Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Peggio che nudo – più disarmato diciamo.”

“La chiave per la soluzione è che dovresti essere onesto al 100%. E questo non significa semplicemente sincero ma pressoché nudo. Peggio che nudo – più disarmato diciamo. Indifeso. <<Questa cosa che sento, non so definirla chiaramente ma sembra importante, la senti anche tu?>> – questo genere di domanda diretta non fa per i pudibondi. Tanto per cominciare, è pericolosamente vicina a <<Ti piaccio? Vorrei tanto piacerti>>, e sai benissimo che il 99% di tutta la manipolazione interumana e degli stronzissimi colpi bassi che avvengono, avvengono proprio perché l’idea di dire chiara e tonda una cosa del genere in qualche modo è considerata oscena. In effetti uno degli ultimissimi tabù interpersonali che ci rimangono è questo tipo di interrogazione diretta oscenamente nuda rivolta a un altro. Sembra patetica e disperata. È così che sembrerà alla lettrice. E così deve essere. Non c’è verso. Se ti fai avanti e le chiedi se e cosa sente, non ci può essere niente di lezioso o di retorico o di finto-onesto-per-piacerle nella cosa. Lo liquida in partenza. Lo capisci? Un briciolo meno della sincerità inerme patetica nuda e cruda e ti ritrovi dritto nel funesto rompicapo. Ti devi presentare a lei con la coda tra le gambe al 100%.”

 (David Foster Wallace, “Brevi interviste con uomini schifosi”, ed. Einaudi)

“Cosa c’è che non va?”

Stamattina, mentre (simpaticamente) con una mano mi rigiravo le viscere e con l’altra il cervello, mi è tornata in mente un’efficace strategia suggeritami tempo fa. L’amico David, peraltro, qui non si sofferma sulla reazione di chi chiede a sé stesso (n.d.r.: stavolta ho voluto mettere l’accento su sé, anche se seguito da “stesso”, per motivi che non è il caso di affrontare in questa parentesi che va a chiudersi) “Cosa c’è che non va?”, domanda alla quale è possibile sfuggire, prendendo tempo, proprio rigirandosi le viscere, il cervello e tutto ciò che è a disposizione per tali operazioni.

“Il quinto effetto dipende più da te, da come ti considerano gli altri. È efficace anche se ha un uso più limitato. Facci caso, ragazzo. Appena ti ritrovi a fare due chiacchiere con la persona giusta, interrompiti all’improvviso a metà del discorso, guardala dritto negli occhi e dì: “Cosa c’è che non va?” Dillo in tono preoccupato. Quella dirà: “In che senso?” E tu: “Qualcosa non va. Si capisce. Che cos’è?” E quella ti guarderà sbigottita dicendo: “Come fai a saperlo?” Non si rende conto che c’è sempre qualcosa che non va, in tutti. Spesso più di una sola cosa. Non sa che tutti vanno sempre in giro con qualcosa che non va e sono convinti di fare un grande sforzo di volontà e di controllo per impedire agli altri, che secondo loro non hanno mai niente che non va, di accorgersene. Le persone sono fatte così. Chiedi di punto in bianco cosa c’è che non va e, che decidano di vuotare il sacco o neghino fingendo che sei fuori strada, ti considereranno intuitivo e perspicace. O ti saranno grate, o si spaventeranno evitandoti a partire da quel momento. Due reazioni che hanno una loro utilità, come vedremo. Puoi giocartela come meglio credi. Funziona il novanta per cento delle volte.”

(David Foster Wallace, “Il re pallido”)

“L’opera galleggiante” (John Barth)

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“…poiché mi apparve chiaro dopo soli due anni di domande, indagini, letture e ore passate a fissare la parete, che non v’è nessun fuoco fatuo così elusivo quanto la causa di qualsivoglia atto umano. È abbastanza facile passare settimane chini sopra rendiconti bancari, registri, lettere di agenti di borsa: passare mesi a esaminare archivi di giornale, rapporti sul mercato azionario, volumi sulla teoria e sulla storia dell’economia; passare anni a interrogare in maniera attenta, non affrettata, apparentemente disinvolta ogni persona che avesse avuto più d’una superficiale conoscenza di mio padre. Tutto ciò è solo una ricerca più o meno laboriosa. Ma è ben diverso esaminare questo ammasso di informazioni e scorgerci dentro, in maniera così chiara che discuterne sia fuori discussione, la causa di un atto umano.”

(John Barth, “L’opera galleggiante”, ed. minimum fax)

John Barth per me ha rappresentato una scoperta folgorante, me ne sono innamorato (nei limiti del rapporto scrittore-lettore) dopo poche pagine e la passione è cresciuta nel corso della lettura di “L’opera galleggiante”, romanzo di difficile “catalogazione” e che per la modalità in cui è scritto avrebbe potuto respingermi dopo poco, se non fosse stato così divertente, avvincente e anche altro. Prima di scrivere qualcosa di più preciso, devo dire che ho acquistato questo libro allo stand della minimum fax, presso la “Fiera della piccola e media editoria”, svoltasi a Roma tra il 4 e l’8 dicembre scorsi, e l’ho comprato perché incuriosito dalla descrizione nel retro del libro, ma soprattutto perché ricordavo, sia pure molto vagamente, che Barth aveva qualcosa a che fare con David Foster Wallace, autore che ammiro.

Solo successivamente, quando ormai ero stato rapito dalla prosa avvolgente di Barth, sono riuscito a ricordarmi che il riferimento a Wallace era contenuto nella prefazione che Martina Testa (ottima traduttrice, ma non solo, dei due) aveva scritto per “Verso l’Occidente l’impero dirige il suo corso”, nella quale aveva rilevato che il romanzo di Wallace rappresenta Continua a leggere…

Telefonate al libraio.

Se avete letto qualcosa di David Foster Wallace, ma in particolare “Brevi interviste con uomini schifosi”, forse avrete notato, come me, il breve saggio introduttivo di Zadie Smith.
Adesso dimenticatelo, telefonate in piena notte al vostro libraio di fiducia e ordinate “Cambiare idea” (ed. Minimum Fax) della Smith.
Domani vi parlerò anche delle prime 364 pagine, ma intanto, voi amanti di David Foster Wallace, riprovate a chiamare il libraio, anche nel cuore della notte se non vi ha ancora risposto.
Se siete riusciti ad avere il libro, andate a pagina 365 e cominciate a leggere il saggio di Zadie su David. No, non la versione di quattro pagine che ho citato all’inizio, ma quella di circa cinquanta pagine.
Una volta che l’avrete finito, telefonatemi per raccontarmi che ne pensate.
Infine, telefonate di nuovo al librario e, se non fosse a conoscenza di ciò che vi ha venduto, tenetelo inchiodato al telefono e leggetegli il saggio.

La scrittura come “dono” (Zadie Smith su David Foster Wallace)

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“Secondo i critici, Brevi interviste era un libro ironico sulla misoginia. Leggerlo era come essere intrappolati in una stanza con misogini ironici e impasticcati, o qualcosa di simile. Secondo me, leggere Brevi interviste non era affatto come essere intrappolati. Era come essere in chiesa. E la parola importante non era ironia ma dono. Dave ha detto cose geniali sul dono: sulla nostra incapacità di dare gratuitamente, o di accettare quello che ci viene dato gratis. Nei suoi racconti, dare è diventato impossibile: la logica di mercato permea ogni aspetto della vita. Un tizio non riesce a regalare un vecchio attrezzo agricolo; deve dire che costa cinque dollari perché qualcuno si decida a prenderlo. Una persona depressa vuole disperatamente ricevere attenzione ma non sa darla. I normali rapporti sociali sono mantenuti solo perché “sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì”.

(omissis)

“Si trattava del suo talento, di una grandezza talmente smaccata da confondere le idee: perché un giovanotto così dotato dovrebbe creare opere così ostiche e complesse? Ma la prospettiva dell’economia del dono va ribaltata. In una cultura che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione, il linguaggio, il pensiero autonomo, una complessità come quella di Dave è un dono. Le sue frasi ricorrenti, meandriche, richiedono una seconda lettura. Al pari del ragazzino che aspetta di tuffarsi, la loro osticità spezza “il ritmo che esclude il pensiero”. Ogni parola che cerchiamo sul dizionario, ogni concetto che mette a dura prova cuore e cervello: tutto contribuisce a spezzare il ritmo dell’assenza di pensiero – e ci vediamo restituire i nostri doni. Continua a leggere…

La “modernità” di Dostoevskij per David Foster Wallace

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Trovo, in un angolo della mia stanza, alcune pagine fotocopiate e sottolineate. Si tratta di un estratto da “Considera l’aragosta”, volume che raccoglie alcuni scritti di David Foster Wallace. Nello specifico, sono le pagine relative al saggio “Il Dostoevskij di Joseph Frank”, scritto a metà degli anni Novanta, con il quale Wallace recensisce la monumentale opera di Frank, dedicata a Dostoevskij (e credo, purtroppo, inedita in Italia; ma spero di essere smentito), cercando di spiegare l’attualità delle opere dello scrittore russo. Riporto, a seguire, alcuni brani del saggio, che mi sono riletto tutto d’un fiato.

“Dostoevskij è un titano della letteratura, e in un certo senso questo può essere il bacio della morte per uno scrittore, perché diventa facile considerarlo l’ennesimo Autore canonico color seppia, amabilmente morto. Le sue opere, la montagna di saggi critici a esse ispirati, sono tutte acquisizioni obbligatorie per le biblioteche universitarie… ed è lì che stanno di solito, a ingiallire, a odorare dell’odore dei libri di biblioteca più vecchi… Trasformare qualcuno in un’icona equivale a trasformarlo in un’astrazione, e le astrazioni non sono in grado di avere una comunicazione vitale con i vivi… Ed è vero che ci sono elementi dei libri di Dostoevskij alieni e indisponenti. Si sa che il russo è difficile da tradurre e quando a tale difficoltà si aggiungono gli arcaismi del linguaggio letterario ottocentesco la prosa/i dialoghi di Dostoevskij possono spesso risultare manierosi e pleonastici e sciocchi…”

“Ma il senso più ampio (che, sì, potrebbe essere piuttosto ovvio) è che per alcune opere d’arte vale la pena faticare un po’ di più per superare tutte le cose che ci impediscono di apprezzarle; e per i libri di Dostoevskij ne vale decisamente la pena. Continua a leggere…

“Dostoevskij” (Stefan Zweig)

Castelvecchi_Dostoevskij“I protagonisti di Dostoevskij non entrano pacificamente nelle leggi del nostro mondo, ma arrivano sempre col loro sistema sensitivo fin giù ai profondi problemi primordiali. In loro l’uomo moderno di sensibilità nervosa si unisce all’uomo primitivo che non sa altro della vita che la propria passione e che, insieme con l’estrema comprensione, balbetta anche alle prime domande del mondo. Le loro forme non si sono ancora raffreddate, la loro pietra non s’è ancora stratificata, la loro fisionomia non s’è ancora regolata. Sono sempre incomplete e perciò risultano doppiamente vive. Infatti l’uomo perfetto è anche in sé finito, mentre in Dostoevskij tutto tende all’infinito. Per lui gli uomini sono eroi e hanno valore artistico solo fin quando sono in disaccordo con se stessi, fin quando sono nature problematiche: quelli perfetti, quelli completi li scuote di dosso come l’albero il frutto maturo. Dostoevskij ama i suoi personaggi solo finché soffrono, finché hanno la forma della vita intensificata e discorse, finché sono il caos che vuole trasformarsi in destino”.

(Stefan Zweig, “Dostoevskij”, ed. Castelvecchi)

Autori come Shakespeare, Dante, Goethe, Omero e Dostoevskij costituiscono, per chiunque abbia a che fare con la letteratura, delle pietre miliari con le quali è inevitabile confrontarsi, fosse pure per criticarli. La loro grandezza, oltre che riflettersi, in maniera più o meno consapevole ed esplicita, nelle opere d’improbabili epigoni, è testimoniata dalla folta schiera di saggi, considerazioni, opinioni che altri grandi autori hanno loro dedicato. Su Fëdor Dostoevskij, oggetto di quest’articolo, ricordo, solo per citare pochi esempi, il saggio del critico Bachtin e il volume “Tolstoj e Dostoevskij” di Merežkovskij, o ancora le pagine che Albert Camus gli ha dedicato in “L’uomo in rivolta” o quelle più recenti di David Foster Wallace in “Considera l’aragosta”.  L’elenco potrebbe continuare, ma quel che vorrei sottolineare è come ciascuno degli interpreti del pensiero di Dostoevskij, pur spesso concordando sulle linee generali, ritiene di dover porre l’accento su aspetti peculiari dell’opera del grande scrittore russo, perché, magari, quello è ciò che più sentono come proprio. Anche Stefan Zweig, prolifico autore del quale recentemente ho letto il toccante “Il mondo di ieri”, nel corso della sua esistenza dedicò saggi ad autori come Balzac, Dickens, Stendhal, Tolstoj, Nietzsche e appunto Dostoevskij, al quale sono dedicate le pagine edite da “Castelvecchi”.

Comincio scrivendo che il libro di Zweig non è una biografia allungata con aneddoti, ma Continua a leggere…

Brevi interviste con uomini schifosi (David Foster Wallace)

 

Come ha giustamente scritto Zadie Smith nell’introduzione al libro, “Brevi interviste con uomini schifosi” non è tanto, o almeno non è solo, un libro sarcastico sulla misoginia, ma è anche una riflessione sulla “nostra incapacità di dare gratuitamente, o di accettare quello che ci viene dato gratis”. I personaggi descritti da Wallace nei racconti che compongono l’opera, sono accomunati, appunto, dall’incapacità di sentire l’altro, dall’impossibilità di agire senza un tornaconto egoistico, o per essere più precisi senza non riuscire a non sentire come anche il loro atto più generoso in realtà non sia tale.

Le “brevi interviste” del titolo sono immaginarie conversazioni tra un intervistatore, di cui non sono mai riportate le domande, e lo “schifoso” di turno, che racconta in prima persona le proprie nefandezze emotive. Ad esempio, c’è l’uomo che finge compassione per una donna piangente, ma il cui unico scopo è quello di portarsela a letto, c’è il mutilato che con subdole strategie riesce a far innamorare le donne di lui, c’è quello che di punto in bianco, nel bel mezzo di una tranquilla conversazione, chiede alla donna cosa penserebbe se lui le proponesse di legarla al letto, per godersi quel momento di esitazione sul volto di lei, c’è il malato terminale che rievoca i momenti successivi alla nascita del figlio e le conseguenze che quell’atto ha portato nei rapporti tra lui e sua moglie e così via, fino alla perversa mente di uno psicopatico alla prese con la sua vittima. Un libro certamente “difficile”, inquietante sotto vari aspetti e con minori momenti di evasione rispetto alle altre opere di Wallace. Del resto, considerati i temi trattati, c’era ben poco da evadere.

Ammetto anche di avere avuto la tentazione, circa a metà del libro, di saltare alcune pagine, non tanto per il contenuto, quanto perché un racconto era diventato un esercizio di stile, a mio modesto avviso esagerato. Per il resto, però, ancora una volta ho avuto la conferma di trovarmi di fronte a un cervello che vale la pena “frequentare”.

Chiudo segnalando il racconto sulla Persona Depressa. Rileggerlo oggi, sapendo la fine che ha fatto Wallace, è stato molto toccante.

“Devo ammettere che era un ottimo motivo per sposarla, pensando che meglio di così non mi poteva andare, visto che aveva un bel corpo anche dopo aver sfornato un figlio. Bellissime stupende gambe, aveva sfornato un figlio ma non era tutta sformata e venosa e floscia. Farà l’effetto di essere superficiale, ma è la verità. Avevo sempre avuto questo terrore incredibile di sposare una bella donna che poi ti sforna un figlio e si ritrova col corpo sformato ma tu devi continuare a farci sesso perché hai firmato di continuare a fare sesso con lei per tutta la vita. Farà un effetto orribile, ma nel suo caso lei era come garantita, il figlio non le aveva sformato il corpo, perciò sapevo che con lei potevo firmare a occhi chiusi e farci figli e cercare di comunque di continuare a fare sesso. Fa un effetto superficiale? Dimmi che ne pensi. O la pura verità su questo genere di cose fa sempre un effetto superficiale, sai com’è, le vere ragioni di ognuno, che ne pensi?”

“Quando vennero presentati, lui fece una battuta, sperando di piacere. Lei rise a crepapelle, sperando di piacere. Poi se ne tornarono a casa in macchina, ognuno per conto suo, lo sguardo fisso davanti a sé, la stessa identica smorfia sul viso. A quello che li aveva presentati nessuno dei due piaceva troppo, anche se faceva finta di sì, visto che ci teneva tanto a mantenere sempre buoni rapporti con tutti. Sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì”.

(David Foster Wallace, “Brevi interviste con uomini schifosi”)

Il tennis come esperienza religiosa (David Foster Wallace)

 

“Sono tante le cose brutte nell’avere un corpo. È talmente vero che non ci sarebbe bisogno di esempi, ma citiamo solo brevemente il dolore, le ferite, i cattivi odori, la nausea, la vecchiaia, la gravità, la sepsi, la goffaggine, la malattia, i limiti, ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità. Qualcuno dubita che ci serva aiuto per riconciliarci? Che ne abbiamo un disperato bisogno? È il corpo che muore, in fin dei conti.

Certo, avere un corpo ha anche aspetti magnifici, è solo che coglierli e apprezzarli in tempo reale è molto più difficile. Al pari di certe rare epifanie parossistiche dei sensi (“come sono contento di avere gli occhi per vedere questo tramonto” eccetera) i grandi atleti sembrano catalizzare la nostra consapevolezza di quanto sia meraviglioso toccare e percepire, muoversi nello spazio, interagire con la materia. Vero è che gli atleti sanno fare con il corpo cose che il resto di noi può solo sognarsi. Ma sono sogni importanti: compensano molte cose”.

(David Foster Wallace, “Federer come esperienza religiosa”)

“Il tennis come esperienza religiosa” racchiude due scritti di Wallace, redatti a distanza di dieci anni circa l’uno dall’altro. Chi conosce Wallace sa che il suo profondo rapporto ‘con la racchetta’ ha origine in una gioventù da tennista dilettante giunto alle soglie del professionismo ed evocato dal suo capolavoro, “Infinite jest”, ambientato in un’accademia di tennis, nonché da altri due saggi, contenuti in “Tennis, tv, trigonometria e tornado” e in “Considera l’aragosta”.

Quando era trasmesso quasi interamente “in chiaro”, seguivo il tennis in maniera assidua, poi ho lentamente perso interesse, anche se tuttora, quando capita (di rado), mi godo qualche incontro. Quindici – venti anni fa, però, ero molto più “dentro” la materia, il mio prediletto era Michael Chang, quello delle banane mangiate a bordo campo, e conosco gran parte degli atleti citati da Wallace nel primo dei due scritti, vale a dire “Democrazia e commercio agli US Open”. So, inoltre, chi è Roger Federer, da molti considerato il più grande tennista mai esistito (per quanto i paragoni di tal genere siano sempre opinabili, ma sul punto taccio perché non ho un’adeguata conoscenza della materia “tennis”). Per inciso, devo dire che un passaggio di “Roger Federer come esperienza religiosa” colpisce proprio la mia ignoranza in materia, allorché Wallace sottolinea come “il tennis in tv sta al tennis dal vivo più o meno come i video porno stanno alla realtà vissuta”, invitando il lettore che non l’abbia mai fatto (cioè anche me) a vedere dal vivo una partita tra professionisti per accorgersi della differenza. Continua a leggere…

Verso Occidente l’impero dirige il suo corso (David Foster Wallace)

Quando lessi per la prima volta un libro di David Foster Wallace, non molto tempo fa, ebbi la sensazione che di lì a poco avrei divorato tutta la sua produzione letteraria. Il proposito è stato mantenuto solo in parte, perché ho preferito staccarmi per un po’ da lui, consapevole che in Wallace avrei trovato un rifugio sicuro per uno dei Momenti Di Crisi Del Lettore Che Non Sa Cosa Leggere.

Nella prefazione a questo romanzo breve, Martina Testa, peraltro anche traduttrice per la “Minimum fax”, spiega egregiamente quali siano i diversi livelli di lettura a cui si presta il testo e soprattutto riferimenti preziosi per comprendere al meglio l’opera. “Verso Occidente l’impero dirige il suo corso” è sia l’esilarante storia di alcuni strambi personaggi in viaggio automobilistico, accomunati dall’essere stati protagonisti, da bambini, in uno spot di una nota multinazionale statunitense, sia una lunga riflessione sul potere della pubblicità, sul solipsismo di certa letteratura cosiddetta “post-moderna”, sul desiderio e la paura come motivi dell’agire umano.

 Lo stile di Wallace (e, bisogna dirlo, della traduttrice) è inconfondibile, chi ha letto altri suoi romanzi o saggi lo riconoscerà anche in quest’opera più giovanile, a mio avviso non all’altezza di altri suoi capolavori, per esempio “Infinite jest”, ma comunque godibile e contenente i germi dei lavori successivi.

“Similmente, ogni tanto uno scrittore si imbatte in una storia che è sua, eppure al tempo stesso non è sua. Intendo, per inciso, uno scrittore di racconti, non una di quelle intelligenze che analizzano la società e la cultura, ma il genere di individuo ignorante e assetato che passa il tempo a fantasticare storie piene di magia. Una creatura di questo tipo sa solo poche cose: Continua a leggere…

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