Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Bulgakov fa gli auguri a Dostoevskij (più o meno)

Dostoevskij_1872

(Non amo particolarmente certe ricorrenze e non avrei voluto ricordare oggi Dostoevskij, nato per l’appunto l’11 novembre del 1821.

Un altro mio “amico”, però, mi ha chiamato per ricordarmi che anche lui, scrivendo, aveva segnalato l’immortalità di Dostoevskij. Vi riporto, quindi, le sue parole. Ah, l’amico, grande anche lui, si chiama Bulgakov.)

– Le loro tessere? – disse, guardando con stupore gli occhiali a molla di Korov’ev, nonché il fornello di Behemoth e il gomito lacerato dello stesso.

– Mi scusi tanto, quali tessere? – chiese sorpreso Korov’ev.

– Sono scrittori? – chiese a sua volta la donna.

– Indubbiamente, – rispose Korov’ev con dignità.

– Le loro tessere? – ripeté la donna.

– Bellezza mia… – cominciò tenero Korov’ev.

– Non sono una bellezza, – lo interruppe la donna.

– Oh, che peccato, – disse deluso Korov’ev, e continuò: – Va bene, se lei non desidera essere una bellezza, il che sarebbe stato molto piacevole, può fare a meno di esserla. Dunque, per convincersi che Dostoevskij è uno scrittore, possibile che sia necessario chiedergli la tessera? Ma prenda cinque pagine qualsiasi di qualsiasi suo romanzo, e senza alcuna tessera si convincerà di avere a che fare con uno scrittore. Del resto, immagino che di tessere, non ne avesse neppure una! Che ne pensi? – chiese a Behemoth.

– Scommetto che non ne aveva, – rispose quello, posando il fornello sul tavolo vicino al registro e asciugandosi con una mano il sudore della fronte sporca di fuliggine.

– Lei non è Dostoevskij, – disse la donna a cui Korov’ev faceva perdere il filo.

– Be’, chi lo sa, chi lo sa, – rispose lui.

– Dostoevskij è morto, – disse la donna, ma con poca convinzione.

– Protesto! – esclamò calorosamente Korov’ev. – Dostoevskij è immortale.

(Michail Bulgakov, “Il Maestro e Margherita”, ed. Einaudi)

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“Romanzo teatrale” (Michail Bulgakov)

romanzo teatrale

“Lessi il contratto, confesso che non capii niente né tentai di capire. Avevo voglia di dire: – Rappresentate il mio dramma, non ho bisogno di niente: mi sia soltanto riconosciuto il diritto di venire qui tutti i giorni per stare disteso due ore su questo divano ad aspirare l’odore melato del tabacco, ascoltare la melodia dell’orologio e sognare.

Per fortuna non lo dissi.

Mi ricordo che nel contratto s’incontravano sovente i termini “giacché” e “considerato che”, e che ogni articolo cominciava con le parole “L’Autore non ha diritto”.

L’Autore non aveva diritto di consegnare il suo dramma a un altro teatro di Mosca.

L’Autore non aveva diritto di consegnare il suo dramma ad alcun teatro della città di Leningrado.

L’Autore non aveva diritto di consegnare il suo dramma ad alcuna città della RSFRR (Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa).

L’Autore non aveva diritto di consegnare il suo dramma ad alcuna città della RSSU (Repubblica Socialista Sovietica Ucraina).

L’Autore non aveva diritto di stampare il suo dramma.

L’Autore non aveva diritto di chiedere al teatro (che cosa, ho dimenticato) (articolo 21).

L’Autore non aveva diritto di protestare contro una certa cosa né contro un’altra, ma neppure di questa mi ricordo.

Uno degli articoli interrompeva però la monotonia di questo documento. Era l’articolo 57. Questo cominciava con le parole: “L’Autore s’impegna”. Secondo questo articolo, l’Autore s’impegnava ad “apportare al suo dramma, immediatamente e incondizionatamente, modifiche, cambiamenti, tagli o aggiunte nel caso in cui la Direzione, oppure un qualsiasi comitato, oppure enti od organizzazioni o corporazioni o persone singole munite di regolare mandato in tale senso dovessero richiederne, non pretendendo per tale lavoro alcun compenso eccetto quello pattuito all’articolo 15”.

Rivolgendo la mia attenzione a questo articolo, vidi che dopo la parola “compenso” vi era uno spazio vuoto. Sottolineai interrogativamente con l’unghia questo vuoto.

(Michail Bulgakov, “Romanzo teatrale”, Einaudi)

Stimolato dalla rilettura di “Appunti sui polsini”, sono andato a riprendere anche “Romanzo teatrale”, altra opera di Bulgakov forse meno nota persino agli ammiratori dei suoi romanzi o racconti più noti. In questo testo l’autore rievoca in chiave tragicomica le sue disavventure nel mondo del teatro, mettendo in ridicolo tutta una serie di personaggi legati a quell’ambiente ed evidenziando le difficoltà che egli trovò, nel corso della sua esistenza, per sottrarsi alle censure del regime stalinista. Chi conosce la biografia di Michail Bulgakov troverà adombrate molte delle sue vicissitudini personali, sia pure traslate in chiave romanzesca. Bulgakov, quasi a voler esorcizzare le sue paure, si serve di un artificio narrativo classico, cioè avverte in prefazione che sta trascrivendo le memorie di un suicida, cioè Maksudov, il quale aveva trascritto tutti gli eventi poi narrati. Maksudov è un collaboratore di un quotidiano Continua a leggere…

“Appunti sui polsini” (Michail Bulgakov)

Appunti sui polsini

Ieri mattina, sulla Tverskaja, ho visto un ragazzo. Era seguito da un corteo di cittadini, maschi e femmine, a bocca aperta, sbalorditi. C’era anche una teoria di carrozze vuote, come ai funerali.

Da un tram che passava si udivano dei viaggiatori, che indicavano il ragazzo col dito. Non voglio giurarlo, ma mi è parso che la venditrice di mele che sta presso la casa numero settantatré singhiozzasse di felicità, e un tassista che sbadigliava salì con l’auto sul marciapiede e per poco non andò a finire al commissariato.

Solo dopo essermi strofinato gli occhi, capii di che si trattava.

Il ragazzo non teneva sulla pancia, a tracolla, la cassetta con le caramelle alla saccarina, e non ululava con voce selvaggia: “Posolskie…Giava…Mursal (marche di sigarette, n. d. r.)…giornali”.

Il ragazzino non strappava dalle mani di un altro ragazzino “limoni” (rubli, n. d. r.) spiegazzati e non gli dava calci. Non teneva sigarette in bocca. Non imprecava con parole oscene.

Non saliva in tram con stracci variopinti e, con voce falsa, non si rivolgeva alle facce sazie degli speculatori, piagnucolando: “Fa-a-te la ca-a-rità, per amor di Cristo…”.

No, cittadini. Questo ragazzino unico, che avevo incontrato per la prima volta, camminava dondolandosi in modo posato, senza fretta, aveva un comodo e bel berretto con i paraocchi e sulla faccia teneva scritte tutte le virtù che può avere un ragazzo di undici o dodici anni.

No, non era un ragazzo. Era un cherubino vero e proprio, con i guanti caldi e i walenki (stivaletti, n. d. r.). E sulla schiena il cherubino aveva una cartella, dalla quale sporgeva l’angolo di un libro molto usato.

Il ragazzo andava alla scuola di primo grado, per S-T-U-D-I-A-R-E.

Basta. Punto.

(Michail Bulgakov, “La capitale nel block notes” in “Appunti sui polsini”, editore Nobel)

Quando mi coglie il blocco del lettore e sono indeciso su quale libro affrontare, so di poter contare sull’aiuto del Maestro, cioè Bulgakov. Ho letto il suo capolavoro, “Il Maestro e Margherita”, almeno sei volte, sempre in primavera. Quest’anno ho saltato l’appuntamento, ma in compenso, dopo un paio di mesi dedicati alla fisica, con qualche intermezzo, mi sono riletto “Appunti sui polsini”, Continua a leggere…

I miei 35 motivi semiseri per amare la Letteratura

Sono immerso nella lettura della “Critica della ragione pura” di Kant e quindi ho meno tempo a disposizione per leggere altro o scrivere articoli. Ho pensato, così, di “barare”, ripubblicando un mio vecchio articolo, scritto e pubblicato marzo. All’epoca il mio blog era molto meno seguito, ma a qualcuno piacque questa mia lista semiseria. La propongo anche a chi mi “segue” da meno tempo. Spero che voi abbiate altrettanti e maggiori motivi di amare la Letteratura. 🙂

  • perché quando sono in fila alla posta, dal dottore o altrove posso attendere il mio turno senza morire di noia
  • perché l’ultima pagina de “La nausea” di Sartre mi fece piangere
  • perché ogni anno, il 19 marzo, quando nel mio paese accendono i fuochi per la festa di S. Giuseppe, penso al finale de “La luna e i falò” di Pavese
  • perché leggendo non ho scoperto il senso della vita, ma ho scoperto che anche se non c’è alcun senso “bisogna immaginare Sisifo felice”
  • perché quando mi chiedi un consiglio di lettura, anche se vorrei baciarti romanticamente in riva al mare o fare sesso selvaggio con te nel bagno di un pub, io ti consiglio qualcosa e non capisco mai se ho fatto bene a tacere tutto il resto
  • perché la villetta comunale del mio paese certe volte mi è sembrata davvero Pietroburgo
  • perché posso fare un elenco come questo
  • perché un giorno un bibliotecario mi disse che ero una delle persone più interessanti che aveva visto, che stavo seguendo un certo percorso che mi avrebbe portato…e non finì la frase, al che sospettai che alludesse alla pazzia
  • perché in fondo adoro il pensionato rompiballe che mi ripete da decenni che leggo troppo
  • perché se passeggio senza un libro in mano, mi sento come se non portassi le mutande
  • perché mi rendo conto di quanto sia ridicolo passeggiare sempre con un libro in mano
  • perché quando vedo su un treno una ragazza che legge un libro, penso sempre che potrei innamorarmi
  • perché mio nonno ha vissuto benissimo senza leggere tanti libri, probabilmente era una persona “migliore” di me, e mi diceva sempre di mettermi al sole per leggere
  • perché mi piace Continua a leggere…

“Cuore di cane”, “Le uova fatali”, “Diavoleide” (M. A. Bulgakov)

“Ma improvvisamente fu colpito da un ricordo. Chissà perché gli tornò lucida alla mente un ricordo della sua infanzia: l’immenso cortile soleggiato, vicino alla barriera Preobražènskaja. Schegge di sole sulle bottiglie, mattoni rotti, cani randagi.

– No, macché libertà, da qui non me ne andrò. Perché mentire? – pensò il cane tirando su mestamente con il naso – Ormai mi sono abituato, sono un cane da signori, sono un intellettuale, ho provato la dolce vita. E poi cos’è mai la libertà? Fumo, miraggio, finzione…vaneggiamenti di questi sciagurati democratici.

La penombra del bagno gli fece paura, si mise a ululare gettandosi contro la porta e graffiandola.

– Uuuuuuuhhh! – rintronava in tutto l’appartamento.

– Farò di nuovo a pezzi la civetta – pensò il cane con rabbia impotente. Poi si sentì mancare; se ne stette per un po’ sdraiato e quando si alzò, avvertì che gli si rizzava il pelo: chissà perché nella vasca da bagno gli era parso di vedere gli occhi repellenti di un lupo.

Era al colmo della sofferenza quando si riaprì la porta. Pallino uscì scuotendosi e si diresse cupamente in cucina, ma Zina lo tirò con insistenza per il collare, verso l’ambulatorio. Il cane sentì un brivido al cuore”.

(Michail Bulgakov, “Cuore di cane”)

Nel precedente articolo, in parte contravvenendo a una regola che mi ero dato per questo blog, cioè essere “propositivo” e parlare di ciò che mi piace piuttosto che di ciò che non mi piace (“invece di uccidere e morire per produrre l’essere che non siamo, dobbiamo vivere e far vivere per creare quello che siamo”, scriveva Camus, peraltro con riferimento a temi ben più seri), ho scritto della noia che può essere causata da una lettura. Torno ai miei “buoni” propositi per segnalare tre libri di Bulgakov. Ho deciso di rileggermi “Cuore di cane”, e già che c’ero anche “Diavoleide” e “Le uova fatali”. Non ho ritenuto opportuno addentrarmi di nuovo nel capolavoro, cioè “Il Maestro e Margherita”, per la semplice ragione che cinque (forse sei, ho perso il conto) letture dello stesso possono, per ora, bastare. Continua a leggere…

Ecco dove giace il gatto Behemoth!

Anche oggi ero partito con l’intenzione di scrivere un certo articolo e poi il “caso” mi ha dirottato altrove. La pagina facebook intitolata a Bulgakov (p.s.: sorvolo sull’inquietudine derivante dalla frase “Bulgakov ha pubblicato una foto”) ha proposto la foto sottostante. Non sto qui a domandarmi se quel gatto è stato messo appositamente di fronte all’autobus, vicino alla casa di Bulgakov a Mosca (così è riportato nella didascalia, se poi è un falso, non importa) o se sostava lì per sua scelta, anche perché se me lo domandassi metterei in dubbio la grandezza di Behemoth! Perché quello è lui, non ci sono dubbi!

Non posso non pubblicarla, ho letto quel libro sei volte, anche se quest’anno ho saltato il “turno” (di solito lo leggo in primavera, per motivi del tutto personali, peraltro a me stesso sconosciuti).

Ecco a voi, dunque, Behemoth e uno stralcio del romanzo che dimostra, in maniera incontrovertibile, che di lui si tratta.

 “Il comportamento del gatto sbalordì talmente Ivan da lasciarlo immobile davanti alla drogheria sull’angolo; e subito una seconda volta, ma con molta più forza, egli fu sbalordito dal comportamento della bigliettaria*. Questa, non appena vide il gatto che saliva sul tram, gridò con una rabbia che la scuoteva tutta: – È vietato ai gatti! È vietato portare gatti! Passa via! Scendi, se no chiamo la polizia!

Né la bigliettaria né i passeggeri furono colpiti dalla cosa principale: non dal fatto che un gatto salisse sul tram, questo poteva ancora passare, ma dal fatto che volesse pagare il biglietto!

Il gatto si dimostrò animale non soltanto solvibile, ma anche disciplinato. Alla prima sgridata della bigliettaria cessò l’attacco, si staccò dal predellino e si sedette alla fermata, soffregandosi i baffi con la monetina”

(Michail Bulgakov, “Il Maestro e Margherita”)

*in un primo momento pensavo che “bigliettaria” fosse un refuso. Ho scoperto, invece, che è una forma corretta, sia pure di utilizzo poco comune. C’è sempre da imparare!

La Letteratura va in “Panchina”

Le panchine ritratte nella foto appartengono alla villetta comunale del mio paese (Itri). Ho scelto questa immagine come foto – copertina di questo blog perché a quel luogo sono particolarmente affezionato, nel male ma soprattutto nel bene. Dopo tutto, è la mia “piccola Pietroburgo”.

La “panchina” può essere il luogo dove si attende che qualcosa accada o che qualcuno passi, magari a salvarci, a tirarci fuori da una situazione, oppure il contrario, a chiedere il nostro intervento. Si può stare seduti su una panchina perché qualcuno ha deciso che non siamo ancora pronti per partecipare al “gioco” o che c’è qualcuno che sa giocare meglio di noi. Si può essere relegati da scelte altrui a stare fermi, a osservare, e questo stato di fatto può durare anche anni, perché il panchinaro, che inizialmente capisce di dover apprendere le regole del “gioco”, non si lamenta, osserva e apprende, per farsi trovare pronto al momento del bisogno. Ma se questo momento non arriva mai, può accadere, Continua a leggere…

Letteratura e diavoli (“Sympathy for the Devil”)

(“Punti di tangenza”) La canzone che vi propongo oggi per la rubrica sulle affinità tra musica e letteratura è “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones. Lasciando da parte la letteratura di settore, il “diavolo”, nelle sue diverse accezioni, è sempre stato uno spunto per gli scrittori di ogni epoca. Basti pensare alla figura del diavolo tentatore Mefistofele nel “Faust” di Goethe (“Dunque tu chi sei?” “Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene”), al dramma teatrale “Il diavolo e il buon Dio” di Sartre, nel quale l’autore cerca di dimostrare l’impossibilità di realizzare il Male Assoluto e il Bene Assoluto, alla bottiglietta contenente “Gli elisir del diavolo” di E.T.A. Hoffmann, allo spiritello evocato ne “Il diavolo innamorato” di Jacques Cazotte, o ancora ad alcune poesie contenute ne i “Fiori del male” di Baudelaire. L’elenco potrebbe continuare ma lascio a voi la scelta del vostro diavoletto di fiducia.

Per tornare alla rubrica, c’è da dire che nel testo della canzone non vi sono riferimenti precisi ed espliciti a un romanzo particolare, e tuttavia nell’ascoltarla il mio pensiero non può che andare a due capolavori della letteratura russa, cioè “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov e “I demoni” di Dostoevskij.

“And I was ‘round when Jesus Christ

Had his moment of doubt and pain

Made damn sure that Pilate

Washed his hands and sealed his fate”

I versi sopra riportati evocano, nella mia mente, le meravigliose pagine del “romanzo nel romanzo” che Bulgakov dedica all’incontro tra Gesù Cristo e Ponzio Pilato, ovviamente senza dimenticare la figura del diavolo Woland, tra i protagonisti principali del libro. Colgo anche l’occasione per segnalare agli appassionati di questo romanzo che ancora non lo sapessero che c’è una serie tv russa tratta dal “Maestro e Margherita”. È sottotitolata in italiano e a me piace molto. La trovate su youtube, suddivisa in dieci puntate, ciascuna a sua volta in cinque parti.

“I stuck around St. Petersburg

When I saw it was a time for a change

Killed the czar and his ministers

Anastasia screamed in vain”

Questi altri versi, invece, mi rimandano al “profetico” romanzo di Dostoevskij, del quale vi riporto un estratto.

“Nei periodi torbidi d’oscillazione o di transizione, sempre e dovunque compare molta gentaglia. Io non parlo dei così detti ‘antesignani’, i quali hanno sempre hanno sempre fretta di passare avanti a tutti (è la loro preoccupazione principale) con uno scopo, sebbene assai spesso stupidissimo, tuttavia più o meno definito. No, io parlo solo della canaglia. In ogni periodo di transizione si solleva la canaglia che c’è in ogni società e si solleva non solo senza nessuno scopo, ma senza nemmeno avere l’ombra di un’idea, esprimendo soltanto, con tutte le forze, la propria inquietudine e la propria impazienza. Intanto questa canaglia, senza nemmeno saperlo, quasi sempre vien a trovarsi sotto comando di quel piccolo crocchio di ‘antesignani’ che agiscono con uno scopo definito e quello indirizza tutta questa immondizia dove più gli piace, a meno che lo stesso crocchio non sia composti di perfetti idioti, cosa che, del resto, talvolta succede”.

(Fëdor Dostoevskij, “I demoni”)

Il problema dell’Identificazione lettore – personaggio. Da Anna K. a Zeno Cosini, alcuni utili consigli per salvarvi.

Un male atavico affligge molti lettori, cioè la nefasta tendenza a identificarsi con un personaggio romanzesco, con tutte le conseguenze del caso. È il momento di fornire a voi amabili visitatori del blog uno strumento che potrà aiutarvi a uscire dal “tunnel dell’Identificazione”. Chi di voi abbia provato un’esperienza del genere (sia pure nella più o meno lontana gioventù), potrà trovare dei sintetici consigli che lo aiuteranno a estirpare i residui del personaggio con cui si era immedesimato. Chi ancora non ha letto i romanzi che hanno come protagonisti i soggetti sotto elencati potrà, invece, costituire attorno a sé una barriera per preservarsi dal processo d’identificazione e della sua inevitabili patologie. A chi, invece, ritiene che sia da stolti identificarsi con un personaggio, dico che ha ragione, ma che non è bello da parte sua ricordarmelo.

Ho pensato di suddividere i personaggi in ordine alfabetico, facilitando così la vostra eventuale ricerca. Accanto a ciascuno ho messo un suggerimento lapidario. Non è farina del mio sacco, tutto ciò mi è stato recapitato nottetempo da un messaggero oscuro ma benevolo. P.s.: la lista è da completare. Il messaggero mi visiterà ancora, ne sono certo.

A)

  • AMLETO (“Amleto”, William Shakespeare). Per dirimere i vostri dubbi, affidatevi all’oroscopo, anche se non ci credete.
  • ANNA KARENINA (“Anna Karenina”, Lev Tolstoj). Occhio ai treni.
  • ALESA KARAMAZOV (“I fratelli Karamazov”, Fëdor Dostoevskij). L’abito monacale non vi dona.
  • ANTONIO ROQUENTIN (“La nausea”, Jean Paul Sartre). Sorridete al fotografo. Lo so che non vi va, ma ogni tanto “fate buon viso a cattivo gioco”; e sorridete anche a questa frase fatta. Ma lo dico per voi, eh.

B)

  • BERNARD RIEUX (“La peste”, Albert Camus). Il lavoro non vi mancherà. Rimboccatevi il camice.
  • BARTLEBY (“Bartleby lo scrivano”, Hermann Melville). Attenti a dire sempre “preferirei di no”, il posto fisso è passato di moda, orde di precari aspettano di prendere il vostro posto.
  • BEHEMOTH (“Il Maestro e Margherita”, Michail Bulgakov). Siate felini ma con giudizio. Non funziona come nei libri. Camminare a quattro zampe con atteggiamento sornione potrebbe anche portarvi direttamente al primo centro d’igiene mentale.

C)

  • CYRANO (“Cyrano de Bergerac”). Il romanticismo è stato bello, scrivere le lettere d’amore anche, ma non è il tempo di essere più pratici? No, la butto là, poi pensateci voi.
  • CANDIDO (“Candido”, Voltaire). I precettori non hanno sempre ragione.

D)

  • DORIAN GRAY (“Il ritratto di Dorian Gray”, Oscar Wilde). La bellezza (?) vi ucciderà. Siate pronti all’appuntamento.
  • DMITRI K. (“I fratelli Karamazov”, Fëdor Dostoevskij). Non è saggio andare nei pub per ubriacarvi e raccontare i fatti vostri.
  • DON CHISCHIOTTE (“Don Chisciotte”, Miguel de Cervantes Saavedra). I mulini non sono quello che sembrano.

E)

  • EUGENE DE RASTIGNAC (“Papà Goriot”). Prima di affacciarvi da una collina e gridare, in tono di sfida “Parigi, ora a noi due”, accertatevi di essere davvero a Parigi e non ancorati in una provincia qualsiasi. Continua a leggere…

Qual è il posto più strano in cui l’avete letto? (Il Kamasutra del lettore)

Questo articolo prende spunto da quello intitolato “I miei 35 motivi per amare la Letteratura”.

Ho pensato ad alcune situazioni della mia esistenza, accomunate tutte dal fatto che avevo un libro tra le mani e che lo stavo leggendo. Non dico che fossero situazioni “strane”, perché i concetti di “stranezza” e di “normalità” sono abbastanza discutibili, tuttavia si trattava certamente di situazioni per me insolite.

Via con l’elenco, stilato facendo ricorso alla mia labile e istintiva memoria. A ciascuna situazione ho cercato di abbinare un libro, che non è quello che stavo leggendo in quel momento (mi preoccuperei se ricordassi anche questo). Non escludo di aggiornare in seguito la lista. E voi, dove l’avete letto? In che posizione del vostro “Kamasutra” da lettore vi siete esibiti?

Quando lavoravo a Trastevere, prendevo ogni mattina il bus “H”, da Termini. Il quarto d’ora che passavo lassù lo spendevo ascoltando musica o leggendo un libro, oltre che per guardare Via Nazionale e le altre meraviglie di Roma. Un giorno ero appoggiato a un finestrino e stavo leggendo. C’era la solita calca, ma riuscivo a estraniarmi dal contesto e leggevo. Notai, accanto a me, un signore in abito elegante, giacca e cravatta. Mi attirò perché credevo che mi avesse rivolto la parola. Ben presto mi accorsi che parlava da solo. Più precisamente, recitava la parte di due personaggi, uno pessimista, disfattista, l’altro propositivo. Il “dibattito” dell’uomo con se stesso, che si svolgeva abbastanza ad alta voce, proseguì per tutta Via Nazionale, fino a Piazza Venezia. Poi l’uomo scese, gesticolando. In mano aveva una valigetta. Mi chiesi dove fosse diretto, magari in qualche ufficio, laddove avrebbe indossato una terza personalità. Ripresi a leggere.

L’estate scorsa decisi di rileggermi tutto Kafka, ma proprio tutto, dai romanzi ai racconti di una pagina. Il fatto è che l’estate scorsa è stata anche quella che più mi ha visto sulle spiagge. Leggersi “Il castello” al mare è stata un’esperienza particolare. Non tanto perché avevo a disposizione cinque centimetri quadrati per posizionarmi; nemmeno perché fossi distratto dalle chiacchiere dei vicini d’ombrellone; e neanche, infine, perché fanciulle più o meno scolpite nella roccia e abbronzate come Briatore potessero mettere in difficoltà i miei ormoni. L’ostacolo più grave da superare era di altra natura. Leggere Kafka al mare è possibile, leggere Kafka al mare quando ci sono 40 gradi comincia a essere più arduo. Più o meno alla fine di ogni due pagine, circa un litro di sudore andava disperso nella sabbia. Ben presto mi accorsi che la passione per la letteratura doveva lasciare spazio alla passione per la vita. In altre parole, capii che non potevo rischiare la disidratazione, pur con tutto l’affetto per Franz. Chiusi le pagine e mi gettai tra le braccia di Poseidone. Continua a leggere…

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