Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La solitudine” (Alberto Moravia)

Moravia

“Era chiaro che Mostallino con quella sua conversazione voleva fare intendere a Perrone che, nonostante la presenza della donna, nulla tra di loro era cambiato. E così anche Perrone avrebbe voluto che fosse. Invece, per quanto si sforzasse di mettere in quei discorsi la consueta foga, egli si accorgeva con dispetto che i suoi pensieri erano altrove. Non soltanto non sapeva quasi rispondere a tono alle domande dell’amico e ogni tanto inciampava e si incantava come colpito da amnesia, ma neppure riusciva ad evitare che i suoi sguardi si appuntassero con troppa frequenza su Monica ritta tra loro, le spalle al camino. Erano sguardi indocili che andavano a Monica anche quando avrebbe voluto rivolgerli all’amico; e per quanto cercasse di renderli almeno leggeri e casuali, si abbattevano invece su quelle belle membra come mani pesanti che vogliono palpare e ghermire. Quasi quasi si meravigliava Perrone che sotto quelle occhiate furtive e indiscrete, Monica non cacciasse ogni tanto un grido o trasalisse e si contorcesse come chi si senta ad un tratto brancicare da dita violente. Ma Monica, e questo accresceva il suo turbamento,nonché rinchiudersi pareva, al contrario, sotto o suoi sguardi, aprirsi e respirare meglio come un fiore carnoso sotto un’acqua che lo ristori. Ella rispondeva, è vero, ogni tanto agli sguardi di Perrone con sguardi furtivamente supplichevoli che parevano significare: non mi guardi in questo modo, si moderi, perché mi guarda così?; ma era chiaro che anche queste mute implorazioni facevano parte di una sua provinciale e rustica civetteria. Insomma, pareva già complice, già d’accordo con lui per tradire Mostallino alla prima occasione. Questo pensiero riempiva Perrone di ripugnanza; e pur non potendo fare a meno di cedere troppo spesso all’attrazione che esercitava su di lui la vista di Monica, si riprometteva con rabbiosa fermezza di non oltrepassare mai questa prima muta fase del suo involontario tradimento.”
(Alberto Moravia, “La solitudine”, in “Racconti”, ed. Garzanti)
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“Boh” (Alberto Moravia)

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“Perché sono fatta così? Ieri, alle otto di sera ho ripetuto una volta di più all’Autodidatta (lo chiamo così per la sua passione per la cultura; in realtà ha nome Gaspare e fa il commerciante) che l’amavo alla follia; oggi, appena ventiquattr’ore dopo, l’aspetto pensando con accanimento alla maniera migliore, cioè più crudele e offensiva, di buttarlo fuori di casa. Cos’è avvenuto, dunque, tra ieri e oggi da far soffiare in senso così contrario il vento del mio sentimento? È quello che mi domando, rannicchiata sul letto sul quale passo praticamente la mia vita, nel mezzo del finimondo dei giornali e delle riviste illustrate, del telefono e degli elenchi telefonici, del vassoio della prima colazione e del vassoio del pranzo, della radio accesa e dei libri sfogliati e aperti.

Cerco il motivo di questa mia incredibile volontà e più lo cerco e meno lo trovo. Forse perché c’è, tra l’Autodidatta e me, una differenza di età, lui cinquanta ed io ventotto? o perché è sposato con tre figli grandi e nessunissima intenzione di lasciare la moglie per me? o perché è un negoziante, con un negozio neppure tanto in su, cioè di cravatte e di camicie, e io invece sono, come si dice, di famiglia “bene”, cioè di nobile casato, per giunta se non proprio ricca? o perché con me sfoggia la sua cultura, appunto, di autodidatta, in una maniera stregonesca, dandosi l’aria di essere onnisciente e io, dopo esserne stata a lungo affascinata, comincio, forse inconsciamente, a ribellarmi? o perché in amore è così innegabilmente virile e la virilità, si sa, soprattutto se compiaciuta, può essere irritante? In realtà sono tutti motivi insufficienti sia presi da soli che tutti insieme. E così, alla fine il solo motivo valido sembra essere, paradossalmente, l’assenza di motivi. Come quando si dice di una persona: “Non ho nulla da rimproverargli, ma c’è in lui qualcosa che proprio non va”; e questo qualche cosa che non va, porta alla fine all’ostilità e alla rottura.”

(Alberto Moravia, “Boh”, ed. Bompiani)   

Trenta racconti di donne che descrivono sé stesse, con tutte le contraddizioni che rimandano al titolo della raccolta, che è anche quello di uno dei racconti. Vittime o carnefici, le donne di questi racconti di Moravia sono tutte abbastanza taglienti e sarcastiche nelle descrizioni delle loro azioni più o meno aderenti alla morale comune. La perplessità che esse suscitano negli uomini che le attorniano non è altro che lo specchio della perplessità che provocano a loro stesse quando si analizzano (ma naturalmente vale anche il contrario). In sostanza, non ci si aspetti di uscire dalla lettura di “Boh” con la pretesa di aver compreso di più le donne (e gli uomini). Del resto, con un titolo così, non c’era da aspettarsi alcuna risoluzione. Detto ciò, Moravia, per quanto mi riguarda, è una garanzia di qualità eccelsa, dunque consiglio questo libro e mi rifugio nel mio personale e quotidiani “boh”.

Alberto Moravia su “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij.

Le Memorie dal sottosuolo sono del 1864; crediamo che raramente una data è stata così importante per fornire una chiave della comprensione di tutta l’opera di uno scrittore. Perché la data del 1864 è importante? Perché fino a quella data, anche se ha già scritto romanzi come Il sosia, Povera gente e Umiliati e offesi, Dostoevskij non è ancora l’autore di Delitto e castigo, di I demoni, di I fratelli Karamazov e di tutti gli altri romanzi sui quali incombe, senza mai arrivare a compimento, il progetto del “grande peccatore”. L’importanza delle Memorie dal sottosuolo sta nel fatto che per la prima volta Dostoevskij rivolge consapevolmente e, diciamolo pure, spietatamente lo sguardo a se stesso. Continua a leggere…

“I racconti 1927 – 1951” (Alberto Moravia)

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“La timidezza di Gianmaria, dovuta all’età giovanile e all’esuberanza chimerica dell’immaginazione, era così profonda e, nello stesso tempo, accompagnata da una tanto rabbiosa volontà di disinvoltura e di franchezza, che, spesso, il risultato era una strana sfrontatezza insieme imprudente e inutile. Gli accadeva così, ossessionato com’era dal timore di parere timido, di precipitare azioni che avrebbero richiesto lunghi e cauti approcci; oppure di buttarsi ad occhi chiusi, quasi spaventato dal proprio coraggio, in imprese ridicole o sterili o pericolose dalle quali ogni uomo sicuro di sé avrebbe rifuggito. Ancora, questa ostinata aspirazione a parere diverso da quello che era e a sforzare la propria natura, lo portava ad agire senza necessità, secondo certi suoi calcoli astratti e rigidi coi quali si illudeva di creare motivi e regole di condotta che in realtà gli mancavano affatto. E il tratto più curioso era che, una volta assunte queste parti insincere e puntigliose, come certi attori molto bravi, se ne investiva al punto di crederci; e di provare davvero quei sentimenti che in principio non aveva fatto che fingere”.

(Alberto Moravia, “L’imbroglio”, in “I racconti 1927 – 1925”, ed. Tascabili Bompiani)  

Alberto Moravia esordì nel mondo del romanzo con “Gli indifferenti”, pubblicato nel 1929, quando lo scrittore aveva appena ventidue anni ed era agli albori di una lunga carriera che l’avrebbe poi portato a scrivere, oltre a saggi, articoli giornalistici e reportage, una sfilza di altri romanzi, alcuni meno riusciti, la grande parte di assoluto rilievo, a cominciare da “La noia” (1960), che a mio parere, assieme a quello dell’esordio, costituisce una vetta dell’opera di Moravia. Il volume “I racconti 1927 – 1951” raccoglie, per l’appunto, una serie di racconti che Moravia elaborò in quel lungo periodo che intercorre tra le due opere sopra citate. Senza dimenticare che intanto produsse altri romanzi, si può dire che nei racconti stessi ritroviamo, talvolta solo accennate, altre più sviscerate, le tematiche caratterizzanti quei due libri e più in generale l’intera produzione narrativa dell’autore. Ambientati nell’ambiente della media borghesia romana, classe alla quale Moravia apparteneva ma che castigava nei suoi scritti, i racconti rivelano un mondo di relazioni ipocrite, spesso fondate unicamente sul potere corruttivo del denaro, su un’indifferenza reciproca malcelata e su rapporti amorosi che non riescono a redimere esistenze superficiali, inette, abuliche, dagli slanci di entusiasmo saltuari e improntate a una solitudine dalla quale è difficile sfuggire.

Un quadro così fosco, però, non deve indurre chi legge quest’articolo ad abbandonare i racconti di Moravia al suo destino infausto. Gli stessi, infatti, sebbene trattino gli argomenti predetti, sono tutt’altro che noiosi o angoscianti. A parte qualche eccezione, cioè qualche racconto meno riuscito, la maggiore parte sono pregevoli ritratti di personaggi alle prese con dilemmi, scelte e ambiguità che appartengono all’essere umano, che ne rivelano le grandezze e le brutture, non così disgiunte come una facile divisione tra bene e male potrebbe ipotizzare. Moravia ci guida in un’analisi della gelosia retrospettiva che coglie un’amante, analizza il percorso psicologico di un paziente ospedaliero che si crogiola nella sua malattia per fuggire dalla realtà, antipica “La noia” sviscerando l’atteggiamento ozioso di un ricco perdigiorno, delinea la figura di un avaro che anche nei rapporti sentimentali è incapace di donarsi e preferisce l’immaginazione alla realizzazione concreta delle sue speranze, svela i tortuosi meccanismi che legano due apparenti amici, e soprattutto analizza in modo mirabile i meccanismi della seduzione, un gioco pericoloso e spesso condotto con armi improprie e talvolta letali.

Tra quelli che più mi hanno convinto, segnalo “Inverno di malato”, “L’architetto”, “L’imbroglio” (del quale ho visto anche la trasposizione televisiva, certo non paragonabile al racconto ma fedele), “Ritorno dalla villeggiatura”, “La solitudine” e “L’avventura”.

“Racconti dell’Ohio” (Sherwood Anderson)

Racconti dell'ohio

“Il giovane che lasciava il paese per tentare l’avventura della vita cominciò a pensare, ma non pensò niente di troppo importante né di troppo drammatico. Non gli vennero in mente cose come la morte della madre, l’incertezza della sua futura vita in città, gli aspetti più seri e vasti della sua esistenza.

Pensò a piccole cose: Turk Smollet che portava le tavole sulla carriola per la vita principale del paese; una donna alta ed elegantissima che s’era fermata una notte nell’albergo del padre; Bull Wheeler, l’uomo che accendeva i lampioni e girava per le strade nelle sere d’estate con una torba in mano; Helen White alla finestra dell’ufficio postale di Winesburg mentre incollava il francobollo su una busta.

La mente del giovane era trascinata via dalla sua crescente passione per i sogni. A guardarlo non aveva l’aria molto in gamba. Mentre il ricordo di quelle piccole cose gli occupava la mente, chiuse gli occhi e si appoggiò sullo schienale. Rimase a lungo così e quando si mosse, e tornò a guardare dal finestrino, il paese di Winesburg era scomparso, e tutta la sua vita in quel luogo era diventata nient’altro che uno sfondo per dipingervi sopra i sogni della sua giovinezza”.

(Sherwood Anderson, “Racconti dell’Ohio”, ed Einaudi; titolo originale “Winesburg, Ohio”)

Devo la tardiva scoperta di Sherwood Anderson a Cesare Pavese e in particolare a un volume trovato nella biblioteca del mio paese, nel quale sono raccolti alcuni saggi dello stesso Pavese, relativi a scrittori statunitensi quali Faulkner, Dos Passos, Steinbeck e appunto Anderson.

Racconti dell’Ohio” (titolo originale “Winesburg, Ohio”) mi ha fatto pensare a un’altra grande opera, cioè “L’Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, Continua a leggere…

“Il libro dell’inquietudine” (Fernando Pessoa)

Il libro dell'inquietudine

“Ci sono giorni nei quali ogni persona che incontro e, ancor di più, le persone abituali della mia convivenza obbligata e quotidiana, assumono aspetti di simboli e, isolati o fra loro connessi, formano un alfabeto profetico od occulto che descrive in ombre la mia vita. L’ufficio diventa per me una pagina con parole fatte di gente; la strada è un libro; le parole scambiate con i conoscenti o gli sconosciuti che incontro sono espressioni per le quali viene meno il dizionario ma non completamente la comprensione. Parlano, si esprimono; eppure non parlano di se stesse e non esprimono se stesse; sono parole, ho detto, e non indicano, lasciano solo intendere. Ma, nella mia visione crepuscolare, distinguo solo vagamente quanto queste vetrate, che si rivelano sulla superficie delle cose, lasciano trasparire dalla loro interiorità che custodiscono e rivelano. Intendo senza arrivare alla coscienza, come un cieco al quale si parli di colori.

A volte, passando per la strada, colgo brani di conversazioni intime, e si tratta quasi sempre di conversazioni sull’altra donna, sull’altro uomo, sul ragazzo di uno o sull’amante dell’altro…

Per il solo fatto di sentire queste ombre di discorso umano, che poi in fondo è tutto ciò di cui si occupa la maggioranza delle vite coscienti, porto dentro di me un tedio disgustato, l’angoscia di un esilio tra ragni e l’immediata consapevolezza della mia umiliazione fra gente reale; la condanna, nei confronti del proprietario e del luogo, di essere simile agli altri inquilini dell’agglomerato; di stare a spiare con disgusto, fra le sbarre del retrobottega, l’immondizia altrui che si ammucchia sotto la pioggia in quel cortile interno che è la mia vita”

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine).

Dopo aver reso parziale giustizia a Joyce, assente di lusso da queste mie pagine, stavolta mi dedico a Fernando Pessoa e al suo “Il libro dell’inquietudine”, capolavoro che lessi tanti anni fa in uno stato d’animo fin troppo predisposto ad assorbire le parole del grande scrittore portoghese. La rilettura che ho appena terminato mi ha permesso di apprezzare ancora di più il libro, proprio perché meno schiavo di certi pensieri mesti che mi avevano avvinghiato al testo di Pessoa.

Nella prefazione al libro, il compianto Antonio Tabucchi, traduttore nonché tra i principali divulgatori dell’opera di Pessoa, spiega il titolo originale dell’opera, “Livro do desassossego por Bernardo Soares” come indicativo della mancanza di sossego, cioè tranquillità o quiete. Lo stesso Tabucchi evidenzia come “Il libro dell’inquietudine”, in qualsiasi versione lo abbiate nelle vostre mani, debba essere considerato un libro potenziale, ipotetico, un’opera aperta, ricostruita secondo determinati criteri dagli esegeti di Pessoa, Continua a leggere…

“Il conformista” (Alberto Moravia)

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“Ricordò improvvisamente che aveva finito le sigarette ed entrò in una tabaccheria, nella galleria di Piazza Colonna. Andò al banco e chiese le sigarette preferite; in quel momento stesso, altre tre persone chiedevano le stesse sigarette e il tabaccaio rapidamente disseminò, sul marmo del banco, davanti le quattro mani che tendevano il denaro, quattro pacchetti identici che con identico gesto le quattro mani ritirarono. Marcello notò che prendeva il pacchetto, lo palpava per vedere se fosse abbastanza morbido e quindi ne lacerava l’involucro nella stessa maniera degli altri tre. Notò pure che due dei tre riponevano come lui il pacchetto in una piccola tasca interna della giubba. Finalmente uno dei tre, appena uscito dalla tabaccheria, si fermava ad accendere la sigaretta con un accendino d’argento, in tutto simile al suo. Queste osservazioni destavano nel suo animo un compiacimento quasi voluttuoso. Sì, era uguale agli altri, eguale a tutti. A coloro che compravano le sigarette della stessa marca e con gli stessi gesti suoi, a coloro che, al passaggio di una donna vestita di rosso, si voltavano a sbirciare, e lui con loro, il fremito delle solide natiche sotto al tessuto sottile del vestito. Sebbene, come per quest’ultimo gesto, la somiglianza talvolta fosse in lui più voluta per imitazione che originata da analoga conformità di inclinazioni”.

(Alberto Moravia, “ll conformista”)

Marcello è un funzionario ministeriale, ma ancora di più una spia, ed è incaricato dal regime di andare a Parigi per inseguire un professore, suo vecchio conoscente e attivista anti-fascista. Servendosi di questa trama, e con sullo sfondo il ventennio fascista, Moravia tratteggia la figura del conformista, con esiti che vanno bel al di là dei riferimenti storici, dando sfoggio, anche in questo romanzo, della sua grande capacità di penetrare nella psicologia dei personaggi, mai banali o stereotipati, sempre posti di fronte a scelte, a passioni che scombinano le loro esistenze.

Ma cosa rende Marcello un conformista? O meglio, chi è il conformista del romanzo? Il conformista desidera la normalità per fuggire dalla sua diversità, ha bisogno di ordine e di sentire che le scelte che egli ha compiuto nella vita non potevano che essere quelle. Continua a leggere…

L’uomo come fine (Alberto Moravia)

“L’uomo come fine” è una raccolta di saggi scritti da Alberto Moravia nell’arco di un ventennio, dal 1945 al 1961 e pubblicati su diversi giornali e riviste dell’epoca. Nella prefazione Moravia, pur sottolineando come gli scritti trattino argomenti eterogenei, evidenzia un comune intento di riaffermare la “centralità dell’uomo”. Il saggio che dà il titolo alla raccolta, il più corposo, è esemplificativo di ciò che l’autore intende per nuovo “umanesimo”. Partendo dalla ben nota frase di Machiavelli, “il fine giustifica i mezzi”, Moravia, senza palesare nostalgie medievali, ragionando con esempi e paradossi, metteva in guardia dal pericolo insito in qualsiasi pensiero totalizzante, sia esso di carattere religioso, politico, etico e anche scientifico, quando ci si dimentica, per l’appunto, che l’uomo non può essere ridotto a mezzo per un fine. Sotto questo profilo i suoi pensieri, ovviamente da contestualizzare, offrono spunti di riflessione su diversi argomenti tuttora attuali, nonché occasione di confronto, per chi volesse, con altri autori italiani che si sono cimentati, ciascuno con il proprio grado di drammaticità o ironia, con argomenti affini. Basti pensare a Pasolini e Bianciardi.

(Peraltro, tra parentesi, mi vien da pensare che ad esempio un gatto potrebbe contestare l’auspicio di un nuovo “umanesimo”, ritenendo la terra ormai pronta a una visione “gatto-centrica”, ma non proseguo oltre su questa china, che potrebbe condurvi a chiamare la neuro all’istante).

Come scritto sopra, i saggi trattano argomenti diversi, ma sono tutti molto interessanti.

La raccolta si apre con una riflessione retrospettiva e critica di Moravia sulla sua prima opera “Gli indifferenti”. “Monaldo Leopardi” è un ritratto psicologico del padre del Poeta, volto a mostrare come il carattere reazionario, l’intransigenza e l’ipocrita moralismo dello stesso Leopardi padre, a detta di Moravia traevano spiegazioni da una gioventù viziosa. In “Boccaccio” Continua a leggere…

Roma “a volo di Scrittore” (Goethe, Stendhal e altri passeggiatori “capitolini”)

Qualche anno fa stavo leggendo “La Parigi degli esistenzialisti, manuale di Saint Germain des Prés” di Boris Vian, personaggio poliedrico che pensò bene di raccontare ‘dall’interno’ vicende cui aveva assistito, il tutto con una certa ironia di fondo. A un certo punto del volume c’è una foto del 1944. All’interno di una casa ci sono dodici persone, tra le quali Jean Paul Sartre, Albert Camus, Simone de Beauvoir e Pablo Picasso.

(intervallo: potete anche saltare le prossime trenta – quaranta righe e andare direttamente laddove c’è scritto Thomas Bernhard)

È vero che in quel periodo ero particolarmente preso da quegli autori (soprattutto Sartre e Camus), e quindi il mio giudizio era di parte, ma non ho paura di dire un’eresia se affermo che in quella stanza c’erano neuroni eccellenti. In verità, però, la sto prendendo troppo alla larga, del resto a Parigi non ci sono nemmeno stato, se non attraverso gli autori di cui prima, nonché Stendhal, Balzac, Hugo e via discorrendo.

A Roma, però, ci sono passato, e in occasione di una mia gita in modalità “Giro A Caso Senza Una Meta Precisa Con Un Taccuino In Mano Sperando Di Appuntare Qualcosa Che Un Giorno Mi Sarà Utile” appuntai sul taccuino, tra le altre cose, le seguenti frasi: “Ore 13.30. I gatti di Largo di torre Argentina. Il gatto, animale antico e rispettabile, collega il mio cortile a questo luogo. Ore 14.25. Nell’edificio dove Percy B. Shelley scrisse il “Prometeo liberato” oggi c’è il Credito Italiano. Tempi bui.”

Quindi? Non è un articolo sui gatti, e nemmeno su Shelley, che non ho mai letto, e benché meno sui “tempi bui”. Quello spunto, unitamente al ricordo su Parigi di cui sopra, mi ha fatto pensare che anche a Roma sono passati fior di scrittori e pensatori. Che bella scoperta, direte voi! Lo so, non è originale scoprire che Roma rappresenta ‘qualcosa’ nel mondo, che non è ‘solo’ la capitale d’Italia.

Andando al sodo, ho pensato di raccogliere qui alcune impressioni, più o meno fugaci, che alcuni autori di mia “conoscenza” hanno lasciato su Roma. Mi sono limitato agli autori “stranieri”. Perché? Boh, forse perché sono pigro, e la lista è già lunga di per sé che inserire anche gli italiani avrebbe reso quest’articolo più illeggibile di quanto già non sia.

Per quanto riguarda gli italiani e romanzi ambientati (in modo esplicito o implicito, a seconda dei casi) a Roma, basta ricordare “Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana) di Gadda, “La strada per Roma” di Paolo Volponi, i libri di Moravia, di Pasolini, “Il compagno” di Pavese, “Roma senza Papa” di Guido Morselli (che non ho ancora letto), “Notizie dagli scavi” di Franco Lucentini etc, etc, etc.

Finita la premessa, lascio la parola ad alcuni tra i vari “passanti eccellenti” che hanno solcato le strade di Roma, riportandone, com’è ovvio che sia, opinioni discordanti (anche se nel complesso prevale l’ammirazione, tra quelli che ho ‘incontrato’). So che resteranno fuori dall’articolo in tanti (per esempio Thomas Mann e il suo soggiorno in occasione dell’inizio della stesura de “I Buddenbrok”), ma tant’è.

Il primo visitatore è Thomas Bernhard, che parla di Roma nel suo romanzo “Estinzione, uno sfacelo” (1986), a mio avviso un capolavoro.

“A Parigi, a Lisbona non ho trovato ciò che ho cercato per così tanti anni, un nuovo punto d’appoggio, un nuovo inizio, nulla. A Roma sì. Eppure da Roma non mi aspettavo nulla, avevo sempre soltanto pensato, andrà bene per una settimana di svago, non di più…e allora era evidente che la mia decisione di andare a Roma aveva portato il rinnovamento della mia esistenza, per così dire la svolta spirituale. D’improvviso ho respirato. Continua a leggere…

Stendhal (23 marzo 1842, un ricordo di Moravia)

“Che io stesso sia invidioso di Stendhal? Mi ha portato via la più bella battuta da ateo, che avrei potuto dire proprio io: – Dio ha la scusa di non esistere.”

(Friedrich Nietzsche)

Il 23 marzo 1842 moriva Stendhal. “Il rosso e il nero” è l’opera che più mi lega a lui, ma la sua produzione letteraria, sempre raffinata, divertente e ironica, è tutta di altissimo livello. Stendhal aveva un grande rapporto con l’Italia e alcuni suoi libri ne sono testimonianza.
Qui sotto, cliccando sul link in rosso e sottolineato, troverete, tratta dal portale Rai Letteratura, un’intervista ad Alberto Moravia, nella quale lo scrittore italiano racconta il suo rapporto con Stendhal.

Moravia su Stendhal

“Ti consiglio di andare a farti frate – disse a Giulio – le virtù richieste non ti mancano, a cominciare dalla povertà, come la cassetta ben dimostra; che tu abbia l’umiltà, lo dice il fatto che ti sei lasciato insultare sulla pubblica via da un riccone di Albano; ti resta solo da praticare un po’ di ipocrisia e d’ingordigia.”

(da “La badessa di Castro”)

“E’ un grosso errore parlare di ciò che si ama: che ci si guadagna? Il piacere di essere commossi per un istante dal riflesso dell’emozione altrui. Ma un imbecille, irritato soltanto perché parlate voi, può uscirsene in una battuta spiritosa che insozza i vostri ricordi. Di qui forse quel pudore della vera passione, che le anime comuni dimenticano d’imitare quando fingono d’essere innamorate.”

(da “Passeggiate romane”)

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