Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij” (Paolo Nori)

Questo libro, attraverso il racconto dell’incredibile vita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ingegnere senza vocazione, traduttore umiliato dai propri editori, genio precoce della letteratura russa, nuovo Gogol’, meglio di Gogol’, aspirante rivoluzionario miseramente scoperto e condannato a morte, graziato e mandato per dieci anni in Siberia a scontare la sua colpa, riammesso poi nella capitale, quella Pietroburgo il cui mito, con le sue opere, contribuirà a costruire, «la più astratta e premeditata città del globo terracqueo», secondo una celebre definizione del suo uomo del sottosuolo, giocatore incapace e disperato, scrittore spiantato vittima di editori cattivi, marito innamoratissimo di una stenografa di venticinque anni più giovane di lui, padre incredulo che scrive a un amico: «Abbiate dei figli! Non c’è al mondo felicità più grande», pazzo benedetto che mette per iscritto le domande che tutti noi ci facciamo e che non osiamo confessare a nessuno, uomo dall’aspetto insignificante, goffo, calvo, un po’ gobbo, vecchio fin da quando è giovane, uomo malato, confuso, contraddittorio, disperato, ridicolo così simile a noi, che riesce a morire nel momento del suo più grande successo, attraverso il racconto di questa vita romanzesca, questo libro che crede di essere un romanzo prova semplicemente a rispondere a quella domanda: perché? Perché sanguina ancora?”

(Paolo Nori, “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij”, ed. Mondadori)

Fëdor Michajlovič Dostoevskij non solo è tra i più grandi romanzieri di tutti i tempi, ma ha anche avuto una vita che, se non fosse stata reale, sarebbe potuta essere anch’essa un romanzo, a cominciare dal celebre (per i suoi lettori) episodio della condanna a morte, poi tramutata in lavori forzati a pochi secondi dall’esecuzione, episodio che segnò una cesura netta anche riguardo ai temi e alla densità dei romanzi.

Paolo Nori, in questo libro, ripercorre proprio l’esistenza incredibile (eppure verissima) del grande scrittore russo, partendo dalla sua (di Nori) lettura di “Delitto e castigo”, che lo fece “sanguinare” e gli apri un mondo, quello della letteratura russa e in particolare di Dostoevskij.

La domanda a cui cerca di rispondere Nori è se vi sia ancora un senso, oggi, nel leggere i romanzi del russo, e la risposta è ovviamente (almeno per me) sì.

Nel libro sono presenti anche pagine dedicate ad altri grandi scrittori russi, Puškin e Gogol’ per citarne due, ma il perno è Dostoevskij, con la sua grandezza letteraria e le sfumature, talvolta oscure, dell’uomo.

Da appassionato (ri)lettore di Dostoevskij, leggendo le parole di Nori ho rivissuto ancora una volta i romanzi letti, ho acquisito diverse nozioni biografiche che ancora non conoscevo e annotato alcuni titoli di altri autori.

Soprattutto, però, mi sono ricordato di quando anch’io, tanti anni fa, lessi “Delitto e castigo” e, proprio come spiega Nori, avvertii che da quel giorno la mia “carriera” da lettore era cambiata. Da allora, per me, sarebbe esistito un pre-Dostoevskij e post-Dostoevskij.

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