta che aveva una smagliatura a forma di scala in una calza, si era leccata un dito per tamponare rapidamente la seta. Ogni tanto, quella languida sensazione di peso diventava troppo opprimente e allora, approfittando magari di un momento in cui i suoi occhi erano rivolti altrove, perlustrava la sua bellezza cercandovi qualche piccolo difetto sui cui potesse far leva per calmare la sua fantasia, e per lenire quindi l’implacabile tumulto dei sensi.”

(Vladimir Nabokov, “Re, donna, fante”, ed. Adelphi)

In un’introduzione scritta nel 1967, Nabokov afferma che “Re, donna, fante” è il suo romanzo più allegro, oltre a spiegarci che fu pubblicato una prima volta nel 1928 a Berlino, con un diverso titolo, ad opera di una casa editrice specializzata nella pubblicazione di opere di emigranti russi, per poi essere tradotto in inglese dal figlio nel 1966, e infine ripubblicato dopo un ulteriore “abbellimento del cadavere” ad opera del grande romanziere, il quale è, a mio parere (e non solo) e sulla scorta di tutti i titoli letti finora, uno dei più grandi autori del Novecento. Bella scoperta, la mia! Con Nabokov anche quello che potrebbe essere catalogata come un classico triangolo passionale, diventa un esercizio affabulatorio, un’elegante immersione nel mondo delle parole, una trama che ammalia, avvince, fa restare con gli occhi incollati alle pagine.

Nel risvolto di copertina dell’edizione Adelphi è scritto che “Nabokov ci descrive la bellezza vuota e rapace di una donna fredda, l’estasi labile e sgomenti di chi l’ammira, la felice astrazione di chi guarda e non vede”. In altre parole, Nabokov ci narra la storia di Kurt Dreyer, uomo d’affari di mezza età, ricco, sposato con Martha, arpia che lo sfrutta a dovere e riesce a celargli la relazione con Franz, giovane nipote dell’uomo, incontrato dai due “per caso” sul treno che portava tutti a Berlino, e destinato a lavorare presso l’azienda dello zio. In sostanza, senza svelare oltre, si può dire che sul piano della trama tutto è detto: lui, lei, l’altro. La grandezza, però, sta nel come l’autore ci trascina in questo vortice d’inganni, finzioni, ipocrisie, ma anche ardori. E il come di Nabokov è, al solito, grandioso, capace di rendere intrigante persino uno sbadiglio.

 

Sbadiglio

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Ammiro gli sbadigli, anche quando me li sbattono in faccia, perché chi li fa è avviato verso un mondo comunque più affascinante, quello dei sogni.
Quel mandrillo di Nabokov, però, mi fa dubitare delle mie certezze, quasi che la mia passione per gli sbadigli possa davvero avere un’altra fonte, meno onirica e più ormonale (che poi le due cose sono tutt’altro che scisse, anzi.)

Brano tratto da “Re, donna, fante”, di Vladimir Nabokov, ed. Adelphi.

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