Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Bernhard sulla rilettura

(Sto rileggendo Bernhard e trovo questo suo passaggio sul valore della rilettura. Bene.)
“Ci sono scrittori, avevo detto a Gambetti, che entusiasmano il lettore, quando li legge per la seconda volta, in misura assai più grande della prima volta, con Kafka mi accade ogni volta. Conservo Kafka nella memoria come un grande scrittore, avevo detto a Gambetti, ma rileggendolo ho avuto assolutamente l’impressione di averne letto uno ancora più grande. Non sono molti gli scrittori che alla seconda lettura diventano più importanti, più grandiosi, la maggior parte di loro li leggiamo per la seconda volta vergognandoci di averli letti anche una sola volta, ci accade con centinaia di scrittori, non con Kafka e non con i grandi russi Dostoevskij, Tolstoj, Turgenev, Lermontov, non con Proust, con Flaubert, con Sartre, che annovero tra i più grandi. Trovo non sia male il metodo di leggere una seconda volta gli scrittori che abbiamo letto una volta e ci hanno segnato, perché a quel punto o sono quelli ancora più grandi, ancora più importanti, oppure non val più la pena di parlarne. In questo modo evitiamo di portarci in testa per tutta la vita un’immensa zavorra di letteratura, che alla fine fa ammalare, ammalare a morte questa nostra testa, avevo detto questo a Gambetti al Pincio.”
(Thomas Bernhard, “Estinzione”, ed. Adelphi)

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“Mendel dei libri” (Stefan Zweig)

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“Perché lui leggeva come altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi, intontiti, fissano il vuoto: leggeva in modo talmente assorto, con un tale, commovente rapimento, che da allora il modo in cui legge il resto del mondo mi è sempre parso profano. In Jakob Mendel, quel piccolo rigattiere di libri galiziano, io, giovane uomo, avevo visto personificato per la prima volta il grande segreto della totale, assoluta concentrazione, che accomuna l’artista all’erudito, il vero saggio al folle patentato, questa tragica fortuna e sfortuna della piena, totale ossessione.”

(Stefan Zweig, “Mendel dei libri”; citazione tratta dall’edizione Newton)

“Mendel dei libri” è un racconto di circa venti pagine, scritto nel 1929 (almeno così ho letto), dunque nel mezzo delle due guerre mondiali, una delle quali, la prima, ha un suolo ruolo tragico(mico) nella vicenda narrata da Zweig. I temi principali del racconto sono la “sublime ossessione” per i libri che affligge Mendel, un rivenditore ambulante che per oltre trent’anni vende i suoi libri, seduto allo stesso angolo nel “Caffè Gluck” di Vienna, e la caducità della memoria, del ricordo. Il narratore, infatti, ritrovandosi in quel caffè, avverte di essere legato a quel luogo da qualcosa, ma inizialmente non sa da cosa. Dopo un po’, però, si stupisce di come possa essersi scordato di “Mendel dei libri”, che per decenni era stato lì, presente, a sfoggiare la sua maniacale conoscenza libraria, relativa non tanto al contenuto degli stessi, quanto al prezzo, alla copertina, al titolo, all’editore, insomma a tutte quelle informazioni utili per il suo ruolo da venditore. L’ossessione di Mendel è tale che egli ignora gli eventi che accadono attorno a sé, siano essi degli operai che lavorano al suo fianco o lo scoppio della Prima Guerra mondiale. Il personaggio è certamente inverosimile per certi aspetti, ma offro all’autore la possibilità di considerazioni amare, a tratti struggenti, sulla fragilità della nostra memoria ma anche su come, pungolati da opportuni stimoli, nella nostra mente possano ridestarsi ricordi pungenti. Si legge tutto d’un fiato, sia per la brevità sia per la scorrevolezza della storia.

Galeotto non è il libro

Circa lo sconfinato e multi-sfaccettato mondo amoroso, i libri non mi hanno insegnato pressoché nulla, e se qualcosa me l’hanno insegnato, l’ho appuntato lì, su un foglietto, per poi dimenticarlo dopo poche ore. Del resto i libri, in quanto oggetto, non possono insegnarmi nulla sulla materia, potrebbero farlo coloro che li hanno scritti quei libri, ma potrebbero solo se fossero me. Non essendolo, non possono, non è una scoperta tanto originale. Sì, qualche citazione qua e là, che porto con me come monito o speranza, quel che basta per sentire l’affinità con un altro essere che, altrimenti bardato e in altri luoghi caracollante, ha provato situazioni simili. Però nient’altro. È vero, il poeta ci racconta che il libro fu galeotto, che quei due poi non lessero più per dedicarsi ad altre faccende, ma, insomma, ce lo dice il poeta, cioè uno che mente. Continua a leggere…

I Karamazov e la crisi del lettore

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Il lettore può attraversare una crisi, ma sa che da qualche parte, in uno scaffale nella sua stanza, c’è la soluzione, soltanto che, a volte, nega a sé stesso che quella possa essere la reale soluzione, specie se si tratta di tornare al già vissuto. Il lettore tenta strade alternative a quella che lo sta chiamando, inizia a leggere un romanzo appena comprato, un saggio filosofico, un racconto, un’opera teatrale, ma niente, proprio non riesce ad andare avanti, non si sente scosso, non avverte di essere toccato proprio dove lui vuole essere toccato, e quindi si avvicina, a piccoli passi, proprio verso quel punto della stanza nel quale sa che troverà ciò che egli deve leggere, anzi rileggere, e non importa che rileggerà per la quarta volta quel romanzo, poco conta l’idea che, uscendo di casa, una tegola potrebbe cadergli in testa e mandarlo all’obitorio, Continua a leggere…

“Leggere è una perversione” (estratto da “Malina” di Ingeborg Bachmann)

“I libri? Sì, leggo molto, ho sempre letto molto. No, non so se ci intendiamo. Preferisco leggere per terra, anche a letto, quasi sempre sdraiata, no, qui non si tratta tanto dei libri, ha a che fare soprattutto con la lettura, col nero sul bianco, con le lettere, le sillabe, le righe, queste inumane fissazioni, i segni, questi elementi determinati, questo delirio cristallizzato in espressione, che viene dagli uomini. Mi creda, l’espressione è delirio, scaturisce dal nostro delirio. Ha anche a che fare col voltare le pagine, con il correre da una pagina all’altra, con la fuga, con la complicità di uno sfogo frenetico, ininterrotto, ha a che fare con la nefandezza di un enjambement, con l’assicurazione sulla vita in una frase sola, con l’assicurazione reversibile delle frasi nella vita. Leggere è un vizio che può sostituire gli altri vizi o a volte al loro posto aiuta tutti i vizi a vivere intensamente, è una perversione, un morbo divorante. No, non prendo droghe, prendo solo libri, veramente ho anche delle preferenze, molti libri non mi fanno bene, certi li prendo solo al mattino, altri soltanto la notte, ci sono libri che non lascio mai, vado in giro con loro per la casa, li porto dal soggiorno alla cucina, li leggo in piedi nel corridoio, non uso segnalibri, non muovo la bocca nel leggere, ho imparato presto a leggere bene, non mi ricordo del metodo, ma dovrebbe occuparsene lei piuttosto, nelle nostre scuole elementari di provincia deve essere stato eccellente, allora, quando io imparai a leggere. Sì, anch’io mi sono stupita, ma tardi, che in altri paesi la gente non sappia leggere, almeno non rapidamente, ma la velocità è importante, non solo la concentrazione, capisce, chi potrà biascicare senza nausea una frase semplice o complicata, rimuginandola con gli occhi o perfino con la bocca; una frase che consista solo in un soggetto e in predicato va goduta rapidamente, una frase con molti incisi proprio per questo va presa con una velocità pazzesca, con un impercettibile slalom delle pupille, perché altrimenti non si dà, una frase deve ‘darsi’ a un lettore. Io non potrei ‘aprirmi un varco ‘attraverso un libro, rischierei quasi di occuparmi di qualcosa. C’è della gente, le assicuro, delle gente che dà le più strane sorprese per quanto riguarda la lettura… D’altra parte ho una debolezza per gli analfabeti, conosco persino qui uno che non legge, non vuole leggere; essere in stato di innocenza, è più comprensibile per una persona che è caduta in balia del vizio di leggere, non si dovrebbe leggere affatto oppure leggere veramente…” Continua a leggere…

“Qualcosa da poter lasciare un segno…” (estratto da Faulkner)

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“- Sì, – disse Judith. – Oppure distruggetela. Come volete, leggetela se volete oppure non leggetela se non vi pare. Perché si fa così poca impressione, vedete. Tu vieni al mondo e tenti e non sai perché solo continui a tentare e vieni al mondo insieme a un mucchio di altre persone, tutta aggrovigliata a loro, come loro tentanto, dovendo muovere braccia e gambe con cordicelle, solo che le stesse cordicelle sono legate a tutte le altre braccia e gli altri tentano tutti quanti e non sanno perché, tranne che le cordicelle si impicciano tutte a vicenda come sarebbe a dire cinque o sei persone tutte intente a cercar di fare una stuoia sullo stesso telaio solo che ciascuna vuol tessere la stuoia secondo il proprio disegno; e non può avere importanza, sapete, sennò coloro i quali impiantarono il telaio avrebbero predisposto le cose un po’ meglio, eppure deve avere importanza purché tu seguiti a tentare o a dover continuare a tentare e poi tutt’a un tratto è finita e tutto quel che ti rimane è un blocco di pietra con qualche scalfittura sopra purché ci sia stato qualcuno a ricordarsi di far scalfire e collocare il marmo, o chi ne abbia avuto il tempo, e ci piove sopra e il sole ci splende e dopo un po’ non si ricordano neppure il nome e quello che le scalfitture tentavano di dire, e non ha importanza. E così forse se tu potessi andare da qualcuno, quanto più estraneo tanto meglio, e dargli qualcosa – un pezzo di carta – qualcosa, qualunque cosa, non certo perché abbia un significato in sé e gli altri non debbono neppure leggerlo o tenerlo, nemmeno preoccuparsi di buttarlo via o distruggerlo, almeno sarebbe qualcosa di giusto perché sarebbe accaduto, sarebbe ricordato quand’anche solo passando da un mano all’altra, da una mente all’altra, e sarebbe almeno una scalfittura, qualcosa, qualcosa da poter lasciare un segno su qualcosa che fu una volta per il motivo che può morire un giorno, mentre il blocco di pietra non può essere è perché non può mai diventare fu perché non può mai morire o perire…” Continua a leggere…

“Altri colori” (Orhan Pamuk)

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“Vi riferisco questi dettagli non tanto per raccontarvi come io abbia scritto il mio libro, quanto piuttosto per affrontare un argomento che riguarda l’arte del romanzo: trasformare “l’altro”, “lo straniero”, “il nemico” che abbiamo nella testa. È possibile, certo, scrivere libri immaginando i personaggi in situazioni simili alle nostre. Vogliamo prima di tutto che il romanzo racconti di persone simili a noi, anzi di noi stessi. Raccontiamo una madre simile alla nostra, un padre come il nostro, una famiglia, una casa, una strada, una città e un paese che conosciamo bene. Ma le regole strane e magiche dell’arte del romanzo trasformano improvvisamente la nostra famiglia, la nostra casa e la nostra città in luoghi che appartengono a tutti. Si è affermato spesso che I Buddenbrook sono un romanzo troppo autobiografico. Ma quando a diciassette anni ne sfogliavo le pagine, vi leggevo la storia di una famiglia in cui mi immedesimavo facilmente, e non quella dello scrittore che non conoscevo affatto. I meravigliosi meccanismi dell’arte del romanzo servono all’autore per offrire a tutta l’umanità la propria storia come se fosse quella di un estraneo.

Ecco, l’arte del romanzo è il dono di raccontare la propria storia come se fosse quella di altri; ma questo è solo un aspetto di questa grande arte che da quattrocento anni emoziona i lettori con tutta la sua forza e appassiona ed esalta noi scrittori. L’altro aspetto è costituito da ciò che mi spinse sulle strade di Francoforte o di Kars: la possibilità di scrivere la storia degli altri come se fosse la “mia”. In questo modo, Continua a leggere…

Edgar Allan Poe e l’elogio del racconto.

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Sempre dalla prefazione ai racconti di Hawthorne, estraggo queste riflessioni di Edgar Allan Poe, con le quali esprime la sua preferenza per la forma racconto rispetto al romanzo. Da lettore, non sono del tutto d’accordo con lui, nel senso che a me piacciono sia i racconti (come i suoi) che i romanzi, e ciascuna di queste due forme narrative mi appaga. È innegabile, tuttavia, che la lettura di un romanzo, specie se molto lungo, presenta l’inconveniente di non poter essere ultimato in una sola seduta, non fosse altro che per esigenze vitali quali mangiare, bere e dormire. Detto ciò, vi lascio alle parole di Poe, con la domanda: siete più da romanzo o da racconto breve? (con tante scuse per la stupidità della domanda)

“Il racconto vero e proprio, secondo noi, offre indiscutibilmente un migliore terreno per l’esercizio del talento più elevato, di quanto possa offrire il più ampio dominio della semplice prosa. Se fossimo costretti a dichiarare quale sia la maniera più proficua in cui il genio superiore possa dare una dimostrazione delle sue facoltà, senza esitare noi risponderemmo: nella composizione di una poesia in rima che non superi in lunghezza quel che si potrebbe leggere in un’ora. Il grado più elevato di poesia può esistere esclusivamente all’interno di questi limiti. Rispetto a ciò, noi possiamo dire che in quasi tutte le categorie della composizione, l’unità di effetto, o di impressione, è un punto della massima importanza. È chiaro, Continua a leggere…

“Più libri più liberi 2013” – Brevi considerazioni non troppo pertinenti.

più_libri_più_liberi2013A differenza dell’anno scorso, quando scrissi un intero articolo delirante, quest’anno mi limito a brevi considerazioni sparse, non troppo pertinenti, sulla fiera “Più libri più liberi”, che si sta tenendo a Roma in questi giorni. Ci sono andato oggi e invito anche gli eventuali lettori di queste pagine a farlo.

– la madre degli scalpellini non è più incinta; alle ore 8.00 di mattina, alla fermata dell’autobus, un anziano mi racconta che una volta gli scalpellini del mio paese erano rinomati, anche all’estero, che lui ha cercato di tramandare il mestiere senza successo. Poi osserva gli autobus carichi di studenti e aggiungi, quasi consolato, che in fondo è giusto così, che senza studiare il lavoro non si trova. Segue mio silenzio imbarazzato e impotente;

– i bambini/ragazzi che mi precedono via Stendhal e via Montaigne, in direzione Fiera, sono un segnale luminoso; gli stessi bambini/ragazzi che m’intralciano nei corridoi tra gli stands non mi appaiono più così ammantanti di luce;

– con la penna e il foglietto in mano, nel giro di ricognizione prima di scegliere quali libri comprare, sembravo un detective male in arnese;

– l’idea di distribuire qualche curriculum agli addetti s’infrange subito quando mi rendo conto che non solo potrebbe essere inutile, ma soprattutto che gran parte (ma magari mi sbaglio, me lo auguro) di quei ragazzi sono stagisti, precari, che giustamente del mio curriculum avrebbero fatto una bella palla per il proprio animaletto di fiducia, oberati come sono da richieste di aspiranti collaboratori e aspiranti scrittori; Continua a leggere…

28 Giugno 1914

Zweig

Nel giugno 2012 finivo di leggere “Tolstòj e Dostoevskij. Vita, creazione, religione” di Dmitrij Sergeevič Merežkovskij e scrivevo l’articolo che potete trovare su questo blog.

Sto leggendo, adesso, “Il mondo di ieri (ricordi di un europeo)” di Stefan Zweig, sul quale scriverò qualcosa nei prossimi giorni. Intanto, però, vi rendo partecipi di un brivido che ho provato nel corso della lettura, quando ho scoperto che Zweig, in quei giorni residente a Baden, stava leggendo il libro di Merežkovskij nel giugno del 1914, per la precisione il 28 giugno 1914, cioè il giorno del cosiddetto “assassinio di Sarajevo”, quando l’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando fu ucciso da uno studente serbo, episodio che scatenò, un mese dopo, la Prima guerra mondiale.

“…già la vigilia del 29 giugno, il giorno di San Pietro e San Paolo, sempre considerato festivo nell’Austria cattolica, eran venuti molti gitanti…era una mite giornata…si attendevano le vacanze per grandi e piccini e tutti godevano, come un anticipo dell’estate intera, quella prima festa estiva…Io sedevo fuor dalla folla nel parco, intento a leggere un libro – so ancor oggi che era un’opera di Merežkovskij, “Tolstoj o Dostoevskij” – con grande interesse. Tuttavia anche il venticello fra le fronde, il cinguettio degli uccelli e la musica che mi giungeva dal parco entravano nella mia sensibilità…infatti interruppi volontariamente la lettura quando la musica cessò improvvisamente a mezzo di una battuta…alzai istintivamente gli occhi dal libro. Anche la folla, che passeggiava col fluire di una massa fra gli alberi, parve trasformarsi sostando d’un tratto nel suo andirivieni. Doveva esser successo qualcosa. Mi alzai e vidi che i suonatori lasciavano il palco dell’orchestrina, cosa ben strana, poiché il concerto soleva durare un’ora ed anche di più. Ci doveva essere una ragione per quella brusca sosta: avvicinandomi osservai che la gente si pigiava in gruppi eccitati davanti al palco dell’orchestra per leggere una comunicazione evidentemente da poco affissa. Era il dispaccio, come appresi pochi minuti più tardi, comunicante che Sua Altezza reale il successore al trono Francesco Ferdinando e la sua consorte, recatisi in Bosnia per le manovre, erano rimaste vittime di un assassinio politico”.

(Stefan Zweig, “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo”)

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