Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Miller e Bianciardi

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(Che i libri si chiamino l’uno con l’altro può anche essere una gran sciocchezza, anzi una cazzata. Però a volte accade. Oggi è accaduto. A Roma ho comprato “L’integrazione”, romanzo di Luciano Bianciardi, che ancora non ho letto. Torno a Itri e su una bancarella dell’usato il primo libro che noto è “Tropico del Cancro” di Henry Miller, che invece ho letto anni fa, ma in biblioteca. Decido di comprarlo e scopro che la traduzione è proprio di Bianciardi. Mentre sto per pagarlo, il rivenditore dell’usato pare quasi dispiaciuto, perché era affezionato a quel libro. Mi chiede di dettargli un brano di pag. 242, perché vuole scriverselo su un’agenda. Comincio a dettare le parole di Miller, tradotte da Bianciardi, e mi viene voglia di rileggere tutto il romanzo. Poi vado a fare la fotocopia della pagina e la lascio al rivenditore, dopo aver spiegato anche a lui la storia di Bianciardi e Miller.)

“Oggi io sono consapevole della mia ascendenza. Non mi occorre consultare oroscopi o alberi genealogici. Di quel che è scritto nelle stelle, o nel mio sangue, io non so nulla. So di venire dai fondatori mitologici della razza. L’uomo che leva la santa bottiglia alle labbra, il criminale che s’inginocchia nella piazza del mercato, l’ingenuo il quale scopre che tutti i cadaveri puzzano, il pazzo che danza con un fulmine in mano, il frate che solleva la tonaca per pisciare sul mondo, il fanatico che fruga le biblioteche e cerca del Verbo – tutte queste persone si fondono in me, tutte fanno la mia confusione, la mia estasi. Se non disumano, è perché il mio mondo ha vuotato in un cesso tutti i legami umani, perché essere umano par cosa povera, triste, miseranda, limitata dai sensi, ristretta dalla morale e dai codici, definita dalle ovvietà e dagli ismi. Mi riverso il succo dell’uva giù per la gola e ci scopro saggezza, ma la mia saggezza non nasce dall’uva, la mia ubriachezza non deve nulla al vino.”

(Henry Miller, “Tropico del Cancro”, ed. Feltrinelli, nella traduzione di Luciano Bianciardi)

“Cercai di descrivere le cose che voi vi faceste reciprocamente”

 

“Cercai di descrivere le cose che voi vi faceste reciprocamente e la gente intorno a voi e ciò che altra gente e la vita stessa vi fecero.

C’era una cittadina nello Stato dell’Ohio. La cittadina fu in realtà l’eroe del libro. Ma dopo che ‘Un povero bianco’ venne pubblicato nessuno dei critici parlò di questo. Ciò che successe alla cittadina era, a mio parere, più importante di ciò che successe agli abitanti.

Perché, be’, perché suppongo di essermi sempre reso conto che anche dopo Joe, Jim, Clara e gli altri fossero stati dimenticati, nuova gente avrebbe vissuto nella cittadina.

Voi capite, ne sono sicuro, quel senso d’intimità e d’isolamento che lo scrittore riceve, alla fine, dai suoi libri.

Sedevo nel retro di una taverna insieme a dei marinai e mentre costoro parlavano del mare il piccolo Joe Wainsworth uccideva Joel Gibson in una bottega da sellaio nella cittadina dell’Ohio. Ero sul ponte di un bastimento nel golfo del Messico e proprio allora venne quel momento in cui Hugh McVey fuggì dalla camera della moglie. Un’altra volta ero in una tranquilla via nottetempo. Era scuro. Andavo avanti dondolando il bastone. Gente passava e non sapeva nulla.

E tutto il tempo, mentre io passeggiavo, quell’uomo alto e scarno, Hugh McVey, strisciava nel campo di cavoli al limite della città, giù nell’Ohio; quella notte in cui spaventò tanto i giovani French che essi fuggirono.

Vennero altri momenti. Le mie mani tremavano. Talvolta ero così eccitato che, quando cercavo di scrivere, la mano mi tremava in un modo tale da non lasciarmi tenere la penna.

Un periodo strano per me, un periodo eccitante.

Quanto di ciò che io sentii, vidi, conobbi della gente della mia città, della gente della mia fantasia, entrò alla fine nel libro?”

(Sherwood Anderson, introduzione a “Un povero bianco”, ed. Einaudi)

Ancora Petrarca, stavolta sul Mont Ventoux “insieme” a Marco Pantani.

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Non so se questo è davvero il Mont Ventoux, non ci sono stato, io.

Marco Pantani e Francesco Petrarca, però, sì. A distanza di oltre 700 anni l’uno dall’altro.

Marco scalava le montagne in bici per “abbreviare l’agonia”, Francesco a piedi.

Lo so, in tutti i punti del mondo sono passati uomini di tutti i tipi, ma che vi devo dire, quando ho letto le parole su Petrarca che sale in cima al Ventoux, a me è venuto in mente Pantani. Le altre migliaia, milioni (beh, senza esagerare) che sono passati di lì mi scuseranno, non è che posso ricordare tutti. Ah, io sul Ventoux non ci vado, né in bici né a piedi, al momento sono sdraiato sul mio letto.

 “…dove però il suo entusiasmo raggiunge il colmo, è nell’ascesa che egli fece al Mont Ventoux…un vago desiderio di godere un ampio orizzonte s’esalta in lui…il salire alle cime di un monte senza uno scopo stabilito pareva stranezza inaudita a quanti lo circondavano, né certo era il caso di pensare a trovare amici o conoscenti che lo accompagnassero. Petrarca non prese dunque con sé che il fratello minore e, dall’ultima stazione di riposo in avanti, due uomini del luogo in qualità di guide. Mentre con costoro aveva cominciato già la salita, un vecchio pastore lo scongiurava di tornare sui suoi passi, dicendogli che anche lui, circa cinquant’anni prima, aveva tentato la stessa impresa, ma con l’unico risultato di averne le ossa rotte e le vesti lacerate, e che nessuno mai prima né dopo si era avventurato per quella via. Ma essi non si lasciano atterrire per questo, e tra indicibili stenti avanzano ancora, sinché si trovano con le nuvole sotto i piedi e hanno raggiunto la cima”.

 (da “La civiltà del Rinascimento in Italia” di Jacob Burckhardt, che a sua volta riprende un passo delle “Epistole familiari” di Petrarca)

P.s.: potrebbe sembrare, da questo e dal precedente articolo, che il libro di Burckhardt sia dedicato al 99% a Petrarca. Non è così, nelle oltre 400 pagine c’è molto altro, forse (quasi sicuro) scriverò qualcosa non appena avrò finito di leggerlo. Non so perché, però, questi due passaggi su Petrarca mi hanno stimolato il cervellino.

Sulla tomba di Petrarca e sul “pellegrinaggio”.

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Sto leggendo “La civiltà del Rinascimento” di Jacob Burckhardt, libro molto interessante, al quale tra qualche giorno potrei dedicare un articolo. Adesso, però, segnalo solo un passaggio riguardante Petrarca, tirato in ballo (assieme a Dante) come precursore di una certa “categoria” d’individui dei quali Burckhardt scrive. In particolare, però, questo testo su Petrarca è tratto da un capitolo sulla “gloria in senso moderno” e su culto delle abitazioni o dei luoghi di morte di scrittori, pittori, scultori e via discorrendo.

Scrive Burckhardt: “Anche Petrarca assaporò a larghi sorsi questa nuova glorificazione destinata dapprima soltanto agli eroi e ai santi, benché negli ultimi anni confessi egli stesso che gli riesce inutile e perfino molesta. La sua Lettera alla posterità è un conto che un uomo celebre, divenuto vecchio, si rende in dovere di rendere intorno a se stesso, per appagare la pubblica curiosità, e da essa si rileva che egli ambiva assai la gloria postuma e volentieri avrebbe rinunciato a quella che godeva tra i suoi contemporanei…E quanto non dovette sentirsi commosso quando in occasione di una sua gita ad Arezzo, sua patria, gli amici lo condussero nella casa dove era nato, e gli annunciarono che la città aveva decretato che in essa non si doveva permettere alcun mutamento!”. Prosegue Burckhardt, qualche riga dopo: “Al culto delle abitazioni si collega anche quello delle tombe d’illustri personaggi; anzi, quanto a Petrarca è oggetto di venerazione anche il luogo dove morì, e Arquà, appunto per la memoria che vi si conserva di lui, diviene un soggiorno assai ricercato dai Padovani, che vi innalzano eleganti edifici in un tempo in cui nei paesi settentrionali non si narra d’altro che di pellegrinaggi devoti a qualche immagine o reliquia miracolosa”.

(Jacob Burckhardt, “La civiltà del Rinascimento in Italia”, Newton Compton Editori))

“Pellegrinaggi”, scrive lo storico (ma non solo tale) svizzero. Tali parole hanno subito stimolato una zona del mio cervello, laddove è parcheggiata una lettura che feci qualche tempo fa, cioè “Se non la realtà” di Tommaso Landolfi. Nel brano intitolato “La gattina del Petrarca”, Continua a leggere…

Benjamin e “Le affinità elettive” di Goethe (un frammento)

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“Poiché nel simbolo della stella era apparsa una volta a Goethe la speranza che egli doveva nutrire per gli amanti. La frase, che per dirla con Hölderlin, contiene la cesura dell’opera, e in cui, mentre gli amanti abbracciano sigillati il loro destino, tutto si ferma, dice: “Come una stella cadente, la speranza passò sulle loro teste”. Ma essi non la vedono, e non si poteva dire più chiaramente che l’ultima speranza non è mai tale per chi la nutre, ma solo per quelli per cui è nutrita”.

(Walter Benjamin, Saggio su “Le affinità elettive” di Goethe, contenuto in “Angelus Novus”, ed. Einaudi)

Nell’ambito dell’operazione da me denominata “Guarda negli anfratti del tuo Pc o tra i foglietti sparsi nella tua stanza”, ho trovato questo breve frammento tratto dal saggio di Walter Benjamin su “Le affinità elettive”. Non so per quale motivo avessi scelto di abbinare alle parole di Benjamin il quadro di Hayez. Forse la parola “amanti”, ma non saprei dirvelo con esattezza.

Se avete letto il romanzo di Goethe vi consiglio anche la lettura del saggio. Sebbene non si tratti di un testo di agevole lettura, potrà fornirvi una “chiave di lettura” interessante del capolavoro di Goethe. Personalmente, avevo letto “Le affinità elettive” molti anni fa, mi era piaciuto ma lo avevo “sottovalutato” (si fa per dire). Dopo aver letto il saggio di Benjamin, l’ho riletto e ne ho colto aspetti che nella prima lettura non avevano attratto la mia attenzione.

Sul saggio, che consta di circa 80 pagine, e su “Le affinità elettive” non aggiungo altro, e auguro buona lettura a chi volesse avventurarsi in quelle pagine. Torno a rovistare tra i miei antichi frammenti.

“Firenze, lo sai?” (I. Graziani, T. Landolfi e la filosofia)

A Firenze non sono mai stato. Lo so, è grave, vedrò di rimediare. Quest’articolo, dunque, non può essere su Firenze, non in maniera diretta. Sto leggendo “Se non la realtà” di Tommaso Landolfi, sul quale scriverò qualcosa non appena finito, e mi sono imbattuto in questa pagina che vi riporto. Leggendola, nella mia testa è scattata la canzone di Ivan Graziani. Non solo per il riferimento a Firenze, ma anche per quello allo “studente di filosofia”. Nel testo, Landolfi, in viaggio al monte Argentario, incontra una vecchia amica, che nel suo monologo rievoca una gioventù che poteva andare altrimenti per i due. Nella canzone di Graziani, l’autore rimembra un malriuscito triangolo sentimentale tra lui, una ragazza e uno studente di filosofia.

La realtà è che la mia inutile rubrica “Punti di tangenza” latitava da un po’. Grazie a questo accostamento, spero non troppo ardito, le dono vigore.

Quindi, ecco a voi Landolfi, Graziani, Firenze, la filosofia, lo studente e qualche ricordo dei tempi andati (quest’ultima cosa ognuno la potrà tarare su se stesso e su una città diversa da Firenze).

“Passeggiavo, e a un tratto scorsi un viso femminile conosciuto; mentre ancora cercavo di raccapezzarmi, la donna venne dritto verso di me e mi salutò per nome. La raffigurai allora: m’era stata compagna d’università a Firenze. Dopo i riconoscimenti d’uso ci sedemmo su una panca e prese a parlarmi di sé, interrogandomi anche, ma (come sogliono) senza attendere risposta. – Eh, sì, – diceva – tu allora non volesti accorgerti di me (lo diceva e bisognava crederle), ed ecco, son rifinita qui; non è magari una residenza ideale, ma insomma io mi contento. Ho due bambini a casa, lo sai? Cioè io li chiamo ancora così, ma naturalmente son tutti e due più alti di me: uno studia già a Pisa, l’altro prenderà la licenza quest’anno. Siamo vecchi…aspetta, quanti anni sono passati? Io venni a Firenze nel ’30, mi pare. Continua a leggere…

Punti di tangenza (rubrica inutile): “Il profumo” di P. Süskind e “Scentless apprentice” dei Nirvana

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È passato tanto dall’ultima volta che ho scritto un articolo per la mia inutile rubrica “Punti di tangenza”. L’occasione mi è data dalla lettura del romanzo “Il profumo” di Patrick Süskind. Erano quasi venti anni che volevo leggerlo, precisamente da quando ascoltai per la prima volta la canzone “Scentless apprentice” dei Nirvana, il cui testo rimanda, per l’appunto, al romanzo. Considerando che i Nirvana sono stati il gruppo della mia gioventù, e che ancora adesso mi piacciono (anche se li ascolto più saltuariamente), devo dire che questo romanzo ha sempre avuto, per me, un’aura particolare, e quindi mi ci sono avvicinato in maniera che definirei “condizionata”. Se ne sto scrivendo qui significa che nel complessomi è piaciuto, perché altrimenti non ne parlerei, in ossequio a una regoletta che mi sono dato per questo blog, cioè cercare di proporre qualcosa e non stare qui a stroncare ciò che non mi piace (salvo le opportune eccezioni).

Forse la mia attesa era eccessiva e questo m’impedisce di annoverarlo tra i capolavori letterari che non dimenticherò, ma in ogni caso non sono rimasto troppo deluso.

“Il profumo” è la storia di Jean-Baptiste Grenouille, bambino che nasce inodore e per questo rifiutato dalla madre, dalle balie e da tutti coloro che si trovano ad accudirlo nei primi anni della sua vita. Non ha odore, ma in compenso è dotato di una straordinaria capacità di riconoscere gli odori del mondo. Non sto qui a svelare a cosa condurrà questa sua terribile condizione, altrimenti toglierei il gusto a chi volesse leggere il libro e non ne ha sentito parlare. Il romanzo è scritto (tradotto) bene, l’ho letto tutto d’un fiato, fatti salvi alcuni passaggi in cui l’autore descrive le varie miscele atte a produrre profumi, ed è anche un riflessione sulla bellezza e sulla cattiveria umana, oltre che, naturalmente, sul potere degli odori. Non mi è piaciuto il finale, che peraltro forse sintetizza il senso del romanzo, ma che a me è parso francamente esagerato.

La pigrizia m’impedisce di scrivere altro, mi limito a riportarvi un passaggio del libro e la canzone dei Nirvana con relativo testo. Alla prossima puntata di questa appassionante ma vana rubrica.

“Voleva essere il dio onnipotente del profumo, così come lo era stato nella sua fantasia, ma ora nel mondo e regnando su uomini reali. E sapeva che ciò era in suo potere. Poiché gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo era fratello del respiro. Con esso penetrava negli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore, e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l’amore dall’odio. Colui che dominava gli odori, dominava i cuori degli uomini”.

(Patrick Süskind, “Il profumo”)

 

“Like most babies smell like butter

his smell smelled like no other

he was born scentless and senseless

he was born a scentless apprentice

Go away – get away, get away, get a-way

every wet nurse refused to feed him

electrolytes smell like semen

I promise not to sell your perfumed secrets

there are countless formulas for pressing flowers

I lie in the sole and fertilize mushrooms

Leaking out gas fumes are made into perfume

You can’t fire me because I quit

Throw me in the fire and I won’t throw a fit

 Go away!”

 

 

“La sonata a Kreutzer” (Beethoven e Tolstòj). Del potere seduttivo della musica.

(“Punti di tangenza”). È da un po’ che non aggiorno la mia rubrica sulle affinità tra musica e letteratura. Da qualche giorno, in maniera non proprio casuale, mi sono avvicinato alla musica classica, in particolare a Beethoven, già protagonista di un articolo di qualche giorno fa. A questo punto, quasi come in una fiaba di Hoffmann, uno spiritello invisibile e notturno mi ha suggerito di riprendere tra le mani “La sonata a Kreutzer” di Lev Tolstòj, che avevo letto alcuni anni fa, e di ascoltarmi la sonata di Beethoven nota come “a Kreutzer”*, cosa che ho prontamente fatto, perché ho appreso che quando gli spiritelli notturni sono arguti e di pronta intelligenza non bisogna farsi sfuggire certi preziosi suggerimenti.

Non proverò a “recensire” il libro perché oggi sono un po’ pigro e perché questo racconto, pur nella sua mole non eccessiva, ha in sé tanti spunti, che sarebbe riduttivo scriverne qui. Per esempio, si parla di gelosia, di emancipazione femminile, di rapporti di coppia burrascosi, di amore sublime e amore carnale, di castità e d’intemperanza, d’interruzioni di gravidanza. Tolstòj non mi trova per nulla d’accordo su alcune tesi di fondo da lui stesso specificate nella postfazione al libro, ma ciò non toglie che questo suo racconto si è meritato ampiamente la rilettura.

Tornando alla rubrica, uno dei temi del racconto è anche il terribile potere seduttivo della musica. Non a caso “La sonata a Kreutzer”, che dà il titolo al libro stesso, è decisiva nello sviluppo della storia narrata. Non anticipo nient’altro per non togliere il gusto a chi non avesse letto il libro.

Qui sotto, invece, pubblico la sonata di Beethoven**, che non avevo mai ascoltato prima che lo spiritello me lo fischiettasse all’orecchio, facendomi gradito dono di questa scoperta. Più sotto ancora, un breve estratto dal libro di Tolstoj.

“ – Suonarono la Sonata a Kreutzer di Beethoven. Conoscete il primo “presto”, gridò. – Oh!…è una cosa tremenda questa sonata. E soprattutto la prima parte. La musica in genere è una cosa tremenda. Che cos’è? Non lo capisco. Che cos’è la musica? Che cosa fa? E perché fa quello che fa? Dicono che la musica elevi lo spirito…sciocchezze, non è vero! Esercita una grande influenza, parlo per me, però non eleva certo lo spirito. Non eleva, né umilia lo spirito, lo eccita, piuttosto. Come dire? Continua a leggere…

“Fannulloni” di tutto il mondo unitevi!

(“Punti di tangenza”). Come previsto, in questa rubrica torna De André. Stavolta un po’ a sorpresa, perché per puro caso ho scoperto un’affinità neanche tanto velata tra la canzone “Il fannullone” e il libro “Storia di un fannullone” di Joseph Von Eichendorff. La canzone fu scritta da De André insieme a Paolo Villaggio (anzi, spero di non dire una bestemmia, ma se non ricordo male il testo è di Villaggio). Il libro ancora non l’ho letto, ma ne ho trovato un estratto all’interno del “Dizionario dei personaggi di romanzo” di Bufalino. Non ho fatto ricerche approfondite al riguardo, quindi non so se Villaggio (e De André) si sono ispirati direttamente al romanzo, ma certo che le affinità ci sono, non solo nel titolo.
P.s.: in coda al testo di Von Eichendorff riporto anche la famosa scena tratta da “I vitelloni”, con Alberto Sordi che sbeffeggia dei lavoratori, salvo poi accorgersi che la sua non è stata un’idea tanto brillante.

“Ho anche provato a lavorare
senza risparmio mi diedi da fare
ma il sol risultato dell’esperimento
fu della fame un tragico aumento

non si risenta la gente per bene
se non mi adatto a portar le catene.”

“O fannullone che non sei altro! – m’investì – ecco che ti crogioli di nuovo al sole e ti stiri le ossa fino a slogartele, lasciando a me tutto il lavoro. Non posso più a lungo tenerti a ingrassare. La primavera è alle porte, vattene dunque per il mondo a guadagnarti il pane da te.”

“Ebbene? – dissi io – se sono un poltrone, tanto meglio per me, me ne andrò per il mondo a far fortuna. E in realtà, la cosa non mi dispiaceva…provavo una gioia segreta, nel vedere, a destra e a sinistra, i miei conoscenti e compagni recarsi al lavoro, vangare e arare, come ieri e l’altro ieri e sempre, mentre io m’avventuravo libero per il mondo. Appagato e fiero mi misi a mandar saluti in tutte le direzioni, ma nessuno se ne curava. Dentro mi sentivo come un’eterna domenica!”. Continua a leggere…

Un insetto tra sottosuolo e sole (Dostoevskij, Kafka, Bufalino e il blog. Un post autoreferenziale)

Quando decisi di ‘aprire’ questo blog, il primo problema fu quale titolo dare allo stesso. Decisi di intitolarlo “Tra sottosuolo e sole” soprattutto perché di meglio non ero riuscito a elaborare, ma anche per altri motivi, che non è il caso di approfondire, forse perché non c’è nulla da approfondire. È innegabile, però, che il “sottosuolo” e il “sole”, nella mia testa, rimandano a un paio di autori che ammiro. Non fu un caso, infatti, che il primo articolo pubblicato riguardasse anche “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij (chi se lo fosse perso, e non dormisse la notte per questa grave mancanza, potrà trovarlo qui. Nell’orecchio però vi dico che è di una noia mortale).

Perché vi dico questo? Ok, vado al sodo. In quell’articolo a un certo punto scrissi: “Del resto, cos’altro avrebbe potuto fare un uomo il cui unico rimpianto è quello di “non essere nemmeno riuscito a diventare un insetto”? Un insetto è ciò che Gregor Samsa – Kafka, il nostro secondo uomo, è diventato, apparentemente dalla sera alla mattina”. Proponevo il parallelo tra “Memorie dal sottosuolo” e “La metamorfosi” di Kafka. Niente di originale, d’accordo.

Oggi pomeriggio me ne sono andato al mare, Continua a leggere…

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