Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “ossessioni”

“… la succhio come una caramella…”

hrabal

“… sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.”
(Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”, ed. Einaudi)

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“Perché non te ne vai?”

“E anche le lacrime di prima che non ho saputo trattenere davanti a te, come una ridicola donnetta, non te le perdonerò mai! E anche tutto questo che ti sto confessando, non te lo perdonerò mai. Sì, soltanto tu devi rispondere di tutto ciò, perché mi sei capitata sottomano, perché io sono un mascalzone, perché sono il più spregevole, il più stupido, il più invidioso di tutti i vermi della terra, i quali in generale non sono meglio di me, ma, lo sa il diavolo perché, non si confondono mai; e così, per tutta la vita, qualsiasi pidocchio mi farà scoppiare il fegato; e anche questa è una mia prerogativa. Che m’importa se tu non ci capisci niente? E cosa vuoi che mi venga in tasca, che cosa, se tu creperai in quella casa o no? Ma lo capisci come ora, dopo quello che ti ho detto, ti odierò perché sei venuta e sei stata ad ascoltarmi? Perché un uomo può scoprirsi così solo una volta nella vita, e solo in un accesso di isteria! Che cosa vuoi ancora? Perché te ne stai ancora davanti a me, mi tormenti, perché non te ne vai?”
(Fëdor Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”, ed. Bur Rizzoli)

“Dalle nove alle nove” (Leo Perutz)

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“Il dottor Rübsam era arrivato per primo. Non aveva dovuto attendere a lungo. Fuori pioveva a dirotto, e prima del solito comparvero anche gli altri per la partita a domino della sera. Nella saletta riservata del caffè Turf, alla quale si accedeva attraverso una porta accuratamente nascosta da una tenda e sorvegliata da un aiutocameriere, sedevano quel giorno undici persone.

Ecco di nuovo l’impiegato postale dai capelli rossi che il giorno prima aveva giurato che non si sarebbe mai più seduto al tavolo con quella banda di imbroglioni. Poi il viaggiatore di commercio che disponeva sempre di denaro, pur non avendo un lavoro da due anni. Il cameriere dell’osteria del Prater che veniva a giocarsi, nella serata libera, tutte le mance ricevute durante la settimana. La signora Suschitzky, un tempo sensale di matrimoni, nota ovunque nella zona tra il ponte dell’Augarten e il rondò del Prater, che ora si dedicava alla locazione di tranquilli pied-à-terre, senza peraltro avere nulla in contrario ad agevolare fuggevoli incontri. L’agente immobiliare, che veniva chiamato <<Altezza serenissima>> – senza ragione evidente per la verità, poiché pagava i debiti di gioco con un contegno non certo da principe. Il maresciallo contabile, che imprecava volgarmente in ceco, quando vinceva qualcun altro. Il <<signor redattore>> che, alla domanda per quale giornale lavorasse, rispondeva sempre con gesto sprezzante: <<Per tutti>>. L’impiegato della Cassa di Risparmio che arrivava col cane e la fidanzata, al cane faceva portare dall’aiutocameriere delle pelli di salame, alla fidanzata un paio di riviste consunte dall’uso, per poi dimenticarsene completamente di entrambi nel fervore del gioco; e infine Hübel, ozioso studente di medicina che dottore non lo era ancora, e il dottor Rübsam, che già da molto tempo non lo era più.”

(Leo Perutz, “Dalle nove alle nove”, ed. Adelphi)

Stanislaus Demba è uno studente di lettere che si guadagna la vita dando ripetizioni, ma soprattutto è un personaggio strambo che vaga per le strade di Vienna con un mantello addosso e assumendo atteggiamenti che lasciano perplessi i suoi interlocutori, spiazzati dai suoi repentini cambi di umore e da qualche misterioso segreto che l’uomo pare nascondere, che lo porta ad essere sfuggente e spesso irriverente. Lungo la sua giornata Demba incontra gente non meno ridicola di lui, Continua a leggere…

“Cemento” (Thomas Bernhard)

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“Mi illudevo di non aver bisogno di nessuno, mi illudo ancora oggi. Non avevo bisogno di nessuno, e quindi non avevo nessuno. Ma ovviamente abbiamo bisogno di una persona, altrimenti diventiamo inevitabilmente come sono diventato io: difficile, insopportabile, malato, intollerabile nel più profondo senso della parola. Ho sempre creduto di potermi dedicare al mio lavoro intellettuale in perfetta solitudine, cosa che doveva dimostrarsi un errore, ma anche il fatto che si abbia bisogno di qualcuno è un errore, abbiamo bisogno di una persona e non ne abbiamo bisogno e una volta abbiamo bisogno di qualcuno e una volta non abbiamo bisogno di nessuno e una volta abbiamo bisogno di qualcuno e al tempo stesso non abbiam bisogno di nessuno, di questo fatto assolutamente assurdo mi sono reso conto di nuovo in questi giorni; non sappiamo mai e poi mai se abbiamo bisogno di qualcuno o se non ne abbiamo bisogno o se abbiamo bisogno di qualcuno e al tempo stesso non ne abbiamo bisogno e poiché non sappiamo mai di cosa realmente abbiamo bisogno siamo infelici e quindi incapaci di iniziare un lavoro intellettuale quando vogliamo, quando ci sembra il momento giusto. Io ho creduto addirittura fervidamente, ho bisogno di mia sorella per poter cominciare il lavoro su Mendelssohn Bartholdy, poi quando lei era qui sapevo che non ne ho bisogno, che posso cominciare soltanto se lei non è qui. Ma adesso lei non c’è più e io proprio non riesco a cominciare il mio lavoro. Prima il motivo era che lei era qui, adesso il motivo è che lei non è qui. Da un lato noi sopravvalutiamo l’Altro, dall’altro lo sottovalutiamo e continuiamo a sopravvalutare noi stessi e a sottovalutarci, e quando ci dovremmo sopravvalutare ci sottovalutiamo come ci dobbiamo sottovalutare quando ci sopravvalutiamo. E in realtà sopravvalutiamo anzitutto e sempre ciò che ci proponiamo, perché in verità ogni lavoro intellettuale come ogni altro lavoro viene smisuratamente sopravvalutato e non c’è al mondo un solo lavoro intellettuale al quale questo mondo tutto sommato sopravvalutato non potrebbe rinunciare, come non c’è uomo e quindi intelletto a cui in questo mondo non si potrebbe rinunciare, come del resto si dovrebbe rinunciare a tutto, se ne avessimo il coraggio e la forza.”

(Thomas Bernhard, “Cemento”, ed. SE)  

La scrittura di Thomas Bernhard mi fa pensare alla vertigine di un frullatore, solo che al posto del braccio meccanico ci sono le parole con le quali l’autore rimescola il Riso, il Pianto, la Misantropia, la Malinconia, il Dolore, il Sarcasmo e tanti altri ingredienti che vanno a comporre i suoi grandiosi romanzi, che su questo blog sono meno presenti di quanto dovrebbero solo perché testi come “Gelo”, “Estinzione”, “Perturbamento”, “A colpi d’ascia”, “Il soccombente”, “L’origine”, “La cantina”, “Il respiro”, “Goethe muore” e altri, che consiglio, li lessi tanti anni fa. “Cemento” ancora non l’avevo letto e ha confermato la presenza di Bernhard nel mio personale Olimpo di narratori del Novecento. Continua a leggere…

“La macchia umana” (Philip Roth)

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“È come se nella coscienza, a provocarne il minimo turbamento, non fosse mai stato ammesso neppure quel livello assolutamente elementare di pensiero immaginativo. Un secolo di distruzioni diverso nei suoi eccessi da ogni altro viene a intristire la razza umana: decine di milioni di persone comuni condannate a patire una privazione dopo l’altra, un male dopo l’altro, mezzo mondo, o più di mezzo, sottoposto a patologico sadismo come politica sociale, intere società organizzate e ostacolare dalla paura di violente persecuzioni, la degradazione della vita individuale raggiunta in una misura ignota nella storia, nazioni vinte e ridotte in schiavitù da criminale ideologici che le privano di tutto, intere popolazioni così demoralizzare da essere incapaci di alzarsi dal letto la mattina col minimo desiderio di affrontare la giornata… Tutte le terribili pietre di paragone offerte da questo secolo, ed eccoli levarsi a prendere le armi per una Faunia Farley. Qui in America, o è Faunia Farley o è Monica Lewinsky! Il lusso di queste vite così turbate dai comportamenti inappropriati di Clinton e Silk! Questa, nel 1998, è la depravazione che devono sopportare. Questa, nel 1998, è la loro tortura, il loro tormento e la loro morte spirituale. La fonte della loro più grande disperazione morale, Faunia che mi fa un pompino e io che scopo Faunia.”

(Philip Roth, “La macchia umana”, ed. Einaudi)

Il professor Coleman Silk, settantunenne simpatico, loquace, estroverso, nasconde da oltre cinquant’’anni un segreto, anche alla moglie e ai suoi quattro figli. La sua carriera universitaria è brillante, diventa preside di facoltà, salvo poi subire un improvviso crollo, dovuto non al segreto celato, bensì al perbenismo, all’ipocrisia, alla maldicenza dell’ambiente accademico e non solo. Non gli si perdonano Continua a leggere…

“Mendel dei libri” (Stefan Zweig)

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“Perché lui leggeva come altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi, intontiti, fissano il vuoto: leggeva in modo talmente assorto, con un tale, commovente rapimento, che da allora il modo in cui legge il resto del mondo mi è sempre parso profano. In Jakob Mendel, quel piccolo rigattiere di libri galiziano, io, giovane uomo, avevo visto personificato per la prima volta il grande segreto della totale, assoluta concentrazione, che accomuna l’artista all’erudito, il vero saggio al folle patentato, questa tragica fortuna e sfortuna della piena, totale ossessione.”

(Stefan Zweig, “Mendel dei libri”; citazione tratta dall’edizione Newton)

“Mendel dei libri” è un racconto di circa venti pagine, scritto nel 1929 (almeno così ho letto), dunque nel mezzo delle due guerre mondiali, una delle quali, la prima, ha un suolo ruolo tragico(mico) nella vicenda narrata da Zweig. I temi principali del racconto sono la “sublime ossessione” per i libri che affligge Mendel, un rivenditore ambulante che per oltre trent’anni vende i suoi libri, seduto allo stesso angolo nel “Caffè Gluck” di Vienna, e la caducità della memoria, del ricordo. Il narratore, infatti, ritrovandosi in quel caffè, avverte di essere legato a quel luogo da qualcosa, ma inizialmente non sa da cosa. Dopo un po’, però, si stupisce di come possa essersi scordato di “Mendel dei libri”, che per decenni era stato lì, presente, a sfoggiare la sua maniacale conoscenza libraria, relativa non tanto al contenuto degli stessi, quanto al prezzo, alla copertina, al titolo, all’editore, insomma a tutte quelle informazioni utili per il suo ruolo da venditore. L’ossessione di Mendel è tale che egli ignora gli eventi che accadono attorno a sé, siano essi degli operai che lavorano al suo fianco o lo scoppio della Prima Guerra mondiale. Il personaggio è certamente inverosimile per certi aspetti, ma offro all’autore la possibilità di considerazioni amare, a tratti struggenti, sulla fragilità della nostra memoria ma anche su come, pungolati da opportuni stimoli, nella nostra mente possano ridestarsi ricordi pungenti. Si legge tutto d’un fiato, sia per la brevità sia per la scorrevolezza della storia.

“Malina” (Ingeborg Bachmann)

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“Per quanto Ivan sia stato creato certamente per me, pure non posso accampare pretese su di lui io sola. Perché lui è venuto per rendere di nuovo le consonanti solide e palpabili, per aprire di nuovo le vocali perché risuonino piene, per farmi tornare le parole sulle labbra, per ristabilire i primi rapporti distrutti e redimere i problemi, e così non mi allontanerò di uno iota da lui, disporrò l’una sull’altra le nostre iniziali identiche, squillanti, con cui firmiamo i nostri biglietti, le scriverò una sopra l’altra, e dopo l’unione dei nostri nomi potremmo incominciare con cautela con queste prime parole a rendere ancora onore a questo mondo, perché esso possa augurarsi di farsi ancora onore, e poiché noi vogliamo la resurrezione e non la distruzione, ci guardiamo bene dallo sfiorarci pubblicamente, e solo di nascosto ci guardiamo negli occhi, perché con i suoi sguardi Ivan deve prima lavare dai miei immagini che sono cadute sulla retina prima del suo arrivo, e dopo molti lavaggi emerge di nuovo una immagine cupa, orribile, quasi inestinguibile, e allora Ivan me ne spinge sopra una chiara, perché non esca da me un brutto sguardo, perché io perda quel terribile sguardo che so di dove m’è venuto, ma non ricordo da dove, non ricordo…(ancora non puoi, ancora no, molte cose ti turbano…).

Ma poiché Ivan incomincia a guardarmi, non può più andare tanto male sulla terra.”

(Ingeborg Bachmann, “Malina”, ed. Adelphi)

Scrivere di “Malina” non mi risulta facile, non solo perché quando un romanzo mi è piaciuto molto ho sempre una sorta di reverenza, ma soprattutto perché questo sfugge a qualsiasi gabbia gli volessi costruire attorno. Per chi volesse leggerlo, consiglio di abbandonarsi alla fluviale prosa dell’Io protagonista e narrante, senza preoccuparsi troppo se avverte la sensazione di perdersi. “Malina” è un romanzo oscuro, disturbante, avvolgente, ma che si legge tutto d’un fiato, nonostante lo spaesamento che può cogliere alle prese con il vortice di parole della Bachmann, autrice che già ammiravo per precedenti letture, quali “Il trentesimo anno”, “Il buon Dio di Manhattan”, “Diario di guerra”, “Letteratura come utopia”, “Quel che ho visto e udito a Roma”, opere peraltro molto diverse tra loro e da “Malina”. Su questo blog, inoltre, ho pubblicato (e consiglio) una sua poesia, “La Boemia è sul mare”.

I personaggi ci sono presentati all’inizio, come per un’opera destinata al teatro. Scopriamo così che la storia avrà pochi protagonisti, e cioè Ivan, Malina, Io e sarà ambientato in un imprecisato Oggi. Sappiamo che Io è bionda, che scrive, e poco altro; vive con Malina, uno studioso d’arte che però lavora come funzionario statale, ma ha una storia anche con Ivan, ungherese, padre di due figli avuti da altra donna. Un triangolo, quindi, ma abnorme, com’è giustamente riportato nel retro copertina; tra i due uomini non c’è contatto, s’ignorando quasi del tutto, eppure tutti e due, sia pure su livelli diversi, sono importanti per Io. La vicenda è racchiusa quasi totalmente nella Ungarstrasse, una strada di Vienna e per la precisione, in modo ancora più claustrofobico, tra il civico 6 e il 9, il primo ospitante Io e Malina, il secondo dimora di Ivan.

Nella prima parte del romanzo l’esistenza interiore di Io sembra essersi assestata attorno a Ivan. Il passato, che l’ha ferita in modo irrimediabile e che incombe su tutta la narrazione, pare accantonato; il titolo di questa parte, “Felice con Ivan” ci fa pensare a una pacificazione, che però tale non è. Leggendo, infatti, si avverte sempre un’inquietudine di fondo, fosse anche solo nella spasmodica attesa che Ivan telefoni, lui che non appare così legato a lei quanto lei lo è a lui. Nella seconda parte entra in scena “Il terzo uomo”, il padre o la sua orrenda proiezione, in un delirio onirico, visionario che non sappiamo quanto affondi le radici nella realtà e quanto invece si risolva in considerazioni simboliche riguardanti la prevaricazione dell’uomo sulla donna. Questo capitolo è il più difficile, sia a livello contenutistico sia sotto il profilo stilistico. Nell’ultimo, invece, è più presente Malina, i suoi dialoghi fanno quasi scomparire Ivan dalla scena, eppure non è proprio così, alla fine il lettore si trova spiazzato, senza certezze sull’effettiva evoluzione della storia, anzi senza sapere se realmente una storia abbia avuto luogo o non sia stato tutto un lungo delirio.

È riduttivo, però, presentare “Malina” come la storia di un triangolo sentimentale contorto, perché all’interno della narrazione Io, quindi la Bachmann, introduce digressioni, annotazioni di costume, che talvolta leniscono anche il quadro oscuro, con osservazioni pungenti e divertenti, che siano su un salotto di amici o su un postino che non consegna più la posta. Un romanzo, insomma, che sfida il lettore alla comprensione e che può essere letto su diversi livelli (ma questo, per come la vedo io, vale per la gran parte dei romanzi). Suggerisco, al riguardo, un articolo che ho trovato sul web e che mi è parso efficace, al quale rimando per altre considerazione che avrei potuto aggiungere anch’io. In ogni caso, comunque, come sempre, a prescindere dalle interpretazioni possibili, il miglior modo di gustarsi un libro, un romanzo, è leggerlo e trarre le proprie impressioni; di conseguenza, vi lascio a un altro brano estratto da “Malina”.

“Solo sulla data ho dovuto riflettere a lungo, perché è quasi impossibile per me dire ‘oggi’, sebbene ogni giorno si dica, anzi si debba dire, ‘oggi’, ma se qualcuno mi comunica quel che si propone di fare oggi – per non dire domani – non assumo, come di solito dicono, uno sguardo assente, ma uno molto attento, per l’imbarazzo, tanto è priva di speranza il mio rapporto con l’‘oggi’, perché questo Oggi lo posso passare solo con una tremenda angoscia e una fretta pazzesca, e scrivere, o solo dire, in questa tremenda angoscia, ciò che succede, perché si dovrebbe distruggere subito quello che viene scritto sull’Oggi, come si strappano, si spiegazzano, non si finiscono, non si spediscono le lettere vere, perché sono di oggi e perché non arriveranno in nessun Oggi.

Chi una volta ha scritto una lettera orrendamente supplichevole, per poi strapparla e gettarla via, sa più di ogni altro ciò che va inteso qui per ‘oggi’. E chi non conosce quei biglietti quasi illeggibili: <<Venga, se mai, se può, se vuole, se Glielo posso chiedere! Alle cinque al Café Landtmann!>>. O questi telegrammi: <<Prego telefona subito stop oggi stesso>>. Oppure: <<Oggi non possibile>>.

Perché oggi è una parola che solo i suicidi dovrebbero usare, per tutti gli altri non ha assolutamente alcun senso, ‘oggi’ è soltanto la designazione di un giorno qualsiasi per loro, di oggi precisamente, per loro è evidente che debbono lavorare ancora una volta per otto ore, oppure sono liberi, faranno commissioni, compreranno qualcosa, leggeranno un giornale del mattino e uno alla sera, prenderanno un caffè, avranno dimenticato qualcosa, hanno un appuntamento, devono telefonare a qualcuno oppure, meglio ancora, non succede gran che.

Se invece io dico ‘oggi’, il mio respiro comincia a diventare irregolare, subentra l’aritmia che ora è anche verificabile su un elettrocardiogramma, solo non risulta dal tracciato che la causa è il mio Oggi, una cosa sempre nuova, incalzante, ma la prova del disturbo posso produrla, redatta nel volubile codice dei medici, di qualcosa che precede l’attacco di angoscia, mi predispone, mi stigmatizza, oggi in modo ancora funzionale, così dicono, credono loro, gli esperti. Solo io temo sia l’‘oggi’, che per me è troppo eccitante, troppo enorme, troppo commovente, e in questa eccitazione patologica sarà per me ‘oggi’ fino all’ultimo momento.

“Leggere è una perversione” (estratto da “Malina” di Ingeborg Bachmann)

“I libri? Sì, leggo molto, ho sempre letto molto. No, non so se ci intendiamo. Preferisco leggere per terra, anche a letto, quasi sempre sdraiata, no, qui non si tratta tanto dei libri, ha a che fare soprattutto con la lettura, col nero sul bianco, con le lettere, le sillabe, le righe, queste inumane fissazioni, i segni, questi elementi determinati, questo delirio cristallizzato in espressione, che viene dagli uomini. Mi creda, l’espressione è delirio, scaturisce dal nostro delirio. Ha anche a che fare col voltare le pagine, con il correre da una pagina all’altra, con la fuga, con la complicità di uno sfogo frenetico, ininterrotto, ha a che fare con la nefandezza di un enjambement, con l’assicurazione sulla vita in una frase sola, con l’assicurazione reversibile delle frasi nella vita. Leggere è un vizio che può sostituire gli altri vizi o a volte al loro posto aiuta tutti i vizi a vivere intensamente, è una perversione, un morbo divorante. No, non prendo droghe, prendo solo libri, veramente ho anche delle preferenze, molti libri non mi fanno bene, certi li prendo solo al mattino, altri soltanto la notte, ci sono libri che non lascio mai, vado in giro con loro per la casa, li porto dal soggiorno alla cucina, li leggo in piedi nel corridoio, non uso segnalibri, non muovo la bocca nel leggere, ho imparato presto a leggere bene, non mi ricordo del metodo, ma dovrebbe occuparsene lei piuttosto, nelle nostre scuole elementari di provincia deve essere stato eccellente, allora, quando io imparai a leggere. Sì, anch’io mi sono stupita, ma tardi, che in altri paesi la gente non sappia leggere, almeno non rapidamente, ma la velocità è importante, non solo la concentrazione, capisce, chi potrà biascicare senza nausea una frase semplice o complicata, rimuginandola con gli occhi o perfino con la bocca; una frase che consista solo in un soggetto e in predicato va goduta rapidamente, una frase con molti incisi proprio per questo va presa con una velocità pazzesca, con un impercettibile slalom delle pupille, perché altrimenti non si dà, una frase deve ‘darsi’ a un lettore. Io non potrei ‘aprirmi un varco ‘attraverso un libro, rischierei quasi di occuparmi di qualcosa. C’è della gente, le assicuro, delle gente che dà le più strane sorprese per quanto riguarda la lettura… D’altra parte ho una debolezza per gli analfabeti, conosco persino qui uno che non legge, non vuole leggere; essere in stato di innocenza, è più comprensibile per una persona che è caduta in balia del vizio di leggere, non si dovrebbe leggere affatto oppure leggere veramente…” Continua a leggere…

“Forte come la morte” (Guy de Maupassant)

forte come la morte

“Era inutile lottare, resistere, negare, egli l’amava con la disperata consapevolezza che non avrebbe avuto da lei neppure un poco di pietà, che essa avrebbe ignorato sempre il suo atroce tormento, e che si sarebbe sposata con un altro. Per colpa di questo pensiero, che tornava incessantemente, impossibile da cacciare, era preso da una voglia animale di urlare come i cani legati, poiché si sentiva impotente, sottomesso, incatenato come loro. Sempre più si innervosiva continuando a pensare; camminava a grandi passi attraverso la vasta camera, illuminata come per una festa. Infine non potendo sopportare oltre il dolore di quella piaga riaccesa, volle cercare di placarlo con il ricordo dell’antico affetto, annegarlo nell’evocazione della prima grande passione. Nell’armadio dove era custodita, andò a prendere la copia che aveva fatto un tempo per sé del ritratto della contessa, la posò sul cavalletto, e sedutosi di fronte la contemplò. Tentava di rivederla, di ritrovarla viva, come al tempo del suo amore. Ma era sempre Annette che appariva sulla tela. La madre era scomparsa, svanita, lasciando al suo posto quell’altra figura che le assomigliava stranamente. Era la piccola, con i capelli un poco più chiari, il sorriso un poco più malizioso, un’aria un poco più irridente, ed egli aveva la esatta sensazione di appartenere anima e corpo a quella giovane creatura, come mai aveva appartenuto all’altra, proprio come una barca che affonda appartiene alle onde!” Continua a leggere…

“Primo amore, ultimi riti” (Ian McEwan)

mcewan“Non voglio essere libero. Ecco perché invidio i neonati che vedo per la strada tutti avviluppati e in braccio alla mamma. Vorrei essere uno di loro. Perché non potrei esserlo io? Perché devo camminare, andare a lavorare, prepararmi da mangiare e fare quelle centinaia di cose che bisogna fare ogni giorno per restare in vita? Voglio salire in carrozzina. È cretino, sono alto uno e ottanta. Ma questo non cambia quello che sento. L’altro giorno ho rubato una coperta da una carrozzina. Non so perché, forse cercavo un contatto col loro mondo, per non sentirmi completamente estraneo. Mi sento escluso. Non ho bisogno del sesso, di quelle cose lì. Se vedo una ragazza carina come quella di cui ti ho parlato mi sento tutto rimescolare dentro, poi torno qui e me lo sbatto, come t’ho raccontato. Non ce ne devono essere molti come me. Quella coperta che ho rubato la tengo nell’armadio. Lo voglio riempire di dozzine di cose così.
Ormai non esco più molto. È due settimane che sono uscito da questa soffitta l’ultima volta. Così ho comprato qualche barattolo di cibo anche se non ho mai molta fame. Per lo più sto seduto nell’armadio pensando ai vecchi tempi a Staines, rimpiangendoli. Quando di notte piove le gocce battono sul tetto e io mi sveglio. Penso alla ragazza che adesso vive nella nostra casa, sento il vento e il traffico. Vorrei avere di nuovo un anno. Ma non succederà. Mi sa proprio di no”. Continua a leggere…

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