Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Orhan Pamuk su Dostoevskij

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Sto leggendo il volume “Altri colori”, nel quale sono raccolti scritti di Orhan Pamuk, Premio Nobel per la Letteratura nel 2006. Finora non avevo mai letto alcuna sua opera. In attesa di terminarlo e scrivere un articolo sulla raccolta, vi riporto alcuni passaggi che lo scrittore dedica a Dostoevskij, autore molto presente (eufemismo) su questo blog. Non sto a farla tanto lunga, ma devo aggiungere che leggere le impressioni di Pamuk mi ha fatto sentire verso di lui un assurdo, quanto forte, senso di “fratellanza”, o almeno, per dirla con Goethe, di “affinità elettiva”.

“Conosciamo tutti i piaceri dell’umiliazione. O meglio, mi correggo: tutti abbiamo passato dei momenti in cui abbiamo scoperto di provare piacere e sollievo dall’umiliare noi stessi. Quando ci ripetiamo con rabbia, come a convincerci, di essere meschini e di non valere nulla, sappiamo che ci stiamo liberando dall’obbligo morale di conformarci agli altri, dalla soffocante preoccupazione di rispettare le regole e le leggi, dell’obbligo di sforzarci di assomigliare alle altre persone. Che si tratti di essere umiliati, o di umiliare noi stessi, facendolo prima che ci pensi qualcun altro, in entrambi i casi arriviamo al medesimo punto: quel punto in cui diventiamo facilmente noi stessi, e siamo felicemente immersi nel nostro odore, nella nostra sporcizia, nelle nostre abitudini; il punto in cui abbandoniamo l’idea di migliorarci e smettiamo di avere un’idea ottimistica della natura umana. Qui stiamo così a nostro agio da essere quasi riconoscenti alla nostra furia e al nostro egoismo, perché sono stati loro a portarci a questo livello di libertà e di solitudine. Ogni volta che rileggo le Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, penso che l’opera mi voglia dire proprio questo”.

I demoni, uno dei dieci libri più sconvolgenti che l’essere umano abbia mai potuto concepire, Continua a leggere…

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La “modernità” di Dostoevskij per David Foster Wallace

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Trovo, in un angolo della mia stanza, alcune pagine fotocopiate e sottolineate. Si tratta di un estratto da “Considera l’aragosta”, volume che raccoglie alcuni scritti di David Foster Wallace. Nello specifico, sono le pagine relative al saggio “Il Dostoevskij di Joseph Frank”, scritto a metà degli anni Novanta, con il quale Wallace recensisce la monumentale opera di Frank, dedicata a Dostoevskij (e credo, purtroppo, inedita in Italia; ma spero di essere smentito), cercando di spiegare l’attualità delle opere dello scrittore russo. Riporto, a seguire, alcuni brani del saggio, che mi sono riletto tutto d’un fiato.

“Dostoevskij è un titano della letteratura, e in un certo senso questo può essere il bacio della morte per uno scrittore, perché diventa facile considerarlo l’ennesimo Autore canonico color seppia, amabilmente morto. Le sue opere, la montagna di saggi critici a esse ispirati, sono tutte acquisizioni obbligatorie per le biblioteche universitarie… ed è lì che stanno di solito, a ingiallire, a odorare dell’odore dei libri di biblioteca più vecchi… Trasformare qualcuno in un’icona equivale a trasformarlo in un’astrazione, e le astrazioni non sono in grado di avere una comunicazione vitale con i vivi… Ed è vero che ci sono elementi dei libri di Dostoevskij alieni e indisponenti. Si sa che il russo è difficile da tradurre e quando a tale difficoltà si aggiungono gli arcaismi del linguaggio letterario ottocentesco la prosa/i dialoghi di Dostoevskij possono spesso risultare manierosi e pleonastici e sciocchi…”

“Ma il senso più ampio (che, sì, potrebbe essere piuttosto ovvio) è che per alcune opere d’arte vale la pena faticare un po’ di più per superare tutte le cose che ci impediscono di apprezzarle; e per i libri di Dostoevskij ne vale decisamente la pena. Continua a leggere…

Virginia Woolf (nelle parole di Nadia Fusini)

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Da qualche tempo Virginia Woolf mi chiamava a sé, per indurmi a leggere le sue opere che ancora non ho letto, oppure a rileggere quelle che ho letto. Stamattina, in biblioteca, è riuscita a cogliermi in un momento di debolezza e, nonostante le stessi preferendo un Tolstoj o un Faulkner, alla fine l’ho accontentata e mi sono preso il “Meridiano” con tutti i suoi romanzi. In passato ho già letto e apprezzato i romanzi “Gita al faro” (o “Al faro”) e La signora Dalloway”, più i saggi “Una stanza tutta per sé e “Ore in biblioteca e altri saggi”. Avevo intenzione di prendere “Orlando” e/o “Le onde”, e nel dubbio li ho presi tutti e due. All’interno di questo “Meridiano” (l’altro contiene racconti e saggi) ci sono, oltre ai romanzi già citati, anche “La stanza di Jacob” e “Tra un atto e l’altro”.

Nella splendida e articolata introduzione, Nadia Fusini evidenzia la modernità di Virginia Woolf, specie in rapporto all’epoca in cui scrisse, l’inizio del Novecento, quando antiche certezze, ritenute assolute, si rivelarono non più tali e anche la letteratura divenne specchio di una crisi più globale. La Fusini rileva come nei romanzi della Woolf Continua a leggere…

“Paura liquida” (Zygmunt Bauman)

Paura liquida

“Le occasioni di aver paura sono una delle poche cose che non scarseggiano in questi nostri tempi tristemente poveri di certezze, garanzie e sicurezze. Le paure sono tante e varie. Ognuno ha le sue, che lo ossessionano, diverse a seconda della collocazione sociale, del genere, dell’età e della parte del pianeta in cui è nato e ha scelto di (o è stato costretto a) vivere. Il guaio è che tali paure non sono tutte uguali fra loro. Dato che arrivano una alla volta, in successione ininterrotta ma casuale, esse sfidano i nostri (eventuali) sforzi di collegarle tra loro e ricondurle alle loro radici comuni. Ci spaventano di più perché risultano difficili da abbracciare nella loro totalità, ma ancor di più per il senso di impotenza che suscitano in noi. Non riuscendo a comprenderne le origini e la logica (ammesso che ci sia), ci troviamo al buio e incapaci di prendere provvedimenti – e, a maggior ragione, di prevenire o contrastare i pericoli che esse ci segnalano. Siamo semplicemente privi di strumenti e capacità a tal fine. I rischi che temiamo trascendono la nostra capacità di agire; finora non siamo nemmeno riusciti a definire chiaramente come dovrebbero essere gli strumenti e le capacità adeguate – e dunque siamo ben lontani dal poter iniziare a progettarli e realizzarli. Ci troviamo in una situazione non molto diversa da quella di un bambino disorientato; per riprendere l’allegoria utilizzata tre secoli fa da George Christoph Lichtenberg, se un bambino urta contro un tavolo, dà la colpa a quest’ultimo, mentre per casi simili noi abbiamo coniato la parola “destino” contro cui lanciare accuse”.

(Zygmunt Bauman, “Paura liquida”, editori Laterza)

In un articolo scritto qualche giorno fa, affrontavo, in maniera approssimativa, frammentaria e piuttosto scanzonata, il tema della paura. In questo vi presento un testo ben più interessante rispetto ai miei deliri, cioè “Paura liquida” di Zygmunt Bauman. Tanto per sdrammatizzare, la parola liquida del titolo non è in riferimento a possibili perdite notturne, ma richiama concetti che Bauman esprime anche in altre sue opere. La liquidità, in estrema sintesi, è da intendersi come la mutevolezza, l’instabilità, la freneticità della società odierna, con particolare riferimento ad argomenti quali la globalizzazione, il consumismo, la marginalizzazione dei poveri. L’oggetto principale di questo saggio, comunque, è la paura.

Il libro, come si evince dalle parole dello stesso autore, è un inventario delle paure, un tentativo di individuarne le radici, un invito a ragionarci su ed agire di conseguenza, nella consapevolezza che non esistono ricette miracolose né definitive per scacciare paure che attanagliano l’uomo dalle sue origini, paure che sono mutate nel corso dei millenni, o paure che addirittura sono insorte e divenute tipiche dell’epoca attuale. Nel mio precedente articolo, mi domandavo se la paura è sempre relativa a qualcosa che non conosciamo, quindi all’ignoto, o non riguardi anche ciò che conosciamo. Bauman sviluppa in maniera egregia la mia domanda e risponde con questo saggio che parte da un’introduzione di carattere generale sull’origine della paura e sugli usi che della stessa sono stati fatti. La prima considerazione è sul fatto che la paura derivante dall’incertezza della minaccia, che in linea teorica avremmo dovuto scacciare grazie al progresso scientifico e tecnologico, ha, al contrario, assunto il carattere dell’ubiquità. La globalizzazione, la possibilità di viaggiare, di conoscere tutto in pochi secondi grazie al web, ha certo portato innumerevoli vantaggi, ma ha anche allargato il terreno dove le nostre paure possono proliferare.

La paura può essere immediata, cioè derivante da pericoli concreti e visibili, oppure derivata dall’insicurezza circa qualcosa. In questo secondo caso, aggiunge Bauman, spesso può essere sganciata da reali pericoli ed essere, quindi, solo frutto di condizionamenti mentali. Ma perché abbiamo paura? Cosa sentiamo essere messo in pericolo? Bauman focalizza l’attenzione su tre macro-categorie: 1. il pericolo riguardante la possibile perdita o menomazione del nostro corpo e dei nostri beni materiali; 2. la paura di ordine più collettivo, riguardante catastrofi, sovvertimenti dell’ordine sociale vigente; 3. la paura circa la nostra collocazione all’interno del predetto ordine sociale. Bauman poi spiega come un modo che utilizziamo per difenderci dalle paure sia calcolare le probabilità di ciò che è prevedibile, tenendo ben a distanza dalla mente i pensieri su ciò che è imponderabile e per il quale è impossibile, a nostro parere, fare alcunché. Così facendo, però, accade che su larga scala ci si meravigli di catastrofi naturali che, per quanto imprevedibili e  tremende, potevano essere limitate nella loro portata devastatrice, se solo si fosse sempre tenuto presente il pericolo supremo, cioè quello di morire.

Nel primo capitolo l’autore affronta proprio la paura delle paure: la morte. Innanzitutto, a mia parziale discolpa riguardo il mio articolo precedente, devo dire che mi ha fatto piacere leggere che anche Bauman ritenga errato quella concezione per la quale la morte non dovrebbe farci paura “perché quando ci siamo noi non c’è lei e viceversa”. La differenza tra me e Bauman è che lui argomenta in maniera mirabile. L’inizio del capitolo si serve dell’esempio dei reality show e dei quiz per mostrarci come i meccanismi più insospettabili che possiamo osservare nella nostra quotidianità siano atti a mostrarci l’inevitabilità della morte, dell’unico evento di cui non possiamo mai avere un’idea diretta e che ci coglierà comunque impreparati. Con la morte non si tratta di sapere il “se”, ma unicamente il “quando” e il “chi”. Un reality (sul quale, per inciso, il giudizio di Bauman non è, mi sembra, entusiastico, a prescindere dall’esempio che porta), eliminando un concorrente alla volta, rivela, libera e assolve il telespettatore dal pensiero della morte, presentandogliela in forma minimale e innocua.

Da questo pensiero abissale ci difendiamo in maniera diverse, anch’essere evolutesi nel corso della storia umana. Si può pensare che la morte non sia definitiva, quindi appellarsi all’eternità dell’anima, la grande invenzione del cristianesimo che tuttora appaga i credenti. Venuta meno questa forma di salvezza, nell’epoca moderna, secondo Bauman, le strategie sono la decostruzione e la banalizzazione della morte. La prima consiste nel non accettare mai la morte come fatto naturale, inevitabile, che prima o poi deve accadere, ma ricercare sempre e comunque una causa specifica della morte. La seconda consiste nel quotidiano esercizio: la fine di una relazione viene vissuta con un carico di drammaticità tale da prefigurare, sia pure in maniera imparagonabile, la morte, almeno la morte di un mondo, quello creato dalla relazione, che non ci sarà più. La frammentarietà dei rapporti sociali odierni, in teoria potenzialmente infiniti (basti pensare alle amicizie “virtuali”), ma labili quanto mai, non è altro, per Bauman, che un allenamento al distacco definitivo.

Un tema strettamente legato alla paura è il male, argomento che ci spaventa perché è incomprensibile, inesplicabile, sfida il nostro tentativo di rendere vivibile il mondo ritenendolo intellegibile, comprensibile con i nostri mezzi. Al riguardo, Bauman sottolinea come dalla vetusta concezione del male come conseguenza del peccato, si sia passati a una visione diversa ma non meno misteriosa e inappagante di cosa sia il male. Il terremoto e maremoto di Lisbona del 1755, che fornì a Voltaire l’occasione per le sue riflessioni, dà modo anche a Bauman di riflettere su come il male derivante dalle forze naturali sia non-intenzionale, indifferente alle nostre miserie umane. Poi, c’è il male causato e creato dall’uomo, che spaventa per la sua banalità, come ricordava la Arendt nel suo saggio-resoconto “La banalità del male”. Bauman rileva come il male ci faccia paura proprio perché, “a condizioni adatte”, può annidarsi ovunque e in chiunque. 

Nel secondo capitolo Bauman tratta dell’orrore dell’ingestibile. L’umanità, che attraverso il progresso avrebbe dovuto epurare gran parte della paure, è riuscita a dotarsi di strumenti bellici atti a praticare una “mutua distruzione assicurata”. L’armamentario delle grandi potenze nucleari è un potenziale patologico-suicida delle moderne società, che hanno perso il senso del limite, che fingono di non comprendere la limitatezza delle risorse terrestri e lo stato di privilegio che una parte della popolazione terrestre (anch’io che posso scrivere quest’articolo) vive rispetto al resto. Invece che gestire la natura de-divinizzata, smussando gli effetti delle sue manifestazioni violente, l’uomo l’ha imitata nella sua irrazionalità. Bauman scrive il libro poco dopo l’uragano Katrina, che devastò New Orleans e rileva come in quell’occasione ad essere colpiti maggiormente furono, come spesso accade, gli indigenti. La burocrazia, inoltre, negli stati moderni, è diventato un alibi e una fonte di dequalificazione etica, all’interno della quale i funzionari solerti possono dimenticare, in nome dell’ordine ricevuto dall’alto, qualsivoglia barlume di solidarietà. La delega alla tecnologia, inoltre, deresponsabilizza l’uomo, che è stato molto “abile” ad apprendere dalla natura i suoi principi distruttivi e armarli contro se stesso, basti pensare agli armamenti atomici.

La globalizzazione, altro tema caro a Bauman, ha assunto, finora, connotati prevalentemente negativi e ha contribuito ad aumentare le paure, il bisogno di sicurezza entro e dei confini. La possibilità di spostarsi, congiunta alle condizioni disastrose in cui versano grandi zone del pianeta, ha condotto alle inevitabili migrazioni, che sempre ci sono state nella storia dell’umanità, ma che adesso, utilizzate in maniera squallida e propagandistica, hanno fomentato il risorgere di nazionalismi, razzismi, fanatismi e intollerenze che, peraltro, possono sfruttare i moderni mezzi di comunicazione per diffondere il loro “verbo”. Nella scelta tra essere carnefici, vittime o vittime collaterali, tendiamo a vedere nell’altro il colpevole, l’invasore, il pericolo, cadendo preda dell’antica e mai doma tentazione di dividere il mondo in Bene e Male, in Buoni e Cattivi, dimenticando (volendo dimenticare) che oltre alla naturale propensione alla violenza, che può esserci, esiste una grandissima fetta di disperati che, di fronte alla scelta se uccidersi o delinquere per necessità, optano per la seconda alternativa. Molto penetranti, inoltre, le pagine che Bauman dedica al fenomeno del terrorismo, che sfrutta anch’esso le potenzialità delle moderne tecnologie, non solo per colpire, ma anche per massimizzare gli effetti degli atti. La cultura del controllo, che sempre più si è diffusa dopo l’attacco alle torri gemelle, ha come effetto anche quello di spingere chi è più pigro o ha piacere a pensarla così, a ragionare per categorie.

Il paradosso cui si giunge è che proprio le società più sicure, quali dovrebbero essere, oggettivamente, quelle moderne, specie nella parte di mondo cosiddetta “evoluta”, sono attraversate da paure ed ossessioni talvolta giustificate, ma spesso generate ad arte da chi ha interesse commerciale, politico, militare, a conservare uno stato d’ansia collettivo, che aumenta quando, nelle maglie della sicurezza promessa, si intravede anche la minima smagliatura. Bauman, attraverso esempi puntuali e citazioni da giornali e tv, dimostra come i pubblicitari, le aziende e soprattutto i politici in campagna elettorale cavalchino l’onda della paura, paventando paure anche non dimostrabili in concreto, ma che fanno presa sullo “stomaco” dei cittadini.

L’ultimo capitolo Bauman lo dedica a cercare un senso alla parola. Cosa può fare un intellettuale, un pensatore, di fronte alle paure e più in generale per contribuire a rendere più vivibile e intellegibile questo mondo così caotico, frammentario, precario? L’antica concezione per cui dovrebbe affiancarsi a un Principe illuminato si è dimostrata fallimentare, così come il sogno dell’intellettuale organico al partito e guida della futura rivoluzione. Bauman, riprendendo un esempio di Adorno, auspica che si possa, almeno, lanciare un messaggio nella bottiglia, nell’auspicio che qualcuno, possibilmente non troppo in là nei decenni, possa coglierlo. Oltre ad augurarsi un difficile bilanciamento tra sicurezza e libertà, Bauman chiude sostenendo che solo annunciando l’inevitabilità della catastrofe si potrà evitare che la stessa accada. Stare sempre in guardia, insomma, cattivi profeti che si augurano di fallire nella loro previsione. Può essere una chiusura che incute paura, ma forse fanno più paura coloro che ritengo che vada sempre e comunque tutto bene.

“Il sentimento del contrario (comicità e umorismo per Pirandello)”

Alcuni mesi fa, entrando sorridente in un locale, mi sono ricordato di quando, sei – sette anni prima, in quello stesso locale avevo singhiozzato come un bimbo, causa una cocente delusione pseudo – sentimentale. Questa poco proustiana ricerca del tempo perduto mi aveva indotto a immaginare un incontro ipotetico tra i due “me stesso”, quello mesto e quello sorridente. Ipotizzavo che il primo potesse chiedere al secondo: – Ma che hai da sorridere in questo modo idiota?

A quel punto, il secondo, punto nell’orgoglio, avrebbe potuto rispondere: – E tu che avevi da piagnucolare?

Poi, riflettendo, giunsi alla conclusione che un litigio tra i due non avrebbe potuto durare a lungo, trattandosi, comunque, della stessa persona, sebbene mutata nel tempo e nella disposizione d’animo. Allora feci terminare quella misera storia ipotetica con un abbraccio e con la considerazione del sorridente, sussurrato all’orecchio del piagnucolante: – Se oggi sorrido, è anche grazie a te, a quel che eri, a quel che ero.

La storiella finisce così, scioccamente. Ora, non abbiate paura, non sto per raccontarvi l’ingresso nel locale di un terzo “me stesso”, cioè quello che scrive quest’articolo, né ho intenzione di trarne conclusioni filosofiche, che peraltro non sarei in gradi di trarre. Avevo intenzione di scrivere un articolo sul tema “se stessi” (o “sé stessi”, in proposito vedi l’articolo “Kafka era abbastanza kafkiano”), ma la mia mente ha deviato verso un altro aspetto della questione. Mi riferisco al “ridicolo” Continua a leggere…

“Dostoevskij” (Stefan Zweig)

Castelvecchi_Dostoevskij“I protagonisti di Dostoevskij non entrano pacificamente nelle leggi del nostro mondo, ma arrivano sempre col loro sistema sensitivo fin giù ai profondi problemi primordiali. In loro l’uomo moderno di sensibilità nervosa si unisce all’uomo primitivo che non sa altro della vita che la propria passione e che, insieme con l’estrema comprensione, balbetta anche alle prime domande del mondo. Le loro forme non si sono ancora raffreddate, la loro pietra non s’è ancora stratificata, la loro fisionomia non s’è ancora regolata. Sono sempre incomplete e perciò risultano doppiamente vive. Infatti l’uomo perfetto è anche in sé finito, mentre in Dostoevskij tutto tende all’infinito. Per lui gli uomini sono eroi e hanno valore artistico solo fin quando sono in disaccordo con se stessi, fin quando sono nature problematiche: quelli perfetti, quelli completi li scuote di dosso come l’albero il frutto maturo. Dostoevskij ama i suoi personaggi solo finché soffrono, finché hanno la forma della vita intensificata e discorse, finché sono il caos che vuole trasformarsi in destino”.

(Stefan Zweig, “Dostoevskij”, ed. Castelvecchi)

Autori come Shakespeare, Dante, Goethe, Omero e Dostoevskij costituiscono, per chiunque abbia a che fare con la letteratura, delle pietre miliari con le quali è inevitabile confrontarsi, fosse pure per criticarli. La loro grandezza, oltre che riflettersi, in maniera più o meno consapevole ed esplicita, nelle opere d’improbabili epigoni, è testimoniata dalla folta schiera di saggi, considerazioni, opinioni che altri grandi autori hanno loro dedicato. Su Fëdor Dostoevskij, oggetto di quest’articolo, ricordo, solo per citare pochi esempi, il saggio del critico Bachtin e il volume “Tolstoj e Dostoevskij” di Merežkovskij, o ancora le pagine che Albert Camus gli ha dedicato in “L’uomo in rivolta” o quelle più recenti di David Foster Wallace in “Considera l’aragosta”.  L’elenco potrebbe continuare, ma quel che vorrei sottolineare è come ciascuno degli interpreti del pensiero di Dostoevskij, pur spesso concordando sulle linee generali, ritiene di dover porre l’accento su aspetti peculiari dell’opera del grande scrittore russo, perché, magari, quello è ciò che più sentono come proprio. Anche Stefan Zweig, prolifico autore del quale recentemente ho letto il toccante “Il mondo di ieri”, nel corso della sua esistenza dedicò saggi ad autori come Balzac, Dickens, Stendhal, Tolstoj, Nietzsche e appunto Dostoevskij, al quale sono dedicate le pagine edite da “Castelvecchi”.

Comincio scrivendo che il libro di Zweig non è una biografia allungata con aneddoti, ma Continua a leggere…

George Orwell (romanzi e saggi)

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Ultimata la lettura di “Fiorirà l’aspidistra”, sono andato in biblioteca e ho preso il “Meridiano” dedicato a George Orwell, con l’intento di leggermi, in particolare, un altro suo romanzo, cioè “Una boccata d’aria”. Al momento, però, non ho ancora iniziato quello scritto, perché sono stato attratto da altri contenuti del volume. Non preoccupatevi, non ho intenzione di raccontarvi le oltre millesettecento pagine che compongono la raccolta. Mi limito a segnalarvi che, oltre al romanzo già citato, ci sono anche i famosissimi “1984” e “La fattoria degli animali” (sui quali non ho scritto nulla su questo blog perché li lessi tanti anni fa, quando ancora non mi dilettavo quassù, e perché, specie sul primo, non sarebbe per niente agevole scrivere qualcosa che non lo banalizzi), oltre a “Omaggio alla Catalogna”, cioè il resoconto sulla guerra civile spagnola, alla quale Orwell partecipò in prima persona, e “Senza un soldo a Parigi e a Londra”, fortemente autobiografico. Oltre ai romanzi ci sono tanti scritti di carattere diverso tra loro, da racconti brevi a saggi, scritti e divagazioni sull’arte, sulla società e sulla politica, interventi e testimonianze, insomma una grande varietà di considerazioni che Orwell fece sui più disparati aspetti della realtà, alcuni dei quali avevo già avuto modo di leggere nella raccolta Nel ventre della balena e altri saggi. Gli scritti di valore sono talmente tanti e così variegati che riportarne uno stralcio che sia rappresentativo, come sono solito fare, mi risulta difficile, per sovrabbondanza di pagine meritevoli.

Riprendendo in parte l’articolo precedente, mi limito quindi a dire che questo “Meridiano” mi sta piacendo molto, che sto divorando i saggi e che a breve comincerò finalmente a leggere “Una boccata d’aria”.

“La banalità del male” (Hannah Arendt)

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“È questo un esempio di malafede, un ingannare sé stesso, congiunto a un’enorme stupidità? O è semplicemente l’eterna storia del criminale che non si pente (nelle sue memorie Dostoevskij ricorda che in Siberia, tra tanti assassini, ladri e violenti non ne trovò mai uno solo disposto ad ammettere di aver agito male), del criminale che non può vedere la realtà perché il suo crimine è divenuto parte di essa? Eppure il caso di Eichmann è diverso da quello del criminale comune. Questo può sentirsi ben protetto, al riparo dalla realtà di un mondo retto, soltanto finché non esce dagli stretti confini della sua banda. Ma ad Eichmann bastava ricordare il passato per sentirsi sicuro di non stare mentendo e di non ingannare sé stesso, e questo perché lui e il mondo in cui era vissuto erano stati, un tempo, in perfetta armonia. E quella società tedesca di ottanta milioni di persone si era protetta dalla realtà e dai fatti esattamente con gli stessi mezzi e con gli stessi trucchi, con le stesse menzogne e con la stessa stupidità che ora si erano radicate nella mentalità di Eichmann. Queste menzogne Continua a leggere…

“La scuola dei dittatori” (Ignazio Silone)

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“Non so. Comunque mi permetto di riassumente il pensiero in questa forma: la prima condizione affinché prevalga un sistema totalitario, è la paralisi dello stato democratico, cioè un’insanabile discordanza tra il vecchio sistema politico e la vita sociale radicalmente modificata; la seconda condizione è che il collasso dello stato giovi innanzitutto al partito d’opposizione e conduca ad esso le grandi masse, come al solo partito capace di creare un nuovo ordine; la terza condizione è che questo si riveli impreparato all’arduo compito e contribuisca anzi ad aumentare il disordine esistente, mancando in pieno alle speranze in esso riposte. Quando queste premesse sono consumate, e nessuno ne può più, irrompe sulla scena il partito totalitario. Se esso non ha alla sua testa un imbecille, ha molte probabilità di arrivare al potere”.

(Ignazio Silone, “La scuola dei dittatori”)

La scuola dei dittatori” fu scritto da Ignazio Silone nel 1938, a Zurigo, dove lo scrittore si era rifugiato per proseguire la sua attività di antifascista militante. Pubblicato in Italia solo decenni dopo, si tratta di un saggio scritto in forma di dialogo, con il quale l’autore tenta la difficile impresa di spiegare come nascono i totalitarismi, con particolare riferimento a quelli che ebbe modo di conoscere per circostanze di luogo e/o tempo, cioè il fascismo e il nazismo più nel dettaglio, ma anche lo stalinismo. L’autore immagina l’arrivo in Europa di Mr Doppia Vu, un aspirante tiranno statunitense, e del suo assistente, il professor Pickup, ideologo inventore della pantautologia, dottrina che dovrebbe accompagnare l’ascesa al potere del suo capo. I due, dopo aver cercato invano spunti in giro per l’Europa, incontrano, proprio a Zurigo, Tommaso il Cinico, un emigrato politico italiano, che, da nemico del fascismo, sarà maggiormente in grado di fornire loro “aiuto” nella loro ricerca.

Nel libro, attraversato da un generale tono di sarcasmo e di amarissima ironia, Silone, Continua a leggere…

“Dicibile e indicibile in meccanica quantistica” (John S. Bell)

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“Così nella teoria quantistica odierna sembra che l’universo vada suddiviso in un “sistema quantistico” ondulatorio e in una parte rimanente che in un certo senso è “classica”. In ogni particolare applicazione, tale suddivisione è fatta in un certo modo a seconda del grado di accuratezza e di completezza che ci si prefigge. Per me la grande sorpresa della meccanica quantistica è l’assoluta necessità, e soprattutto il carattere vago, di tale separazione. Ciò introduce un’ambiguità essenziale nella teoria fisica fondamentale, anche se solo a un livello di accuratezza e di completezza che va oltre tutti quelli richiesti nella pratica. È proprio il fatto di tollerare tale ambiguità, non meramente provvisoria bensì permanente, e al livello più fondamentale, la vera rottura con la concezione classica. Questo è l’aspetto importante, piuttosto che il fallimento di qualsiasi particolare concetto come quello di “particella” o di “determinismo”. Nella parte rimanente di questo saggio descriverò a grandi linee un certo numero di concezioni dell’universo che i fisici hanno preso in considerazione nel tentativo di venire a patti con questa situazione.”

(John S. Bell, “Dicibile e indicibile nella meccanica quantistica”, ed. Adelphi)

Questo libro era nelle mie mire da qualche tempo, ma lo avevo evitato perché prima volevo leggere testi più divulgativi, in modo da non presentarmi all’appuntamento con i saggi di Bell del tutto sprovveduto. Il titolo stesso m’induceva, peraltro, a provare un certo timore reverenziale, confermato dalla prima sommaria sfogliata alle pagine; l’apparizione di una serie di formule e simboli lontani dalla mia quotidianità mi ha fatto sospettare che avrei potuto abbandonare la lettura dopo una decina di pagine. Se sono qui a scriverne significa che non è andata così. Il saggio introduttivo (di Rodolfo Figari e Giuseppe Trautteur), l’introduzione di Bell e quella di Alain Aspect mi hanno permesso di leggere questa raccolta nella maniera più consona alle mie attuali scarse conoscenze in materia. Continua a leggere…

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