Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Poesie del disamore” (Cesare Pavese)

Poesie disamore

“Torneremo per strada a fissare i passanti
e saremo passanti anche noi. Studieremo
come alzarci al mattino deponendo il disgusto
della notte e uscir fuori col passo di un tempo.
Piegheremo la testa al lavoro di un tempo.
Torneremo laggiù, contro il vetro, a fumare
intontiti. Ma gli occhi saranno gli stessi
e anche i gesti e anche il viso. Quel vano segreto
che c’indugia nel corpo e ci sperde lo sguardo
morirà lentamente nel ritmo del sangue
dove tutto scompare.
Usciremo un mattino,
non avremo più casa, usciremo per via;
il disgusto notturno ci avrà abbandonati;
tremeremo a star soli. Ma vorremo star soli.
Fisseremo i passanti col morto sorriso
di chi è stato battuto, ma non odia e non grida
perché sa che da tempo remoto la sorte
– tutto quanto è già stato o sarà – è dentro il sangue,
nel sussurro del sangue. Piegheremo la fronte
soli, in mezzo alla strada, in ascolto di un’eco
dentro il sangue. E quest’eco non vibrerà più.
Leveremo lo sguardo, fissando la strada.”

(Cesare Pavese, “Ritorno di Deola”, in “Poesie del disamore”, ed. Einaudi)

 

“Il mondo del sesso” (Henry Miller)

“Noi continuiamo ad immaginarci che il mondo sia fatto così e così. Ci muoviamo sbadatamente sullo sfondo di un panorama che cambia caleidoscopicamente. E in questo sbadato arrancare, ci tiriamo dietro molte immagini d’attimi di esistenza passata. Finché non incontriamo ‘lei’. Improvvisamente il mondo non è più lo stesso. Tutto è cambiato. Ma come può cambiare in un batter d’occhio il mondo intero? È un’esperienza che abbiamo fatto tutti, eppure non serve a portarci più vicino alla verità. Continuiamo a bussare alla porta… Ho visto una volta un ritratto di Rubens all’epoca del matrimonio con la sua giovane moglie. Erano raffigurati insieme, lei seduta e lui in piedi dietro di lei. Non dimenticherò mai l’impressione fattami da quel quadro. Fu come dare una lunga occhiata nel mondo della felicità. Mi sembrava di sentirlo, il vigore di quel Rubens nel fior della vita; di sentire la fiducia che la sua giovanissima e amabilissima consorte destava in lui. Intuivo che doveva essere successo qualcosa di intimamente irresistibile, qualcosa che il Rubens pittore si era sforzato di fissare per sempre in quel quadro di felicità coniugale. Non conosco la biografia di Rubens e perciò non so se con quella donna abbia poi vissuto felice o no. Quel che successe dopo il momento fissato in quel dipinto, non m’importa. Il mio interesse sta tutto in quel momento che mi ha turbato e ispirato. Resta incancellabile nella mia mente.
E allo stesso modo io so che certe cose, che ho consegnato alla pagina scritta, sono vere e imperiture. Quel che è successo dopo, a me o a «lei», ha poca importanza.”
(Henry Miller, “Il mondo del sesso”, ed. Arnoldo Mondadori editore)

“Il muro” (Jean-Paul Sartre)

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“In quel momento ebbi l’impressione che tutta la mia vita mi fosse davanti e pensai: <<È una sporca menzogna>>. Essa non valeva nulla dal momento che era finita. Mi chiedevo come avessi potuto andare in giro, scherzare con le ragazze: non avrei mosso neppure il dito mignolo se soltanto avessi potuto immaginare che sarei morto così. La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto ciò che vi era dentro era incompiuto. Un istante cercai di giudicarla. Avrei voluto potermi dire: è una bella vita. Ma non si poteva formulare un giudizio su di essa, era un abbozzo; avevo passato il mio tempo a rilasciar cambiali per l’eternità, non avevo capito niente. Non rimpiangevo nulla: vi erano un mucchio di cose che avrei potuto rimpiangere, il sapore dei manzanilla o i bagni che facevo in estate in una piccola conca vicino a Cadice; ma la morte aveva privato ogni cosa del suo incanto.”

(Jean-Paul Sartre, “Il muro”, ed. Einaudi)

“… la succhio come una caramella…”

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“… sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.”
(Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”, ed. Einaudi)

“Il gaucho insopportabile” (Roberto Bolaño)

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“Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che stanno per morire. Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che sono in prigione e negli ospedali. Gli impotenti l’unica cosa che vogliono è scopare. I castrati l’unica cosa che vogliono è scopare. I feriti gravi, i suicidi, i seguaci irredenti di Heidegger. Perfino Wittgenstein, che è il più grande filosofo del Novecento, l’unica cosa che voleva era scopare. Perfino i morti, ho letto da qualche parte, l’unica cosa che vogliono è scopare. È triste doverlo ammettere, ma è così.”

“Racconta Canetti nel suo libro su Kafka che il più grande scrittore del Novecento capì che i suoi dadi erano tratti e che nulla ormai lo separava più dalla scrittura il giorno in cui per la prima volta sputò sangue. Che cosa intendo dire quando dico che nulla ormai lo separava più dalla sua scrittura? Sinceramente, non lo so bene. Intendo dire, suppongo, che Kafka capiva che i viaggi, il sesso e i libri sono strade che non portano da nessuna parte, eppure sono strade su cui bisogna spingersi e perdersi per ritrovarsi o per trovare qualcosa, qualunque cosa, un libro, un gesto, un oggetto perduto, per trovare qualunque cosa, forse un metodo, con un po’ di fortuna il nuovo, quello che è sempre stato lì.”

(Roberto Bolaño, “Il gaucho insopportabile”, ed. Adelphi)

“Hai amato queste persone finché loro ti hanno amato…” (Thomas Bernhard)

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“Hai amato queste persone finché loro ti hanno amato, e le hai odiate dal momento in cui loro ti hanno odiato. Com’è naturale, non ho mai pensato che sarei loro sopravvissuto; al contrario, ero sempre stato dell’avviso che un giorno sarei stato io il primo a morire. La situazione che si è ora instaurata è quella a cui non ho mai pensato, a tutte le altre situazioni possibili ho sempre continuato a pensare, a questa mai. Molto spesso avevo immaginato e molto spesso anche sognato di morire, di lasciarmeli alle spalle, di lasciarli soli senza di me, di averli liberati di me morendo, mai che sarebbero stati loro a lasciarmi. Il fatto che ora siano morti loro e non io, era per me al momento non solo il più imprevisto che si potesse concepire, era per me la cosa sensazionale. Quell’elemento sensazionale, la natura sensazionale di quell’evento elementare era ciò che mi traumatizzava, non, in sé, il fatto che ora fossero morti, e morti in maniera irrevocabile.”

(Thomas Bernhard, “Estinzione”, ed. Adelphi)

“Un individuo nudo tra individui vestiti” (Milena su Kafka)

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“Franz non ha la capacità di vivere, Franz non guarirà mai, Franz morirà presto. Certo è che tutti noi siamo apparentemente capaci di vivere perché una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell’entusiasmo, nell’ottimismo, in una convinzione, nel pessimismo o in qualcos’altro. Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo, è assolutamente incapace di mentire, com’è incapace di ubriacarsi, è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È come un individuo nudo tra individui vestiti.”

(estratto da una lettera di Milena Jesenská a Max Brod, amico e poi biografo di Franz Kafka)

La foto mi sembra un fotomontaggio, ma non so. Spero che almeno lei sia Milena Jesenská.

Il testo è tratto dalla trasmissione “Carteggi” di Radio 6 Teca, i cui podcast sono disponibili qui: http://www.wr6.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-735b7366-1ef2-48d9-9d07-76126e40dca6.html

“Patrimonio” (Philip Roth)

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“Poi, cinque o sei settimane dopo, verso le quattro del mattino, avvolto in un bianco sudario venne a rimproverarmi. Disse: <<Avrei dovuto indossare un vestito. Hai fatto la cosa sbagliata>>. Mi svegliai urlando. Tutto ciò che faceva capolino dal sudario era il rammarico sulla sua faccia morta. E le uniche parole che disse erano una ramanzina: l’avevo vestito per l’eternità con i panni sbagliati.

Al mattino mi resi conto che aveva inteso alludere a questo libro, che, in carattere con l’indecenza della mia professione, avevo continuato a scrivere mentre lui era malato e moriva. Il sogno mi diceva che, se non nei miei libri o nella mia vita, almeno nei miei sogni sarei vissuto in eterno come il suo figlio piccolo, con la coscienza di un figlio piccolo, proprio come lui sarebbe rimasto vivo non soltanto come mio padre ma come il padre, per giudicarmi qualunque cosa io faccia.

Non devi dimenticare nulla.”

(Philip Roth, “Patrimonio”, ed. Einaudi)

Non so esattamente perché e non è così importante scoprirlo, ma ho pianto per un paio di minuti quando ho chiuso “Patrimonio” di Philip Roth, anzi già piangevo mentre leggevo le ultime pagine. Questo forse non è un motivo sufficiente per consigliare un libro, e allora aggiungo solo qualche altra parola. Roth racconta la morte del padre, Hermann, e lo fa iniziando dalla scoperta di un tumore che condannerà l’ottantaseienne e indomito ex-assicuratore, determinato a sopravvivere eppure già con mezza faccia paralizzata. Considerato l’argomento del romanzo, parrebbe ovvio dedurne che non possa trattarsi di una lettura allegra, e infatti tale non è. Al tempo stesso, però, Roth è così grande che riesce a strapparci lacrime sia per le risate che per la malinconia, nonché l’ansia e la paura che affliggono lui, figlio, di fronte a un padre che sta per morire e che pure, nonostante il crollo evidente, non vuole mollare.

“Puoi fare promesse, raccontare le ultime novità, chiedere la loro comprensione, il loro perdono, il loro amore; o puoi scegliere l’altro approccio, quello attivo, puoi strappare le erbacce, distribuire meglio la ghiaia, toccare con le dita le lettere incise nella lapide; puoi persino inginocchiarti e mettere le mani direttamente sui loro resti; toccando la terra, la loro terra, puoi chiudere gli occhi e ricordare com’erano quando erano ancora con te. Ma nulla viene alterato da questi ricordi, se non che il defunto sembra ancora più distante e irraggiungibile di quanto lo fosse mentre eri in macchina dieci minuti prima. Se al cimitero non c’è nessuno che ti osserva, per far sembrare che il morto non sia morto puoi fare delle cose piuttosto strampalate. Ma anche se riesci a emozionarti quanto basta per avvertire la sua presenza, in ogni caso te ne vai senza di lui. Ciò che provano i cimiteri, almeno alle persone come me, non è che i morti sono presenti, ma che se ne sono andati. Loro se ne sono andati, e noi ancora no. Questo è fondamentale, e per quanto inaccettabile lo si afferra abbastanza facilmente.”

“Il pozzo” (Juan Carlos Onetti)

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“L’amore è una cosa troppo meravigliosa perché uno possa stare a preoccuparsi del destino di due persone che non hanno fatto altro che averlo, inspiegabilmente. Non mi interessa sapere che cosa può capitare al signor Eladio Linacero e alla signora Cecilia Huerta Linacero. Basta scrivere i nomi per accorgersi quanto è ridicolo tutto questo. Era amore ed era finito, non c’era né prima né seconda istanza, era un vecchio cadavere. Che importa il resto. Ma nell’istruttoria c’è una cosa che non riesco a dimenticare. Non cerco di giustificarmi; possono scrivere quello che vogliono quei topi di fogna del tribunale. È tutta colpa mia: non mi interessa guadagnare soldi né avere una casa confortevole con radio, frigorifero, stoviglie e un water impeccabile. Il lavoro mi sembra una sciocchezza odiosa cui è difficile sottrarsi. La poca gente che conosco non merita che il sole le arrivi in faccia. Che mi importa di loro, e della signora Cecilia Huerta Linacero.

Ma nell’istruttoria si racconta che una notte svegliai Cecilia, che <<minacciandola la obbligai e la portai all’incrocio della rambla con calle Eduardo Acevedo>>. Là <<iniziai a comportarmi in modo anomalo, obbligandola ad allontanarsi e a tornare da me camminando, più volte, e a ripetere frasi senza senso>>. Si dice che ci siano vari modi di mentire, ma il più ripugnante di tutti è dire la verità, tutta la verità, però occultando l’anima dei fatti. Perché i fatti sono sempre vuoti, sono recipienti che prendono la forma del sentimento che li riempie.”

(Juan Carlos Onetti, “Il pozzo”, ed. Sur)

Giunto alle soglie dei quarant’anni, Eladio Linacero decide che è il momento di scrivere qualcosa sulla sua esistenza, anche se ammette di non saper scrivere. Nelle neanche quaranta pagine che costituiscono questo romanzo breve, Onetti, del quale avevo già apprezzato “Gli addii”, ci fa conoscere un uomo scettico, disilluso, malinconico, cinico, pessimista, e lo fa attraverso pochi ma incisivi ricordi che il protagonista ci narra, a cavallo tra una realtà ricordata con amarezza e il mondo dei sogni nei quali, tra gli altri, gli appare Ana María, morta a soli diciotto anni e da lui conosciuta fugacemente.

Mi fermo qui perché il libro si legge tutto d’un fiato e non avrebbe senso dilungarmi ulteriormente sulla breve, ma densa e poetica trama. La prossima tappa che percorrerò nel mondo di Onetti è il più corposo “La vita breve”.

“Purity” (Jonathan Franzen)

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“A Pip non importava niente di <<arrivare a conoscere>> suo padre, sua madre le bastava e avanzava, ma riteneva che lui le dovesse dei soldi. I centotrentamila dollari del suo debito studentesco erano molti meno di quelli che aveva risparmiato non mantenendola e non mandandola al college. Naturalmente poteva darsi che non intendesse sborsare dei soldi per uno figlia di cui non aveva potuto godere l’ <<uso>>, e che non gli offriva neppure alcun <<uso>> futuro. Ma considerando l’ipocondria e l’isteria di sua madre, Pip poteva immaginarlo come un uomo fondamentalmente perbene dal quale sua madre aveva tirato fuori il peggio e che adesso era pacificamente sposato con un’altra, e che forse sarebbe stato contento e grato di sapere che la figlia perduta era viva; grato abbastanza da mettere mano al portafogli. In caso di necessità, Pip era anche disposta a offrire modeste concessioni, qualche telefonata o e-mail ogni tanto, una cartolina di Natale una volta all’anno, l’amicizia su Facebook. A ventitre anni aveva superato da un pezzo l’età dell’affidamento, aveva poco da perdere e tanto da guadagnare. Le servivano solo il nome e la data di nascita di suo padre. Ma sua madre custodiva quelle informazioni come se fossero un organo vitale che Pip stesse cercando di strapparle dal corpo.”

(Jonathan Franzen, “Purity”, ed. Einaudi)

Purity Tyler è una giovane che per lavoro promuove telefonicamente cose piuttosto vaghe e che per frequentare l’università ha dovuto contrarre un debito ingente. Pip, questo il suo soprannome, ha una madre che ha un morboso bisogno di lei e che si rende invisibile al resto del mondo, nonché misteriosa agli stessi occhi della figlia. A Purity la madre ha soltanto raccontato che quando lei aveva undici anni, sono scappate da un padre violento, al punto da costringere la donna (la madre) a cambiare identità. Pip, dunque, non sa che fine abbia fatto suo padre, anzi non lo ricorda nemmeno, non conosce il vero nome della madre, frequenta un comitato contro il nucleare e soprattutto vive in coabitazione con alcuni personaggi ai margini della società.

Quando il “caso”, che poi si rivelerà non essere tale, la mette sulla strada di Andreas Wolf e della sua “Sunlight Project”, Purity è perplessa, Continua a leggere…

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