Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “Adorno”

“Teatro” (Samuel Beckett)

beckett

VLADIMIRO       Non capisco una parola.

ESTRAGONE      (mastica, poi deglutisce) Ti domando se siamo legati.

VLADIMIRO       Legati?

ESTRAGONE      Legati.

VLADIMIRO       Legati come?

ESTRAGONE      Mani e piedi.

VLADIMIRO       Ma a chi? Da chi?

ESTRAGONE      Al tuo grand’uomo.

VLADIMIRO       A Godot? Legati a Godot? Che idea! Neanche a parlarne. (Pausa). Per il momento.

ESTRAGONE      Si chiama Godot?

VLADIMIRO       Credo.

ESTRAGONE      Ma vedi… (Solleva il resto della carota dalla parte grossa e se la rigira davanti agli occhi) Che strano, più si avanti più fa schifo.

VLADIMIRO       Per me, è il contrario.

ESTRAGONE      Cioè?

VLADIMIRO       Io mi abituo allo schifo man mano che vado avanti.

ESTRAGONE      (dopo aver riflettuto a lungo) E sarebbe questo il contrario?

VLADIMIRO       È questione di temperamento.

ESTRAGONE      Di carattere.

VLADIMIRO       Non possiamo farci niente.

ESTRAGONE      Hai voglia di agitarti.

VLADIMIRO       Restiamo quelli che siamo.

ESTRAGONE      Hai voglia di dimenarti.

VLADIMIRO       Il fondo non cambia.

ESTRAGONE      Niente da fare. (Porge il resto della carota a Vladimiro) Vuoi finirla tu?

(Samuel Beckett, “Aspettando Godot”, in “Teatro”, ed. Einaudi) Continua a leggere…

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“Il processo” (Franz Kafka)

kafka

“- Lei è innocente?

– Sì, – disse K. Questa risposta gli diede addirittura gioia, soprattutto perché era rivolta a un privato, e quindi non comportava alcuna responsabilità. Nessuno lo aveva ancora interrogato in modo così esplicito. Per assaporare questa gioia fino in fondo, aggiunse: – Sono del tutto innocente. – Ah, – disse il pittore; chinò il capo e parve riflettere. Lo risollevò a un tratto e disse: – Se lei è innocente, la causa è molto semplice – . K. si rabbuiò: questo presunto confidente del tribunale parlava con l’ingenuità di un bambino: – La mia innocenza non semplifica la causa, – disse K.: gli venne da sorridere, nonostante tutto, e scosse adagio la testa. – Bisogna tener conto di mille sottigliezze; il tribunale ci si perde dentro, ma alla fine, chissà da dove, da dove prima non c’era stato nulla, tira fuori una grossa colpa. – Sì, sì, certo, – disse il pittore, come se K. disturbasse senza motivo il filo del suo pensiero.: – Ma lei è davvero innocente? – Ma sì, – disse K. – Questo è l’essenziale, – disse il pittore. Non c’erano argomenti che lo smuovessero, ma, nonostante la sua risolutezza, non era chiaro se parlasse così per convinzione o solo per indifferenza. K., che intendeva appurarlo subito, gli chiese: – Lei conosce certo il tribunale meglio di me, io non so molto di più di quanto ne ho sentito dire, però da tanta gente diversa. Bene, su un punto sono d’accordo tutti: che non solleva accuse alla leggera, e che se le solleva, è segno che si è fermamente convinto della colpa dell’accusato, ed è molto difficile smuoverlo da questa convinzione. – Difficile? – chiese il pittore alzando bruscamente una mano: – Il tribunale non cambia convinzione mai. Se dipingessi qui su una tela tutti i giudici uno accanto all’altro, e lei davanti alla tela si difendesse, avrebbe più speranza di successo che davanti al tribunale vero. – Già, – disse K., a se stesso, dimenticando che aveva solo voluto farsi un’idea del pittore”. Continua a leggere…

“Il tempo di attesa stimato è”

bianco

“Il tempo di attesa stimato è superiore ai quattro minuti. Tutti gli operatori sono al momento occupati. La invitiamo ad attendere”.

Quattro minuti possono essere tanti, ma mi conviene attendere, se riaggancio e riprovo più tardi non è detto che possa andarmi meglio. Sì, ma intanto a cosa penso? Il micio si arrampica al mio polpaccio, vorrebbe salire tra le mie braccia, ma adesso non si può, devi attendere anche tu, caro felino, almeno quattro minuti, poi potremo avvinghiarci quanto vuoi, ma ora le mani mi servono, vedi, una per reggere la cornetta, l’altra per prendere appunti, se e quando sarò messo in contatto con un operatore.

“Il tempo di attesa stimato è superiore ai quattro minuti. Tutti gli operatori sono al momento occupati. La invitiamo ad attendere”.

L’attesa. Passiamo molto del nostro tempo ad attendere qualcosa. Certe volte si tratta della fila alla posta o dal medico, che da queste parti significa anche poter socializzare con qualcuno, solo a volerlo. L’attesa può essere snervante, ma il poeta c’insegna che il più delle volte nel villaggio il sabato è meglio della domenica proprio perché si è ancora immersi nell’attesa, Continua a leggere…

“Note per la letteratura” (Theodor W. Adorno)

Adorno

L’uguaglianza, o l’intrigante somiglianza di più cose o persone, è uno dei motivi più tenaci di Kafka; creature larvali di ogni genere compaiono a coppie, spesso col contrassegno dell’infantile e dello sciocco, oscillanti tra la bonarietà e la crudeltà, come i selvaggi nei libri per bambini. Tanto difficile è diventata per gli uomini l’individuazione e tanto incerta è rimasta fino ad oggi, che essi si spaventano mortalmente quando il velo che la copre viene sollevato anche solo di poco. Proust conosceva il disagio indefinito che prende una persona quando le si fa notare che somiglia a un parente cui si sente estraneo. In Kafka tale disagio è diventato panico.”

(Theodor W. Adorno, da “Appunti su Kafka”, in “Note per la letteratura”, Piccola Biblioteca Einaudi)

“Note per la letteratura” raccoglie una serie di saggi scritti da Theodor Adorno dal 1953 al 1967. L’edizione originaria era più corposa di quella che ho avuto il piacere di leggere, ma in compenso non conteneva il saggio su Kafka, che può essere ritrovato anche in “Prismi”. Premetto subito che Adorno non si presta a una lettura distratta e sono convinto che ritornerò più volte su alcune pagine per poterle comprendere meglio di quanto non abbia potuto fare adesso. Continua a leggere…

Clowns

Domani scriverò qualcosa sul libro di Adorno che sto finendo di leggere. Oggi lascio spazio a una sua riflessione, che mi ha fatto pensare ad altre parole, di Gadda, lette qualche anno fa.

“Alcuni anni fa c’è stato un dibattito sulla liceità di rappresentare il fascismo in maniera comica o parodistica senza oltraggiare le vittime. È indisconoscibile il ridicolo, il guittesco, il subalterno, l’affinità elettiva di Hitler e dei suoi col giornalismo da grancassa e coi soffioni di polizia. Ma non c’è niente da ridere. La sanguinosa realtà non era di uno spirito o di un non spirito di cui lo spirito possa farsi beffe. Erano ancora tempi felici, con angoletti riparati e sciatterie in mezzo al sistema dell’orrore, quando Hašek scriveva Švejk. Ma le commedie sul fascismo si sono fatte complici di quella folle abitudine di pensiero che lo ritiene battuto in anticipo perché si dice che i battaglioni della storia del mondo, più forti, gli stanno contro. Meno che a tutti, assumere la posizione del vincitore si addice ai nemici dei fascisti perché hanno il dovere di non essere in niente uguali a coloro che si trincerano in quella posizione. Continua a leggere…

Proust, Kafka, Joyce e la soppressione della “distanza estetica” (T. Adorno)

theodor-adorno

“Se in Proust in maniera completa il commento è intrecciato con la vicenda in modo tale che la separazione fra l’uno e l’altra svanisce, ciò significa che il narratore attacca in tal modo un elemento fondamentale del rapporto col lettore: la distanza estetica. Questa nel romanzo tradizionale era rigida. Adesso essa varia come la posizione della cinepresa nel cinematografo: ora il lettore viene lasciato fuori, ora attraverso il commentario viene portato sulla scena, dietro le quinte, nella zona dei macchinisti. Il procedimento kafkiano di sopprimere completamente la distanza rientra fra i casi estremi, nei quali si può imparare di più sul romanzo contemporaneo che non in qualunque delle cosiddette situazioni mediane “tipiche”. Mediante choc Kafka distrugge nel lettore la sicurezza contemplativa nei confronti di ciò che viene letto. I suoi romanzi, ammesso pure che cadano ancora propriamente sotto il concetto di romanzo, sono la risposta anticipante data a una costituzione del mondo nel quale l’atteggiamento contemplativo divenne ingiuria sanguinosa, poiché la minaccia permanente della catastrofe non permette più a nessuno l’impartecipe visione e nemmeno la riproduzione estetica di essa…non che necessariamente la descrizione dell’immaginario sostituisca quella del reale, come invece avviene in Kafka. Questo autore è un modello difficilmente proponibile. Ma la differenza tra reale e imago viene cancellata in linea di principio. È comune ai grandi romanzieri della nostra epoca che l’antica esigenza del “così è”, pensata fino in fondo, scateni una fuga di immagini storiche primeve, nella memoria involontaria di Proust così come nelle parabole di Kafka e nei criptogrammi epici di Joyce”.

(Theodor W. Adorno, 1954, “Il narratore nel romanzo contemporaneo”, in “Note per la letteratura”, ed. Piccola Biblioteca Einaudi)

Sto leggendo “Note per la letteratura”, una raccolta di saggi che Adorno scrisse in epoche diverse. Uno di questi, cioè “Tentativo di capire Finale di partita, è stato oggetto di un precedente articolo.

Per ora mi limito a riportare l’estratto soprastante. Posso dire, però, sin d’ora, che già la sola presenza di questo saggio, di quello su Beckett e di un altro che apre la raccolta, cioè “Il saggio come forma”, di per sé mi hanno donato molto, e sono solo a pagina 30 su 250. Ho l’impressione che sarà difficile, in questo week-end, staccarmi da Adorno e dalle sue riflessioni su Proust, Balzac, Beckett, Kafka, etc, etc.

Tentativo di capire “Finale di partita” (Theodor W. Adorno)

chess

“Il campo è quasi deserto: quello che è avvenuto in precedenza si può intuire stentatamente solo osservando le posizioni dei pochi personaggi. Hamm è il re, centro di tutto, che personalmente non è in grado di fare nulla. La sproporzione tra il gioco degli scacchi inteso come passatempo e lo sforzo eccessivo che implica, diventa sulla scena sproporzione tra i personaggi che si comportano come atleti e il peso irrilevante di quello che fanno. Non è chiaro se la partita finirà in stallo, o con uno scacco eterno, o se vincerà Clov: essere certi di un risultato sarebbe ottenere già un senso”.

(Theodor W. Adorno, “Tentativo di capire Finale di partita”)

Mi sono riletto “Tentativo di capire Finale di partita” di Theodor W. Adorno, nel tentativo di capirlo. Il gioco di parole è orrendo ed espierò le dovute pene, ma nello specifico ci può stare, trattandosi di una trentina di pagine molto difficili, o che almeno a me sono parse tali, ma anche piene di spunti per chi volesse approfondire la conoscenza, appunto, del capolavoro teatrale di Samuel Beckett. Continua a leggere…

T. Adorno di fronte al “bello naturale”.

Natura

“Il dolore di fronte al bello, mai più vero che nell’esperienza della natura, è tanto l’anelito verso ciò che esso promette senza però riverlarvisi, quanto sofferenza per l’insufficienza della manifestazione che lo manca nel suo volergli rassomigliare. Ciò si estende al rapporto con le opere d’arte. L’osservatore sottoscrive, inintenzionalmente e inconsapevolmente, il patto con l’opera di sottomettersi ad essa affinché questa parli. Nella ricettività giurata sopravvive lo spirare della natura, il puro abbandonarsi. Il bello naturale condivide la debolezza di ogni promessa insieme all’inestinguibilità di essa. Per quanto le parole possano rimbalzare dalla natura, tradirne il linguaggio come quello da cui esso qualitativamente si stacca – nessuna critica della teleologia della natura può eliminare il fatto che i paesi del sud conoscano giorni senza nuvole che sono come in attesa di essere percepiti. Volgendo alla fine così raggianti e sereni come sono cominciati, da essi proviene che non tutto è perduto…”

(Theodor W. Adorno, “Teoria estetica”)

Foto di Amirhassan Farokhpour, presa dal sito nationalgeographic.it

Sono un po’ pigro oggi, non avevo voglia di scrivere nessun articolo, ma il cielo sereno che c’è nel mio paese mi ha fatto tornare alla mente queste parole di Theodor Adorno, che pubblicai altrove, insieme alla foto che riporto anche qui, qualche mese fa.
Vi consiglio la sua “Teoria estetica” se la materia v’interessa, anche se è abbastanza ostica.

Spleen, parte II (Sartre, Camus, Benjamin e Adorno su Baudelaire)

Come anticipato in conclusione del precedente articolo, oggi lascio spazio a opinioni ben più illustri della mia sull’argomento “Baudelaire”. È evidente che nel presentarvi le interpretazioni che danno i quattro autori da me prescelti non c’è alcuna pretesa di esaustività, innanzitutto perché nessuno ha la Verità in tasca, e poi perché, per quanto ‘grande’ possa essere un interprete, mai potrà ‘scavare’ a fondo nell’animo di un altro uomo. Premesse queste banalità, vi suggerisco comunque, qualora vogliate approfondire la conoscenza di Baudelaire, di leggervi i libri dai quali ho tratto le citazioni. Non sto qui a specificare ‘quale’ aspetto di Baudelaire ciascuno dei quattro autori ha prevalentemente analizzato, questo spetta alla vostra eventuale curiosità. Come sempre quando si estrae un brano da un testo più corposo, è bene rimandare alla completa lettura del testo stesso, per meglio comprendere di ‘cosa’ sta parlando l’autore in quel passaggio e contestualizzare le parole, che altrimenti potrebbero essere fraintese (per esempio, Camus si occupa di Baudelaire ‘solo’ nella sua analisi sui vari tipi di ‘rivolta’, per poche pagine, mentre Sartre dedica un intero saggio al poeta). Le citazioni, insomma, vogliono essere un invito alla lettura dei testi completi, non un assurdo tentativo di condensare gli stessi in poche parole.

Premesso tutto ciò, la parola a chi ne sa più di me.

“L’atteggiamento costituzionale di Baudelaire è quello d’un uomo curvo. Curvo su se stesso, come Narciso. Non v’è in lui coscienza immediata che uno sguardo acuto non la trapassi. A noialtri basta vedere l’albero o la casa; tutti assorti nel contemplarli, dimentichiamo noi stessi. Baudelaire è l’uomo che non si dimentica mai. Si guarda vedere; guarda per vedersi guardare; Continua a leggere…

Che cos’è la Bellezza? (alcune non-risposte)

Se uno mi prendesse per il bavero e mi dicesse “ora dammi la tua definizione di ‘bellezza’ o ti mollo un cazzotto in faccia” credo che blatererei qualcosa per mettermi al riparo da ricoveri al reparto di chirurgia maxillo – facciale, senza mettermi a questionare a quale bellezza, se a quella della natura, dell’uomo, della donna, dell’universo, della cellula, a quella esteriore o interiore (che significa poi questa distinzione? No, questa è un’altra puntata), a quella con la B maiuscola o minuscola e via discorrendo. Senza la minaccia, però, invocherei il diritto al silenzio e all’ignoranza della materia.

Qui sotto, minacce a parte, riporto alcune riflessioni sulla ‘bellezza’ che ho trovato nei libri che ho letto. Si tratta di stralci presi da opere molto differenti tra loro, in alcuni casi frasi brevi, in altre più lunghe. Ovviamente non sostengo che per ciascuno degli autori citati la bellezza fosse quello che sostengono in queste frasi. Spero risulti altrettanto evidente, spero, da alcune delle frasi scelte, che bellezza non è da intendersi come migliore di bruttezza, per lo meno nel senso che… no, vabbé, non mi stanno mica minacciando, e se anche lo facessero potrei appellarmi a una di queste, che sia pure per ragioni diverse mi hanno, in un qualche modo, convinto.

  • “HAMM Ho conosciuto un pazzo che credeva che la fine del mondo ci fosse già stata. Dipingeva. Gli volevo bene. Andavo a trovarlo, al manicomio. Lo prendevo per mano e lo tiravo davanti alla finestra. Ma guarda! Là. Tutto quel grano che spunta! E là! Guarda! Le vele dei pescherecci! Tutta questa bellezza! (pausa). Lui liberava la mano e tornava nel suo angolo. Spaventato. Aveva visto solo ceneri. (pausa) Lui solo era sopravvissuto. (pausa) Dimenticato. (pausa) Sembra che questi casi non siano… non fossero così… rari.”
    (Samuel Beckett, “Finale di partita”)
  • “Decisiva, per chi veramente ama, non è la bellezza dell’amato. Anche se fu quella ad attirarli dapprima l’un verso l’altro, essi torneranno continuamente a dimenticarla in nome di altre e maggiori meraviglie, anche se per ritrovarla continuamente, e fino alla fine, interiorizzata nella memoria. Diversamente la passione. Anche la più labile eclissi della bellezza la getta nella disperazione. Poiché solo per l’amore “la bella” è il bene più caro: per la passione lo è sempre “la più bella”. Passionale è quindi anche la disapprovazione con cui gli amici si distolgono dalla novella. Inammissibile è, per loro, questo far getto della bellezza.”
    (W. Benjamin, “Saggio sulle affinità elettive”).
  • “La bellezza! Io non posso sopportare che un uomo, magari di cuore nobilissimo e di mente elevata, cominci con l’ideale della Madonna e finisca con l’ideale di Sodoma. Ancora più terribile è quando uno ha già nel cuore l’ideale di Sodoma e tuttavia non rinnega nemmeno l’ideale della Madonna Continua a leggere…

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