Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “Scrittura”

“La vita breve” (Juan Carlos Onetti)

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“Possiamo parlare? Sì, naturalmente: possiamo parlare. La fiducia e la comprensione, eccetera. Ma se possiamo parlare, non m’interessa più. Se io posso dire ogni cosa, ogni cosa non ha altra meta che la tua intelligenza. Se io parlo e tu capisci ogni cosa, non capirai ciò che io potrei volere che tu capissi. Per capirmi, veramente, bisognerebbe che tu fossi così infuriato, che ti sarebbe impossibile capirmi. E neanche a me importa. Mi pare di star parlando a un cadavere; ma a un cadavere che può ragionare senza sbagliarsi. Il fatto è che l’amore è finito, Juanicho. Lo sappiamo, lo abbiamo ripetuto tante volte, che l’amore è comprensione. E tuttavia, dura soltanto finché non possiamo capire completamente, finché possiamo prevedere con timore la sorpresa, lo sconcerto, la necessità di cominciare a capire, di nuovo, dal principio. Juanicho, comincio a sentire, come si sente il trascorrere degli anni, che i piedi si stanno intirizzendo. E così, la sorgente della mia gioia non è qui e non sei tu?”

(Juan Carlos Onetti, “La vita breve”, ed. Einaudi)

Nello scrivere le mie impressioni su “La vita breve” di Juan Carlos Onetti, affermo subito che è uno dei più bei libri che abbia letto negli ultimi anni, una lettura appagante, coinvolgente, affascinante che consiglio a tutti, un viaggio alla scoperta del potere rigenerante della fantasia, ma anche del pericolo di confondere mondi immaginati con quello “reale” che viviamo.

Il protagonista nonché narratore è Juan Maria Brausen, che sta per essere licenziato dall’agenzia pubblicitaria per la quale lavora e alla cui moglie Gertrudis è stato appena asportato un seno. Il rapporto con la donna, con il passar dei giorni, diventa sempre più difficile, essendo l’uomo incapace di nascondere il senso di pietà che lo pervade verso la compagna, ormai più potente di ogni desiderio. Impossibilitato o senza la volontà necessaria per risolvere le sue beghe coniugali e lavorative, Brausen, dovendo scrivere una sceneggiatura, si lascia trasportare dall’impeto creativo, Continua a leggere…

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“Bartleby e compagnia” (Enrique Vila-Matas)

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“Mi sono svegliato molto presto e, mentre preparavo la colazione, mi sono messo a pensare a tutta la gente che non scrive e all’improvviso mi sono reso conto che in realtà oltre il 99% dell’umanità preferisce, nel più puro stile Bartleby, non farlo, non scrivere.

Deve essere stata quella cifra devastante a innervosirmi. Ho cominciato a fare gesti come quelli che a volte faceva Kafka: darsi delle pacche, fregarsi le mani, stringersi nelle spalle, sdraiarsi sul pavimento, saltare, prepararsi a lanciare o a ricevere qualcosa…

Pensando a Kafka, mi sono ricordato dell’Artista della Fame che compare in un suo racconto, un artista che si rifiuta di ingerire alimenti perché per lui digiunare era imprescindibile, non poteva evitarlo. Ho pensato al momento in cui il custode gli chiede perché non possa evitarlo, e l’Artista della Fame, sollevando la testa e parlando dritto nell’orecchio del custode affinché le sue parole non si perdano, dice che gli è sempre risultato inevitabile digiunare, perché non è mai riuscito a trovare un cibo che gli piacesse.

E mi è tornato alla memoria un altro artista del No, uscito anche lui da un racconto di Kafka. Ho pensato all’Artista del Trapezio, che si rifiutava di toccare il suolo e passava giorno e notte sul trapezio senza scendere, viveva lassù in alto ventiquattr’ore su ventiquattro, proprio come Bartleby non se ne andava mai dall’ufficio, neppure la domenica.

Quando ho smesso di pensare a questi chiari esempi di artisti del No, ho constatato che ero ancora alquanto nervoso e agitato. Mi sono detto che forse mi conveniva prendere un po’ d’aria fresca, non accontentarmi di salutare la portinaia, parlare del tempo con il giornalaio o rispondere con un laconico “no” al supermercato quando la cassiera mi chiede se ho la tessera fedeltà.”

(Enrique Vila-Matas, “Bartleby e compagnia”, ed. Feltrinelli)  

I più assidui e soprattutto masochisti frequentatori di questo blog avranno magari notato, chissà come, quando e perché, che su questo blog è presente un incipit di uno pseudo-romanzo in costruzione, e mai costruito, che inizia con un “No!” secco e deciso; gli stessi masochisti avranno altresì osservato che vi sono due sezioni dedicate l’una a frammenti di romanzi mai giunti a organica conclusione e l’altra a racconti ingabbiati, che non si sono sviluppati o che forse erano destinati ad essere così. Infine, e questo è più probabile, qualcuno avrà letto la mia ammirazione per il romanzo di Melville, “Bartleby lo scrivano”, che con l’occasione consiglio nuovamente a chi non l’avesse letto.

Tutta questa odiosa e prolissa introduzione mi serve per spiegare perché ho molto apprezzato il mio primo incontro con lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas, nonostante egli appartenga a una “macrocategoria” di scrittori che non fanno molta breccia nel mio cuore: i viventi. Ho conosciuto Vila-Matas grazie a questo blog, Continua a leggere…

“Milena. IV” (n. 30 da “Frammenti da un camino”)

L’improvvida idea di Marco aggiunse un carico ulteriore alle riflessioni che Milena sviluppò due ore dopo, prima di addormentarsi. Aveva adempiuto ai “doveri” di compagna limitandosi a qualche bacio non troppo convinto e adducendo la stanchezza come alibi per respingere le focose brame di Marco. Una volta rimasta sola, i suoi pensieri si biforcarono lungo due direzioni, in apparenza divergenti, in realtà intimamente connesse e contorte. All’estenuante ricerca di una plausibile via d’uscita dalla storia con Marco, si aggiungeva il vivido ricordo della serata trascorsa con Arturo, nonché quello di una telefonata intercorsa con quest’ultimo la sera seguente, durante la quale l’uomo, che comunque restava figura piuttosto ambigua, aveva stimolato più in profondità l’animo di Milena, con parole che egli aveva già sapientemente distillato nell’incontro dal vivo, ma che in quella circostanza erano state parzialmente obnubilate dalla sua prestanza fisica, fonte di languida distrazione per Milena.

Lei, pur non ipocrita da negare l’importanza di un aspetto estetico che solleticasse le sue elucubrazioni meno filosofiche, era però, per natura, e fino a prova contraria, propensa ad assecondare solo qualcuno che potesse stimolarla anche o soprattutto con argomenti meno corporei e più intellettivi. Arturo, nel corso dell’incontro e ancora di più nella telefonata, era riuscito proprio a scalfire quella sorta di corazza che Milena aveva costruito negli anni, un filtro selettivo che, congiuntamente alla lunga storia con Marco, le aveva quasi impedito di accorgersi dell’esistenza di altri uomini.

Nel chiuso della camera, cercava di isolare qualche momento della serata o della telefonata, per focalizzare meglio l’attenzione sui dettagli e sfuggire alla generale difficoltà che stava provando nel tentativo di comprendere in chi si fosse imbattuta. Era svanita quell’avversione istintiva, e del resto altrimenti non avrebbe neanche accettato l’invito a uscire, ma tuttora non capiva perché, ed era proprio l’incapacità di spiegarsi il mutamento a turbarla. Certamente, lui aveva tirato fuori un colpo ad effetto quando, all’incirca a metà serata, aveva estratto dalla giacca un taccuino rosso, nel quale c’erano poesie e riflessioni varie che lui aveva “elaborato qua e là per il mondo, tra una stazione e l’altra”. Lei, piuttosto scettica all’istante, restò invece sorpresa dalla qualità degli scritti e azzardò anche una richiesta di chiarimento su un brano che l’aveva colpita, alla quale lui oppose un laconico “è scritto così, non so cosa avessi in mente quella sera”.

Una risposta così tranciante avrebbe potuto rinvigorire l’antipatia e le perplessità di Milena, ma così non era stato, perché Arturo, intanto, aveva parlato molto e quasi sempre di sé, ma in mondo da non apparire fastidiosamente egocentrico, bensì quasi come se tutto accadesse per un destino non governabile, portando Milena ad affidarsi al suo eloquio, affascinata da un uomo che stava dimostrando di possedere un cervello interessante quanto le possenti spalle.

Di solito non parca di parole, Milena quella sera parlò poco, semplicemente perché sopraffatta dalla cadenzata logorrea di Arturo, che riusciva, non si capiva neanche bene come, a spostare la conversazione su argomenti generici, quali la poesia, la libertà, la solitudine e simili, in modo da impedirle un’indagine più incisiva su alcune questioni meno astratte, cosa che peraltro lei non aveva granché voglia di fare, se si eccettua una domanda circa gli impegni di Arturo, che lui eluse asserendo di svolgere un lavoro che lo “portava a girare molto l’Italia, ma anche il mondo”, un lavoro che gli serviva “solo per vivere”, e che valeva ”quanto ne varrebbe un altro, a parità di condizioni economiche e di libertà”. Un lavoro, infine, che non s’era capito quale fosse.

Non era semplice, anche o soprattutto a distanza di giorni, farsi un’idea di Arturo, ma una cosa in particolare aveva colpito Milena: l’insistenza con cui lui aveva più volte sottolineato il suo bisogno di solitudine e di libertà, due parole gigantesche, dalle enormi implicazioni, sulle quali lei si era spesso impantanata e che parevano ossessionarlo. Ora, ma solo ora, le sovvenne che avrebbe potuto chiedergli di specificare meglio cosa egli intendesse con libertà e solitudine, e come conciliare quel bisogno espresso con la fattualità di loro due seduti al tavolo di un bar. Perché, se aveva così sete di solitudine, lui l’aveva invitata? Qual era il suo scopo? O meglio, dando per scontato che il fine di Arturo fosse il più banale da indovinare, quale era il suo, di Milena? A questa domanda, dalle implicazioni ben più complesse, preferì non rispondersi, non quella sera.

(Gli altri frammenti nella sezione a ciò inutilmente preposta)

“Il frutto del fuoco” (Elias Canetti)

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“Anche là dava nell’occhio, era la figura più esotica di quell’uditorio. Poiché sedeva sempre in prima fila, certamente Karl Kraus l’aveva notata. Mi sorpresi a domandare quale impressione ne avessi lui. Non applaudiva mai, neppure questo poteva essergli sfuggito. Ogni volta era là, allo stesso posto: un omaggio cui neppure Kraus poteva essere indifferente. Già in quel primo anno, durante il quale, nonostante il suo invito, non mi arrischiai a farle visita, provai una crescente irritazione per quel posto in prima fila. Ma poiché non comprendevo da che cosa derivasse quella mia irritazione, mi inventavo le ragioni più stravaganti. Laggiù la voce arrivava troppo forte, non si poteva resistere a quei crescendo improvvisi. Come non sprofondare sotto terra per il pudore e la vergogna davanti a certi personaggi degli Ultimi giorni dell’umanità? E come faceva quando non riusciva a frenare le lacrime, ascoltando I tessitori o Re Lear? Come poteva sopportare che Kraus la vedesse piangere? Ma forse voleva proprio questo! Che fosse fiera dell’effetto che su di lei avevano le parole di Kraus? Era un atto di adulazione mettersi a piangere davanti a tutti? Eppure, di questo ero sicuro, non era affatto una donna sfacciata, avevo anzi l’impressione che fosse estremamente pudica, più di chiunque altro; e invece, davanti a Karl Kraus, ostentava ogni suo sentimento, ogni reazione a quel che aveva appena udito. Al termine della lettura, Veza non si avvicinava al podio; mentre molti cercavano di farsi avanti, lei no, restava in piedi, e guardava, nient’altro. Anch’io, dopo le letture, ero sempre talmente scosso e turbato che rimanevo nella sala ancora per un bel po’ e applaudivo in piedi, finché mi dolevano le mani. In quello stato la perdevo di vista, senza i suoi capelli nerissimi, quasi blu, e quella nitida scriminatura non sarei riuscito a ritrovarla. Finita la lettura, Veza non faceva nulla in cui io potessi cogliere una mancanza di dignità. Non restava nella sala più a lungo di tanti altri, e quando Kraus veniva a fare l’inchino, Veza non era fra gli ultimissimi.” Continua a leggere…

“Consigli a un giovane scrittore” (Danilo Kiš)

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(È molto prematuro parlare d’amore, ma le prime 20 pagine di “Clessidra”, di Danilo Kiš, sono bellissime. Il suo nome è da anni su un foglio con altri svariati autori e titoli. Non ricordo quando, dove e perché lo scovai; oggi, però, ho avuto il sospetto che me l’avesse suggerito Sarte e allora ho digitato su Google “Sarte su Danilo Kiš”. Non è uscito quel che cercavo, ma in compenso ho trovato questi “Consigli a un giovane scrittore”, che dovrebbero essere tratti da “Homo poeticus”. Uso il condizionale perché la mia fonte è indiretta; se “Clessidra” proseguirà sui livelli delle prime pagine, credo che approfondirò molto altro di Kiš. Intanto, nel dubbio, siccome questi “consigli” mi sono piaciuti, li pubblico anch’io)

“Coltiva il dubbio riguardo alle ideologie e ai princìpi dominanti.

Tieniti a distanza dai princìpi.

Fai attenzione a non inquinare la tua lingua con quella delle ideologie.

Persuaditi di essere più forte dei generali, ma non ti misurare con loro.

Non credere di essere più debole dei generali, ma non ti misurare con loro.

Non credere nei progetti utopistici, salvo in quelli che concepisci tu stesso.

Mostrati ugualmente fiero davanti ai principi e alle folle.

Abbi la coscienza tranquilla riguardo ai privilegi che ti conferisce il tuo mestiere di scrittore.

Non confondere la maledizione della tua scelta con l’oppressione di classe.

Non essere ossessionato dalle urgenze storiche e non credere nella metafora dei treni della storia.

Non saltare, quindi, sui “treni della storia”: è solo una stupida metafora.

Ricordati sempre di questa massima: “Chi centra l’obiettivo sbaglia tutto”.

Non scrivere reportage sui Paesi che hai visitato come turista; non scrivere affatto reportage, non sei un giornalista.

Non credere alle statistiche, ai numeri, alle dichiarazioni pubbliche: la realtà è ciò che non si vede a occhio nudo.

Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è qualcosa che non si vede a occhio nudo.

Non ti occupare di economia, di sociologia, di psicoanalisi.

Non seguire le filosofie orientali, lo zen, il buddhismo, ecc., hai cose più importanti da fare.

Sii cosciente che la fantasia è sorella della menzogna, e perciò pericolosa.

Non ti associare con nessuno: lo scrittore è solo.

Non credere a quelli che dicono che questo è il peggiore dei mondi.

Non credere ai profeti, perché tu sei profeta.

Non fare il profeta, la tua arma è il dubbio.

Abbi la coscienza tranquilla, i principi non ti riguardano: sei tu un principe.

Abbi la coscienza tranquilla, i minatori non ti riguardano: sei tu un minatore.

Sappi che quel che non hai detto ai giornali non è perduto per sempre: è la torba.

Non scrivere a comando sui fatti del giorno.

Non scommettere sull’istante, te ne pentiresti.

Non scommettere neanche sull’eternità, te ne pentiresti.

Sii insoddisfatto del tuo destino, solo gli imbecilli sono soddisfatti.

Non essere insoddisfatto del tuo destino, sei un eletto.

Non cercare scuse morali per coloro che hanno tradito.

Guardati dalla “terrificante coerenza”.

Guardati da false analogie.

Credi a coloro che pagano cara la propria incoerenza.

Non sostenere la relatività di tutti i valori, la gerarchia dei valori esiste.

Accogli con indifferenza le ricompense dei principi, ma non fare nulla per meritarle.

Convinciti che la lingua in cui scrivi è la migliore di tutte, poiché non ne hai un’altra.

Convinciti che la lingua in cui scrivi è la peggiore di tutte, anche se non la cambieresti con nessuna.

“Ma perché sei freddo, e né caldo né freddo, io sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap. 3,16).

non essere servile, i principi ti prenderanno per un usciere.

Non essere presuntuoso, sembreresti l’usciere dei principi.

Non ti lasciar persuadere che quel che scrivi sia socialmente inutile.

Non credere che quel che scrivi sia un lavoro “socialmente utile”.

Non credere di essere tu stesso un membro utile alla società.

Non farti convincere che per questo sei un parassita della società.

Credi che un tuo sonetto valga più delle dissertazioni dei politici e dei principi.

Fatti un’opinione personale su tutto.

A te le parole costano poco.

Le tue parole sono le più preziose.

Non parlare a nome della tua nazione, chi sei tu per pretendere di rappresentare chiunque, oltre te stesso?

Non stare all’opposizione, tu non sei di fronte, sei sotto.

Non ti mettere accanto al potere e ai principi, tu sei al di sopra.

Combatti le ingiustizie sociali, senza farne un programma.

Non permettere che la lotta contro le ingiustizie sociali ti distolga dal tuo cammino.

Conosci l’opinione altrui e poi dimenticala.

Non fare un programma politico, non fare alcun programma, tu crei dal magma e dal caos del mondo.

Guardati da chi ti propone soluzioni finali.

Non essere lo scrittore delle minoranze.

Rimettiti in questione, appena una comunità cerca di adottarti.

Non scrivere per il “lettore medio”: tutti i lettori sono medi.

Non scrivere per l’élite, l’élite non esiste, l’élite sei tu.

Non pensare alla morte e non dimenticare che sei mortale.

Non credere all’immortalità degli scrittori, sono fesserie da professori.

Non essere serio in modo tragico, è una cosa comica.

Non fare il commediante, i boiardi sono abituati al divertimento.

Non fare il buffone di corte.

Non credere che gli scrittori siano “la coscienza dell’umanità”: hai già visto troppe canaglie.

Non farti persuadere che sei niente e nessuno: hai già sperimentato che i principi hanno paura dei poeti.

Non andare incontro alla morte per nessuna idea e non persuadere nessuno a farlo.

Non essere un vigliacco e disprezza i vigliacchi.

Non dimenticare che l’eroismo richiede un prezzo molto alto.

Non scrivere in occasione di feste e commemorazioni.

Non scrivere elogi: te ne pentiresti.

Non scrivere orazioni funebri per gli eroi della nazione: te ne pentiresti.

Se non puoi dire la verità – taci.

Guardati dalle mezze verità.

Quando tutto il mondo fa festa, non c’è ragione che anche tu vi prenda parte.

Non fare favori a principi e boiardi.

Non chiedere favori a principi e boiardi.

Non essere tollerante per educazione.

Non difendere la verità a ogni costo: “Con gli imbecilli non si discute”.

Non farti convincere che tutti abbiamo ugualmente ragione e che i gusti non si discutono.

“Essere in due ad avere torto non significa che si è in due ad avere ragione” (Karl Popper).

“Ammettere che un altro abbia ragione non ci protegge da un ulteriore pericolo: credere che forse tutti hanno ragione” (idem).

Non discutere con ignoranti di cose che sentono da te per la prima volta.

Non avere una missione.

Guardati da coloro che hanno una missione.

Non credere al “pensiero scientifico”.

Non credere all’intuizione.

Guardati dal cinismo, anche dal tuo.

Evita i luoghi comuni ideologici e le citazioni.

Abbi il coraggio di dire che la poesia di Aragon alla gloria della GPU è un’infamia.

Non cercare per lui circostanze attenuanti.

Non lasciarti convincere che nella polemica Sarte-Camus avevano ragione entrambi.

Non credere alla scrittura automatica e alla “deliberata indeterminatezza” – tu aspiri alla chiarezza.

Rifiuta le scuole letterarie che ti si impongono.

Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a qualsiasi altra discussione.

Sul tema della “letteratura impegnata” rimani muto come un pesce – lascialo ai professori.

Manda a fare una passeggiata chi paragona i campi di concentramento con il carcere de la Santé.

Manda al diavolo cento volte chi dice che la Kolyma era diversa da Auschwitz.

Chi afferma che ad Auschwitz sterminavano solo i pidocchi e non gli uomini – tu sbattilo fuori.

E con chi sostiene che tutto questo rappresenta una “necessità storica” – stesso trattamento.

“Vien dietro a me e lascia dir le genti” (Dante).

(da “Homo poeticus”, Adelphi 2009)

Il fantasma vuole scrivere

“Ci sono nella memoria di un essere umano cose che egli non rivela a tutti, ma solo agli amici. Ci sono cose che egli non rivela nemmeno agli amici, ma solo a sé stesso, e in gran segreto. E infine ci sono cose che teme di rivelare persino a sé stesso e sono cose che ogni uomo per bene affastella in discreta quantità. Anzi, quanto più è per bene, quanto più ne ha. Io, almeno, mi sono deciso da poco tempo a riportare a galla alcune mie avventure passate, ma finora le avevo sempre rimosse, anche se con qualche inquietudine. Ora se io non solo le ricordo ma ho deciso di scriverle è perché ora voglio fare un preciso esperimento: si può, almeno con sé stessi, essere assolutamente sinceri senza avere paura di tutta la verità?”
(
Fëdor Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”)

Il fantasma reclama i suoi diritti, convinto com’è che la scrittura non possa limitarsi alla superficie e debba essere davvero “un’ascia che squarta il mare ghiacciato che è dentro di noi”*. Il fantasma vive nel sottosuolo, raramente sbuca a sbirciare il sole, che pure gli farebbe bene, sempre relegato com’è negli anfratti più oscuri del cuore, del cervello, del fegato, dello stomaco. Il fantasma, al buio, sedimenta pensieri, accumula, disturba l’uomo senza che l’uomo neanche se ne accorga, in modo subdolo. Il fantasma non è scisso dall’uomo, Continua a leggere…

La scrittura come “dono” (Zadie Smith su David Foster Wallace)

zadiephoto

“Secondo i critici, Brevi interviste era un libro ironico sulla misoginia. Leggerlo era come essere intrappolati in una stanza con misogini ironici e impasticcati, o qualcosa di simile. Secondo me, leggere Brevi interviste non era affatto come essere intrappolati. Era come essere in chiesa. E la parola importante non era ironia ma dono. Dave ha detto cose geniali sul dono: sulla nostra incapacità di dare gratuitamente, o di accettare quello che ci viene dato gratis. Nei suoi racconti, dare è diventato impossibile: la logica di mercato permea ogni aspetto della vita. Un tizio non riesce a regalare un vecchio attrezzo agricolo; deve dire che costa cinque dollari perché qualcuno si decida a prenderlo. Una persona depressa vuole disperatamente ricevere attenzione ma non sa darla. I normali rapporti sociali sono mantenuti solo perché “sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì”.

(omissis)

“Si trattava del suo talento, di una grandezza talmente smaccata da confondere le idee: perché un giovanotto così dotato dovrebbe creare opere così ostiche e complesse? Ma la prospettiva dell’economia del dono va ribaltata. In una cultura che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione, il linguaggio, il pensiero autonomo, una complessità come quella di Dave è un dono. Le sue frasi ricorrenti, meandriche, richiedono una seconda lettura. Al pari del ragazzino che aspetta di tuffarsi, la loro osticità spezza “il ritmo che esclude il pensiero”. Ogni parola che cerchiamo sul dizionario, ogni concetto che mette a dura prova cuore e cervello: tutto contribuisce a spezzare il ritmo dell’assenza di pensiero – e ci vediamo restituire i nostri doni. Continua a leggere…

“Le vite di Dubin” (Bernard Malamud)

dubin

“- Quello che mi resta dentro, soprattutto delle biografie che scrivo – continuò Dubin, – a parte quanto si impara rispetto alla mappa delle esistenze umane, le svolte inaspettate e le pieghe drammatiche che prendono, i modi gioiosi con i quali si compiono e quelli tragici dai quali vengono funestate… – gli occhi del biografo si offuscarono per un momento e dovette liberarsi, tossendo, da una raucedine di gola – …quello che mi resta dentro soprattutto è il fatto che la vita fugge continuamente, e che i nostri destini vengono manipolati fino a spezzarci il cuore da eventi che non possiamo prevedere né dominare, per cui siamo sempre penosamente vulnerabili di fronte a ciò che accadrà. Perciò quello che dicono i poeti, di cogliere l’attimo, cara Fanny, è incredibilmente vero. Se non vive la sua vita nella pienezza o, per qualsiasi ragione, non l’ha vissuta, se ne pentirà – soprattutto invecchiando – per tutti i giorni a venire.

– Lei se né pentito? – gli domandò la ragazza serenamente.

Dubin la fissò con uno sguardo grave.

– Me ne pentirei in modo intollerabile se non fossi coinvolto nelle vite altrui.

– Nei suoi libri, vuol dire? Continua a leggere…

“Qualcosa da poter lasciare un segno…” (estratto da Faulkner)

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“- Sì, – disse Judith. – Oppure distruggetela. Come volete, leggetela se volete oppure non leggetela se non vi pare. Perché si fa così poca impressione, vedete. Tu vieni al mondo e tenti e non sai perché solo continui a tentare e vieni al mondo insieme a un mucchio di altre persone, tutta aggrovigliata a loro, come loro tentanto, dovendo muovere braccia e gambe con cordicelle, solo che le stesse cordicelle sono legate a tutte le altre braccia e gli altri tentano tutti quanti e non sanno perché, tranne che le cordicelle si impicciano tutte a vicenda come sarebbe a dire cinque o sei persone tutte intente a cercar di fare una stuoia sullo stesso telaio solo che ciascuna vuol tessere la stuoia secondo il proprio disegno; e non può avere importanza, sapete, sennò coloro i quali impiantarono il telaio avrebbero predisposto le cose un po’ meglio, eppure deve avere importanza purché tu seguiti a tentare o a dover continuare a tentare e poi tutt’a un tratto è finita e tutto quel che ti rimane è un blocco di pietra con qualche scalfittura sopra purché ci sia stato qualcuno a ricordarsi di far scalfire e collocare il marmo, o chi ne abbia avuto il tempo, e ci piove sopra e il sole ci splende e dopo un po’ non si ricordano neppure il nome e quello che le scalfitture tentavano di dire, e non ha importanza. E così forse se tu potessi andare da qualcuno, quanto più estraneo tanto meglio, e dargli qualcosa – un pezzo di carta – qualcosa, qualunque cosa, non certo perché abbia un significato in sé e gli altri non debbono neppure leggerlo o tenerlo, nemmeno preoccuparsi di buttarlo via o distruggerlo, almeno sarebbe qualcosa di giusto perché sarebbe accaduto, sarebbe ricordato quand’anche solo passando da un mano all’altra, da una mente all’altra, e sarebbe almeno una scalfittura, qualcosa, qualcosa da poter lasciare un segno su qualcosa che fu una volta per il motivo che può morire un giorno, mentre il blocco di pietra non può essere è perché non può mai diventare fu perché non può mai morire o perire…” Continua a leggere…

“Espiazione” (Ian McEwan)

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“La complessità stessa dei suoi sentimenti consolidò in Briony la certezza di trovarsi sulla soglia di un teatro di emozioni adulte e di segreti dai quali la sua scrittura non poteva che trarre vantaggio. Quale racconto fiabesco avrebbe potuto contenere altrettanto in termini di contraddizioni? Una curiosità sfrenata e selvaggia l’aveva spinta a strappare la lettera dalla busta – la lesse nell’atrio appena Polly l’ebbe fatta entrare -, e sebbene la violenza del messaggio la scagionasse completamente, ciò non le impedì di sentirsi in colpa. Era sbagliato aprire la corrispondenza d’altri; in compenso era giusto, anzi fondamentale, che lei sapesse ogni cosa. Rivedere suo fratello era stata una gioia, ma non poteva negare di aver esagerato con l’entusiasmo per evitare di rispondere alla domanda inquisitoria della sorella. E subito dopo aveva solo finto quello zelo nell’obbedire al comando di sua madre che la mandava in camera; oltre che sottrarsi a Cecilia, le occorreva anche rimanere sola per riflettere su Robbie alla luce dei fatti, e per formulare il paragrafo iniziale di un racconto pervaso di vita vera”.

(Ian McEwan, “Espiazione”, ed. Einaudi)

Un paio di anni fa avevo iniziato a leggere “Lettera a Berlino” e l’avevo abbandonato. Si trattava del mio primo incontro con Ian McEwan e non andò bene. Ho riprovato con “Espiazione” e le cose sono andate in maniera molto diversa, nel senso che, una volta iniziata la lettura, non sono riuscito a staccarmi dal libro. Il romanzo è avvincente, a tratti toccante, scritto con ritmo serrato, alterna il registro ironico-comico a quello tragico-drammatico e ci mostra gli stessi episodi rivisti secondo i diversi personaggi, con abili salti temporali che ci permettono di cogliere al meglio gli atteggiamenti, le sfumature psicologiche che spiegano gli atti dei protagonisti.

L’espiazione che dà il titolo al romanzo è quella di Briony Tallis, che all’inizio della storia, nel 1935, è una bambina Continua a leggere…

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