Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “misantropia”

“Ci si adegua al tono generale” (Denis Diderot)

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“Il fatto è che volenti o nolenti ci si adegua al tono generale; che prendendo parte a una riunione, capita di solito persino di atteggiare i tratti del proprio viso in armonia con quelli delle facce che si scorgono nel varcare la soglia di una casa; che, essendo di cattivo umore, si simuli un’allegra disposizione di spirito e, per contro, un’aria grave quando ci si sentirebbe in vena di piacevolezze; non ci si vuole, insomma, sentire estranei nei confronti di alcuno; e così il letterato fa politica, il politico metafisica, il metafisico diventa moralista, il moralista discute di finanza, il finanziere di belle lettere o di geometria e ciascuno, piuttosto che tacere o limitarsi ad ascoltare, va sproloquiando su tutto ciò di cui non sa nulla tra la noia generale sopportata per sciocca vanità o per buona educazione.”
(Denis Diderot, “Questo non è un racconto”, Ed. Est)

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Rettitudine e misantropia

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“Ma questa rettitudine, che voi esigete in tutto e per tutto con tanta intransigenza: questa assoluta dirittura in cui vi rinchiudete, la riconoscete in colei che amate? Visti i pessimi rapporti in cui siete col genere umano, io mi stupisco che con tutto ciò che ve lo rende odioso, abbiate trovato nel suo ambito di che affascinare i vostri occhi; e ciò che ancor più mi sorprende, è questa strana scelta in cui il vostro cuore è caduto. La sincera Eliante ha un debole per voi, la saggia Arsinoè vi guarda con occhi dolci; ma il vostro animo si rifiuta ai loro voti e si lascia invece prendere al laccio dalle vane lusinghe di Selimene, che mi pare, per la civetteria e il gusto della maldicenza, perfettamente in tono con le usanze del giorno d’oggi. Come mai, voi che odiate mortalmente queste usanze, le tollerate nella bella Selimene? Forse, in una così bella persona, non sono più dei difetti? Oppure non li vedete? Oppure li perdonate?”

(Molière “Il misantropo”, ed. Bur)

“La fotografia è la più grande sciagura del ventesimo secolo…” (Thomas Bernhard)

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“Disprezzo quelli che fotografano di continuo e girano tutto il tempo con la macchina fotografica appesa al collo. Sono alla continua ricerca di un soggetto e fotografano tutto, anche le cose più insensate. Non hanno altro in testa, di continuo, se non di esibire se stessi e sempre nella maniera più ripugnante, senza però esserne consapevoli. Nelle loro foto catturano un mondo perversamente deformato, che col mondo vero non ha niente in comune se non la perversa deformazione di cui si sono resi colpevoli. Fotografare è una mania meschina da cui è contagiato a poco a poco l’intero genere umano, perché della deformazione e della perversità è non solo innamorato, ma addirittura pazzo e col tempo, a forza di fotografare, scambia in effetti il mondo deformato e perverso per l’unico vero. Quelli che fotografano commettono uno dei crimini più meschini che si possano commettere, perché nelle loro fotografie trasformano la natura in uno spettacolo perverso e grottesco. Nelle loro fotografie le persone sono marionette ridicole, stravolte, anzi storpiate fino a diventare irriconoscibili, che, ottuse e disgustose, fissano spaventate il loro ignobile obiettivo. Fotografare è una passione abietta da cui sono contagiati tutti i continenti e tutti gli strati sociali, una malattia da cui è colpita l’intera umanità e da cui non potrà mai più essere guarita. L’inventore della fotografia è l’inventore della più disumana di tutte le arti. A lui dobbiamo la definitiva deformazione della natura e dell’uomo che in essa vive, ridotti alla smorfia perversa dell’una e dell’altro. Non ho mai visto in una fotografia una persona naturale, ossia vera e reale, come non ho mai visto in una fotografia una natura vera e reale. La fotografia è la più grande sciagura del ventesimo secolo. Guardare fotografie mi ha sempre nauseato, più di ogni altra cosa.”

(Thomas Bernhard, “Estinzione”, ed. Adelphi)

“A colpi d’ascia” (Thomas Bernhard)

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“Sono stato io a voltare le spalle a costoro, non loro a me, pensavo. Noi ci leghiamo a queste persone a filo doppio, poi, tutt’a un tratto le detestiamo e le lasciamo andare. Per anni corriamo loro appresso e mendichiamo la loro simpatia, pensavo, e a un tratto, ottenuta la loro simpatia, non la vogliamo più, questa loro simpatia. Noi fuggiamo e loro ci raggiungono, ci attirano di nuovo a sé e noi sottostiamo a loro e a tutte le loro imposizioni, pensavo, e ci affidiamo totalmente a loro, e non ne usciamo se non con la fuga o con la morte. Sfuggiamo queste persone ed esse ci riprendono e ci schiacciano. Le rincorriamo, le imploriamo di accoglierci di nuovo e loro ci accolgono e ci ammazzano. Due sono i casi: o usciamo fin dall’inizio dalla loro orbita e allora riusciamo a restar fuori dalla loro orbita tutta la vita, o cadiamo nella loro trappola e moriamo soffocati. O riusciamo a sfuggire queste persone e allora le denigriamo, le calunniamo, spargiamo sul loro conto ogni sorta di menzogne, pensavo, pur di salvarci le calunniamo non appena se ne presenta l’occasione, per liberarci di loro scappiamo via, e per far salva la pelle le accusiamo di continuo e in ogni luogo sostenendo che sono loro ad avere noi sulla coscienza, oppure sono loro che pur di salvarsi ci sfuggono e ci calunniano e ci accusano e spargono sul nostro conto ogni sorta di menzogna, pensavo. Crediamo di essere ormai finiti e incontriamo costoro i quali ci salvano, ma noi non gli siamo grati per il fatto che ci hanno salvato, al contrario li malediciamo, li odiamo, per tutta la vita li perseguitiamo con il nostro odio per il fatto che ci hanno salvato. Oppure noi li corteggiamo, loro ci respingono e noi ci vendichiamo, li calunniamo, li denigriamo davanti a tutti, li perseguitiamo con il nostro odio fino alla tomba. Oppure loro in un momento decisivo ci aiutano a rimetterci in piedi e noi li odiamo perché ci hanno aiutato a rimetterci in piedi, così come loro odiano noi perché li abbiamo aiutati a rimettersi in piedi, pensavo nella bergère. Poiché una volta gli abbiamo fatto un piacere, crediamo di avere diritto alla loro gratitudine eterna, pensano nella bergère. Per anni siamo stati loro amici e tutt’a un tratto non lo siamo più per il resto dei nostri giorni, e non abbiamo la minima idea del perché tutt’a un tratto non siamo più loro amici. Li amiamo così intensamente che quest’amore ci ammala, e loro ci respingono, loro odiano il nostro amore, pensavo. Tutto ciò che abbiamo ci viene da loro e per questo li odiamo. Noi non siamo nessuno, loro ci fanno diventare qualcuno, e noi per questo li odiamo. Noi veniamo dal nulla, come si suol dire, e loro sono capaci di fare di noi un genio, e noi non possiamo perdonarli di aver fatto di noi un genio come se avessero fatto di noi un grande criminale, pensavo nella bergère. Tutto ciò che abbiamo ci viene da loro e per questo li puniamo per tutta la vita con il nostro disprezzo e con il nostro odio. Tutto ciò che abbiamo lo dobbiamo a loro e non possiamo mai perdonarli di dover loro ogni cosa, pensavo.”

(Thomas Bernhard, “A colpi d’ascia”, ed. Adelphi)  

“Antichi Maestri” (Thomas Bernhard)

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“Guai a lei se legge con più penetrazione del solito, si rovina il gusto per tutto ciò che legge. Qualsiasi cosa lei legga, questo qualcosa alla fine diventa ridicolo, alla fine non ha più alcun valore. Si guardi bene dall’affrontare con troppa penetrazione un’opera d’arte, diceva, si guasterà tutto, anche le cose più amate. Non guardi troppo a lungo un quadro, non legga un libro con troppa penetrazione, non ascolti un brano musicale con il massimo impegno, perché si rovinerebbe tutto e quindi anche ciò che di più bello e di più utile esiste al mondo. Legga quello che le piace, ma non penetri l’opera fino in fondo, ascolti quello che le piace, ma non lo ascolti fino in fondo, osservi quello che le piace, ma non lo osservi fino in fondo. Io, avendo sempre ascoltato tutto fino in fondo, avendo sempre ascoltato tutto fino in fondo o, quanto meno, avendo sempre cercato di ascoltare, di leggere, di osservare tutto fino in fondo, alla fine mi sono storpiato irrimediabilmente tutta l’arte figurativa e tutta la musica e tutta la letteratura, diceva ieri. Così, con questo sistema, mi sono alla fine storpiato irrimediabilmente il mondo intero, mi sono semplicemente storpiato tutto. Per anni mi sono semplicemente storpiato tutto e, cosa di cui mi pento dal più profondo del cuore, ho anche irrimediabilmente storpiato tutto a mia moglie. Per anni, diceva, la mia esistenza è stata possibile soltanto all’interno e in virtù di questo meccanismo di storpiatura. Ma ora so che devo evitare di leggere fino in fondo, di ascoltare fino in fondo, di osservare e stare a guardare fino in fondo, se voglio continuare a vivere.”

(Thomas Bernhard, “Antichi Maestri”, ed. Adelphi)

In “Antichi Maestri” l’adorabile misantropia espressa spesso da Bernhard nei suoi libri raggiunge vette elevate e nelle quali anche un suo accanito lettore (come me) può avvertire qualche leggero senso di fastidio, perché quasi tutto è travolto dall’irriverente, pungente prosa dell’autore. Il protagonista del romanzo è Reger, un uomo di oltre ottant’anni, che scrive per un giornale inglese articoli sull’arte, e che da oltre trent’anni siede, a giorni alterni, su una panchina all’interno del Kunsthistoriches Museum di Vienna, precisamente nella Sala del Bordone, davanti all’Uomo dalla barba bianca di Tintoretto.

Reger racconta ad Atzbacher, il “nostro” narratore, perché osservando in maniera ossessiva un capolavoro di chiunque, oppure leggendo in profondità un’opera, fosse anche di Goethe o Shakespeare, si giunga infine a coglierne la ridicolaggine, Continua a leggere…

“Cemento” (Thomas Bernhard)

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“Mi illudevo di non aver bisogno di nessuno, mi illudo ancora oggi. Non avevo bisogno di nessuno, e quindi non avevo nessuno. Ma ovviamente abbiamo bisogno di una persona, altrimenti diventiamo inevitabilmente come sono diventato io: difficile, insopportabile, malato, intollerabile nel più profondo senso della parola. Ho sempre creduto di potermi dedicare al mio lavoro intellettuale in perfetta solitudine, cosa che doveva dimostrarsi un errore, ma anche il fatto che si abbia bisogno di qualcuno è un errore, abbiamo bisogno di una persona e non ne abbiamo bisogno e una volta abbiamo bisogno di qualcuno e una volta non abbiamo bisogno di nessuno e una volta abbiamo bisogno di qualcuno e al tempo stesso non abbiam bisogno di nessuno, di questo fatto assolutamente assurdo mi sono reso conto di nuovo in questi giorni; non sappiamo mai e poi mai se abbiamo bisogno di qualcuno o se non ne abbiamo bisogno o se abbiamo bisogno di qualcuno e al tempo stesso non ne abbiamo bisogno e poiché non sappiamo mai di cosa realmente abbiamo bisogno siamo infelici e quindi incapaci di iniziare un lavoro intellettuale quando vogliamo, quando ci sembra il momento giusto. Io ho creduto addirittura fervidamente, ho bisogno di mia sorella per poter cominciare il lavoro su Mendelssohn Bartholdy, poi quando lei era qui sapevo che non ne ho bisogno, che posso cominciare soltanto se lei non è qui. Ma adesso lei non c’è più e io proprio non riesco a cominciare il mio lavoro. Prima il motivo era che lei era qui, adesso il motivo è che lei non è qui. Da un lato noi sopravvalutiamo l’Altro, dall’altro lo sottovalutiamo e continuiamo a sopravvalutare noi stessi e a sottovalutarci, e quando ci dovremmo sopravvalutare ci sottovalutiamo come ci dobbiamo sottovalutare quando ci sopravvalutiamo. E in realtà sopravvalutiamo anzitutto e sempre ciò che ci proponiamo, perché in verità ogni lavoro intellettuale come ogni altro lavoro viene smisuratamente sopravvalutato e non c’è al mondo un solo lavoro intellettuale al quale questo mondo tutto sommato sopravvalutato non potrebbe rinunciare, come non c’è uomo e quindi intelletto a cui in questo mondo non si potrebbe rinunciare, come del resto si dovrebbe rinunciare a tutto, se ne avessimo il coraggio e la forza.”

(Thomas Bernhard, “Cemento”, ed. SE)  

La scrittura di Thomas Bernhard mi fa pensare alla vertigine di un frullatore, solo che al posto del braccio meccanico ci sono le parole con le quali l’autore rimescola il Riso, il Pianto, la Misantropia, la Malinconia, il Dolore, il Sarcasmo e tanti altri ingredienti che vanno a comporre i suoi grandiosi romanzi, che su questo blog sono meno presenti di quanto dovrebbero solo perché testi come “Gelo”, “Estinzione”, “Perturbamento”, “A colpi d’ascia”, “Il soccombente”, “L’origine”, “La cantina”, “Il respiro”, “Goethe muore” e altri, che consiglio, li lessi tanti anni fa. “Cemento” ancora non l’avevo letto e ha confermato la presenza di Bernhard nel mio personale Olimpo di narratori del Novecento. Continua a leggere…

“Le Sale Gotiche” (August Strinderg)

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“Negli anni Ottanta la spiegazione zoologica del mondo, o filosofia veterinaria, non aveva quantomeno affinato gli animi, né ciò si poteva pretendere; e inselvatichirsi un po’, ogni tanto, è solo riposo. Le parole d’ordine erano: lotta, lotta su tutto; arraffa che nessuno offre; sii spregiudicato e ti farai strada! Gli anziani, che avevano imparato altre cose, ovvero che i miti avrebbero ereditato la terra, si avvilirono sulle prime; poi anche loro si americanizzarono e intrapresero la lotta, cosicché l’intera società apparve come formata da due accampamenti fortificati, con un comune motto: ogni mezzo è lecito! Tutte le truppe di rinforzo erano buone e, una volta in battaglia, gli uomini furono tanto imprudenti da portarsi dietro le donne sui carri da guerra; prima dietro poi davanti, poiché una conseguenza della teoria zoologica fu il superstizioso timore che tutti gli animali nutrono per la femmina. Ciò che per la vecchia generazione era ereditata galanteria, devozione per la moglie e la madre, volontario sacrificio di un animo cristiano, diventò ora diritto umano, ovvero assurdità teorica. Uomini vili strisciarono alle spalle delle loro donne spingendole avanti; utilizzarono le donne degli altri come arma da taglio e dinamite; molti uomini forti di per sé invincibili furono fatti saltare proprio nella loro fortezza: la famiglia. Il nemico aizzava alla rivolta la moglie e i figli e così la fortificazione era tradita. Non era una lotta pulita, tuttavia mise sottosopra le vecchie idee sul matrimonio come impegno per tutta la vita, dando ricambio e mobilità; una salutare insicurezza che manteneva la persona scostante, sempre sveglia e vigile: rinnovamento incessante in uno sfrenato progredire.”

(August Strindberg, “Le Sale Gotiche – Destini familiari sul finire del secolo”, ed. Utet)

È abbastanza “semplice” per un lettore odierno, minimamente attrezzato, cogliere i principali difetti di “Le Sale Gotiche” di Strindberg, non certo, a mio avviso, la sua opera migliore: misoginia spinta, catastrofismo, eccesso di elementi saggistici che interrompono lo scorrere del romanzo, Continua a leggere…

“Capovolgimento del timore d’essere toccati” (Elias Canetti)

“Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito.

Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati. Ci si chiude nelle case, in cui nessuno può entrare; solo là ci si sente relativamente al sicuro. La paura dello scassinatore non si riferisce soltanto alle sue intenzioni di rapinarci, ma è anche timore di qualcosa che dal buio, all’improvviso e inaspettatamente, si protende per agguantarci. La mano configurata ad artiglio è usata continuamente come simbolo di quel timore… (omissis) … La ripugnanza d’essere toccati non ci abbandona neppure quando andiamo tra la gente. Il modo in cui ci muoviamo per la strada, fra molte persone, al ristorante, in treno, in autobus, è dettato da quel timore. Anche là dove ci troviamo vicinissimi agli altri, in grado di osservarli e di studiarli bene, evitiamo per quanto ci è possibile di toccarli. Se facciamo l’opposto, vuol dire che abbiamo trovato piacere in qualcuno: nostra è quindi l’iniziativa di avvicinarci a lui. Continua a leggere…

“La sala rossa” (Johan August Strindberg)

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“La signora raccolse delle briciole di pane e cercò di riempirne la tazza vuota del caffè. Il signore frugò nella tasca vuota del panciotto in cerca dello stuzzicadenti per togliere certi rimasugli ficcatisi fra i denti. Ciascuno dei coniugi trovava imbarazzante la compagnia dell’altro. Conoscevano i rispettivi pensieri e sapevano che il primo che avesse rotto il silenzio avrebbe detto una sciocchezza o qualcosa di compromettente. Entro di sé cercavano nuovi argomenti, li vagliavano, per trovarli poi inadatti: più o meno, erano o potevano essere messi in relazione con quanto era stato già detto. Falk cercava di scoprire qualche deficienza nel servizio che potesse offrire lo spunto d’indignazione. La consorte guardava dalla finestra nel tentativo – vano – di scoprire qualche mutamento di tempo.”

(Johan August Strindberg, “La Sala rossa”, ed. Biblioteca Universale Rizzoli)

Come fosse un medicinale da assumere a piccole dosi, prima di spingervi a varcare la soglia della “sala rossa”, vi avverto che sarebbe bene restarne lontani se, per qualsiasi motivo, attraversaste un periodo di acuta misantropia. Questo libro, infatti, è da leggere con cautela, tenendo d’occhio gli effetti collaterali che potrebbe avere su chi già non avesse, di per sé, l’animo troppo ben disposto verso il genere umano. Strindberg, tra le altre cose destinatario di una dei “biglietti della follia” di Nietzsche e ammirato da Kafka per alcune sue opere, scrisse il romanzo nel 1879, sotto l’influsso di una crisi che era sia sociale sia personale, e il risultato fu un’opera sarcastica, “costruita sulla realtà” ma che della realtà stessa si fa beffe, descrivendone la falsità degli ideali costruiti dall’uomo, la menzogna sociale imperante, insomma un romanzo abbastanza nichilista, Continua a leggere…

“La cognizione del dolore” (Carlo Emilio Gadda)

Immaginela cognizione del dolore

“Da anni aveva intuito, di suo figlio. Ora ella vedeva il buio di quell’anima. Lentamente, per aver lottato a lungo nella speranza così vivida, nella sua gioia; prima di abbandonarsi a comprendere. Un sentimento non pio, e si sarebbe detto un rancore profondo, lontanissimo, s’era andato ingigantendo nell’animo del figliolo: quel solo che ancora le appariva, talvolta, all’incontro, sorridendole e chiamandola “mamma, mamma”, se pur non era sogno, sulle vie della città e della terra. Questa perturbazione dolorosa, più forte di ogni istanza moderatrice del volere, pareva riuscire alle occasioni e ai pretesti da una zona profonda, inespiabile, di celate verità: da uno strazio senza confessione.

Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato”.

(Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”, ed. Einaudi)

Dalla scheda per il prestito presente all’interno del libro, ho appurato che, nel mio paese, sono stato l’ultimo, ma anche il penultimo nonché uno dei tre-quattro ad aver preso in prestito dalla biblioteca “La cognizione del dolore” di Gadda. Questo non vuole essere un motivo di vanto né di sconforto, perché peraltro le persone potrebbero averlo comprato (che dovrò decidermi a fare). La prima volta che lo lessi, nel 2006, Continua a leggere…

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