Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “passione”

“Il mondo del sesso” (Henry Miller)

“Noi continuiamo ad immaginarci che il mondo sia fatto così e così. Ci muoviamo sbadatamente sullo sfondo di un panorama che cambia caleidoscopicamente. E in questo sbadato arrancare, ci tiriamo dietro molte immagini d’attimi di esistenza passata. Finché non incontriamo ‘lei’. Improvvisamente il mondo non è più lo stesso. Tutto è cambiato. Ma come può cambiare in un batter d’occhio il mondo intero? È un’esperienza che abbiamo fatto tutti, eppure non serve a portarci più vicino alla verità. Continuiamo a bussare alla porta… Ho visto una volta un ritratto di Rubens all’epoca del matrimonio con la sua giovane moglie. Erano raffigurati insieme, lei seduta e lui in piedi dietro di lei. Non dimenticherò mai l’impressione fattami da quel quadro. Fu come dare una lunga occhiata nel mondo della felicità. Mi sembrava di sentirlo, il vigore di quel Rubens nel fior della vita; di sentire la fiducia che la sua giovanissima e amabilissima consorte destava in lui. Intuivo che doveva essere successo qualcosa di intimamente irresistibile, qualcosa che il Rubens pittore si era sforzato di fissare per sempre in quel quadro di felicità coniugale. Non conosco la biografia di Rubens e perciò non so se con quella donna abbia poi vissuto felice o no. Quel che successe dopo il momento fissato in quel dipinto, non m’importa. Il mio interesse sta tutto in quel momento che mi ha turbato e ispirato. Resta incancellabile nella mia mente.
E allo stesso modo io so che certe cose, che ho consegnato alla pagina scritta, sono vere e imperiture. Quel che è successo dopo, a me o a «lei», ha poca importanza.”
(Henry Miller, “Il mondo del sesso”, ed. Arnoldo Mondadori editore)

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Sbadiglio

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Ammiro gli sbadigli, anche quando me li sbattono in faccia, perché chi li fa è avviato verso un mondo comunque più affascinante, quello dei sogni.
Quel mandrillo di Nabokov, però, mi fa dubitare delle mie certezze, quasi che la mia passione per gli sbadigli possa davvero avere un’altra fonte, meno onirica e più ormonale (che poi le due cose sono tutt’altro che scisse, anzi.)

Brano tratto da “Re, donna, fante”, di Vladimir Nabokov, ed. Adelphi.

“Ventiquattr’ore nella vita di una donna” (Stefan Zweig)

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“Sono passati ventiquattro anni da allora, eppure, quando penso a quel momento in cui, sferzata dalla sua ironia, stavo lì davanti a mille estranei, il sangue mi si gela nelle vene. E sento di nuovo con spavento che debole entità, miserabile e tormentata dev’essere ciò che noi, troppo enfatici, chiamiamo anima, spirito, sentimento, ciò che noi chiamiamo dolore, poiché tutto questo, anche all’eccesso, non è capace di mandare in pezzi il corpo martoriato – perché, con il sangue che martella nelle vene, si sopravvive a simili momenti, invece di morire, precipitare come un albero colpito dal fulmine? Solo per un attimo, questo dolore mi aveva rotto le ossa e caddi su quella panchina, sfinita, apatica, e con un presentimento addirittura voluttuoso di dover morire. Ma come ho appena detto: il dolore è vile, cede davanti alla prepotente esigenza di vivere che sembra radicata nella nostra carne, più fortemente che tutte le mortali passioni nel nostro spirito. Incomprensibile a me stessa dopo un simile annientamento di tutti i miei sentimenti, mi rialzai. Non sapevo, è vero, cosa fare. All’improvviso mi rammentai che il mio bagaglio attendeva alla stazione, e fui presa da un’idea sola: via, via, via di qui, via da questo maledetto inferno!”

(Stefan Zweig, “Ventiquattr’ore nella vita di una donna”, ed. Garzanti)

Anni Venti del Novecento. In un albergo di Montecarlo, alcuni turisti discutono animatamente di un evento che ha movimentato la notte precedente: Madame Henriette, moglie e madre irreprensibile, è scappata assieme a un giovane fascinoso, Continua a leggere…

“Il ritorno di Casanova” (Arthur Schnitzler)

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“Anche Marcolina lo ascoltava attenta, ma con l’espressione di chi stia a sentir leggere da un libro delle storie di scarso interesse. Nessun moto del suo viso lasciava minimamente indovinare che aveva di fronte a sé – e ne era consapevole – lo stesso protagonista di tutte quelle avventure e di altre ancora che non raccontava, l’amante di innumerevoli donne: Casanova in persona. Tutt’altra luce brillava negli occhi di Amalia. Per lei Casanova era rimasto lo stesso di sempre, e la sua voce aveva lo stesso tono seducente di sedici anni prima; Casanova dal canto suo sentiva che gli sarebbe bastata una sola parola o anche meno per riprendere l’avventura di allora appena ne avesse voglia. Ma cos’era per lui Amalia in quel momento in cui desiderava ardentemente Marcolina come nessun’altra in passato? Credette di scorgere il suo corpo nudo attraverso la veste dai riflessi opachi che l’avvolgeva; i suoi seni fiorenti erano tesi verso di lui, Continua a leggere…

Mi sono innamorato di Lui (e un po’ anche di Voi)

buon compleanno

La fredda statistica mi dice che Io e il mio Blog stiamo insieme da due anni. La nostra è una relazione ancora passionale, ma soprattutto delirante. Non so cosa lui vide in me, né ricordo con esattezza cosa mi convinse ad approcciarlo. Forse “quel certo non so che dei suoi occhi”, oppure “quei discorsi all’apparenza innocui che facevamo al bar e che invece nascondevano già il nostro amore”, oppure, molto più semplicemente, mi sono innamorato di lui, e lui di me, perché non avevamo niente da fare.

Non amo le ricorrenze e avrei voluto evitare quest’articolo che parla di Me e Lui, il Blog. Lui, però, ha insistito, ha detto che è doveroso, da parte nostra, almeno un “Grazie” a chi ha contribuito a tenere in vita la nostra passione. Allora lo diciamo, questo “Grazie”, a tutti coloro che, per caso o per scelta, sono passati qui, hanno letto, commentato, consigliato, insomma hanno assistito e fomentato l’amore tra Me e il Blog. Siamo timidi e non riusciamo quasi a dirlo, ma, insomma, ci siamo innamorati anche un po’ di te, caro Pubblico. Grazie. Io e il Blog corriamo a festeggiare, a modo nostro.

P.s.: articolo ad alto tasso di autoreferenzialità, nonché evidente tentativo di una captatio benevolentiae.

“Tre camere a Manhattan” (Georges Simenon)

tre camere

“Forse era arrivato il momento di parlarle di sé…Combe lo sperava e al tempo stesso lo temeva.

Che cosa sarebbe successo, che ne sarebbe stato di loro quando si fossero finalmente decisi a guardare in faccia le rispettive realtà?

Fino a quel momento erano rimasti al di fuori della vita, ma a un certo punto, volenti o nolenti, avrebbero dovuto rientrarvi.

Forse lei indovinò i suoi pensieri perché, come era già avvenuto una volta, in taxi, la sua mano cercò quella di lui e la strinse dolcemente, a lungo, come per dirgli: “Non ancora”.

Combe aveva deciso di portarla a casa sua, e non osava farlo. Poco prima, uscendo dal Lotus, aveva pagato il conto; lei se n’era accorta ma non aveva detto niente.

Quel gesto poteva significare tante cose. Che quella era la loro ultima passeggiata, per esempio, l’ultima, quantomeno, al di fuori della realtà.

E forse era proprio per questo, per incamerare nella memoria un ricordo luminoso, che lei aveva voluto fare una passeggiata, a braccetto con lui, in Central park, dove un tiepido sole li avvolgeva negli ultimi sprazzi d’autunno.

Kay prese a canticchiare con aria assorta la loro canzone, il ritornello del piccolo bar. Ed ebbero entrambi la stessa idea; Continua a leggere…

“La camera azzurra” (Georges Simenon)

camera azzurra

“Tony percepiva confusamente una verità che era incapace di esprimere, una verità che aveva a che fare – o almeno così gli pareva – con le frasi pronunciate il 2 agosto, quel famoso 2 agosto che lui aveva vissuto a cuor leggero, senza pensare che se ne sarebbe parlato tanto e che i giornali vi avrebbero imbastito sopra titoli a più colonne.

Il cronista di un noto quotidiano parigini aveva persino inventato una formula destinata a essere ripresa da tutti i suoi colleghi: Gli amanti sfrenati.

– Ti piacerebbe passare con me tutto il resto della tua vita?

E Tony aveva risposto: – Certo.

Parole che lui stesso aveva riferito al giudice. Ma quello che contava era il tono, Continua a leggere…

Zanzare poco sexy.

(“…in un vortice di polvere gli altri vedevan siccità

a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa…”)

Sto leggendo “Zanzare” di Faulkner, satira a tratti esilarante. In attesa (???) della pseudo-recensione, ne riporto un estratto, riguardante un patetico tentativo di seduzione da parte di Mr. Talliaferro, bramante la giovane Jenny. I versi soprastanti, estratti da “Il suonatore Jones” di Fabrizio De André, non hanno attinenza alcuna con il romanzo, se non quella stabilita dalla mia testa alla lettura delle parole “Jenny” e “ballare”.

 Al di là delle luci, al di là del suono del grammofono, l’acqua era un rumore infinitesimo e incessante nell’oscurità; al di sopra, vaghe stelle sonnacchiose. Jenny seguitava a ballare placidamente, indisturbata dal flusso interminabile delle parole tenere di Mr. Talliaferro contro il suo collo, appena cosciente della mano di lui che le disegnava in fondo alla schiena tanti piccoli cerchi concentrici.

“Abbastanza carina, no”, disse Fairchild al suo compagno, dall’alto della scaletta su cui si trovavano, essendo venuti a prendere una boccata d’aria. “Morbida e stupida e giovane, sa. Passiva e al tempo stesso conturbante, provocante.” Li osservò per qualche minuto, poi aggiunse: “Ecco la Grande Illusione, per eccellenza”.

“Qual è il guaio di Talliaferro?” chiese l’ebreo.

“L’illusione di poter sedurre le donne. Il che non è possibile. Son loro che ci prescelgono.”

“E in tal caso, Dio ci aiuti” aggiunse l’altro.

“E poi, a parole” continuò Fairchild. “A parole” ripeté ferocemente.

“Be’, perché non a parole? Una cosa ne vale un’altra con le donne. E poi è buffo che proprio lei denigri le parole: lei che appartiene a quella specie le cui azioni sono tutte controllate da parole. È la parola quella che rovescia troni e partiti politici e promuove crociate contro il vizio, non sono le cose: la Cosa è semplicemente il smbolo della Parola. Anzi, pensi un po’ in che razza di pasticcio saremmo io e lei se non fosse per le parole, se dovessimo perder la fede nelle parole. Io non avrei niente da fare tutto il giorno, e lei dovrebbe o lavorare o morir di fame”. Tacque per un istante. Jenny si dimenava e si metteva in posa, beandosi della sua morbida e giovane placidità. “E dopo tutto, l’illusione di Talliaferro è nutriente quanto la sua. O la mia”.

“Lo so: ma la sua e la mia non sono ridicole quanto quella di Talliaferro”.

“Come fa a dirlo?” Fairchild non trovò risposta e l’altrò continuò: “In fondo, non ha importanza che si creda a una cosa piuttosto che a un’altra. L’uomo si nutre di qualsiasi convinzione, mi pare. In qualunque cosa lei creda, irriterà sempre qualcuno, ma continuerà a dare il sangue e la vita per la sua fede senza temere né la legge, né l’inferno né la pena capitale. E chi muore per una causa è disposto a perire per qualsiasi causa e più scassata è più svelto ci si butta sopra. Ed è anche soddisfattismo, oltre a tutto. È un disegno della Provvidenza per farci passare il tempo”. Succhiò il sigaro, ma era spento.

(William Faulkner, “Zanzare”)

“L’amante di Lady Chatterley” (David Herbert Lawrence)

www.inmondadori.it

“La nostra è un’epoca fondamentalmente tragica, anche se ci rifiutiamo di considerarla tale. Il cataclisma c’è stato, siamo tra le rovine, ma cominciamo a ricostruire nuovi piccoli habitat, a riavere nuove speranze. È un compito non facile; la strada verso il futuro è piena di ostacoli che dobbiamo aggirare, scavalcare. Si deve continuare a vivere, anche se il cielo ci è piombato addosso.

Queste erano, più o meno, le sensazioni di Constance Chatterley. La guerra le aveva fatto crollare il mondo in testa. E lei aveva compreso che imparando si sopravvive”.

(David Herbert Lawrence, “L’amante di Lady Chatterley”)

Devo iniziare quest’articolo con un’ammissione di colpevolezza. Avevo pregiudizi molto negativi contro “L’amante di Lady Chatterley”, pensavo potesse essere un romanzo mieloso oppure, al contrario, un’accozzaglia di oscenità gratuite. Il fondamento di questo pregiudizio? L’ignoranza, intesa nel senso che ignoravo il romanzo stesso, che sin dalle prime pagine ha cominciato a vincere il mio pregiudizio. A dirla tutta, a un certo punto, ho cominciato anche a temere che Connie, cioè la Lady Chatterley del titolo, potesse apparirmi in sogno o meglio ancora nella mia stanza. Questo, però, poco ha a che fare con il libro di Lawrence, piuttosto con questioni personali che farei bene a lasciare fuori da questo scritto (intento peraltro già tradito in queste prime righe).

L’intreccio narrativo, di per sé, rientra nel più classico dei triangoli amorosi. Connie, che da ragazza era stata educata in maniera “esteticamente anticonformista” rispetto ai valori predominanti della sua epoca, cosmopolita e provinciale al tempo stesso, ma soprattutto insofferente ai doveri imposti, sposa, dopo qualche flirt giovanile più libertino, Clifford Chamberlain, Continua a leggere…

“La paga dei soldati” (William Faulkner)

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“Il ritorno a casa di Donald Mahon, povero figliolo, era press’a poco come una delle nove meraviglie del mondo. Entravano vicini curiosi e gentili, uomini che restavano in piedi o sedevano gioviali, ragguardevoli, pieni di premure; solidi uomini d’affari interessati alla guerra solo in quanto prodotto secondario dell’auge o della caduta del signor Wilson, e interessati a ciò solo dal punto di vista dei dollari e dei cents, mentre le mogli incrociavano ciarle sui loro abiti, davanti al ciglio sfregiato, immemore di Mahon; alcune delle più casuali conoscenze del rettore, democraticamente prive di cravatta, masticando tabacco nella guancia rigonfia, rifiutavano, al loro ingresso, con timidezza ma fermamente, di cedere i cappelli; le ragazze che aveva conosciuto, con le quali aveva ballato o che aveva corteggiato nelle notti d’estate, venivano ora a guardare la sua faccia e immediatamente si facevano da parte con nausea repressa, e non venivano più, a meno che, durante la prima visita, la sua faccia non fosse rimasta nascosta (dopo di che trovavano finalmente il modo d vederla); i ragazzi venivano per andarsene via irritati, perché egli non avrebbe potuto raccontare loro nessuna storia di guerra, e tutto questo si muoveva attorno a lui, mentre Gilligan, il suo arcigno maggiordomo, manovrava tutti con imparziale scoraggiante autorità. – Adesso fila via. – ripeté al giovane Robert Saunders, che era venuto con vari coetanei ai quali aveva promesso di mostrare qualcosa di buono in fatto di soldati storpiati”.

(William Faulkner, “La paga dei soldati”, ed. Garzanti)  

La paga dei soldati”* di William Faulkner giaceva sugli scaffali della mia libreria da un paio di anni, in un’edizione Garzanti del maggio 1965, prezzo di copertina 350 lire. L’avevo acquistato presso una bancarella dell’usato e poi riposto lì, consapevole che un giorno o l’altro l’avrei letto. Di Faulkner in passato ho letto altri romanzi, tutti apprezzabili, alcuni dei veri capolavori, come “L’urlo e il furore”, “Luce d’agosto” e “Requiem per una monaca”. “La paga dei soldati” fu il primo libro pubblicato da Faulkner, edito nel 1926 e dimostra già la sua sapienza narrativa, la sua abilità nel costruire un intreccio a più voci, facendoci penetrare negli anfratti più profondi e spesso sordidi dei personaggi, scavando oltre la loro superficie. Faulkner già in questo romanzo si serve di alcune strategie che poi affinerà in altri romanzi, quali l’uso delle parentesi per farci intendere il reale pensiero del personaggio che sta parlando, o anche l’interposizione, all’interno di una narrazione “dall’alto”, di brani in prima persona, o di lettere, brevi frammenti, frasi estrapolate dalla folla, il tutto con un ritmo, un’ironia latente e uno spirito d’osservazione rari. Non a caso Faulkner è considerato uno dei più grandi della narrativa statunitense del Novecento.

In questo romanzo il protagonista è pressoché assente dalla storia, o meglio, è proprio la sua assenza a renderlo protagonista rispetto agli altri, che ruotano attorno a lui, che lottano, sperano, s’illudono, s’ingelosiscono, litigano, in funzione sua. Donald Mahon ha combattuto la prima guerra mondiale e ne è uscito male. Sopravvissuto, ma come morto. Sfregiato in volto, quasi cieco, smemorato, è riportato a Charleston, suo paese d’origine, da un suo commilitone, Joe Milligan, e dalla signora Powers, vedova per causa di guerra e incontrata sul treno carico di reduci. Al paese c’è Cecily Saunders, la sua ex ragazza, che lo credeva morto e che nel frattempo, seguendo la sua natura disperata e civettuola, si consola con l’arrogante George Farr, ma è inseguita anche dallo stratega e viscido Gennaro Jones. Il ritorno di Donald porterà scompiglio nelle vite altrui, scatenando aspri combattimenti all’insegna dell’ossessione amorosa e della gelosia. Anche altri personaggi, che qui non nomino per non svelare ulteriormente la trama, entreranno a far parte di questa lotta a più cuori e cervelli, che Faulkner condisce con la sua ironia pungente, che non risparmia nemmeno i concittadini di Donald, così premurosi di andarlo a visitare e quasi scontenti di non vederlo morto, perché rimasto incompiuto come eroe di guerra.

Oltre agli intrighi amorosi, il romanzo ci offre spunti di riflessione su temi come la morte, la guerra, l’incomprensione tra gli uomini, ma soprattutto, a mio modesto parere, è una riflessione sul tema dell’identità, sulla perdita della stessa, sul rapporto che lega il nostro essere, con tutto il carico del passato, a chi è attorno a noi, sulle inevitabili rotture che si generano quando un evento potente, nel caso specifico la condizione da sfregiato di Mahon e il suo inaspettato ritorno, viene a destabilizzare certezze che tali non sono più.

*per quanto riguarda il titolo, devo dire che l’edizione Garzanti che ho letto (quella della foto) riporta “La paga del soldato”, ma ho notato, facendo ricerche sul web, che quello corretto dovrebbe essere “La paga dei soldati”, dall’inglese “Soldiers’ pay”, non da “Soldier’s pay”.

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