Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Le cose sarebbero potute andare anche diversamente”

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“In quel momento Ulrich non desiderava altro che essere un uomo senza qualità. Ma questo vale quasi per tutti. In fondo, negli anni della maturità, pochi individui sanno sono di fatto arrivati a sé stessi, ai propri piaceri, alla propria visione del mondo, alla propria moglie, al proprio carattere, mestiere, e ai propri successi, ma hanno la sensazione di non poter più cambiare molto ormai. Si potrebbe persino sostenere che sono stati ingannati, perché è impossibile trovare una ragione sufficiente perché le cose siano andate proprio in quel modo; sarebbero potute andare anche diversamente; gli avvenimenti sono derivati solo in minima parte dal loro contributo, per lo più sono dipesi da qualsivoglia circostanza, dall’umore, dalla vita, dalla morte di tanta altra gente, e solo in quel dato momento sono per così dire venuti loro incontro. In gioventù la vita si trovava ancora davanti a loro come un mattino inesauribile, colmo da ogni parte di possibilità e di nulla, ma ecco che già a mezzogiorno all’improvviso c’è qualcosa che può a ragione pretendere di essere ormai la loro vita, e questo è nel complesso non meno sorprendente del trovarsi d’un tratto di fronte una persona con la quale ci siamo scritti per vent’anni senza mai conoscerla e che ci siamo immaginati del tutto diversa. Ma ancora più strano è che la maggior parte della gente neppure se ne accorge; adottano l’uomo che è giunto da loro, nella cui vita si sono immedesimati; ora le sue esperienze le considerano espressione delle loro qualità, e il suo destino è merito o sfortuna loro. A queste persone è capitato qualcosa di simile a quello che accade alla mosca con la carta moschicida; qui li ha imprigionati su un peluzzo, lì ha bloccato un loro movimento, e gradualmente li ha avvolti fino a seppellirli in una spessa pellicola che solo molto lontanamente corrisponde alla loro forma originaria.”

(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

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“Libertà” (Jonathan Franzen)

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“Ed ecco una grave mancanza di Walter: non riuscire ad accettare che Joey fosse diverso da lui. Se Joey fosse stato timido e diffidente con le ragazze, se Joey si fosse trovato a suo agio nel ruolo del bambino, se Joey avesse voluto un padre che gli insegnava tante cose, se Joey fosse stato irrimediabilmente onesto, se Joey si fosse schierato dalla parte dei diseredati, se Joey avesse amato la natura, se Joey fosse stato indifferente ai soldi, lui e Walter sarebbero andati d’amore e d’accordo. Ma Joey, fin dall’infanzia, si era rivelato più simile a Richard Katz – cool per natura, rude e sicuro di sé, concentrato sui propri obiettivi, indifferente alla morale, intrepido con le ragazze – e così Walter aveva deposto ai piedi di Patty ogni frustrazione e delusione nei confronti del figlio, come se fosse lei la colpevole di tutto. Era da quindi anni che la implorava di appoggiarlo nei suoi tentativi di mettere in riga Joey, di aiutarlo a far valere la proibizione domestica di videogiochi, tv in eccesso e musica degradante per donne, ma Patty non poteva fare a meno di amare Joey così com’era.”

(Jonathan Franzen, “Libertà”, ed. Einaudi)

Walter e Patty sembrano incarnare il modello perfetto di una coppia colta, educata, benestante, progressista, esponenti di una classe medio-alta e soprattutto del mito della libertà statunitense. Sotto questa patina dorata, però, si nasconde tutt’altro. Le loro teorie si scontrano con la cruda realtà, in particolare quando il concetto di libertà è declinato dai figli Jessica e Joey. Quest’ultimo, poi, se ne va a vivere in casa dell’insopportabile vicino di casa, avvinto dall’amore per Carol. Inoltre, a dispetto delle idee democratiche di Walter, Joey ben presto diventa un fervente repubblicano che per giunta lavora per un’ambigua società che specula sulla guerra in Iraq. Per conto suo Walter, animalista, ambientalista, finisce sui giornali perché coinvolto in altrettanto oscuri legami con una società del carbone che sta disboscando un’intera zona con la scusa di creare una riserva faunistica.

Ambientato a cavallo tra la fine del ventesimo secolo e i primi anni 2000, “Libertà” non tratta solamente della famiglia Berglund, Continua a leggere…

Io, Richard e Thomas

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“Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore, e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri”, così scriveva il grande Marcel Proust, che mi è venuto in mente, assieme ad altri, mentre leggevo “Libertà” di Jonathan Franzen, stamattina, seduto su una delle “mie” panchine nel parco del mio paese.

Leggevo Franzen e mi “vedevo”, mi “sentivo” leggere, m’interrogavo sul perché stessi leggendo, su cosa cercassi, su quale vuoto cercavo di riempire. Franzen mi piace, ho già letto “Le correzioni” in passato e “Libertà”, almeno fino a poco più di pagina 200, mi ha preso: una riflessione sulla parola “libertà” e le sue implicazioni, su quanto siamo davvero “liberi” e sulla corrispondenza tra i nostri princìpi e il nostro agire. Ma il punto non è questo. Il fatto è che mentre leggevo, sapevo di non avere granché in comune con i protagonisti, né con Patty, né con Walter, né soprattutto con il cantante rock Richard, rude con le donne eppure pieno di donne, un tipo con il quale, a pelle, non condividerei neanche una sera al pub. Dunque, mi domandavo “perché” restassi avvinto dalla narrazione, e la risposta era abbastanza evidente ma difficile da estrinsecare: non si tratta di Patty, di Walter, di Richard, forse si tratta più di Jonathan, dell’autore, ma in sostanza, si trattava e si tratta di me. Ha ragione Proust: lo scrittore non ci dà risposte, e sarebbe terribile se lo facesse, se relegassimo a lui ciò che spetta a noi.

Leggevo Franzen e, fermandomi, ripensavo ai grandi che da sempre leggo e rileggo, anch’essi privi di risposte definitive, eppure per me sempre fonte di nuove domande. Pensavo a Dostoevskij, a Kafka, a Pavese, a Camus, a Bernhard, alla lettura come rifugio, come apertura, come scandaglio per sondare ciò che c’è nel mio sottosuolo, a quella malsana idea di ritenere “un ideale di felicità” starmene per secoli seduto su una panchina a leggere, ad oltranza e in modo ossessivo, quei cinque, sei, dieci autori che riescono a scuotermi più di altri. Un’idea stupida come tante altre.

Insomma, a farla breve, a pagina 224 di “Libertà”, succede una cosa, una cosa stupida nel romanzo, ma una cosa che mi blocca, che mi dà i brividi, una cosa che avvicina me a Richard, il cantante odioso. È una cosa che gli fa fare Franzen, quindi io so che non è Richard a farla, bensì è Jonathan, oppure no, è qualcun altro che, in un altro angolo del mondo, sta prendendo in mano lo stesso libro che sto leggendo io, per motivi diversi, cercando risposte diverse e trovando solo desideri diversi. Insomma, anche Richard, come me, ammira Thomas Bernhard. Forse una bevuta al bar assieme a lui ora posso farla. Adesso so che avremmo almeno un argomento di conversazione. Però non so, parlare di libri con qualcuno è troppo pericoloso, non si sa mai come va a finire. Forse è meglio che Richard continui a suonare nel romanzo, a farsi inseguire dalla donne-oggetto che vogliono essere il suo oggetto, forse è bene che ciascuno di noi due si tenga il proprio Thomas Bernhard. Sì, sì, è meglio così.

A ciascuno il suo Bernhard, è davvero meglio.

La libera scelta di un libro non è così libera (ovvero sugli effetti postumi della sangria)

Scienziati, filosofi, romanzieri, poeti, sociologi, psicologi, politici, antropologi e via seguitando, non hanno dedicato abbastanza tempo alla risoluzione di un problema che ritengo fondamentale per le sorti dell’umanità intera, cioè la scelta del “Prossimo Libro Che Dovrò Leggere”, che nel seguito di quest’articolo chiameremo, per comodità e amicizia, Prossimo Libro, privandolo anche delle virgolette, cosa che il Prossimo Libro non ci rimprovererà. Le moderne tecnologie ci aiutano, se non a trovare le risposte, a diffondere le domande, e allora eccomi qui, amici lettori del blog e non solo, a interrogarmi su questo dilemma.

“Che libro mi consiglieresti?” Quando qualcuno mi chiede di consigliargli un libro, mi rendo conto della differenza enorme che c’è tra il rivolgersi a un pubblico imprecisato, quale per esempio quello del blog, e il rivolgersi a una persona specifica. Nel primo caso, proprio perché il pubblico è imprecisato, posso esprimere il mio apprezzamento per un testo senza che questo comporti ragionamenti che invece subentrano nel secondo caso, quando percepisco che si tratta di consigli fondati sul nulla, se non su un’ipotetica conoscenza dell’altro; Continua a leggere…

“Il fu Mattia Pascal” (Luigi Pirandello)

Il fu Mattia Pascal

“Avevo già sperimentato come la mia libertà, che a principio m’era parsa senza limiti, ne avesse purtroppo nella scarsezza del mio denaro; poi m’ero anche accorto ch’essa più propriamente avrebbe potuto chiamarsi solitudine e noja, e che mi condannava a una terribile pena: quella della compagnia di me stesso; mi ero allora accostato agli altri, ma il proponimento di guardarmi bene dal riallacciare, foss’anch debolissimamente, le fila recise, a che era valso? Ecco, s’erano allacciate da sé, quelle fila; e la vita, per quanto io, già in guardia, mi fossi opposto, la vita mi aveva trascinato, con la sua foga irresistibile: la vita che non era più per me.”

(Luigi Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”, Loescher editore)

“Il fu Mattia Pascal”, oltre a essere un capolavoro della letteratura italiana (e non solo), rappresentò, insieme a “La coscienza di Zeno” e ai romanzi di Dostoevskij, una svolta importante nel mio approccio ai romanzi. I temi dell’identità e del doppio mi hanno sempre affascinato e chi ha avuto il masochismo necessario per leggersi la presentazione di questo blog avrà forse notato un qualche influsso pirandelliano. Pubblicato per la prima volta nel 1904, prima a puntate e poi in volume, fino all’edizione definitiva nel 1921, il romanzo segna, nell’ampia e pregevole produzione di Pirandello, una svolta dalle concezioni antecedenti, positivistiche e oggettivistiche, a quelle relativistiche e soggettivistiche, che poi l’autore svilupperà nelle altre sue opere, fino a giungere all’apice, all’esplosione delle identità con “Uno, nessuno, centomila” .

“Il fu Mattia Pascal” anticipa di soli quattro anni il saggio “L’umorismo”, con il quale Pirandello, Continua a leggere…

“Rosmersholm” (Henrik Ibsen)

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“Rosmersholm”, in italiano “La casa dei Rosmer”, tragedia scritta da Ibsen nel 1886, conserva la sua valenza per un lettore odierno perché affronta argomenti che trascendono le vicende narrate, inducendo a riflessioni più generali che prescindono dalla sorte dei protagonisti, per esempio sulla ricerca della felicità individuale che può condurre a travalicare il prossimo, sulla labilità delle felicità stessa e sull’impossibilità di godersela, qualora raggiunta, per la persistente presenza di fantasmi del passato che riappaiono nella nostra mente a turbare anche le ore più liete. Altro tema caratterizzante l’opera di Ibsen è la contrapposizione tra antichi ideali che sono restii a cedere il passo alle nuove concezioni sociali ed etiche.

Nello specifico, tutto ciò è vissuto nella tenuta di Rosmer, ex pastore che ha abiurato dal suo ruolo e dagli antichi ideali per abbracciare le idee liberali e progressiste sostenute, tra gli altri, da Mortensgaard, ideologo che però non esita a suggerire a Rosmer di non rivelare la sua abiura della fede, perché va reso pubblico “solo quello che la buona gente deve sapere”. Rosmer, uomo roso dal dubbio e privo di un carattere stabile, immerso nella sua nuova missione, Continua a leggere…

“La luna è tramontata” (John Steinbeck)

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“ – Vedete, signore, nulla potrà mutare la situazione. Voi sarete disfatti e scacciati. – La sua voce era morbida, sommessa. – I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combatterla nella sconfitta. Gli uomini-gregge, seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini-gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre. Vi accorgerete che è così”.

(John Steinbeck, “La luna è tramontata”)

La luna è tramontata” fu scritto da Steinbeck nel 1942 e quindi è facile comprendere chi possano essere, nello specifico, i conquistatori descritti nella vicenda, che fa riferimento a un episodio della Resistenza norvegese, ma che in realtà travalica i confini della stessa per assurgere a simbolo dell’insopprimibile anelito verso la libertà di un popolo che decide di non lasciarsi soggiogare dagli invasori.

Un piccolo paese è invaso, anche grazie a un negoziante traditore, da un manipolo di soldati e dai loro ufficiali, che s’instaurano nell’abitazione del Sindaco, nell’intento di apparire, agli occhi della popolazione locale, come accettati dall’autorità o comunque di porsi in maniera non conflittuale. L’ordine ricevuto “dall’alto” è quello di sfruttare la miniera di carbone presente nella zona e per farlo bisogna servirsi dei minatori locali, dunque tenerli mansueti, sfruttarli senza scatenare rivolte. All’inizio tutto sembra procedere secondo i piani, ma un giorno un minatore, stufo di ricevere ordini da un invasore che egli non riconosce come legittimato a dargliene, si rivolta e uccide un soldato. La situazione diventa giorno dopo giorno più incandescente, sebbene ancora non vi siano palesi focolai di rivolta. I conquistatori si rendono conto, piuttosto, dell’odio, della rabbia che la gente del posto nutre nei loro confronti.

Steinbeck, facendo uso del suo stile spesso ironico, ci mostra anche le diversità di carattere dei diversi invasori, anch’essi uomini, quindi alle prese con le debolezze di chi, dopo tutto, anche in guerra sente il bisogno di trovare una ragazza o si accorge che la teoria bellica è tutt’altro rispetto alla pratica. Dall’altro lato, c’è la gente del popolo invaso, i minatori, la cuoca Annetta, il dottor Winter e il sindaco Orden, i quali non si prestano al vile gioco dei vincitori perché sanno che i loro concittadini, superata una prima fase di sbigottimento, si organizzeranno, cercheranno di comunicare con il mondo esterno a quel contesto, si batteranno per dimostrare all’aggressore che la libertà e la dignità umana non si barattano con nulla, e che loro, i presunti vincitori, non sono altro che “mosche che hanno conquistato la carta moschicida”.

Un romanzo che certamente non è paragonabile al capolavoro di Steinbeck, cioè “Furore”, ma che offre spunti interessanti che vanno oltre la specifica vicenda narrata, sui quali spunti, però, vi lascio a voi stessi, consapevole che non saprei trarne insegnamenti generali, considerando quanto l’essere umano è stato in grado di fare al suo simile nel corso dei millenni, magari proprio in nome di una parola meravigliosa e terribile come “libertà”.

Il mare e la libertà (e la mia arbitraria associazione tra Ibsen e Truffaut)

“Comincio lentamente a capirti…Tu pensi e senti per mezzo di simboli e figurazioni visibili. La tua nostalgia e il desiderio del mare…quel non so che che ti traeva verso di lui…verso quello straniero…era l’espressione della sete di libertà che era sorta e cresciuta in te. Null’altro.”

(Henrik Ibsen, “La donna del mare”)

Ellida, moglie in seconde nozze del dottor Wangel, è attratta in maniera prepotente dal mare, che per lei è al tempo stesso simbolo di libertà e fonte del ricordo inestirpabile che la lega a un misterioso straniero, dal quale lei si sente ammaliata molto più che dall’attuale compagno. Quando, però, avrà la possibilità di scegliere se abbracciare quella che riteneva essere la sua libertà, la scelta si rivelerà tutt’altro che semplice, a testimonianza di quanto non sia facile abbandonare la gabbia che ci siamo costruiti addosso.

Leggendo il dramma di Ibsen, mi è tornata alla mente la scena finale del film “I 400 colpi” di Truffaut, quando il bambino Antoine, che a differenza di Ellida il mare non l’aveva mai visto prima, fugge in cerca della libertà. Giunto sulla spiaggia, tocca il mare con i piedi, per la prima volta, e si rende conto (almeno così l’ho “letto” io) che quella libertà totale che cercava non è possibile.

“Il caso e la necessità” (Jacques Monod)

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“La probabilità a priori che, fra tutti gli avvenimenti possibili dell’universo, se ne verifichi uno in particolare è quasi nulla. Eppure l’universo esiste; bisogna dunque che si producano in esso certi eventi la cui probabilità (prima dell’evento) era minima. Al momento attuale non abbiamo alcun diritto di affermare, né di negare, che la vita sia apparsa una sola volta sulla Terra e che, di conseguenza, prima che essa comparisse le sue possibilità di esistenza era nulla. Quest’idea non solo non piace ai biologi in quanto uomini di scienza, ma urta anche contro la nostra tendenza a credere che ogni cosa reale nell’universo sia sempre stata necessaria, e da sempre. Dobbiamo tenerci sempre in guardia da questo senso così forte del destino. La scienza moderna ignora ogni immanenza. Il destino viene scritto nel momento in cui si compie e non prima. Il nostro non lo era prima della comparsa della specie umana, la sola specie nell’universo capace di realizzare un sistema logico di combinazione simbolica. Altro avvenimento unico, che dovrebbe, proprio per questo, trattenerci da ogni forma di antropocentrismo. Se esso è stato veramente unico, come forse lo è stata anche la comparsa della vita stessa, ciò dipende dal fatto che, prima di manifestarsi, le sue possibilità erano quasi nulle. L’universo non stava per partorire la vita, né la biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette: perché dunque non dovremmo avvertire l’eccezionalità della nostra condizione, proprio allo stesso modo di colui che ha appena vinto un miliardo?”

(Jacques Monod, “Il caso e la necessità”)

Spesso penso che la grande parte delle domande che mi pongo siano riducibili a una sola, fondamentale domanda, formulata magari in maniera differente. Siamo governati dal caso o dalla necessità? Causalità o casualità? È ovvio che a livello macroscopico e della vita quotidiana sono consapevole che se mi tiro una martellata sul naso e comincio a sanguinare non posso invocare il caso, ma è altrettanto evidente che il caso e la necessità su cui m’interrogo sono concetti da prendere nella loro accezione più profonda. Continua a leggere…

“Sommario di decomposizione” (Emil Cioran)

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“Noi tutti crediamo a molte più cose di quante non pensiamo, alberghiamo intolleranze, coltiviamo prevenzioni sanguinose e, difendendo le nostre idee con mezzi estremi, percorriamo il mondo come fortezze ambulanti e irrefragabili. Ognuno è per se stesso un dogma supremo; nessuna teologia protegge il proprio dio come noi proteggiamo il nostro io; e se assediamo di dubbi questo io e lo mettiamo in discussione è solo per una falsa eleganza del nostro orgoglio; la causa è vinta in anticipo.

Come sfuggire all’assoluto di se stessi? Si dovrebbe immaginare un essere privo di istinti, che non portasse alcun nome e a cui fosse ignota la propria immagine. Ma nel mondo tutto ci rinvia le nostre fattezze; e persino la notte non è mai tanto fitta da non permettere che ci si specchi in essa. Troppo presenti a noi stessi, la nostra inesistenza prima della nascita e dopo la morte non influisce su di noi se non in quanto idea, e solo per qualche istante; noi sentiamo la febbre della nostra durata come un’eternità che si altera ma resta inesauribile nel suo principio”.

(Emil Cioran, “Sommario di decomposizione”, ed. Adelphi)

Se vi piace sondare gli abissi del vostro cervello alla ricerca di risposte sulla vostra esistenza, pur consapevoli dell’insormontabile limite che la vostra stessa mente rappresenta, “Sommario di decomposizione” è un libro che fa per voi. Avevo letto altre opere di Cioran, ma pur apprezzandole non mi avevano convinto quanto questa, da molti considerata, in effetti, la sua vetta espressiva. Pubblicato nel 1949, quando Cioran aveva 38 anni, il libro è una raccolta di aforismi contenenti pensieri dell’autore sui più disparati aspetti dell’esistenza, ma in particolare è, come il titolo evoca, un breviario, un sommario, un’esposizione della decomposizione della nostra mente, sminuzzata, analizzata, vivisezionata ed esposta alla nostra visione. Continua a leggere…

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