Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il ponte. Un crollo” (Vitaliano Trevisan)

“Negli ultimi anni c’è stato addirittura un festival della riesumazione, schiere di cadaveri che si credevano sepolti per sempre, sono stati dissepolti e ricomposti, e anche là dove si credeva fosse stata messa la parola fine, si è scoperto che non era affatto finita, che c’era ancora da indagare, da scavare, da interpretare; che i morti sono tutti uguali, si è detto, e dunque vanno onorati tutti nello stesso modo, ed è così: i morti sono tutti uguali, ma il giudizio dovrebbe riguardare solo quanto hanno fatto, o non hanno fatto, da vivi. I morti sarebbe meglio lasciarli dormire, e invece essi vengono riesumati e ricomposti di continuo, e usati di continuo per gli scopi più bassi e più meschini, col risultato che si continua a raccontare sempre e soltanto la storia di un fallimento dopo l’altro, a cui manca sempre la parola fine, cioè manca sempre un responsabile. In fondo, pensai, è esattamente quello che faccio anch’io. Cercare di dare un senso al mio proprio fallimento di presente in quanto presente in cui il passato non smette di crollare. Non ho scelta, pensavo, nessuno lo farà per me. Dunque avanti così, a tentoni, senza chiedersi perché.”

(Vitaliano Trevisan, “Il ponte. Un crollo”, ed. Einaudi)

Il protagonista-narratore di questo romanzo di Vitaliano Trevisan (1960-2022) è un uomo che ha deciso di lasciare per sempre la sua famiglia e l’Italia, per vivere in Germania. Lì, però, su un quotidiano italiano che continua a ricevere per corrispondenza, scopre che suo cugino Roberto (soprannome Pinocchio) è morto un paio di giorni prima ed è stato anche già seppellito.

A quel punto, nella sua testa il passato invade il presente, e così l’uomo ricorda Pinocchio e il figlio Filippo, ma soprattutto inizia un’invettiva a tratti feroce contro tutto ciò che lo aveva indotto a fuggire, dalla politica alla stampa italiana, fino ai burrascosi rapporti con i genitori e le due sorelle, constatando come, nonostante lui credesse il contrario, gli sia praticamente impossibile liberarsi davvero dal passato, dalla trappola nella quale si era sentito rinchiuso per anni.

Finora non avevo letto nulla di Trevisan, che mi era stato consigliato da un’amica circa un anno fa (mi aveva suggerito “Works”, che comprerò subito). Purtroppo, mi sono ricordato di quel suggerimento a gennaio, quando Trevisan è morto.

Qualche giorno fa ho comprato “Il ponte. Un crollo”, che mi è piaciuto molto e che per temi e stile mi ha ricordato, fatti i dovuti distinguo, un autore a me carissimo, cioè Thomas Bernhard, d’altra parte esplicitamente citato da Trevisan nel libro.

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