Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Orge di libri…” (Elias Canetti)

“Non mi pento di queste orge di libri. Mi sento come all’epoca dell’espansione per ‘Massa e potere’. Anche allora furono le avventure con i libri a far accadere tutto. Quando non avevo più soldi, a Vienna, spendevo per i libri tutto quello che non avevo. A Londra, nell’epoca peggiore, in qualche modo riuscivo sempre a comprare libri, ogni tanto. Non ho mai imparato nulla in maniera sistematica, come gli altri, ma solo in improvvise eccitazioni. Cominciavano sempre nello stesso modo, il mio sguardo cadeva su qualcosa che poi assolutamente dovevo avere. Il gesto dell’afferrare, la gioia nel buttar via il denaro, il portare il libro a casa o nel locale più vicino, l’osservare, l’accarezzare, lo sfogliare, il mettere via per anni, poi l’epoca della nuova scoperta, quando l’urgenza si faceva sentire – tutto ciò è parte di un processo creativo di cui ignoro i particolari nascosti. Ma nulla, in me, accade altrimenti, e così dovrò comprare libri fino all’ultimo istante della mia vita, soprattutto se so con assoluta certezza che non li leggerò più.
È anche, credo, parte della mia ostinata resistenza alla morte. Non voglio sapere quali fra questi libri resteranno non letti. Sino alla fine non si può dire quali sono. Ho la libertà della scelta, fra tutti i libri che ho intorno posso sempre scegliere liberamente, e dunque ho il corso della vita nelle mie mani.”
(Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, ed. Adelphi)

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“Il libro contro la morte” (Elias Canetti)

Canetti contro morte

“Troppo poco si è riflettuto su ciò che, dei morti, resta davvero vivo, disperso negli altri; e non si è escogitato alcun metodo per alimentare quei resti dispersi e mantenerli in vita quanto più a lungo possibile.
Gli amici di un uomo che è morto si ritrovano in un determinato giorno e parlano esclusivamente di lui. Ne incrementano la morte, se del morto non dicono altro che bene. Sarebbe meglio se litigassero, se prendessero partito pro o contro di lui, se ci raccontassero certi tiri mancini, di cui nulla si sapeva; finché su di lui c’è ancora qualcosa di sorprendente da dire, il morto si trasforma e non è morto. La pietà, che cerca di conservarlo dentro l’ambra, non è affatto segno di amicizia. Nasce dalla paura e vuole soltanto mantenerlo inoffensivo da qualche parte, come dentro la bara e sottoterra. Affinché il morto, nella sua impalpabilità, continui a vivere bisogna consentirgli di muoversi. Dev’essere collerico, come prima, e nella sua collera far uso d’una imprecazione inaspettata, nota solo a colui che ce la riferisce. Deve diventare affettuoso: coloro che lo hanno conosciuto nella sua severità e spietatezza, devono all’improvviso percepire quanto egli sapesse amare. Si vorrebbe quasi che ciascuno degli amici avesse la sua parte del morto da rappresentare, e allora, messe tutte quante assieme, esse lo farebbero rivivere. Nel corso di tali celebrazioni si potrebbe altresì consentire una graduale partecipazione dei più giovani e dei non iniziati, affinché anche a essi fosse dato esperire, nella misura loro possibile, quell’uomo ancora sconosciuto. Certi oggetti, dotati di un qualche legame con lui, dovrebbero passare di mano in mano, e sarebbe bello se a ogni incontro annuale, accanto a una storia, apparisse anche un nuovo oggetto, rimasto fino allora nascosto.”
(Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, ed. Adelphi)

“Gli ultimi giorni dell’umanità” (Karl Kraus)

Kraus

Elias Canetti, ammiratore ma non adulatore di Karl Kraus, scrisse: “Ben difficilmente qualcuno potrebbe azzardarsi a scrivere una introduzione agli Ultimi giorni dell’umanità. Sarebbe non solo arrogante, ma superflua. Quell’introduzione la porta dentro sé chiunque sia nato in questo secolo e dunque sia stato condannato a viverci… La guerra mondiale è entrata completamente negli Ultimi giorni dell’umanità, senza consolazioni e senza riguardi, senza abbellimenti, edulcoramenti, e soprattutto, questo è il punto più importante, senza assuefazione”. Dopo aver letto tali parole da un grande come Canetti, mi riesce ancora più difficile scrivere sulla tragedia irrappresentabile di Kraus, un testo in stile teatrale di oltre settecento pagine, iniziato nel 1915, quindi un anno dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, finito solo nel 1922 e che rappresenta un’efficace invettiva contro l’assurdità del conflitto bellico, un’accusa feroce all’imbecillità di un’epoca tragica, ma più in generale all’umanità incapace di non ripetere errori ed orrori, nonché anche l’autoaccusa di uno che non è impazzito all’idea di aver superato, a mente “sana”, le pazzie nelle quali è vissuto.

Kraus, che nella sua attività di scrittore satirico non risparmiava nessuno, Continua a leggere…

Divieto di specchiarsi

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“Già un anno prima, e in origine senza alcuna relazione con gli avvenimenti del tempo, mi ero messo a lavorare intorno all’idea di un divieto contro gli specchi. Quando andavo dal parrucchiere a farmi tagliare i capelli, era imbarazzante dover guardare sempre la propria immagine davanti a sé; quell’uomo dirimpetto, sempre uguale, mi dava un senso di costrizione, di oppressione. Così i miei sguardi vagavano a destra e a sinistra, dove sedevano persone che erano affascinate da sé stesse. Si guardavano a fondo, si studiavano, facevano smorfie per arrivare a una migliore conoscenza dei propri lineamenti, non si stancavano, non sembravano mai sazie di sé; e ciò che mi stupiva era che non si curavano affatto di chi, come me, le osservava per tutto il tempo, tanto erano impegnate a occuparsi esclusivamente di sé stesse. Erano tutti uomini, giovani e vecchi, rispettabili e meno rispettabili, così diversi l’uno dall’altro che si stentava a crederci, e tuttavia così simili nel loro comportamento: ognuno era in adorazione di sé stesso, prostrato davanti alla propria immagine.

Ciò che mi colpiva in modo particolare era l’insaziabilità della contemplazione di sé; e una volta, nell’osservare due esemplari grotteschi, mi domandai cosa sarebbe avvenuto se improvvisamente un divieto avesse privato la gente di un momento così prezioso, il più prezioso di tutti. Era possibile imporre un divieto capace di distogliere l’uomo dalla propria immagine? E quali altre vie poteva prendere la vanità se si cercava di tagliarle le gambe con la forza? Era un gioco divertente immaginare le conseguenze di un simile divieto, e per il momento non era impegnativo. Ma quando si arrivò ai roghi dei libri in Germania, quando si vide che razza di divieti venivano emanati e applicati all’improvviso, con quale imperturbabile pervicacia si potesse impiegarli per la produzione di masse entusiaste, allora fu come se il fulmine mi avesse colpito, e il divieto contro gli specchi cessò di essere un gioco e divenne una cosa seria.”
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Sbraniamoci, ma con garbo

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“Era una sensazione folgorante, ma nessuno avrebbe avuto la forza e l’acume per confessarla a sé stesso. È impossibile ammettere qualcosa di così mostruoso: occhi più vasti della persona cui appartengono. Nella loro profondità trova posto tutto quello che puoi aver pensato, e adesso che c’è spazio per accoglierlo dovresti trovare le parole per esprimerlo.

Vi sono occhi che fanno paura perché mirano a sbranare. Servono a rintracciare la preda che, una volta scoperta, è condannata a essere preda: anche se riesce a sottrarsi resta bollata come tale. È tremenda la fissità di uno sguardo inesorabile. Non cambia mai, è prefigurata per sempre, non c’è vittima che possa modificarla. Chi entra nel suo campo visivo è già vittima, non può opporre alcuna difesa, potrebbe salvarsi solo attraverso una metamorfosi totale. Poiché nella realtà la metamorfosi non è possibile, miti e uomini sono sorti per causa sua.

È un mito anche l’occhio che non cerca vittime da sbranare e tuttavia non abbandona più ciò che ha visto una volta. Questo mito è diventato realtà, e chi ne ha fatto l’esperienza non può non ripensare con terrore ed emozione all’occhio che ha costretto ad annegare nella sua vastità e profondità. L’offerta è irrinunciabile: vieni a gettarti in me con tutto quello che puoi pensare e dire, vieni, dillo, e annega!

La profondità di questi occhi non ha limiti. Ciò che vi precipita non tocca mail fondo, e nulla ritorna più a galla. Il mare di questo occhio non ha memoria, è un mare che esige e riceve. Tutto quello che hai gli viene dato, tutto ciò che conta, ciò che forma la tua natura più intima. Non è possibile rifiutargli nulla. Non è un atto di violenza, non è un furto. Quello che dai lo dai con gioia, come se questa fosse la tua naturale destinazione, come se non ci fosse altra destinazione possibile.”

(Elias Canetti, “Il gioco degli occhi”, ed. Adelphi)

Modella nella foto: Lolita.

“…ci scambiamo sguardi interrogativi…” (estratto da “Il gioco degli occhi”, E. Canetti)

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Ogni tanto il ritmo delle mie letture rallenta, poi però incontro un libro che già stava aspettando me sullo scaffale, lo inizio e capisco che il ritmo era lento proprio perché stavo anch’io aspettando quel libro, nello specifico “Il gioco degli occhi” di Elias Canetti, seguito di “La lingua salvata” e “Il frutto del fuoco”.

Il mare e le gocce (da “Massa e potere” di Elias Canetti)

“Il mare è molteplice, è in movimento, ha una sua profonda coesione. La sua molteplicità è nelle onde: molteplici onde lo costituiscono. Le onde sono innumerevoli; chi si trova sul mare è circondato da esse per ogni dove. L’omogeneità del loro movimento non apre fra di esse grandi differenze. Esse non sono mai interamente in riposo. Il vento che giunge segna la loro direzione: esse si gettano di qua e di là secondo i suoi ordini. La stretta coesione delle onde esprime ciò che anche gli uomini sentono pienamente nella massa: un’arrendevolezza verso gli altri, come si fosse loro, come se non si fosse più appartati; una dipendenza cui non si sfugge, e una sensazione di forza, uno slancio, ottenuti proprio dall’essere tutti insieme. Non si sa nulla della peculiarità di tale coesione fra gli uomini. Anche il mare non la spiega, bensì la esprime.

Oltre alle onde, il mare possiede anche un’altra componente molteplice: le gocce. Esse tuttavia sono isolate, sono proprio soltanto gocce, se non appaiono collegate le une alle altre; piccole e singole, sono un simbolo di impotenza. Sono pressoché nulla e destano compassione in chi le osserva. Si immerge la mano nell’acqua, la si solleva e si osservano le gocce che ne scivolano, isolate e deboli. Si prova per essere compassione come se fossero individui umani disperatamente soli. Le gocce ricominciano a contare quando non è più possibile contarle, quando sono confluite nella vasta totalità delle acque.

Il mare ha una voce, estremamente mutevole, che non tace mai. È una voce che risuona di mille voci. Crediamo che esprima pazienza, dolore, collera; ma soprattutto impressionante è la sua tenacia. Il mare non riposa mai. Lo si ode sempre, di giorno, di notte, per anni, per decenni; si sa che già da secoli fu udito. Nel suo impeto e nel suo insorgere ricorda una sola creatura che possiede in medesima misura tali qualità: la massa. Il mare però possiede anche la costanza, di cui la massa è priva. Il mare non si disperde né scompare di tempo in tempo; è sempre là. Esso dà compimento al più grande e sempre vano desiderio della massa, al desiderio di perdurare. Continua a leggere…

“Capovolgimento del timore d’essere toccati” (Elias Canetti)

“Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito.

Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati. Ci si chiude nelle case, in cui nessuno può entrare; solo là ci si sente relativamente al sicuro. La paura dello scassinatore non si riferisce soltanto alle sue intenzioni di rapinarci, ma è anche timore di qualcosa che dal buio, all’improvviso e inaspettatamente, si protende per agguantarci. La mano configurata ad artiglio è usata continuamente come simbolo di quel timore… (omissis) … La ripugnanza d’essere toccati non ci abbandona neppure quando andiamo tra la gente. Il modo in cui ci muoviamo per la strada, fra molte persone, al ristorante, in treno, in autobus, è dettato da quel timore. Anche là dove ci troviamo vicinissimi agli altri, in grado di osservarli e di studiarli bene, evitiamo per quanto ci è possibile di toccarli. Se facciamo l’opposto, vuol dire che abbiamo trovato piacere in qualcuno: nostra è quindi l’iniziativa di avvicinarci a lui. Continua a leggere…

“Il frutto del fuoco” (Elias Canetti)

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“Anche là dava nell’occhio, era la figura più esotica di quell’uditorio. Poiché sedeva sempre in prima fila, certamente Karl Kraus l’aveva notata. Mi sorpresi a domandare quale impressione ne avessi lui. Non applaudiva mai, neppure questo poteva essergli sfuggito. Ogni volta era là, allo stesso posto: un omaggio cui neppure Kraus poteva essere indifferente. Già in quel primo anno, durante il quale, nonostante il suo invito, non mi arrischiai a farle visita, provai una crescente irritazione per quel posto in prima fila. Ma poiché non comprendevo da che cosa derivasse quella mia irritazione, mi inventavo le ragioni più stravaganti. Laggiù la voce arrivava troppo forte, non si poteva resistere a quei crescendo improvvisi. Come non sprofondare sotto terra per il pudore e la vergogna davanti a certi personaggi degli Ultimi giorni dell’umanità? E come faceva quando non riusciva a frenare le lacrime, ascoltando I tessitori o Re Lear? Come poteva sopportare che Kraus la vedesse piangere? Ma forse voleva proprio questo! Che fosse fiera dell’effetto che su di lei avevano le parole di Kraus? Era un atto di adulazione mettersi a piangere davanti a tutti? Eppure, di questo ero sicuro, non era affatto una donna sfacciata, avevo anzi l’impressione che fosse estremamente pudica, più di chiunque altro; e invece, davanti a Karl Kraus, ostentava ogni suo sentimento, ogni reazione a quel che aveva appena udito. Al termine della lettura, Veza non si avvicinava al podio; mentre molti cercavano di farsi avanti, lei no, restava in piedi, e guardava, nient’altro. Anch’io, dopo le letture, ero sempre talmente scosso e turbato che rimanevo nella sala ancora per un bel po’ e applaudivo in piedi, finché mi dolevano le mani. In quello stato la perdevo di vista, senza i suoi capelli nerissimi, quasi blu, e quella nitida scriminatura non sarei riuscito a ritrovarla. Finita la lettura, Veza non faceva nulla in cui io potessi cogliere una mancanza di dignità. Non restava nella sala più a lungo di tanti altri, e quando Kraus veniva a fare l’inchino, Veza non era fra gli ultimissimi.” Continua a leggere…

L’argomento migliore

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(Elias Canetti, “Il frutto del fuoco”, ed. Adelphi, pag. 178)

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