Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Rettitudine e misantropia

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“Ma questa rettitudine, che voi esigete in tutto e per tutto con tanta intransigenza: questa assoluta dirittura in cui vi rinchiudete, la riconoscete in colei che amate? Visti i pessimi rapporti in cui siete col genere umano, io mi stupisco che con tutto ciò che ve lo rende odioso, abbiate trovato nel suo ambito di che affascinare i vostri occhi; e ciò che ancor più mi sorprende, è questa strana scelta in cui il vostro cuore è caduto. La sincera Eliante ha un debole per voi, la saggia Arsinoè vi guarda con occhi dolci; ma il vostro animo si rifiuta ai loro voti e si lascia invece prendere al laccio dalle vane lusinghe di Selimene, che mi pare, per la civetteria e il gusto della maldicenza, perfettamente in tono con le usanze del giorno d’oggi. Come mai, voi che odiate mortalmente queste usanze, le tollerate nella bella Selimene? Forse, in una così bella persona, non sono più dei difetti? Oppure non li vedete? Oppure li perdonate?”

(Molière “Il misantropo”, ed. Bur)

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“Era pur sempre pronto ad amare tutte quelle immagini della vita. Ma ciò che non gli riusciva era di amarle senza riserva, com’è necessario per sentirsi a proprio agio nel mondo; da molto tempo su tutto quello che faceva e sentiva si posava come un alito di disgusto, un’ombra di impotenza e solitudine, un’antipatia universale, rispetto alla quale non riusciva a trovare una simpatia complementare.”
(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

“… la succhio come una caramella…”

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“… sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.”
(Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”, ed. Einaudi)

“Il gaucho insopportabile” (Roberto Bolaño)

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“Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che stanno per morire. Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che sono in prigione e negli ospedali. Gli impotenti l’unica cosa che vogliono è scopare. I castrati l’unica cosa che vogliono è scopare. I feriti gravi, i suicidi, i seguaci irredenti di Heidegger. Perfino Wittgenstein, che è il più grande filosofo del Novecento, l’unica cosa che voleva era scopare. Perfino i morti, ho letto da qualche parte, l’unica cosa che vogliono è scopare. È triste doverlo ammettere, ma è così.”

“Racconta Canetti nel suo libro su Kafka che il più grande scrittore del Novecento capì che i suoi dadi erano tratti e che nulla ormai lo separava più dalla scrittura il giorno in cui per la prima volta sputò sangue. Che cosa intendo dire quando dico che nulla ormai lo separava più dalla sua scrittura? Sinceramente, non lo so bene. Intendo dire, suppongo, che Kafka capiva che i viaggi, il sesso e i libri sono strade che non portano da nessuna parte, eppure sono strade su cui bisogna spingersi e perdersi per ritrovarsi o per trovare qualcosa, qualunque cosa, un libro, un gesto, un oggetto perduto, per trovare qualunque cosa, forse un metodo, con un po’ di fortuna il nuovo, quello che è sempre stato lì.”

(Roberto Bolaño, “Il gaucho insopportabile”, ed. Adelphi)

“Inattuabilità”

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“Molte donne vorrebbero sognare insieme con gli uomini senza andarci a letto. Bisogna far loro presente con decisione l’inattuabilità di tale proposito.”
(Karl Kraus, “Detti e contraddetti”, ed. Adelphi)

Opera: “Il bacio con la finestra”, Edvard Munch)

Il deliquio d’amore di K. e Frieda

(Qui è quando K. e Frieda si unirono in un “deliquio d’amore”, nella locanda, dove quella sera pare, ma non è certo, suonassero i Rolling Stones.)

“- Mio dolce tesoro! – sussurrò, – ma non toccò affatto K., come in un deliquio d’amore stava sdraiata sulla schiena con le braccia allargate, il tempo si schiudeva infinito dinanzi al suo amore felice, più che cantare sospirò una canzoncina. Poi si riscosse, poiché K. rimaneva in silenzio assorto nei suoi pensieri, e come una bambina cominciò a dargli strattoni: – Vieni, qui sotto si soffoca.

Si abbracciarono, il piccolo corpo ardeva sotto le mani di K., in uno stato di inconsapevolezza cui K. tentava continuamente ma invano di sfuggire, avanzarono voltolando per un breve tratto, urtarono con un tonfo sordo contro la porta di Klamm e poi rimasero distesi tra le piccole pozze di birra e le altre immondizie di cui era cosparso il pavimento. Lì trascorsero ore, ore di comune respiro, di comune pulsare del cuore, in cui K. aveva costantemente la sensazione di smarrirsi o di essersi tanto inoltrato in un luogo estraneo quanto ancora non si era inoltrato nessuno prima di lui, un luogo estraneo, nel quale persino l’aria non aveva alcun elemento in comune con l’aria di casa, nel quale si era condannati a soffocare per l’estraneità ma tra le cui assurde seduzioni non si poteva far altro che proseguire ancora, smarrirsi ancora.”

(Franz Kafka, “Il castello”, ed. Einaudi)

“Il nostro cuore” (Guy de Maupassant)

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“Conosceva bene tutto questo, la combattente! Spessissimo, muovendosi con passo felino e animata da un’inesauribile curiosità, aveva indotto quello stesso male segreto e torturatore negli occhi degli uomini che era riuscita a sedurre! La divertiva molto sentirli invaghirsi a poco a poco fino a cadere conquistati, dominati dalla sua invincibile potenza di donna, fino al punto da diventare per loro l’Unica, l’Idolo capriccioso e sovrano! Ciò aveva fatto emergere in lei gradatamente, come una dote nascosta che cresce, l’istinto della lotta e della conquista. Nei suoi anni di matrimonio era forse germinata nel suo cuore la necessità della ritorsione, un bisogno oscuro di rendere alla totalità degli uomini ciò che uno solo di loro aveva fatto a lei, il bisogno di essere a sua volta la più forte, di piegare le volontà, di frustrare le resistenze e perfino di far soffrire. Ma soprattutto, la vanità era innata in lei e da quando si sentiva libera si era messa a perseguitare e a dominare i suoi innamorati, come un cacciatore insegue le sue prede non per altro che per vederle cadere. Il suo cuore tuttavia non era affatto avido di emozioni, come quello delle donne deboli e sentimentali; non cercava affatto l’amore unico di un uomo, né la felicità di una grande passione. Desiderava solamente l’ammirazione generale, l’omaggio, l’adulazione tenera, chi si inginocchiasse davanti a lei. Chiunque divenisse familiare alla sua casa doveva anche essere schiavo della sua bellezza e nessun interesse intellettuale riusciva a tenerla legata a lungo a chi resisteva ai suoi vezzi, disdegnava le pene d’amore o era forse già altrimenti impegnato. Per restare suoi amici era necessario amarla; e in quel caso lei era prodiga di inimmaginabili premure, di deliziose attenzioni, di infinite gentilezze, con le quali manteneva attorno a sé tutti coloro che aveva catturato. I quali, una volta inclusi nella sua schiera di adoratori, sembrava le appartenessero per diritto di conquista. Lei li governava con atteggiamento saggio, secondo i loro difetti, le loro qualità, la natura della loro gelosia. Quelli che chiedevano troppo, a un certo momento li allontanava; poi, castigati, li riprendeva imponendo condizioni severe; e si divertiva un mondo, da donna perversa qual era, in quel gioco di seduzione che trova ugualmente affascinante impazientire i vecchi e far girare la testa ai giovani.”

(Guy de Maupassant, “Il nostro cuore”, ed. Bordeaux)

Madame Michèle de Burne, ventottenne e seducente vedova, già sposata con un coniuge tiranno e per sua fortuna ormai defunto, ha sviluppato, quasi per reazione al suo infelice matrimonio, l’abilità di attorniarsi di uno stuolo di ammiratori, che lei ama “come si ama un buon cagnolino fedele”. Vanitosa di natura, Madame de Burne gode nel sapersi al centro dell’attenzione, bramata da molti eppure di nessuno, attenta a controllarsi affinché non cada nel rischio di un innamoramento che la farebbe cadere dal ruolo di Idolo che si è assegnata.

André Marolle, invece, Continua a leggere…

Piramide

Giunti a Piramide, mi giro e ti vedo seduta, a due metri da me, anche tu con gli occhi dispersi nello smartphone. Sei tu ma non sei tu, ti somigli, sei quasi uguale, ma non sei tu, è un’altra, quindi non ti somigli, semmai ti somiglia. E poi questo tu è solo a uso narrativo, potrebbe essere lei che somiglia a lei, o lui a lui, ma per comodità facciamo che lei somiglia a te. Ma perché dico questo, non può essere, invece, che sia tu a somigliare a lei? Perché ti concedo questo diritto di precedenza? Dovremmo ricorrere alla carta d’identità per stabilire chi è nata prima, ma non basterebbe, perché tu reclameresti un privilegio di diverso tipo, e avresti gioco facile, perché sai che nella mia mente lei è solo una che ti somiglia, mentre tu sei il modello originario, credi, credo, anche se forse non è esattamente così, perché il gioco delle somiglianze è sottile e anche tu potresti essere somigliante a un’altra e così via, fino a chissà quale abisso. Ma lasciamo stare le teorie, torniamo al pratico. E allora, se invece che lei ci fossi stata tu, ora, nella metro, io ti avrei lasciata scendere a Eur Magliana? Avrei provato a fermarti? E perché? Perché ti conosco? Ma poniamo che io non ti abbia mai conosciuta. Saresti stata una sconosciuta, così come lei, la tua sosia. Anzi, no, ancora di più, perché la tua sosia non mi è così sconosciuta, somigliando a te, mentre tu saresti stata davvero una perfetta sconosciuta. Sì, lo so, sto usando troppe volte le stesse parole, ma è perché mi chiedo cos’è, allora, che di te ha fatto quel che sei e di lei ha fatto solo una sosia. Perché non ho incontrato lei e non te, perché non sei tu a scendere da sosia a Eur Magliana e perché non è lei alla quale scrivo queste parole. Non sai rispondere? Nemmeno io. Ma non riesco neanche a far finta che queste domande non si affaccino alla mente. Perché, ripeto, adesso t’immagino lì, con le cuffie sulla metro B, a Piramide, proprio come lei ma tu, con la tua testa, il tuo cuore, il tuo stomaco e il tuo culo. Ti avrei notata in mezzo a tutta questa gente, così come ho notato lei? No! Questa è la risposta che mi spaventa. O forse sì, uno sguardo mi sarebbe sfuggito verso la tua direzione, ma scendendo a Eur Magliana avresti neutralizzato tutto. Tutto sarebbe finito, anzi nulla sarebbe cominciato tra noi? E invece è finito ugualmente, anche se era cominciato. Non vedi che differenza c’è?

Lei è scesa a Eur Magliana, io adesso so questa cosa. E la so perché, anche se non c’eri, c’eri anche tu qui, a Piramide, con me, in mezzo a tutta questa gente che non sa di te, di me, della ragazza di Eur Magliana.

“La guarderò tutto il tempo negli occhi, senza sbattere nemmeno una volta le palpebre” (Beppe Fenoglio)

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“Ma Milton non dormiva. Ripensava alla custode della villa di Fulvia e si sentiva disintegrare il cervello. <<Ma io non ho sbagliato tutto? Non ho esagerato? Ho capito bene, interpretato bene? Ho il cervello disintegrato, ma bisogna che mi riconcentri. Che ha detto la custode? Ha proprio detto quelle parole riguardo a Fulvia e a Giorgio? Non me le sarò per caso sognate? Ma sì, le ha dette. Ha detto “…” ancora “…” Riesco ancora a rivedere le pieghe della sua bocca mentre lo diceva. Ora, non può darsi che io abbia capito male? Che vi abbia dato un senso anziché un altro? Ma no, il senso era quello, quello era l’unico senso possibile. Una specifica… relazione… intima. Un momento. La custode voleva arrivare fin lì, o sono io che l’ho fatta arrivare fin lì? Non ho esagerato io? No, no, lei ha parlato chiaramente ed io ho capito giustamente. Ma perché ha voluto che io sapessi? Sono cose che normalmente si tacciono proprio agli interessati. Lei sapeva che io ero e sono innamorato di Fulvia. Non poteva non saperlo, proprio lei. Lo sapevano il cane di guardia, i muri della villa, le foglie dei ciliegi che ero innamorato di Fulvia. Figurarsi lei, che oltre tutto sentiva mezzi i discorsi che le tenevo. E allora perché ha voluto disilludermi, farmi mettere il cuore in pace, aprirmi gli occhi? Per simpatia? Certo, mi aveva un pochino in simpatia. Ma basta la simpatia a indurre a una parte del genere? Doveva sapere che quelle sue parole mi passavano da parte a parte come baionette. Che necessità ha avuto, così all’improvviso, di passarmi da parte a parte? Forse ha pensato che quello era il momento più adatto, meno pericoloso per me. Non volle dirmelo fintanto che ero soltanto un ragazzo. Ma rivedendomi ha dovuto pensare che ero ormai un uomo, che la guerra mi aveva fatto uomo e che ormai potevo sopportare… Oh sì, ho sopportato bene, veramente, mi ha passato da parte a parte come un bambino nudo e inerme. Voglio sperare che abbia parlato sinceramente, in spirito di verità, purché non mi abbia fatto costruire un mondo di dubbio e di sofferenza su certe parole dette tanto per dire, approssimativamente. Così come, forse, Fulvia mi ha fatto costruire tutto un mondo di amore su certe parole dette pure così per dire…

Basta, basta, basta. Stavo male per non saper che fare, dove andare, cosa risolvere, domani. Ma ora so cosa farò domani. Ritorno alla casa di Fulvia, rivedo la donna, mi faccio ripetere tutto per filo e per segno. La guarderò tutto il tempo negli occhi, senza sbattere nemmeno una volta le palpebre. Dovrà ridirmi tutto, e aggiungere anche quello che non mi disse l’altra volta>>.”  

(Beppe Fenoglio, “Una questione privata”, ed. Einaudi)

“Un individuo nudo tra individui vestiti” (Milena su Kafka)

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“Franz non ha la capacità di vivere, Franz non guarirà mai, Franz morirà presto. Certo è che tutti noi siamo apparentemente capaci di vivere perché una volta ci siamo rifugiati nella menzogna, nella cecità, nell’entusiasmo, nell’ottimismo, in una convinzione, nel pessimismo o in qualcos’altro. Ma lui non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo, è assolutamente incapace di mentire, com’è incapace di ubriacarsi, è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È come un individuo nudo tra individui vestiti.”

(estratto da una lettera di Milena Jesenská a Max Brod, amico e poi biografo di Franz Kafka)

La foto mi sembra un fotomontaggio, ma non so. Spero che almeno lei sia Milena Jesenská.

Il testo è tratto dalla trasmissione “Carteggi” di Radio 6 Teca, i cui podcast sono disponibili qui: http://www.wr6.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-735b7366-1ef2-48d9-9d07-76126e40dca6.html

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