Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “Nabokov”

“Guarda gli arlecchini!” (Vladimir Nabokov)

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“Dopo cinquanta estati, ovvero diecimila ore di bagni di sole in vari paesi su spiagge, panchine, tetti, rocce, ponti di navi, scogli, prati, assiti e balconi, mi sarebbe stato impossibile rievocare in dettagli sensoriali il mio noviziato se non avessi avuto quei miei vecchi appunti che sono di così grande sollievo al memorialista pedante mentre scrive il resoconto completo delle sue malattie, dei suoi matrimoni e della sua vita letteraria. Quantità enormi di Shaker’s Cold Cream mi vennero frizionate sul corpo da Iris che genuflessa tubava, mentre io giacevo prono su un asciugamano ruvido, nella luce sfolgorante della plage. Sotto le palpebre chiuse, premute sull’avambraccio, nuotavano purpuree forme fotomatiche: <<Attraverso la prosa delle vesciche della scottatura giungeva la poesia del suo tocco… >> scrivevo nel mio diario tascabile, ma posso migliorare quel preziosismo giovanile. Attraverso il pizzicore che sentivo sulla pelle – anzi, in verità portato da quel pizzicore a un livello raffinato di godimento abbastanza ridicolo – il tocco della sua mano sulle scapole e lungo la spina dorsale somigliava troppo a una carezza intenzionale per non esserne un’imitazione deliberata, e non riuscivo a dominare una reazione segreta a quelle dita agili quando, con un gratuito frullo conclusivo, scendevano giù fino al coccige, prima di dileguarsi.”

(Vladimir Nabokov, “Guarda gli arlecchini!”, ed. Adelphi)

Vadim Vadimovic N., settantenne scrittore nominato tra i candidati al premio Nobel, ripercorre la sua vita, i suoi “tre o quattro” matrimoni, i suoi romanzi scritti in russo e quelli in inglese, e lo fa con crudezza, sincerità, sarcasmo, irriverenza, arroganza. Nato a Pietroburgo, reduce da un’infanzia solitaria e un’adolescenza sessualmente precoce, lo scrittore fugge dalla Russia in seguito alla Rivoluzione, rifugiandosi dapprima in Francia, poi in Inghilterra, infine negli Usa dove insegna in un’università provinciale. La trama di “Guarda gli arlecchini!”  è fondamentalmente questa, ma la grandezza del romanzo, com’è quasi “scontato” trattandosi di Nabokov, sta nella maestria ammaliante della scrittura (e della traduzione) che ci avvolge in un’atmosfera continuamente al limite tra l’invenzione letteraria e la realtà, la realtà di Vadim Vadimovic N. e, chissà entro quali limiti, quella dello stesso Nabokov.

Il romanzo è beffardo, Continua a leggere…

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“La gelosia, un gigante con la maschera”

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“La gelosia, un gigante con la maschera mai incontrato in precedenza nelle futili avventure della prima gioventù, ora mi si parava dinnanzi, a braccia conserte, dappertutto. Qualche piccola estrosità erotica della mia dolce, docile, tenera Iris, le modulazioni del suo modo di fare l’amore, la perizia delle carezze, la facilità e la precisione con le quali adattava il corpo flessibile a qualsiasi schema della passione, lasciavano supporre una ricca esperienza. Prima di cominciare a nutrire sospetti sul presente, sentii il bisogno di fare il pieno di sospetti sul passato. Durante gli interrogatori ai quali la sottoponevo nelle mie notti peggiori, liquidava i suoi idilli precedenti definendoli del tutto insignificanti, senza rendersi conto che quella reticenza sollecitava la mia immaginazione più di quanto avrebbe fatto il racconto, anche esagerato e nei termini più scabrosi, della verità.”

(Vladimir Nabokov, “Guarda gli arlecchini”, ed. Adelphi)

“Re, donna, fante” (Vladimir Nabokov)

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“Quando invece era solo con Martha, sentiva costantemente una languida pressione alla sommità della spina dorsale, gli si stringeva il petto, gli si indebolivano le gambe e le sue dita conservavano a lungo la fresca forza della stretta di mano della donna. Riusciva a calcolare con approssimazione di un centimetro la misura esatta in cui lei mostrava le gambe passeggiando per la stanza o sedendosi con le gambe accavallate e percepiva, quasi senza guardare, la tesa lucentezza delle sue calze, il rigonfiamento del suo polpaccio sinistro sopra il ginocchio destro; e la piega della gonna, declive, morbida, leggera, nella quale sarebbe stato bello affondare il viso. A volte, quando si alzava e gli passava davanti per avvicinarsi alla radio, la luce la colpiva con un’angolazione tale da lasciar intravedere la linea delle sue cosce attraverso il leggero tessuto della gonna; e una volta che aveva una smagliatura a forma di scala in una calza, si era leccata un dito per tamponare rapidamente la seta. Ogni tanto, quella languida sensazione di peso diventava troppo opprimente e allora, approfittando magari di un momento in cui i suoi occhi erano rivolti altrove, perlustrava la sua bellezza cercandovi qualche piccolo difetto sui cui potesse far leva per calmare la sua fantasia, e per lenire quindi l’implacabile tumulto dei sensi.”

(Vladimir Nabokov, “Re, donna, fante”, ed. Adelphi)

In un’introduzione scritta nel 1967, Nabokov afferma che “Re, donna, fante” è il suo romanzo più allegro, oltre a spiegarci che fu pubblicato una prima volta nel 1928 a Berlino, con un diverso titolo, ad opera di una casa editrice specializzata nella pubblicazione di opere di emigranti russi, per poi essere tradotto in inglese dal figlio nel 1966, e infine ripubblicato dopo un ulteriore “abbellimento del cadavere” ad opera del grande romanziere, il quale è, a mio parere (e non solo) e sulla scorta di tutti i titoli letti finora, uno dei più grandi autori del Novecento. Bella scoperta, la mia! Con Nabokov anche quello che potrebbe essere catalogata come un classico triangolo passionale, diventa un esercizio affabulatorio, un’elegante immersione nel mondo delle parole, una trama che ammalia, avvince, fa restare con gli occhi incollati alle pagine.

Nel risvolto di copertina dell’edizione Adelphi è scritto che “Nabokov ci descrive la bellezza vuota e rapace di una donna fredda, l’estasi labile e sgomenti di chi l’ammira, la felice astrazione di chi guarda e non vede”. In altre parole, Nabokov ci narra la storia di Kurt Dreyer, uomo d’affari di mezza età, ricco, sposato con Martha, arpia che lo sfrutta a dovere e riesce a celargli la relazione con Franz, giovane nipote dell’uomo, incontrato dai due “per caso” sul treno che portava tutti a Berlino, e destinato a lavorare presso l’azienda dello zio. In sostanza, senza svelare oltre, si può dire che sul piano della trama tutto è detto: lui, lei, l’altro. La grandezza, però, sta nel come l’autore ci trascina in questo vortice d’inganni, finzioni, ipocrisie, ma anche ardori. E il come di Nabokov è, al solito, grandioso, capace di rendere intrigante persino uno sbadiglio.

 

Sbadiglio

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Ammiro gli sbadigli, anche quando me li sbattono in faccia, perché chi li fa è avviato verso un mondo comunque più affascinante, quello dei sogni.
Quel mandrillo di Nabokov, però, mi fa dubitare delle mie certezze, quasi che la mia passione per gli sbadigli possa davvero avere un’altra fonte, meno onirica e più ormonale (che poi le due cose sono tutt’altro che scisse, anzi.)

Brano tratto da “Re, donna, fante”, di Vladimir Nabokov, ed. Adelphi.

“Una risata nel buio” (Vladimir Nabokov)

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“Albinus era consapevole della gelosia umiliante che lo divorava nel vedere Margot stringersi al cavaliere di turno, specie sapendo che lei non indossava nulla sotto l’abito leggero; le gambe erano abbronzate in modo così incantevole che lei non portava le calze. A volte Albinus la perdeva di vista; allora si alzava in piedi e gironzolava irrequieto, battendo una sigaretta sul portasigarette. Entrava in una stanza dove alcuni giocavano a carte, poi passava su una terrazza, quindi ritornava sui proprio passi con la nauseante convinzione che lei lo stesse tradendo. A un tratto Margot ricompariva da chissà dove, gli si sedeva accanto nel suo bellissimo vestito luccicante e beveva una lunga sorsata di vino. Lui non palesava la propria apprensione, ma sotto la tavola le accarezzava nervosamente le ginocchia nude che sbattevano l’una contro l’altra quando lei si allungava all’indietro sulla sedia ridendo – un po’ istericamente, pensava Albinus – per qualche battuta, non troppo divertente, del suo ultimo cavaliere.”

(Vladimir Nabokov, “Una risata nel buio”, ed. Adelphi)

Un grande scrittore come Nabokov può permettersi di svelare tutta la trama grossolana del libro nella prime cinque righe, tanto poi se la gioca sui particolari. L’incipit di “Una risata nel buio” è: “C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi. La storia, in breve, è tutta qui, e qui avremmo potuto fermarci se non fosse stato giovevole e dilettevole raccontarla; e benché su una pietra tombale vi sia spazio quanto basta a contenere, incorniciato nel muschio, il compendio di una vita, i particolari sono sempre graditi.”

Dopo siffatta introduzione autoriale, diventa difficile per me aggiungere altro per descrivere i motivi per cui suggerisco la lettura di questo ennesimo grande romanzo di Nabokov, un libro che contiene una vicenda di gelosia, rancore, passione, inganno, ma che è soprattutto una grande dimostrazione di come la Letteratura di un certo livello riesca a coinvolgere il lettore anche quando egli, di fatto, già sa tutto dalla prima pagina. Continua a leggere…

Leggere con la schiena (Nabokov su Dickens)

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“Ciò che dobbiamo fare, leggendo Casa Desolata (Bleak House), è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la più alta forma di emozione che l’umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spinta dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte.

Nel parlare di Casa desolata ci accorgeremo presto che l’intreccio romantico del romanzo è illusorio e non ha una grande importanza artistica. Nel libro c’è di meglio che il triste caso di Lady Dedlock. Ci occorrerà qualche informazione sulla procedura giudiziaria inglese, ma il resto sarà tutto un gioco.

Di primo acchito può sembrare che Casa desolata sia una satira. Vediamo. Una satira, se ha scarso valore artistico, non raggiunge il suo scopo, per quanto commendevole questo possa essere. D’altro canto, se è permeata di genio artistico, il suo scopo non ha molta importanza e scompare con i propri tempi, mentre rimane per sempre la scintillante satira come opera d’arte. E allora perché parlare di satira?

Lo studio dell’impatto sociologico o politico della letteratura dev’essere stato escogitato soprattutto per quelli che, per temperamento o educazione, sono immuni dalla vibrazione estetica della vera letteratura, per quelli che non sentono il brivido rivelatore tra le scapole. (Ripeto per l’ennesima volta che è inutile leggere un libro se non lo leggete con la schiena).”

(Vladimir Nabokov, introduzione a “Casa desolata” di Charles Dickens, ed. Einaudi; originariamente in “Lezioni di letteratura” di Nabokov, ed. Garzanti)

P.s.: nella foto, il mio improbabile tentativo di seguire il suggerimento di Vladimir Nabokov alla lettera, Forse troppo alla lettera.

“Cose trasparenti” (Vladimir Nabokov)

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“Ora parleremo dell’amore.

Quali parole potenti, quali armi sono nascoste nelle montagne, in luoghi adatti, in appositi nascondigli del cuore di granito, dietro superfici di acciaio dipinte in modo da somigliare alla screziatura delle rocce adiacenti! Ma quando sentiva l’impulso di esprimere il proprio amore, nei giorni del breve corteggiamento e del matrimonio, Hugh Person non sapeva dove cercare le parole che potessero convincere Armande, commuoverla, riempirle di lacrime radiose gli occhi scuri, inflessibili! Mentre frasi che diceva per caso, senza pensare alla fitta di tenerezza, alla poesia, frasi insignificanti, provocavano improvvisamente una reazione isterica di felicità in quella donna dall’anima arida, essenzialmente infelice. I tentativi studiati fallivano. Se, come talvolta succedeva, nelle ore più grigie, senza la più remota intenzione sessuale, Hugh smetteva di leggere per entrare nella sua camera e avanzare verso di lei carponi come un bradipo estatico, di una specie non descritta e non arborea, ululando la sua adorazione, l’impassibile Armande gli ingiungeva di alzarsi e smettere di fare lo stupido. Le più ardenti apostrofi che riusciva a escogitare – mia principessa, mio tesoro, mio angelo, mio animale, mia squisita bestia – servivano solo a esasperarla. <<Perché>> domandava <<non puoi parlarmi in modo naturale e umano, come parla un gentiluomo a una signora, perché devi fare il buffone, perché non puoi essere serio, semplice e credibile?>>. Ma l’amore, diceva lui, era tutt’altro che credibile, la vita era ridicola, i bifolchi ridevano dell’amore. Tentava di baciarle l’orlo della gonna o di morderle la piega dei pantaloni, il collo del piede, la punta del suo piede furibondo; e mentre strisciava davanti a lei mormorando con la sua voce priva di musicalità dei nulla e dei tutto sdolcinati, esotici, rari, banali, mormorandoli per così dire al proprio orecchio, la semplice espressione d’amore diventava una specie di degenerato spettacolo ornitologico, eseguito dal solo maschio, senza alcuna femmina in vista – col lungo collo dritto, poi curvo, il becco abbassato, poi il collo di nuovo raddrizzato. Questo gli dava un senso di vergogna ma lui non poteva trattenersi, e lei non poteva capire, giacché in momenti del genere Hugh non trovava mai la parola giusta, la giusta erba acquatica.”

(Vladimir Nabokov, “Cose trasparenti”, ed. Adelphi)

Nell’iniziare “Cose trasparenti” non avevo grossi dubbi circa il fatto che mi sarebbe piaciuto, avendo una fiducia ormai cieca in Nabokov, sulla scorta dei diversi capolavori letti in passato. Le mie aspettative non sono andate deluse, la scrittura (traduzione) ammaliante di Nabokov ha colpito anche stavolta.

Hugh Person è un redattore di una casa editrice americana che, Continua a leggere…

“Il futuro non è che una figura retorica”

“Forse, se il futuro esistesse in modo concreto e individuale, come qualcosa che può essere percepito da un cervello superiore, il passato non sarebbe così seducente: le sue esigenze risulterebbero controbilanciate da quelle del futuro. Le persone potrebbero stare a cavalcioni sul punto centrale dell’asse in bilico mentre contemplano questo o quell’oggetto. Potrebbe essere divertente.
Ma il futuro non possiede questa realtà (contrariamente al passato rivisto nel ricordo e al presente percepito); il futuro non è che una figura retorica, un fantasma del pensiero…
Quando ‘noi’ ci concentriamo su un oggetto materiale, ovunque esso si trovi, il solo atto di prestare ad esso la nostra attenzione può farci sprofondare involontariamente nella sua storia. I principianti devono imparare a sfiorare soltanto la superficie della materia se vogliono che essa resti all’esatto livello del momento. Cose trasparenti, attraverso le quali balena il passato.”

(Vladimir Nabokov, “Cose trasparenti”, ed. Adelphi)

“Pnin” (Vladimir Nabokov)

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“Per Pnin, del tutto inconsapevole delle pene del suo protettore, il nuovo trimestre autunnale iniziava particolarmente bene: non aveva mai avuto così pochi studenti di cui preoccuparsi, né tanto tempo per le sue ricerche. Tali ricerche erano entrate da un bel pezzo nella piacevolissima fase in cui l’indagine travalica lo scopo, e viene a formarsi un nuovo organismo, parassita, per così dire, del frutto che sta maturando. Pnin distoglieva il proprio sguardo mentale dalla fine del lavoro, ormai così chiaramente in vista da consentirgli di scorgere il razzo di un asterisco, o il bagliore di un <<sic!>>. Quel traguardo doveva essere evitato, perché rappresentava l’estinzione di tutto ciò che dava luogo all’estasi di un avvicinamento senza fine. Le schede andavano a poco a poco saturando una scatola da scarpe con il loro peso compatto. La collazione di due leggende; un prezioso dettaglio di costume o di abbigliamento; una citazione che al controllo si rivelava falsa per incompetenza, incuria o frode; il brivido giù per la schiena di una congettura che trovava conferma; la somma degli innumerevoli trionfi di un rigore scientifico bezkoristnij (disinteressato, devoto) – tutto questo aveva corrotto Pnin, aveva fatto di lui un felice, intossicato maniaco di note a piè di pagina, votato a disturbare le tarme di un tedioso volume spesso trenta centimetri per trovarvi un riferimento a un altro volume ancora più tedioso.”

(Vladimir Nabokov, “Pnin”, ed. Adelphi)

Il professor Pnin, esule russo negli Stati Uniti, deve recarsi a una conferenza universitaria, Continua a leggere…

“Nikolaj Gogol'” (Vladimir Nabokov)

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“Se le linee parallele non si incontrano non è perché non possono incontrarsi, ma perché hanno altro da fare. L’arte di Gogol’, così come si dischiude nel Cappotto, suggerisce che linee parallele non solo possano incontrarsi, ma possano anche avanzare con movimento serpeggiante e aggrovigliarsi nei modi più bizzarri, proprio come due colonne riflesse nell’acqua indulgono alle più tremolanti contorsioni se è presente la necessaria increspatura. Il genio di Gogol’ è esattamente quell’increspatura d’acqua – due più due fanno cinque, se non la radice quadrata di cinque, e tutto ciò accade con grande naturalezza nel mondo di Gogol’, in cui non si può seriamente dire esistano né la razionale matematica né, davvero, alcuno dei nostri pseudofisici accordi con noi stessi.”

(Vladimir Nabokov, “Nikolaj Gogol'”, ed. Adelphi)

“Nikolaj Gogol’” non è una biografia o un pedante saggio di critica letteraria, ma un atto creativo che un grande scrittore come Nabokov dedica a un altro grande della letteratura russa e mondiale, in un’esposizione che non ambisce a farci una cronaca temporale dell’esistenza di Gogol’ o un’analisi minuziosa di ogni singola opera, ma piuttosto a sottolineare determinati aspetti, dettagli, personaggi secondari delle opere stesse. Il filo conduttore dell’intero saggio è la volontà di Nabokov nel rilevare l’onirica, delirante, meravigliosa fantasia e creatività di Gogol’, a discapito degli aspetti realistici o della presunta “denuncia sociale” che altri interpreti dell’opera gogoliana hanno messo primariamente in evidenza. Ciò che non significa che Nabokov riduce Gogol’ a un misero buffoncello, tutt’altro. Per Nabokov il lettore di Gogol’ dev’essere egli stesso creativo, non limitarsi a un’austera lettura in chiave sociale e nemmeno ad una che riduca tutto in farsa. Sotto questo aspetto, è molto interessante anche ciò che Nabokov rileva circa il lungo, travagliato e infine fallimentare tentativo di dare un seguito alla prima parte di “Anime morte”. Gogol’, vittima di una visione quasi messianica di sé stesso, cercò di scrivere la seconda parte in modo che fosse “significativa” e non più “solo bizzarra”, in ciò dando seguito anche alle lettere che scriveva agli amici, dal tenore sempre più da aspirante profeta.

Il saggio di Nabokov, scritto (tradotto) con uno stile che i lettori dell’autore di “Lolita”, “Ada (o Ardore)”, “La vera vita di Sebastian Knight”, “Un mondo sinistro” e tanti altri capolavori riconosceranno “al volo”, inizia con la descrizione della morte di Gogol’, ridotto in condizioni misere da acciacchi di diversa natura e vittima di una sorta di accanimento terapeutico. Poi, andando a ritroso, Nabokov, servendosi anche di numerose citazioni tratte dai romanzi, analizza diversi aspetti dell’opera di Gogol’, non tralasciando d’inserire anche considerazioni sul “falsamente bello, falsamente intelligente e falsamente seducente” di un certo tipo di letteratura (non quella gogoliana, per essere più chiaro). Il Gogol’ che piace a Nabokov non è quello degli esordi, ma quello la cui fantasia riluce in opere come “Il revisore”, “Il naso”, “Il cappotto” e chiaramente “Le anime morte”. Nabokov poi, oltre a pungere sarcasticamente i traduttori inglesi delle opere di Gogol’, a suo avviso del tutto incapaci di renderne la grandezze letteraria, evidenzia una particolare abilità di Gogol’, cioè quella di far apparire sulla scena personaggi secondari che, a differenza di quanto potremmo aspettarci, poi non torneranno più sulla scena, e che pure, per le loro caratteristiche, non sono superflui, ma fungono da estemporaneo bagliore per la scena che noi stiamo “osservando”.

Il saggio, per com’è strutturato, può essere goduto sia da chi ha già letto Gogol’, che potrà quindi confrontare la propria interpretazione con quella di un grande come Nabokov, sia da chi, invece, voglia incuriosirsi su entrambi questi autori, così diversi tra loro e così grandi.

“Gogol’ era una creatura strana, ma il genio è sempre strano; solo il vostro sano scrittore di second’ordine appare al grato lettore un saggio amico di vecchia data che in bell’ordine sviluppa le nozioni sulla vita del lettore stesso. La grande letteratura corre lungo il filo dell’irrazione. Amleto è il sogno folle di un nevrotico erudito. Il cappotto di Gogol’ è un incubo grottesco e cupo che apre buchi neri nell’incerto disegno della vita. Il lettore superficiale di quella storia vi vedrà semplicemente la greve burla di uno stravagante buffone; il lettore austero darà per scontato che intenzione primaria di Gogol’ fosse di denunciare gli orrori della burocrazia russa. Ma né chi vuole farsi una bella risata, né chi brama i libri “che fanno pensare” capirà di cosa tratta Il cappotto. Datemi il lettore creativo: questo è il racconto per lui.

L’equilibrato Puškin, il concreto Tolstoj, il misurato Čechov hanno tutti avuto i loro momenti di intuizione irrazionale che nello sfocare la frase dischiudeva un senso segreto, degno dell’improvvisa virata focale. Ma in Gogol’ questa virata è la base stessa della creazione artistica, al punto che egli perdeva ogni traccia di talento ogni qualvolta cercava di scrivere nella rotonda calligrafia della tradizione letteraria e di trattare le idee razionali in modo logico. Quando, come nel suo immortale Cappotto, si lasciava andare davvero, bighellonando felicemente sull’orlo del suo abisso privato, diventava il più grande artista mai prodotto dalla Russia.

L’improvvisa inclinazione del piano razionale della vita può realizzarsi in molti modi, com’è naturale, o ogni grande scrittore ha il suo metodo peculiare. Con Gogol’ si dava attraverso una combinazione di due movimenti: un balzo e una scivolata. Immaginare una botola che si apre sotto i vostri piedi in modo assurdamente improvviso, e una folata lirica che vi trascina in alto per poi lasciarvi cadere con un tonfo nella botola successiva. L’assurdo era la musa preferita di Gogol’ – ma quando dico “l’assurdo” non intendo il bizzarro o il comico. L’assurdo ha tante tonalità e gradazioni quante ne ha il tragico e, per di più, nel caso di Gogol’ sconfina in quest’ultimo. Sarebbe sbagliato affermare che Gogol’ poneva i suoi personaggi in situazioni assurde. Non si può mettere un uomo in una situazione assurda se l’intero mondo in cui vive è assurdo; non lo si può fare se con “assurdo” si intende qualcosa che provoca una risatina o una scrollata di spalle. Ma se si intende il patetico, la condizione umana, se si intendono quelle cose che in mondi meno inquietanti sono legate alle più alte aspirazioni, alle più profonde sofferenze, alle più forti passioni – allora, la breccia necessaria è lì, e un patetico essere umano perduto nel mezzo dell’irresponsabile mondo da incubo di Gogol’ diventa “assurdo” per una sorta di contrasto secondario.”

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