Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Austerlitz” (W. G. Sebald)

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“Perché non mi dici, ella domandò, disse Austerlitz, la ragione della tua inavvicinabilità? Perché, disse, da quando siamo arrivati qui sei come uno stagno gelato? Perché vedo le tue labbra schiudersi, quasi tu volessi dire, o magari persino gridare qualcosa, e poi non sento nulla? Perché arrivando non hai disfatto i tuoi bagagli e vivi, per così dire, soltanto dello zaino? Eravamo a qualche passo l’uno dall’altra, simili a due attori sulla scena. Con l’affievolirsi della luce gli occhi di Marie mutavano colore. E io cercai di nuovo di spiegare a lei e a me stesso quali incomprensibili sentimenti avessero continuato a opprimermi negli ultimi giorni: come un folle non vedevo altro intorno a me se non misteri e segni; mi sembrava che persino le mute facce delle case sapessero su di me qualcosa di negativo, e se da sempre ero stato convinto che il mio destino fosse una vita solitaria, adesso, nonostante il mio desiderio di lei, lo ero più che mai. Non è vero, disse Marie, che abbiamo bisogno dell’isolamento e della solitudine. Non è vero. Sei solo tu ad aver paura, non so di che cosa. Sempre ti sei tenuto un po’ a distanza, me ne ero ben accorta, ma adesso è come se ti trovassi su una soglia che non hai il coraggio di varcare. Non ero in grado allora di ammettere che Marie aveva ragione in tutto, ma oggi so, disse Austerlitz, perché dovevo prendere le distanze se qualcuno mi veniva troppo vicino, e ricordo che in quel prendere le distanze mi credevo in salvo e al tempo stesso mi sentivo un essere intoccabile, brutto da incutere spavento.”

(W. G. Sebald, “Austerlitz”, ed. Adelphi)

“Austerlitz” di W. G. Sebald è un romanzo toccante, avvincente, scritto (tradotto) meravigliosamente, un libro che mi ha avvinto alla lettura dalla prima all’ultima riga.

Jaques Austerlitz è un professore di storia dell’architettura che il narratore incontra alla stazione di Anversa nel 1967, in modo del tutto casuale e che sulle prime parla quasi esclusivamente di strutture architettoniche, senza troppi riferimenti a un vissuto personale che pare immerso in un oblio definitivo. Austerlitz è un solitario e le ragioni della sua difficoltà ad avere rapporti umani affondano in un passato oscuro che egli avrà la forza di affrontare solo negli anni Novanta, una volta andato in pensione, quando prenderà piena consapevolezza del dramma che si cela dietro il suo arrivo (1939) in Inghilterra.

A cinque anni, infatti, Austerlitz, che scoprirà di chiamarsi così solo un decennio dopo, si era ritrovato, senza sapere perché, adottato da due coniugi gallesi, dalla mentalità piuttosto retrograda. Da Praga era stato inviato, in un convoglio trasportante altri bambini, nell’immediata vigilia della seconda guerra mondiale, per preservarlo da orrori che i suoi reali genitori sconteranno sulla loro pelle, nei campi di concentramento e sterminio.

Il romanzo di Sebald, con i suoi andirivieni spaziotemporali, è una struggente riflessione sui temi della memoria individuale e collettiva, sull’oblio, su luoghi che segnano, sull’abbandono, sul tempo, sull’identità perduta/ritrovata, sulla solitudine e la paura di affrontare incubi che Austerlitz (e tante altre persone con storie simili alle sue) si portano dentro, ed è corredato da fotografie che aggiungono valore alle già potenti immagini lessicali che l’autore ci offre.

“Dette queste parole, Austerlitz tacque e rimase per qualche tempo – almeno mi pare – con lo sguardo perso nel vuoto. Sin dall’infanzia e dalla giovinezza, così infine riprese il discorso tornando a guardarmi, non ho mai saputo chi in realtà io sia. Dal mio attuale punto di vista mi rendo ben conto che già solo il mio nome e il fatto che, di questo nome, io sia rimasto defraudato fino ai quindici anni avrebbero dovuto mettermi sulle tracce della mia origine; eppure, negli ultimi tempi, ho anche capito per quale motivo un’istanza anteposta o preposta alla mia capacità di pensare, e con ogni evidenza dominante in modo assai avveduto da qualche parte del mio cervello, mi abbia sempre protetto dal mio segreto e sistematicamente distolto dal trarre le conclusioni più ovvie e dall’intraprendere ricerche coerenti con tali conclusioni. Non è stato facile liberarmi dal disagio che provavo nei confronti di me stesso, né sarà facile presentare ora le cose in una successione più o meno ordinata.”

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“L’altra figlia” (Annie Ernaux)

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“Soltanto oggi mi pongo una domanda, pur così semplice, che non mi è mai venuta in mente: perché non li ho mai interrogati su di te, in nessun momento, nemmeno da adulta e quando sono diventata madre a mia volta? Perché non dir loro che sapevo? Gli interrogativi ritardati, intimi o collettivi che siano, rivelano solo che era impossibile porsi prima quella domanda. Negli anni Cinquanta, secondo una regola implicita era impossibile interpellare i genitori, o gli adulti in generale, su ciò che non volevano che sapessimo ma che in realtà sapevamo già. La domenica d’estate dei miei dieci anni ho ricevuto il racconto e la legge del silenzio. Se non volevano che sapessi della tua esistenza, allora voleva dire che non dovevo chiedere nulla. Adeguarmi al loro desiderio della mia ignoranza su di te. Ho l’impressione che trasgredire la legge – ma non mi è nemmeno mai saltato in mente di farlo – sarebbe equivalso a pronunciare un’oscenità davanti  a loro, scatenando un putiferio e un castigo inusitato che ora associo alla frase del padre di Kafka a suo figlio per come la riporta quest’ultimo nella Lettera al padre, frase che ho subito ricopiato la prima volta che l’ho letta, a ventidue anni, sul mio letto dello studentato, ti squarto come un pesce.

(Annie Ernaux, “L’altra figlia”, L’Orma editore)

Nello scrivere le mie impressioni su “L’altra figlia” di Annie Ernaux, autrice che avevo conosciuto grazie a “Il posto”, devo premettere che questo romanzo breve mi ha commosso e ciò mi basta a suggerirvi la lettura di questo libro, una sorta di lettera indirizzata dalla scrittrice a una sorella mai conosciuta, nata e morta prima di lei e della cui esistenza viene a sapere per caso, a dieci anni, ascoltando la madre che parla con una terza persona.

Il romanzo, dunque, è un toccante e impossibile dialogo, che si risolve in un monologo, tra chi scrive, scendendo nei proprio abissi interiori alla ricerca di ricordi che non ha e non può avere, non avendo conosciuto la sorella morta, e la morta, della quale esistono solo alcune fotografie e della cui esistenza i genitori avevano tenuto all’oscuro la scrittrice. Il tentativo di sublimare tutto nella scrittura, però, è arduo, perché alla Ernaux sembra di “rincorrere un’ombra”, eppure è magistrale nel descrivere, in poche ma efficaci parole, il dolore di non poter comprendere il dolore che avevano provato i suoi genitori nel perdere l’altra figlia.

In definitiva, fermandomi dall’aggiungere ulteriori parole che non renderebbero la bellezza di questo romanzo, ne consiglio la lettura e suggerisco anche l’altro, il già citato “Il posto”.

“Questa lettera – è evidente – non è destinata a te, e tu non la leggerai. Saranno altri a riceverla, dei lettori, che mentre scrivo sono invisibili quanto lo sei tu. Eppure un residuo di pensiero magico dentro di me vorrebbe che, in maniera inconcepibile, analogica, questa lettera ti raggiungesse come la notizia della tua esistenza mi ha raggiunta una domenica d’estate, forse la stessa in cui Pavese si suicidava a Torino in una camera d’albergo, tramite un racconto di cui a mia volta non ero la destinataria.”

“Čevengur” (Andrej Platonov)

“L’esattezza di questa speranza risiedeva nel fatto che se la cosa essenziale – restare vivi e integri – era riuscita, allora sarebbe riuscito tutto il resto e qualsiasi altra cosa, anche se fosse stato necessario condurre il mondo intero alla sua ultima tomba: ma se l’essenziale era stato realizzato e vissuto, e non era stata incontrata la cosa di cui più si abbisognava – non la felicità, ma la necessità -, allora nella vita che restava da vivere non si sarebbe più fatto in tempo a trovare quel che andava perduto, magari quella cosa smarrita era completamente scomparsa dal mondo: molti uomini avevano percorso tutte le strade, aperte e impraticabili, e non avevano trovato nulla.”

(Andrej Platonov, “Čevengur”, ed. Einaudi)

Dopo mesi di distrazioni variegate dalle letture e conseguenti deliranti post su questo blog, torno a scrivere impressioni sui libri letti e riparto da “Čevengur” di Andrej Platonov, autore di cui non avevo mai letto alcunché, ma attorno al quale ronzavo da qualche tempo.

“Molte cose di questo romanzo restano nella memoria con la prepotenza coesiva delle cose poeticamente indimenticabili”, questo un giudizio di Pier Paolo Pasolini, riportato nel retro di copertina dell’edizione Einaudi che ho acquistato. Di fronte a siffatto autorevole parere, potrei tacere, ma un po’ di sadismo mi spinge a infliggervi altre parole, partendo dal presupposto che condivido il giudizio di Pasolini circa la poeticità di molte immagini che Platonov crea.

Il romanzo, scritto a metà degli anni ’20 del Novecento, ma pubblicato molti decenni dopo, è ambientato all’epoca delle Rivoluzione russa e racconta, sintetizzando, i sogni e i sentimenti di un’umanità misera, degli ultimi che, avvinti da uno slancio utopico, si dirigono verso Čevengur, luogo immerso nella steppa nel quale gli ideali rivoluzionari sembrano aver trovato una loro realizzazione. La realtà, però, è diversa e anche a Čevengur i bambini continuano a morire, non basta credere nel socialismo del sole, così come i “comitati rivoluzionari provinciali”, il “sentimento rivoluzionario” e i cavalli chiamati “Forza Proletaria” non sono sufficienti a garantire una felicità sempre rimandata né ad appagare desideri umani, troppo umani e dunque anche egoistici.

Il libro mi è piaciuto tanto nella parte iniziale e in quella finale, mentre ho avuto qualche momento di stanchezza nel mezzo, non so se dovuta a una mia temporanea predilezione per le storie più brevi (cosa di cui dubito, essendo abituato a “mattoni” ben più corposi) oppure a un’effettiva minore efficacia della narrazione. Senza addentrarmi nella descrizione di singoli personaggi, ai quali eventualmente vi affezionerete da soli, chiudo consigliando “Čevengur” a chi non ha paura di perdersi nella steppa e nelle lungaggini di un bel tomo russo.

“Il nostro cuore” (Guy de Maupassant)

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“Conosceva bene tutto questo, la combattente! Spessissimo, muovendosi con passo felino e animata da un’inesauribile curiosità, aveva indotto quello stesso male segreto e torturatore negli occhi degli uomini che era riuscita a sedurre! La divertiva molto sentirli invaghirsi a poco a poco fino a cadere conquistati, dominati dalla sua invincibile potenza di donna, fino al punto da diventare per loro l’Unica, l’Idolo capriccioso e sovrano! Ciò aveva fatto emergere in lei gradatamente, come una dote nascosta che cresce, l’istinto della lotta e della conquista. Nei suoi anni di matrimonio era forse germinata nel suo cuore la necessità della ritorsione, un bisogno oscuro di rendere alla totalità degli uomini ciò che uno solo di loro aveva fatto a lei, il bisogno di essere a sua volta la più forte, di piegare le volontà, di frustrare le resistenze e perfino di far soffrire. Ma soprattutto, la vanità era innata in lei e da quando si sentiva libera si era messa a perseguitare e a dominare i suoi innamorati, come un cacciatore insegue le sue prede non per altro che per vederle cadere. Il suo cuore tuttavia non era affatto avido di emozioni, come quello delle donne deboli e sentimentali; non cercava affatto l’amore unico di un uomo, né la felicità di una grande passione. Desiderava solamente l’ammirazione generale, l’omaggio, l’adulazione tenera, chi si inginocchiasse davanti a lei. Chiunque divenisse familiare alla sua casa doveva anche essere schiavo della sua bellezza e nessun interesse intellettuale riusciva a tenerla legata a lungo a chi resisteva ai suoi vezzi, disdegnava le pene d’amore o era forse già altrimenti impegnato. Per restare suoi amici era necessario amarla; e in quel caso lei era prodiga di inimmaginabili premure, di deliziose attenzioni, di infinite gentilezze, con le quali manteneva attorno a sé tutti coloro che aveva catturato. I quali, una volta inclusi nella sua schiera di adoratori, sembrava le appartenessero per diritto di conquista. Lei li governava con atteggiamento saggio, secondo i loro difetti, le loro qualità, la natura della loro gelosia. Quelli che chiedevano troppo, a un certo momento li allontanava; poi, castigati, li riprendeva imponendo condizioni severe; e si divertiva un mondo, da donna perversa qual era, in quel gioco di seduzione che trova ugualmente affascinante impazientire i vecchi e far girare la testa ai giovani.”

(Guy de Maupassant, “Il nostro cuore”, ed. Bordeaux)

Madame Michèle de Burne, ventottenne e seducente vedova, già sposata con un coniuge tiranno e per sua fortuna ormai defunto, ha sviluppato, quasi per reazione al suo infelice matrimonio, l’abilità di attorniarsi di uno stuolo di ammiratori, che lei ama “come si ama un buon cagnolino fedele”. Vanitosa di natura, Madame de Burne gode nel sapersi al centro dell’attenzione, bramata da molti eppure di nessuno, attenta a controllarsi affinché non cada nel rischio di un innamoramento che la farebbe cadere dal ruolo di Idolo che si è assegnata.

André Marolle, invece, Continua a leggere…

“Primavera di bellezza” (Beppe Fenoglio)

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“Ma ci sono cose all’orizzonte, cose indipendenti, che sicuramente riempiranno tutta la vostra giovinezza e… e io non ne dubito, ragazzi, che voi tutti vi farete onore: a voi stessi, massimamamente alla patria, e anche alla vostra vecchia scuola.
Una settimana dopo si era in guerra. <<Italy at her falsest against Britain at her truest*>>.”
(Beppe Fenoglio, “Primavera di bellezza”, ed. Einaudi)

*L’Italia nel suo momento più falso contro l’Inghilterra nel suo momento più vero.

P.s.: non avevo voglia di scrivere le mie impressioni sul libro, mi sono affidato al Colosseo.

“Antichi Maestri” (Thomas Bernhard)

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“Guai a lei se legge con più penetrazione del solito, si rovina il gusto per tutto ciò che legge. Qualsiasi cosa lei legga, questo qualcosa alla fine diventa ridicolo, alla fine non ha più alcun valore. Si guardi bene dall’affrontare con troppa penetrazione un’opera d’arte, diceva, si guasterà tutto, anche le cose più amate. Non guardi troppo a lungo un quadro, non legga un libro con troppa penetrazione, non ascolti un brano musicale con il massimo impegno, perché si rovinerebbe tutto e quindi anche ciò che di più bello e di più utile esiste al mondo. Legga quello che le piace, ma non penetri l’opera fino in fondo, ascolti quello che le piace, ma non lo ascolti fino in fondo, osservi quello che le piace, ma non lo osservi fino in fondo. Io, avendo sempre ascoltato tutto fino in fondo, avendo sempre ascoltato tutto fino in fondo o, quanto meno, avendo sempre cercato di ascoltare, di leggere, di osservare tutto fino in fondo, alla fine mi sono storpiato irrimediabilmente tutta l’arte figurativa e tutta la musica e tutta la letteratura, diceva ieri. Così, con questo sistema, mi sono alla fine storpiato irrimediabilmente il mondo intero, mi sono semplicemente storpiato tutto. Per anni mi sono semplicemente storpiato tutto e, cosa di cui mi pento dal più profondo del cuore, ho anche irrimediabilmente storpiato tutto a mia moglie. Per anni, diceva, la mia esistenza è stata possibile soltanto all’interno e in virtù di questo meccanismo di storpiatura. Ma ora so che devo evitare di leggere fino in fondo, di ascoltare fino in fondo, di osservare e stare a guardare fino in fondo, se voglio continuare a vivere.”

(Thomas Bernhard, “Antichi Maestri”, ed. Adelphi)

In “Antichi Maestri” l’adorabile misantropia espressa spesso da Bernhard nei suoi libri raggiunge vette elevate e nelle quali anche un suo accanito lettore (come me) può avvertire qualche leggero senso di fastidio, perché quasi tutto è travolto dall’irriverente, pungente prosa dell’autore. Il protagonista del romanzo è Reger, un uomo di oltre ottant’anni, che scrive per un giornale inglese articoli sull’arte, e che da oltre trent’anni siede, a giorni alterni, su una panchina all’interno del Kunsthistoriches Museum di Vienna, precisamente nella Sala del Bordone, davanti all’Uomo dalla barba bianca di Tintoretto.

Reger racconta ad Atzbacher, il “nostro” narratore, perché osservando in maniera ossessiva un capolavoro di chiunque, oppure leggendo in profondità un’opera, fosse anche di Goethe o Shakespeare, si giunga infine a coglierne la ridicolaggine, Continua a leggere…

“Purity” (Jonathan Franzen)

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“A Pip non importava niente di <<arrivare a conoscere>> suo padre, sua madre le bastava e avanzava, ma riteneva che lui le dovesse dei soldi. I centotrentamila dollari del suo debito studentesco erano molti meno di quelli che aveva risparmiato non mantenendola e non mandandola al college. Naturalmente poteva darsi che non intendesse sborsare dei soldi per uno figlia di cui non aveva potuto godere l’ <<uso>>, e che non gli offriva neppure alcun <<uso>> futuro. Ma considerando l’ipocondria e l’isteria di sua madre, Pip poteva immaginarlo come un uomo fondamentalmente perbene dal quale sua madre aveva tirato fuori il peggio e che adesso era pacificamente sposato con un’altra, e che forse sarebbe stato contento e grato di sapere che la figlia perduta era viva; grato abbastanza da mettere mano al portafogli. In caso di necessità, Pip era anche disposta a offrire modeste concessioni, qualche telefonata o e-mail ogni tanto, una cartolina di Natale una volta all’anno, l’amicizia su Facebook. A ventitre anni aveva superato da un pezzo l’età dell’affidamento, aveva poco da perdere e tanto da guadagnare. Le servivano solo il nome e la data di nascita di suo padre. Ma sua madre custodiva quelle informazioni come se fossero un organo vitale che Pip stesse cercando di strapparle dal corpo.”

(Jonathan Franzen, “Purity”, ed. Einaudi)

Purity Tyler è una giovane che per lavoro promuove telefonicamente cose piuttosto vaghe e che per frequentare l’università ha dovuto contrarre un debito ingente. Pip, questo il suo soprannome, ha una madre che ha un morboso bisogno di lei e che si rende invisibile al resto del mondo, nonché misteriosa agli stessi occhi della figlia. A Purity la madre ha soltanto raccontato che quando lei aveva undici anni, sono scappate da un padre violento, al punto da costringere la donna (la madre) a cambiare identità. Pip, dunque, non sa che fine abbia fatto suo padre, anzi non lo ricorda nemmeno, non conosce il vero nome della madre, frequenta un comitato contro il nucleare e soprattutto vive in coabitazione con alcuni personaggi ai margini della società.

Quando il “caso”, che poi si rivelerà non essere tale, la mette sulla strada di Andreas Wolf e della sua “Sunlight Project”, Purity è perplessa, Continua a leggere…

“I sette pazzi” (Roberto Arlt)

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“Sapeva di essere un ladro. Ma non lo interessava la categoria nella quale poteva venir classificato. Forse la parola ladro non era in sintonia con il suo stato d’animo. Un altro sentimento viveva in lui ed era il silenzio circolare che era penetrato nella massa del suo cranio come un cilindro d’acciaio, in modo tale da renderlo sordo a tutto ciò che non avesse rapporto con la sua disgrazia.

Questo cerchio di silenzio e di tenebre interrompeva il flusso delle sue idee in modo tale che Erdosain non riusciva ad associare, lungo la china del suo ragionamento, il luogo dove viveva, chiamato <<casa>>, con quell’altra istituzione indicata con il nome di <<carcere>>.

Pensava a frasi telegrafiche, eliminava le preposizioni: e questo snerva. Conobbe ore morte nelle quali avrebbe potuto compiere un delitto di qualunque tipo senza aver la minima nozione della propria responsabilità. Un giudice non sarebbe riuscita a inquadrare un fenomeno simile in una logica. Ma in realtà egli era vuoto, era una buccia d’uomo mossa dall’automatismo dell’abitudine.

Se aveva continuato a lavorare allo Zuccherificio non l’aveva fatto per rubare quantità maggiori di denaro, ma solo perché aspettava qualche avvenimento straordinario, immensamente straordinario, tale da imprimere una svolta insperata alla sua vita e da salvarlo dalla catastrofe che si avvicinava sempre più alla porta.”

(Roberto Arlt, “I sette pazzi”, ed. Sur)

In un recente articolo di questo blog, segnalavo che avrei presto cercato di leggere Roberto Arlt, consigliatomi da un mio amico assieme a Juan Carlos Onetti. Ho presto colmato la lacuna, scoprendo tra l’altro, come si vede dall’artigianale fotomontaggio in coda all’articolo, che tra Bolaño, Cortázar, Onetti e Arlt c’è una singolare catena di stima che lega l’uno all’altro.

In un saggio introduttivo a “I sette pazzi”, proprio Cortázar segnala l’originalità e la lontananza di Arlt dai canoni della letteratura “perbene” del contesto argentino dell’epoca. Figlio di immigrati, padre austriaco e madre tedesca, Arlt, con questo romanzo che forma un dittico con “I lanciafiamme”, si scaglia con ferocia, ironia e visionarietà all’assalto di una società corrotta e decadente, e lo fa descrivendoci la vicenda di Erdosain, aspirante criminale piuttosto maldestro, e altri personaggi assurdi quali l’Astrologo, il Cercatore d’Oro, il Ruffiano Melanconico, la Zoppa. Alcuni di questi, principalmente l’Astrologo, hanno intenzione di fondare una rivoluzione sociale basata su una menzogna metafisica che possa abbindolare le masse, che conti sul supporto della scienza industriale e che si finanzi con la gestione di bordelli. Erdosain, in preda all’angoscia per essere stato abbandonato dalla moglie e accusato di un furto dallo Zuccherificio presso il quale lavorava, diventa o cerca di diventare un cinico, pronto a tutto per vincere il dolore che lo rende delirante.

Scritto nel 1929, il romanzo alterna momenti di carattere quasi (quasi… ma il paragone è irriverente) da sottosuolo dostoevskiano, specie quando Erdosain s’interroga sulla natura della voluttà maligna che lo sta ghermendo, ad altri totalmente surreali, quando i personaggi si perdono nelle loro fantasmagoriche visioni. La rivoluzione sociale che propugnano appare, così, ineluttabilmente destinata al fallimento.

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“Re, donna, fante” (Vladimir Nabokov)

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“Quando invece era solo con Martha, sentiva costantemente una languida pressione alla sommità della spina dorsale, gli si stringeva il petto, gli si indebolivano le gambe e le sue dita conservavano a lungo la fresca forza della stretta di mano della donna. Riusciva a calcolare con approssimazione di un centimetro la misura esatta in cui lei mostrava le gambe passeggiando per la stanza o sedendosi con le gambe accavallate e percepiva, quasi senza guardare, la tesa lucentezza delle sue calze, il rigonfiamento del suo polpaccio sinistro sopra il ginocchio destro; e la piega della gonna, declive, morbida, leggera, nella quale sarebbe stato bello affondare il viso. A volte, quando si alzava e gli passava davanti per avvicinarsi alla radio, la luce la colpiva con un’angolazione tale da lasciar intravedere la linea delle sue cosce attraverso il leggero tessuto della gonna; e una volta che aveva una smagliatura a forma di scala in una calza, si era leccata un dito per tamponare rapidamente la seta. Ogni tanto, quella languida sensazione di peso diventava troppo opprimente e allora, approfittando magari di un momento in cui i suoi occhi erano rivolti altrove, perlustrava la sua bellezza cercandovi qualche piccolo difetto sui cui potesse far leva per calmare la sua fantasia, e per lenire quindi l’implacabile tumulto dei sensi.”

(Vladimir Nabokov, “Re, donna, fante”, ed. Adelphi)

In un’introduzione scritta nel 1967, Nabokov afferma che “Re, donna, fante” è il suo romanzo più allegro, oltre a spiegarci che fu pubblicato una prima volta nel 1928 a Berlino, con un diverso titolo, ad opera di una casa editrice specializzata nella pubblicazione di opere di emigranti russi, per poi essere tradotto in inglese dal figlio nel 1966, e infine ripubblicato dopo un ulteriore “abbellimento del cadavere” ad opera del grande romanziere, il quale è, a mio parere (e non solo) e sulla scorta di tutti i titoli letti finora, uno dei più grandi autori del Novecento. Bella scoperta, la mia! Con Nabokov anche quello che potrebbe essere catalogata come un classico triangolo passionale, diventa un esercizio affabulatorio, un’elegante immersione nel mondo delle parole, una trama che ammalia, avvince, fa restare con gli occhi incollati alle pagine.

Nel risvolto di copertina dell’edizione Adelphi è scritto che “Nabokov ci descrive la bellezza vuota e rapace di una donna fredda, l’estasi labile e sgomenti di chi l’ammira, la felice astrazione di chi guarda e non vede”. In altre parole, Nabokov ci narra la storia di Kurt Dreyer, uomo d’affari di mezza età, ricco, sposato con Martha, arpia che lo sfrutta a dovere e riesce a celargli la relazione con Franz, giovane nipote dell’uomo, incontrato dai due “per caso” sul treno che portava tutti a Berlino, e destinato a lavorare presso l’azienda dello zio. In sostanza, senza svelare oltre, si può dire che sul piano della trama tutto è detto: lui, lei, l’altro. La grandezza, però, sta nel come l’autore ci trascina in questo vortice d’inganni, finzioni, ipocrisie, ma anche ardori. E il come di Nabokov è, al solito, grandioso, capace di rendere intrigante persino uno sbadiglio.

 

“I fratelli Tanner” (Robert Walser)

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“Perché mai tutta questa gente, scrivani e contabili, perfino fanciulle nella più tenera età, entrano dallo stesso portone nello stesso edificio per scarabocchiare, provare le penne, per calcolare e gesticolare, per sgobbare e soffiarsi il naso, per temperare matite e portare in giro carte? Lo fanno forse volentieri, lo fanno per necessità, lo fanno con consapevolezza di compiere qualcosa di ragionevole e di proficuo? Vengono tutti dalle direzioni più diverse, alcuni arrivano perfino da lontano, in ferrovia, aguzzano le orecchie, per sentire se c’è ancora tempo di fare una passeggiatina prima d’entrare, sono pazienti come un gregge di agnelli, quando si fa sera tornare a sparpagliarsi ognuno nella propria direzione e l’indomani alla stessa ora si ritrovano di nuovo tutti. Si vedono, si riconoscono dall’andatura, dalla voce, dal modo di aprire una porta, ma hanno poco a che fare l’uno con l’altro. Si assomigliano tutti eppure sono tutti estranei, e se uno di loro muore oppure compie un’appropriazione indebita se ne meravigliano per una mattinata, e poi ogni cosa va avanti come prima. Capita che a qualcuno venga un colpo apoplettico mentre sta scrivendo. A cosa gli è servito avere ‘lavorato’ cinquant’anni nell’azienda? Per cinquant’’anni è entrato e uscito ogni giorno dalla stessa porta, ha usato centinaia e migliaia di volte nelle sue lettere commerciali gli stessi giri di frase, ha cambiato diversi vestiti e si è spesso meravigliato di quante poche scarpe consumava in un anno. E ora, si può forse dire che abbia vissuto? E non vivono così migliaia di persone? Forse sono i suoi figli del contenuto della vita, forse sua moglie è stata la luce della sua esistenza? Può darsi.”

(Robert Walser, “I fratelli Tanner”, ed. Adelphi)

Nel risvolto di copertina de “I fratelli Tanner”, è riportata una breve frase di Kafka, tra i primi ed entusiasti lettori del romanzo di Walser. Descrivendone il protagonista, Simon Tanner, Kafka ci dice che “corre dappertutto, e alla fine non diventa nulla, se non una gioia del lettore”. Sfogliando il romanzo, ho sorriso nell’immaginare Kafka alle prese con lo stesso, oltre cent’anni fa, in un altro posto del mondo, in un’altra lingua, con pensieri nel cuore così diversi dai miei, eppure, forse, per qualche minuto almeno, seduto anche lui sulla “mia” panchina. Prescindendo da questi pensieri surreali, devo dire che “I fratelli Tanner” ha confermato le ottime impressioni che avevo avuto su Walser in passato, sebbene in alcuni passaggi mia parso un po’ ridondante. Per essere ancora più bello, insomma, forse avrebbe dovuto essere tagliato qua e là, ma sono dettagli e può darsi anche che invece sia proprio la prolissità di alcune scene a dare il giusto colore al resto.

Simon Tanner è un antieroe, un fannullone di natura che però cerca, trova e abbandona un lavoro dopo l’altro, perché si sente oppresso dalla banale ripetitività dei lavori stessi e preferisce assecondare la sua natura di perdigiorno, discutendo con estranei incontrati per strada, fantasticando soliloqui in mezzo alla natura, provando la gioia di sentirsi debitori verso il mondo anche se è pressoché nullatenente. All’inizio del romanzo, troviamo Simon da un libraio, tanto intraprendente e volitivo nel chiedere il lavoro, quanto rapido nello stancarsene dopo pochi giorni. Kafka ha scritto che Simon alla fine “non diventa nulla” e non v’è dubbio che proprio in questo debba essere consistito il fascino di questo romanzo ai suoi occhi. Simon Tanner è un personaggio che non prova rancore verso nessuno, che spande la sua stramba e altalenante felicità per il mondo, che non scava nel proprio abisso perché non è una creatura dostoevskiana, e questo, se da un lato ci fa scorrere il libro con una certa serenità, dall’altro ci fa anche sentire una certa mancanza, quasi che, alla lunga, dopo un certo numero di pagine, ci si possa stancare del disincanto e dell’assenza di rancore del protagonista.

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