Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “memoria”

“Il libro contro la morte” (Elias Canetti)

Canetti contro morte

“Troppo poco si è riflettuto su ciò che, dei morti, resta davvero vivo, disperso negli altri; e non si è escogitato alcun metodo per alimentare quei resti dispersi e mantenerli in vita quanto più a lungo possibile.
Gli amici di un uomo che è morto si ritrovano in un determinato giorno e parlano esclusivamente di lui. Ne incrementano la morte, se del morto non dicono altro che bene. Sarebbe meglio se litigassero, se prendessero partito pro o contro di lui, se ci raccontassero certi tiri mancini, di cui nulla si sapeva; finché su di lui c’è ancora qualcosa di sorprendente da dire, il morto si trasforma e non è morto. La pietà, che cerca di conservarlo dentro l’ambra, non è affatto segno di amicizia. Nasce dalla paura e vuole soltanto mantenerlo inoffensivo da qualche parte, come dentro la bara e sottoterra. Affinché il morto, nella sua impalpabilità, continui a vivere bisogna consentirgli di muoversi. Dev’essere collerico, come prima, e nella sua collera far uso d’una imprecazione inaspettata, nota solo a colui che ce la riferisce. Deve diventare affettuoso: coloro che lo hanno conosciuto nella sua severità e spietatezza, devono all’improvviso percepire quanto egli sapesse amare. Si vorrebbe quasi che ciascuno degli amici avesse la sua parte del morto da rappresentare, e allora, messe tutte quante assieme, esse lo farebbero rivivere. Nel corso di tali celebrazioni si potrebbe altresì consentire una graduale partecipazione dei più giovani e dei non iniziati, affinché anche a essi fosse dato esperire, nella misura loro possibile, quell’uomo ancora sconosciuto. Certi oggetti, dotati di un qualche legame con lui, dovrebbero passare di mano in mano, e sarebbe bello se a ogni incontro annuale, accanto a una storia, apparisse anche un nuovo oggetto, rimasto fino allora nascosto.”
(Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, ed. Adelphi)

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“Ella non osa parlarne, eppure ci pensa” (Søren Kierkegaard)

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“Perché tutto può dimenticare una ragazza, tranne una relazione. La vita di società, è vero, mette in contatto con il bel sesso, ma non permette di iniziare un rapporto, perciò vale a ben poco. In società ogni ragazza si presenta difesa dalle sue armi, la situazione è sempre la stessa e non suscita certo brividi di voluttà. Invece per la strada si trova come in alto mare, cosicché tutto ha maggiore effetto e sembra più misterioso. Darei cento talleri per il sorriso di una ragazza in strada, ma neanche dieci per una stretta di mano in un salotto. La cosa è ben diversa. Si deve cercare la ragazza in società solo se qualcosa c’è già stato. Si stabilisce allora una comunicazione invisibile e segreta tra noi e lei, e questo è seducente e rappresenta il miglior incitamento che io conosca. Ella non osa parlarne, eppure ci pensa. Non sa se abbiamo dimenticato o meno. La si può ingannare ora in un modo, ora nell’altro.

Quest’anno non mi andrà tanto bene con le altre, sono troppo preso da lei! Il mio bottino, in un certo senso, resterà magro, ma in cambio ho la speranza di ottenere il primo premio.”

(Søren Kierkegaard, “Diario del seduttore”, ed. Giunti)

“La panchina della desolazione” (Henry James)

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“Per lui, quel sedile, termine della sua passeggiata, era sacro; se lo rappresentava da anni come l’ultimo (sebbene ce ne fossero altri, non immediatamente vicino e diversamente disposti, che avrebbero potuto aspirare a quel titolo); così che poteva, con un immediato senso d’irritazione, cogliere di lontano, distinguere mentre si avvicinava, qualsiasi occupazione accidentale, e non avvicinarsi finché la contrarietà fosse durata. Quello che non tollerava era di rompere la tradizione, non importa se per un uomo o per una donna o per una coppia di innamorati; agli imbecilli di quest’ultima categoria era più avverso che a tutti gli altri; perché s’era seduto lì, in passato, solo, vi s’era seduto interminabilmente con Nan, vi s’era seduto – sì, con altre donne, quando le donne, nelle sue ore di libertà, potevano ancora trovare interesse in lui o lui in loro, ma non aveva mai diviso il sedile con estranei irrequieti e sospirosi…”

(Henry James, “La panchina della desolazione”, ed. Passigli)

Seduto sulla panchina della desolazione, unico ristoro di un’esistenza poco soddisfacente, Herbert Dodd scorge una donna raffinata che sembra essere lì per farsi notare da lui. Sulle prime non la riconosce, ma poi si accorge che è Kate Cookham, una lucida calcolatrice che molti anni prima l’aveva ridotto sul lastrico e alla quale era stato legato sentimentalmente, prima di sposarsi con Nan, poi morta. Cosa vuole adesso Kate da Herbert? Perché, a distanza di anni, dell’antico rancore sembrano non esserci più tracce e Kate appare fiorita rispetto alla gioventù?

Henry James, con la consueta abilità nel tratteggiare elegantemente la psiche dei personaggi, ci propone un racconto sull’intreccio, il confine labile che può esserci tra odio e amore, Continua a leggere…

“La cosa migliore che abbiamo avuto”

Flaubert

“L’educazione sentimentale”, Gustave Flaubert.
L’ultima pagina.
Te le ricordi le vacanze del 1837?

“Un mondo perduto e ritrovato” (Aleksandr Lurija)

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“Più a lungo la mia mente rimugina cercando nella memoria le parole necessarie per esprimere questo pensiero, più diventa difficile ricordare le parole adatte. Ma qualcosa devo pur ricordare, almeno parole approssimative, generiche, non esatte, almeno quelle. Le raccolgo, queste parole ausiliarie per il mio pensiero. Però non mi metto a scrivere subito, perché devo comporre la frase. E comincio a comporla, giro e rigiro le parole più volte, per far sì che la frase somigli a quelle che ho sentito o letto nei libri veri, corretti.

Ma che fatica scrivere! Mi viene in mente l’idea di descrivere qualcosa tratto da ciò che ricordo del ferimento, della successiva malattia, i primi tormenti. Ho preso al volo un bel pensiero! Comincio a cercare una parola per questo pensiero, poi un’altra… ma la terza parola per esprimere questo pensiero non mi viene, non la ricordo… la cerco, cerco… Alt! L’ho trovata! L’ho trovata! Ma qual era il mio pensiero?… L’ho dimenticato… E dove sono le due parole che avevo trovato con tanta fatica? Non ricordo nemmeno quelle. Torno a frugare nella memoria, di nuovo cerco il pensiero per scriverlo, cerco le parole adatte per questo o quell’altro pensiero, le annoto su fogli e foglietti, prima di inserirle nel testo che devo scrivere, unendole al pensiero sviluppato dalla mia mente disturbata dalla ferita. Ma com’è doloroso tutto questo… Dimenticare continuamente cosa stai scrivendo, cosa stai pensando, dove ti trovi, non ricordarlo, non saperlo per lunghi minuti…”

(Aleksandr Lurija, “Un mondo perduto e ritrovato”, estratto da una pagina del diario di Lev A. Zaseckij, ed. Adelphi)

Nel 1943, lungo il fronte occidentale russo, il ventitreenne soldato Lev A. Zaseckij, già studente d’ingegneria meccanica, è colpito in testa da un pallottola sparata da un tedesco, che non sarà mai estratta dal suo cervello, Continua a leggere…

“Mendel dei libri” (Stefan Zweig)

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“Perché lui leggeva come altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi, intontiti, fissano il vuoto: leggeva in modo talmente assorto, con un tale, commovente rapimento, che da allora il modo in cui legge il resto del mondo mi è sempre parso profano. In Jakob Mendel, quel piccolo rigattiere di libri galiziano, io, giovane uomo, avevo visto personificato per la prima volta il grande segreto della totale, assoluta concentrazione, che accomuna l’artista all’erudito, il vero saggio al folle patentato, questa tragica fortuna e sfortuna della piena, totale ossessione.”

(Stefan Zweig, “Mendel dei libri”; citazione tratta dall’edizione Newton)

“Mendel dei libri” è un racconto di circa venti pagine, scritto nel 1929 (almeno così ho letto), dunque nel mezzo delle due guerre mondiali, una delle quali, la prima, ha un suolo ruolo tragico(mico) nella vicenda narrata da Zweig. I temi principali del racconto sono la “sublime ossessione” per i libri che affligge Mendel, un rivenditore ambulante che per oltre trent’anni vende i suoi libri, seduto allo stesso angolo nel “Caffè Gluck” di Vienna, e la caducità della memoria, del ricordo. Il narratore, infatti, ritrovandosi in quel caffè, avverte di essere legato a quel luogo da qualcosa, ma inizialmente non sa da cosa. Dopo un po’, però, si stupisce di come possa essersi scordato di “Mendel dei libri”, che per decenni era stato lì, presente, a sfoggiare la sua maniacale conoscenza libraria, relativa non tanto al contenuto degli stessi, quanto al prezzo, alla copertina, al titolo, all’editore, insomma a tutte quelle informazioni utili per il suo ruolo da venditore. L’ossessione di Mendel è tale che egli ignora gli eventi che accadono attorno a sé, siano essi degli operai che lavorano al suo fianco o lo scoppio della Prima Guerra mondiale. Il personaggio è certamente inverosimile per certi aspetti, ma offro all’autore la possibilità di considerazioni amare, a tratti struggenti, sulla fragilità della nostra memoria ma anche su come, pungolati da opportuni stimoli, nella nostra mente possano ridestarsi ricordi pungenti. Si legge tutto d’un fiato, sia per la brevità sia per la scorrevolezza della storia.

Puntata nella quale l’antieroe riscopre che “il domani è fatto di ieri”

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In questa puntata, il nostro antieroe, ricercando il proprio codice fiscale, s’imbatte, per caso, in un foglio sgualcito, lo apre con delicatezza, lo rilegge e, dopo aver appoggiato il gomito su un tavolo e il palmo della mano sotto il mento, di modo da offrire a un potenziale fotografo un’immagine da pensatore provetto, comincia a elaborare una delle sue tante teorie sulla questione che il buon Proust gli ha di nuovo sottoposto all’attenzione. Memore del proprio passato, conscio del presente, ignaro sul futuro, e soprattutto ipotizzando che queste tre parole (passato, presente, futuro) non significhino nulla di così diverso l’una dall’altra, abbozza un pensiero, poi lo ingigantisce, ironizza sullo stesso, infine, con abile gesto della mano, ripone delicatamente il foglietto nel portafogli, dopo aver resistito alla tentazione di distruggerlo, toglie il gomito dal tavolo, libera il mento dalla stretta della mano, e s’incammina, verso dove non ci è dato sapere, con un sorriso indecifrabile dipinto sulla sua faccia.

“L’innamorato infelice che, respinto oggi come era stato respinto ieri, spera che l’indomani colei ch’egli ama, e che non lo ama, comincerà di colpo ad amarlo; colui che, non essendo abbastanza forte per il dovere che avrebbe da compiere, si dice: “Domani avrò come per incanto quella volontà che oggi mi manca…”, queste persone ripongono nell’avvenire una speranza che può dirsi mistica, nel senso che è una creazione del loro desiderio, non giustificata da alcuna previsione del ragionamento. Purtroppo giunge un giorno in cui non aspettiamo più ad ogni istante una lettera appassionata da un’amica che si è sempre mostrata indifferente, un giorno in cui comprendiamo che i caratteri non cambiano d’improvviso, che il nostro desiderio non può orientare a suo piacimento le volontà degli altri, tante sono le cose che su queste volontà premono e alle quali esse non sanno resistere, viene un giorno in cui comprendiamo che il domani non può essere del tutto diverso dallo ieri, giacché è fatto di ieri”.

(Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”)

Castelli di carta

Quando mi metto lì, a predisporre ordinatamente i miei ricordi, con l’intenzione di erigere un equilibrato castello di carte, o un elegante muro di mattoncini ben attaccati l’uno all’altro, avverto quanto quell’ordine sia accettabile solo se do per assodata la loro artificiosità, se non m’interrogo sulla veridicità degli stessi. È, insomma, un inevitabile romanzare gli eventi, scegliere solo una tra le possibili modalità di legare tra loro i singoli frammenti di quel magma indefinito che è la memoria, e soprattutto ergermi a despota di quella altrui, impedendo che possano, con le loro parole, creare falle nel sistema che sto costruendo.
A scombinare il tutto, però, basta il confronto con il singolo ricordo di un altro, che giunge come uno scossone a far crollare le carte, a spargere al suolo i mattoncini. Quest’operazione continua e impossibile da fermare mi appare come una delle possibili definizioni della parola “esistenza” o “vita”. Può anche far male essere costretti a raccogliere le carte o i mattoncini per ricominciare da capo, perché ci si è accorti che la “nostra” disposizione, che credevamo potesse valere anche per l’altro, è solo una scelta arbitraria, alla quale l’altro, impegnato a sua volta nell’opera di costruzione e demolizione, non può aderire.
A volte, però, alla malinconia che segue il crollo, s’accompagna una sensazione di struggente dolcezza, che può manifestarsi con un po’ di liquido negli occhi che ti sorprende, che t’impedisce, per un po’, di prendere in mano le carte o i mattoncini, ma che ti fa sentire vivo, non inaridito, che ti fa pensare, ancora una volta, che “bisogna immaginare Sisifo felice”.
(L’autore, deposta la penna, e anche il mouse, si dirigeva verso la piazza con andatura non troppo convinta, anelando un cornetto alla crema, benché conscio di quanto deleterio quest’atto possa essere per il suo amico stomaco).

“Dolori precoci” (Danilo Kiš)

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“Non si ricorda, signore? Nemmeno lei? Ecco, tutto quello che posso ancora dirle è che all’angolo c’era un pozzo, un pozzo artesiano, di fronte alla scuola. Lì vicino c’era una caserma, a sinistra, dietro l’angolo, all’altra estremità della strada. Noialtri ragazzini potevamo spingerci fin là. Non c’era molto traffico. E all’angolo, accanto alla caserma, c’era il capolinea dei tram (piccoli tram gialli e azzurri). Ah, sì, signore, dimenticavo di dirle che lungo la fila degli ippocastani, sulla destra, era stato scavato, alla vigilia della guerra, un rifugio a zig-zag. Lì si riuniva la nostra banda. Sì, forse questo particolare può aiutarla a ricordare: c’era un grande rifugio. Certo, di rifugi ce n’erano ovunque, ma ricordo bene che in nessuna strada, all’infuori della nostra, c’erano gli ippocastani. Naturalmente, questi sono semplici dettagli, ma voglio solo dirle che sono assolutamente certo che in quella strada c’erano gli ippocastani, mentre queste, signore, sono acacie, e non vedo nessun pozzo, e d’altronde mi sembra impossibile, forse lei si sbaglia, doveva essere un’altra strada a chiamarsi via Bem, questa mi pare troppo piccola. Comunque, la ringrazio, controllerò. Busserò a qualche porta e chiederò: Questa strada si chiamava via Bem prima della guerra? Perché mi sembra molto strano, signore, non credo che tanti ippocastani siano potuti scomparire così, almeno uno ne sarebbe rimasto, gli alberi, in fin dei conti, vivono a lungo, gli ippocastani, signore, non muoiono mica così facilmente.”

(Danilo Kiš, “Dolori precoci”, ed. Adelphi)

“Dolori precoci” è, come indicato nel retro di copertina, “un disordinato riaffiorare di ricordi”, distillati nell’arco di diciannove brevi racconti, in alcuni casi neanche superiore alla singola pagina. La prosa di Kiš è armoniosa, ricamata anche quando ci descrive la caduta di una castagna dall’albero, Continua a leggere…

“Le città invisibili” (Italo Calvino)

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Sto leggendo “Le città invisibili” di Italo Calvino. L’inizio non mi ha entusiasmato, ma poi è stato un crescendo e spero che continui così. Non so se scriverò un altro articolo sul libro quando lo avrò finito (adesso sono a circa un terzo; magari modificherò questo, oppure no, non so e non conta molto) e, nel dubbio, prima di presentarvi un passaggio che mi è piaciuto molto, accenno sin d’ora alla trama, che poi non è tale nel senso classico della parola. Il libro è composto da differenti descrizioni di città immaginarie; Calvino si serve di Marco Polo, il quale racconta i suoi viaggi in queste città. Ad ascoltarlo c’è l’imperatore Kublai Kan, malinconico perché consapevole del vuoto che c’è dietro le sue conquiste.

Il libro è suddiviso in nove capitoli, all’interno dei quali c’è un’ulteriore suddivisione secondo le macro-tipologie di città. Troviamo così “La città e la memoria, “La città e il desiderio”, “La città e i segni”, Le città sottili”, “Le città e i segni”, “Le città e gli scambi”, etc, etc. Il lettore potrà, volendo, anche seguire un percorso diverso da quello ordinario, questo perché le singole descrizioni sono indipendenti l’una dall’altra, pur se i diversi temi si ripetono. In ogni caso, pur non potendo ancora esprimere un parere complessivo sul libro, pubblico il brano sottostante.

“A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano. Continua a leggere…

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