Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “solitudine”

“Il fantasma esce di scena” (Philip Roth)

“Cos’era successo in questi dieci anni perché tutt’a un tratto ci fossero tante cose da dire, tante cose e così urgenti che non si poteva aspettare a dirle? Ovunque andassi, qualcuno mi veniva incontro parlando al telefono e qualcuno mi seguiva parlando al telefono. Quando presi un taxi, l’autista era al telefono. Per uno che spesso passava molti giorni di seguito senza parlare con qualcuno, fui costretto a domandarmi cos’era crollato nella gente, di ciò che prima le teneva insieme, per rendere l’incessante chiacchiericcio telefonico preferibile a una passeggiata sotto la sorveglianza di nessuno, a un momento di solitudine che permetteva di assimilare le strade attraverso i propri sensi corporei e di pensare la miriade di pensieri che ispirano le attività di una città. Per me, faceva sembrare comiche le strade e ridicole le persone. Eppure sembrava anche un’autentica tragedia. Sradicare l’esperienza della separazione doveva avere inevitabilmente un effetto drammatico. Quali saranno le conseguenze? Tu sai che puoi raggiungere l’altra persona in ogni momento, e se non puoi diventi impaziente, impaziente e irritato come un piccolo, stupido dio. Sapevo bene che il silenzio di fondo era stato abolito da un pezzo nei ristoranti, negli ascensori e nei campi da baseball, ma che l’immensa solitudine degli esseri umani dovesse produrre questo sconfinato desiderio di essere ascoltati, unito al disinteresse per chi ascolta le tue conversazioni…”

(Philip Roth, “Il fantasma esce di scena”, ed. Einaudi)

 

“… la succhio come una caramella…”

hrabal

“… sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.”
(Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”, ed. Einaudi)

“Un uomo che dorme” (Georges Perec)

perec

“Non volere più niente. Aspettare finché non ci sia più nulla da aspettare. Vagare, dormire. Lasciarsi portare dalla folla, dalle vie. Seguire i canaletti di scolo, le inferriate, l’acqua lungo le sponde. Camminare lungo il fiume, rasente ai muri. Perdere tempo. Tenersi lontano da ogni progetto, da ogni smania. Essere senza desideri, senza risentimenti, senza ribellione.

Davanti a te, nel corso del tempo, una vita immobile, senza crisi e senza disordine: nessuna asperità e nessuno squilibrio. Un minuto dopo l’altro, un’ora dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, una stagione dopo l’altra, qualcosa comincerà che non avrà mai fine: la tua vita vegetale, la tua vita azzerata.”

(Georges Perec, “Un uomo che dorme”, ed. Quodlibet)

“Un uomo che dorme” è l’educazione all’indifferenza verso tutto e tutti di uno studente venticinquenne che un giorno, invece di alzarsi per andare a sostenere un esame universitario, resta a letto a dormire. Al culto dell’azione egli contrappone la propria inazione. La discesa nell’ozio e nella solitudine è inesorabile, e il giovane non ha alcun desiderio, progetto, voglia di ribellarsi alla quotidianità che lo vede vagabondare per la città, girare per caffè, librerie, viali, musei, come un fantasma.

“Col tempo la tua freddezza diventa leggendaria. Gli occhi hanno perso ogni espressività, la figura ora è perfettamente cascante. Una serenità senza tedio, senza amarezza, si è inscritta agli angoli della tua bocca. Vai per la strade come scivolando, intoccabile, protetto dall’usura moderata dei tuoi vestiti, dalla neutralità della tua camminata. Ormai hai solo gesti automatici. Pronunci solo le parole necessarie. Chiedi:

– un caffè,

– un posto davanti,

– un menù e un rosso,

– una birra,

– uno spazzolino da denti,

– un taccuino.

Paghi, intaschi, prendi posto, consumi.”

 

“Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente, che l’indifferenza non insegna niente: era un’impostura, una fascinosa e ingannevole illusione. Eri solo, tutto qui, e volevi proteggerti; volevi tagliare per sempre i rapporti tra te e il mondo. Ma tu sei così poca cosa, e il mondo un tal parolone: alla fine, il tuo non è stato altro che un errare in una grande città, e costeggiare chilometri di facciate, vetrine, parchi e lungofiume.”

“Il silenzio del mare” (Vercors)

il silenzio

“Che avrei da aggiungere? La gola chiusa dal dolore e dall’amarezza, cercai di far capire a Stani che quei singhiozzi, quella grida non furono espressione di una folle paura. Ma espressione – e ne ho il cuore a brandelli – dell’angoscia, della disperazione, dell’orrore, dell’agonia di un amore assassinato.

Mio Dio, perché non avete accecato Thomas fino alla fine? Perché avete voluto che nel fuggevole secondo dell’ultima occhiata egli vedesse un volto orribile – quel volto orribile che portiamo tutti in noi, uomini o nazioni – quello della parte disperata che fu sempre mammona? Di cosa l’avete punito? O di cosa mi avete punito? Poiché da quando egli non è più, ogni giorno la realtà della sua esistenza mi schiaccia – della sua esistenza nel secondo mortale che non seppi, che non sapemmo, che coloro rimasti degni di lui non seppero risparmiargli.”

(Vercors, “Il cammino verso la stella”, in “Il silenzio del mare”, ed. Einaudi)

Da diverso tempo avevo sul mio scaffale “Il silenzio del mare”, un libro che racchiude l’omonimo romanzo breve assieme ad altri due, “Il cammino verso la stella” e “Le armi della notte”. Questo libro finì tra le mie mani grazie al gentile dono di un mio amico, ma a lungo ne ho rimandato la lettura. Oggi, non so perché, l’ho preso in mano e ho scoperto tra storie scritte con  uno stile pacato, sobrio ma al tempo stesso capace di trasmettere emozioni forti. Vercors, questo il nome di battaglia clandestino, in realtà si chiamava Jean Bruller, nato a Parigi nel 1902 e attivo nella lotta antinazista nel corso della seconda guerra mondiale Continua a leggere…

“Il carcere” (Cesare Pavese)

Il carcere

“Nessuno si fa casa di una cella, e Stefano si sentiva sempre intorno le pareti invisibili. A volte, giocando alle carte nell’osteria, fra i visi cordiali o intenti di quegli uomini, Stefano si vedeva solo e precario, dolorosamente isolato, fra quella gente provvisoria, dalle sue pareti invisibili. Il maresciallo che chiudeva un occhio e lo lasciava frequentare l’osteria, non sapeva che Stefano, a ogni ricordo, a ogni disagio, si ripeteva che tanto quella non era la sua vita, che quella gente e quelle parole scherzose erano remote da lui come un deserto, e lui era un confinato, che un giorno sarebbe tornato a casa.”

(Cesare Pavese, “Il carcere”, ed. Einaudi)

Nel 1935 Cesare Pavese fu condannato dal regime fascista al confino presso Brancaleone Calabro, per aver tentato di proteggere una donna da lui amata, militante nel Pci. Un condono successivo ridusse la condanna a un anno. Su quell’esperienza di confinato lontano dal suo Piemonte, Pavese scrisse nel 1936 un breve racconto, “Terra d’esilio”, che è possibile anche trovare nella raccolta “Feria d’agosto” e poi, due anni dopo, un’opera più lunga, intitolata “Memorie da due stagioni”, che però fu pubblicata solo nel 1948 con il titolo mutato in “Il carcere”, edito assieme a “La casa in collina” nel volume “Prima che il gallo canti”. Continua a leggere…

“Tra donne sole” (Cesare Pavese)

tra donne sole

“- Non per sapere i fatti tuoi, – disse guardandomi, – ma se tu ti sposassi, vorresti fare dei figli?

– Tu ne hai fatti? – dissi ridendo. – La gente si sposa per questo.

Ma lei non rise. – Chi fa figli, – disse fissando il bicchiere, – accetta la vita. Tu l’accetti la vita?

– Se uno vive l’accetta, – dissi, – no? I figli non cambiano la questione.

– Però non ne hai fatti… – disse alzando la faccia del bicchiere e scrutandomi.

– I figli sono grossi pasticci, – disse Morelli, – ma le donne ci tengono tutte.

– Noi no, – disse Momina, di scatto.

– Ho sempre visto che chi non ha voluto figli, gli toccano quelli degli altri…

– Non è questo, – lo interruppe Monina. – La questione è che una donna se fa un figlio non è più lei. Deve accettare tante cose, deve dire di sì. E vale la pena di dir di sì?

– Clelia non vuol dir di sì, – disse Morelli.

Allora dissi che discutere di queste cose non aveva senso, perché a tutti piacerebbe un bambino ma non sempre si può fare come si vuole. Chi vuol fare un bambino lo faccia, ma bisogna stare attenti a provvedergli prima una casa, dei mezzi, ché non abbia poi a maledire sua madre.

Momina, che aveva acceso una sigaretta , mi squadrò con gli occhi socchiusi nel fumo. Tornò a chiedermi se accettavo la vita. Disse che per fare un figlio bisognava portarselo dentro, diventare come cagne, sanguinare e morire – dir di sì a tante cose. Questo voleva sapere. Se accettavo la vita.

– Adesso smettetela, – disse Morelli, – nessuna di voi è incinta.”

(Cesare Pavese, “Tra donne sole”, ed. Einaudi)

In una lettera datata 27 luglio 1949, riportata all’inizio dell’edizione Einaudi che ho letto, il grande Italo Calvino, legato a Cesare Pavese da un rapporto di profonda stima reciproca, chiamato dal più maturo scrittore a scrivergli le proprie impressioni su “Tra donne sole”, non lesinava critiche: Tra donne sole è un romanzo che ho subito deciso che non mi sarebbe piaciuto. Sono ancora di tale opinione, sebbene l’abbia letto con grande interesse e divertimento… è un certo modo di vedere le donne, e di trarne vendetta allegra o triste. E la cosa che scombussola di più è quella donna-cavallo pelosa, con la voce cavernosa e l’alito che sa di pipa e fin dal principio si capisce che sei tu con la parrucca e con i seni finti… quel che non mi convince è, e già altre volte ho avuto occasione di dirtelo, la tua rappresentazione dei borghesi… per scrivere bene del mondo elegante bisogna conoscerlo e soffrirlo fino alle midolla come Proust, Radiguet e Fitzgerald, amarlo e odiarlo non importa, ma aver chiara la propria posizione rispetto ad esso. Tu non l’hai chiara: si scopre dall’insistenza con cui ritorni sul tema, che non è vero che te ne infischi, ma non hai, mi sembra, fatto ancora la scoperta del piglio che devi prendere rappresentando la gente chic…”. Pavese, due giorni dopo, gli rispose con uguale franchezza: “Applichi due schemi, come due occhiali, al libro e ne cavi impressioni discordanti che non ti curi di comporre”. Continua a leggere…

“Bugiardi e innamorati” (Richard Yates)

38 yates bugiardi.indd

“Lui aveva sempre l’impressione di essere capitato per sbaglio in casa di estranei. Chi sono queste persone?, continuava a chiedersi, guardandosi attorno. Dovrebbero avere qualcosa a che fare con me? O io con loro? Chi è questo povero ragazzo, e cosa succede a questa ragazzina infelice? Chi è questa donna goffa, e perché non si dà una sistemata ai vestiti e ai capelli?

Ogni volta che sorrideva a uno di loro riusciva a sentire i muscoletti intorno alla bocca e agli occhi attivarsi nel rito cortese del sorriso. Quando si fermava a cena da loro, tanto valeva che fosse andato a mangiare in qualche vecchia e decorosa tavola calda, dove si stava allo stesso tavolo per convenienza ma tutti i clienti, ciascuno ingobbito sul proprio piatto, rispettavano il bisogno altrui di essere lasciato in pace.”

(Richard Yates, “Bugiardi e innamorati”, ed. minimum fax)

Se con “Revolutionary Road” avevo scoperto Richard Yates nella sua dimensione romanzesca e con “Undici solitudini” ne avevo apprezzato l’abilità nello scrivere racconti, con “Bugiardi e innamorati” ho avuto la conferma ulteriore della sua bravura. In questo libro sono compresi sette racconti che, prendendo spunto dal racconto che dà il titolo alla raccolta, vertono principalmente su personaggi che sono, appunto, molto bugiardi e abbastanza innamorati, ma non tanto, evidentemente, da resistere al progressivo disfacimento che lacera i reciproci sentimenti e che forse è già insito nella nascita degli stessi. I protagonisti delle storie di Yates fabbricano in continuazione illusioni, abbagli, progettano quasi la loro infelicità, figurandosi migliori di quel sono, in una perenne inadeguatezza nell’adattarsi alla realtà che vivono.

Le relazioni al vaglio dell’impietosa penna di Yates possono essere tra genitori e figli, tra amanti o tra amici, ma sono accomunate da un destino che, se non è tragico, è almeno malinconico, e somiglia, in molti finali, a un’apertura verso un abisso buio, al quale si giunge (o si torna) dopo aver attraversato anche momenti d’innegabile solarità, in un percorso esistenziale sempre attraversato dal dubbio sulla caducità del tutto. Yates, gettando qua e là elementi autobiografici che al lettore possono anche non interessare ma che indubbiamente condizionano la sua scrittura, non offre grande consolazione ai suoi personaggi, se non quella di averli resi tali.

“Magari non era amore, ma nessuno dei due avrebbe potuto persuadersi del contrario perché continuavamo a ripeterci a vicenda, e a noi stessi, che lo era. Per quanto litigassimo spesso, i film avevano dimostrato più volte che l’amore era così. Non potevamo stare lontani l’uno dall’altra, anche se credo che entrambi fossimo giunti a sospettare, dopo un po’, che ciò poteva dipendere dal fatto che nessuno dei due aveva un altro posto dove andare.”

Ma chi sono i protagonisti dei racconti? C’è una figlia che ammette, di fronte al padre, di non volergli più bene, e lo abbandona per andare a vivere con un aspirante politico che a sua volta recita una parte; una donna separata che finge con sé stessa di amare la figlia, e cerca un’improbabile convivenza con un’amica; c’è Warren, protagonista del racconto “Bugiardi e innamorati”, che molla la sua donna per impelagarsi in una relazione con una prostituta; c’è un soldato che nel dopoguerra gira per Parigi alla ricerca della sua prima esperienza sessuale, vinto dalla paura; ci sono aspiranti artisti che passano un’intera vita a progettare sceneggiature, romanzi o sculture senza venire a capo di niente. E poi tanti altri, tutti raccontanti con crudezza ma al tempo stesso con la compartecipazione di chi non è al di sopra della mischia, bensì, se possibile, è al centro della mischia stessa.

In chiusura, specifico che, nonostante i temi e la costante vena amara dei racconti, gli stessi si leggono tutto d’un fiato (almeno io li ho letti in apnea) perché Yates, semplicemente, è bravo.

“A Jack venne in mente che se avesse tenuto il telefono lontano dalla testa la voce di Sally si sarebbe indebolita e appiattita e dispersa in un chiacchiericcio metallico, come la voce di un nano idiota. Disincarnata, priva di coerenza e quindi anche di ogni invidia e autocommiserazione e moralismo, sarebbe diventata un piccolo ma persistente fastidio senza altro scopo che dargli sui nervi e impedirgli di compiere il suo lavoro per quel giorno. Provò a tenere il telefono in quel modo per cinque o dieci secondi, trasalendo alla fitta del suo tradimento segreto, e abbandonò l’esperimento appena in tempo per sentirle dire: <<… perciò ascoltami, Jack. Se facciamo il patto di non bere troppo, e se stiamo molto attenti l’uno con l’altra in tutti i modi, credi che potresti… insomma, credi che potresti tornare? Perché, ecco, il fatto è… il fatto è che ti amo, e ho bisogno di te>>.

Sally aveva detto parecchie frasi affettuose nei mesi precedenti, ma non aveva mai detto di aver <<bisogno>> di lui. E l’effetto di quella frase in quel momento, proprio quando lui aveva stabilito di non andare mai più a Beverly Hills, fu di fargli cambiare idea.”

“Sconosciute” (Patrick Modiano)

modiano

“Stavo percorrendo il lungo corridoio del metrò in direzione Porte de la Chapelle. Ero stretta nella folla delle ore di punta. Dovevo procedere diritto davanti a me, altrimenti rischiavo di farmi calpestare. L’onda scorreva con lentezza. Eravamo serrati gli uni agli altri, e il corridoio diventava più angusto via via che ci avvicinavamo alla scala per scendere al treno. Non potevo tornare indietro e, lasciandomi trascinare, avevo l’impressione di dissolvermi nella folla. Sarei scomparsa del tutto prima ancora di arrivare in fondo al corridoio.

Al binario, mi sono detta che non sarei mai riuscita a liberarmi. Sarei precipitata dentro una carrozza stretta nella morsa di persone attorno a me. Poi, a ogni stazione, un nuovo flusso di viaggiatori sarebbe entrato nel vagone respingendomi sempre più in fondo.

Il treno si è fermato. Mi hanno spintonata, ma sono riuscita a liberarmi lasciandomi trascinare dai passeggeri in uscita. Mi sono ritrovata all’aria aperta. Di nuovo, ero viva. Ripetevo a voce alta il mio nome, cognome, data di nascita, per convincermi che ero proprio io.”

(Patrick Modiano, “Sconosciute”, ed. Einaudi)

Di Patrick Modiano, “Premio Nobel per la Letteratura” nel 2014, avevo in programma di leggere “Un pedigree”, da tempo nelle lista dei libri che mi aspettano. Contravvenendo ai miei stessi propositi, ho letto prima “Sconosciute”, nel quale l’autore ci narra, attraverso la voce in prima persona delle protagoniste, tre storie che ruotano attorno a Parigi e che riguardano tre donne di cui, appunto, non sappiamo neanche il nome. Ad accomunare le tre narrazioni, oltre ai luoghi, ci sono il senso di incompiutezza delle loro vite, la solitudine e la volontà di fuga per andare in cerca di non si sa bene cosa.

Il primo racconto è incentrato sui ricordi di una donna che, a distanza di trent’anni, rammenta la sua giovinezza trascorsa a Lione, con il perenne sogno di raggiungere Parigi, una delusione cocente dalla quale non riesce a staccarsi e infine l’agognato arrivo nella capitale francese, che però le si presenta sotto l’ambigua maschera di un uomo dalla dubbia identità. Nel secondo, la narratrice è la figlia di un uomo morto quando lei aveva due anni e di una madre che l’ha abbandonata; la vita in provincia scorre tra lavori saltuari e un collegio che la ingabbia; lei, “una bellezza del diavolo”, ha Parigi come meta salvifica non raggiunta, e una pistola nella valigia come estrema difesa da uomini piuttosto viscidi. L’ultima della tre storie concerne una diciannovenne che, finita una storia d’amore a Londra, si ritrova in un piccolo atelier a Parigi, angosciata dalla mancanza di una foto che testimoni l’amore perduto e da un mattatoio dove vengono sgozzati cavalli.

Lo stile di Modiano (o almeno la traduzione) mi è parso secco, stringente, senza concessioni a orpelli e digressioni. Frasi stringate, ma efficaci nell’evocarci le sensazioni delle narratrici e nel trasmetterci la paura, il silenzio, la solitudine e il desiderio inevaso di fuga che caratterizzano le tre donne, le tre sconosciute.

“La luna e i falò” (Cesare Pavese)

lunafalo

Ho riletto per l’ennesima volta La luna e i falò. Ho preso diversi appunti per scrivere un articolo, ma infine mi sono reso conto che sarebbe bastato riportare alcuni brani del libro e aggiungere che, anche stavolta, ne sono rimasto particolarmente colpito. Poi mi sono ricordato che due anni fa avevo scritto un articolo quassù. L’ho riletto e, per quanto avessi voglia di cambiarlo in molti punti, mi è parso esprimere molti concetti che avrei ribadito tuttora. Di conseguenza, lo riporto qui sotto così come scritto all’epoca.

“…ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più. Da un pezzo non c’erano più. Quel che restava era come una piazza l’indomani della fiera, una vigna dopo la vendemmia, il tornar solo in trattoria quando qualcuno ti ha piantato. Nuto, l’unico che restava, era cambiato, era un uomo come me. Per dire tutto in una sola volta, ero un uomo anch’io, ero un altro – se anche avessi ritrovato la Mora come l’avevo conosciuta il primo inverno, e poi l’estate, e poi di nuovo estate e inverno, giorno e notte, per tutti quegli anni, magari non avrei saputo che farmene. Venivo da troppo lontano – non ero più di quella casa, non ero più come Cinto, il mondo mi aveva cambiato”.

(Cesare Pavese, La luna e i falò)

La luna e i falò è l’ultimo libro scritto da Cesare Pavese prima del suicidio e nello scrivere qualche impressione su quest’opera non posso ignorare questo fatto, così com’è innegabile che io mi senta legato a lui in maniera particolare, Continua a leggere…

“Molto prima, prima, durante, dopo, dopo il dopo” (Verdena 14.07.2015)

(Molto prima del prima)

Siamo sempre molto giudiziosi, nel mostrare la nostra (apparente, temporanea?) felicità/serenità, perché temiamo di ferire chi abbiamo calpestato per raggiungere quella felicità/serenità, chi ricercheremo quando dovremo raccontare a qualcuno che la “felicità/serenità” non esistono. Per questo siamo cauti, pacati, saggi, e non ci lasciamo andare a facili entusiasmi. Siamo “sensibili”, noi; gli altri no, sono sempre stronzi, si sa.

Questo scriveva sul suo taccuino, ma anche al mondo, con un sarcasmo i cui confini non erano più chiari neanche a lui. Poi andò a cercarsi un po’ di felicità/serenità a un concerto, ma dovette passare per una stazione, così come accade in tutte le storie, anche in quelle brevissime e senza “morale finale”.

(prima, stazione di Itri)

11705184_10205672335982370_977922969263792830_n

Qui, dove i treni possono smetterla di travestirsi da metafore, dove, avendo scordato di portare con te un libro, puoi cominciare ad accarezzare, con libidine, la prima lettera della parola “solitudine”.

E la accarezzò, quella solitudine, sebbene quella che provava non fosse proprio libidine. Poi, dopo mezz’ora, arrivò qualcuno, poi arrivò anche il treno e capì che aveva finito di gustarsi quella “finzione di libidine da solitudine”.

(intermezzo, nel quale si giunge in città, ci si sposta, si fanno acquisti di dubbia efficacia, si raggiunge la stanza d’hotel, ci si fa la doccia, insomma dettagli poco importanti ai fini della narrazione) Continua a leggere…

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: