Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il mondo del sesso” (Henry Miller)

“Noi continuiamo ad immaginarci che il mondo sia fatto così e così. Ci muoviamo sbadatamente sullo sfondo di un panorama che cambia caleidoscopicamente. E in questo sbadato arrancare, ci tiriamo dietro molte immagini d’attimi di esistenza passata. Finché non incontriamo ‘lei’. Improvvisamente il mondo non è più lo stesso. Tutto è cambiato. Ma come può cambiare in un batter d’occhio il mondo intero? È un’esperienza che abbiamo fatto tutti, eppure non serve a portarci più vicino alla verità. Continuiamo a bussare alla porta… Ho visto una volta un ritratto di Rubens all’epoca del matrimonio con la sua giovane moglie. Erano raffigurati insieme, lei seduta e lui in piedi dietro di lei. Non dimenticherò mai l’impressione fattami da quel quadro. Fu come dare una lunga occhiata nel mondo della felicità. Mi sembrava di sentirlo, il vigore di quel Rubens nel fior della vita; di sentire la fiducia che la sua giovanissima e amabilissima consorte destava in lui. Intuivo che doveva essere successo qualcosa di intimamente irresistibile, qualcosa che il Rubens pittore si era sforzato di fissare per sempre in quel quadro di felicità coniugale. Non conosco la biografia di Rubens e perciò non so se con quella donna abbia poi vissuto felice o no. Quel che successe dopo il momento fissato in quel dipinto, non m’importa. Il mio interesse sta tutto in quel momento che mi ha turbato e ispirato. Resta incancellabile nella mia mente.
E allo stesso modo io so che certe cose, che ho consegnato alla pagina scritta, sono vere e imperiture. Quel che è successo dopo, a me o a «lei», ha poca importanza.”
(Henry Miller, “Il mondo del sesso”, ed. Arnoldo Mondadori editore)

“Ella non osa parlarne, eppure ci pensa” (Søren Kierkegaard)

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“Perché tutto può dimenticare una ragazza, tranne una relazione. La vita di società, è vero, mette in contatto con il bel sesso, ma non permette di iniziare un rapporto, perciò vale a ben poco. In società ogni ragazza si presenta difesa dalle sue armi, la situazione è sempre la stessa e non suscita certo brividi di voluttà. Invece per la strada si trova come in alto mare, cosicché tutto ha maggiore effetto e sembra più misterioso. Darei cento talleri per il sorriso di una ragazza in strada, ma neanche dieci per una stretta di mano in un salotto. La cosa è ben diversa. Si deve cercare la ragazza in società solo se qualcosa c’è già stato. Si stabilisce allora una comunicazione invisibile e segreta tra noi e lei, e questo è seducente e rappresenta il miglior incitamento che io conosca. Ella non osa parlarne, eppure ci pensa. Non sa se abbiamo dimenticato o meno. La si può ingannare ora in un modo, ora nell’altro.

Quest’anno non mi andrà tanto bene con le altre, sono troppo preso da lei! Il mio bottino, in un certo senso, resterà magro, ma in cambio ho la speranza di ottenere il primo premio.”

(Søren Kierkegaard, “Diario del seduttore”, ed. Giunti)

Rettitudine e misantropia

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“Ma questa rettitudine, che voi esigete in tutto e per tutto con tanta intransigenza: questa assoluta dirittura in cui vi rinchiudete, la riconoscete in colei che amate? Visti i pessimi rapporti in cui siete col genere umano, io mi stupisco che con tutto ciò che ve lo rende odioso, abbiate trovato nel suo ambito di che affascinare i vostri occhi; e ciò che ancor più mi sorprende, è questa strana scelta in cui il vostro cuore è caduto. La sincera Eliante ha un debole per voi, la saggia Arsinoè vi guarda con occhi dolci; ma il vostro animo si rifiuta ai loro voti e si lascia invece prendere al laccio dalle vane lusinghe di Selimene, che mi pare, per la civetteria e il gusto della maldicenza, perfettamente in tono con le usanze del giorno d’oggi. Come mai, voi che odiate mortalmente queste usanze, le tollerate nella bella Selimene? Forse, in una così bella persona, non sono più dei difetti? Oppure non li vedete? Oppure li perdonate?”

(Molière “Il misantropo”, ed. Bur)

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“Era pur sempre pronto ad amare tutte quelle immagini della vita. Ma ciò che non gli riusciva era di amarle senza riserva, com’è necessario per sentirsi a proprio agio nel mondo; da molto tempo su tutto quello che faceva e sentiva si posava come un alito di disgusto, un’ombra di impotenza e solitudine, un’antipatia universale, rispetto alla quale non riusciva a trovare una simpatia complementare.”
(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

“… la succhio come una caramella…”

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“… sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari.”
(Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”, ed. Einaudi)

“Il gaucho insopportabile” (Roberto Bolaño)

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“Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che stanno per morire. Scopare è l’unica cosa che vogliono quelli che sono in prigione e negli ospedali. Gli impotenti l’unica cosa che vogliono è scopare. I castrati l’unica cosa che vogliono è scopare. I feriti gravi, i suicidi, i seguaci irredenti di Heidegger. Perfino Wittgenstein, che è il più grande filosofo del Novecento, l’unica cosa che voleva era scopare. Perfino i morti, ho letto da qualche parte, l’unica cosa che vogliono è scopare. È triste doverlo ammettere, ma è così.”

“Racconta Canetti nel suo libro su Kafka che il più grande scrittore del Novecento capì che i suoi dadi erano tratti e che nulla ormai lo separava più dalla scrittura il giorno in cui per la prima volta sputò sangue. Che cosa intendo dire quando dico che nulla ormai lo separava più dalla sua scrittura? Sinceramente, non lo so bene. Intendo dire, suppongo, che Kafka capiva che i viaggi, il sesso e i libri sono strade che non portano da nessuna parte, eppure sono strade su cui bisogna spingersi e perdersi per ritrovarsi o per trovare qualcosa, qualunque cosa, un libro, un gesto, un oggetto perduto, per trovare qualunque cosa, forse un metodo, con un po’ di fortuna il nuovo, quello che è sempre stato lì.”

(Roberto Bolaño, “Il gaucho insopportabile”, ed. Adelphi)

“Inattuabilità”

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“Molte donne vorrebbero sognare insieme con gli uomini senza andarci a letto. Bisogna far loro presente con decisione l’inattuabilità di tale proposito.”
(Karl Kraus, “Detti e contraddetti”, ed. Adelphi)

Opera: “Il bacio con la finestra”, Edvard Munch)

Il deliquio d’amore di K. e Frieda

(Qui è quando K. e Frieda si unirono in un “deliquio d’amore”, nella locanda, dove quella sera pare, ma non è certo, suonassero i Rolling Stones.)

“- Mio dolce tesoro! – sussurrò, – ma non toccò affatto K., come in un deliquio d’amore stava sdraiata sulla schiena con le braccia allargate, il tempo si schiudeva infinito dinanzi al suo amore felice, più che cantare sospirò una canzoncina. Poi si riscosse, poiché K. rimaneva in silenzio assorto nei suoi pensieri, e come una bambina cominciò a dargli strattoni: – Vieni, qui sotto si soffoca.

Si abbracciarono, il piccolo corpo ardeva sotto le mani di K., in uno stato di inconsapevolezza cui K. tentava continuamente ma invano di sfuggire, avanzarono voltolando per un breve tratto, urtarono con un tonfo sordo contro la porta di Klamm e poi rimasero distesi tra le piccole pozze di birra e le altre immondizie di cui era cosparso il pavimento. Lì trascorsero ore, ore di comune respiro, di comune pulsare del cuore, in cui K. aveva costantemente la sensazione di smarrirsi o di essersi tanto inoltrato in un luogo estraneo quanto ancora non si era inoltrato nessuno prima di lui, un luogo estraneo, nel quale persino l’aria non aveva alcun elemento in comune con l’aria di casa, nel quale si era condannati a soffocare per l’estraneità ma tra le cui assurde seduzioni non si poteva far altro che proseguire ancora, smarrirsi ancora.”

(Franz Kafka, “Il castello”, ed. Einaudi)

“Il nostro cuore” (Guy de Maupassant)

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“Conosceva bene tutto questo, la combattente! Spessissimo, muovendosi con passo felino e animata da un’inesauribile curiosità, aveva indotto quello stesso male segreto e torturatore negli occhi degli uomini che era riuscita a sedurre! La divertiva molto sentirli invaghirsi a poco a poco fino a cadere conquistati, dominati dalla sua invincibile potenza di donna, fino al punto da diventare per loro l’Unica, l’Idolo capriccioso e sovrano! Ciò aveva fatto emergere in lei gradatamente, come una dote nascosta che cresce, l’istinto della lotta e della conquista. Nei suoi anni di matrimonio era forse germinata nel suo cuore la necessità della ritorsione, un bisogno oscuro di rendere alla totalità degli uomini ciò che uno solo di loro aveva fatto a lei, il bisogno di essere a sua volta la più forte, di piegare le volontà, di frustrare le resistenze e perfino di far soffrire. Ma soprattutto, la vanità era innata in lei e da quando si sentiva libera si era messa a perseguitare e a dominare i suoi innamorati, come un cacciatore insegue le sue prede non per altro che per vederle cadere. Il suo cuore tuttavia non era affatto avido di emozioni, come quello delle donne deboli e sentimentali; non cercava affatto l’amore unico di un uomo, né la felicità di una grande passione. Desiderava solamente l’ammirazione generale, l’omaggio, l’adulazione tenera, chi si inginocchiasse davanti a lei. Chiunque divenisse familiare alla sua casa doveva anche essere schiavo della sua bellezza e nessun interesse intellettuale riusciva a tenerla legata a lungo a chi resisteva ai suoi vezzi, disdegnava le pene d’amore o era forse già altrimenti impegnato. Per restare suoi amici era necessario amarla; e in quel caso lei era prodiga di inimmaginabili premure, di deliziose attenzioni, di infinite gentilezze, con le quali manteneva attorno a sé tutti coloro che aveva catturato. I quali, una volta inclusi nella sua schiera di adoratori, sembrava le appartenessero per diritto di conquista. Lei li governava con atteggiamento saggio, secondo i loro difetti, le loro qualità, la natura della loro gelosia. Quelli che chiedevano troppo, a un certo momento li allontanava; poi, castigati, li riprendeva imponendo condizioni severe; e si divertiva un mondo, da donna perversa qual era, in quel gioco di seduzione che trova ugualmente affascinante impazientire i vecchi e far girare la testa ai giovani.”

(Guy de Maupassant, “Il nostro cuore”, ed. Bordeaux)

Madame Michèle de Burne, ventottenne e seducente vedova, già sposata con un coniuge tiranno e per sua fortuna ormai defunto, ha sviluppato, quasi per reazione al suo infelice matrimonio, l’abilità di attorniarsi di uno stuolo di ammiratori, che lei ama “come si ama un buon cagnolino fedele”. Vanitosa di natura, Madame de Burne gode nel sapersi al centro dell’attenzione, bramata da molti eppure di nessuno, attenta a controllarsi affinché non cada nel rischio di un innamoramento che la farebbe cadere dal ruolo di Idolo che si è assegnata.

André Marolle, invece, Continua a leggere…

Piramide

Giunti a Piramide, mi giro e ti vedo seduta, a due metri da me, anche tu con gli occhi dispersi nello smartphone. Sei tu ma non sei tu, ti somigli, sei quasi uguale, ma non sei tu, è un’altra, quindi non ti somigli, semmai ti somiglia. E poi questo tu è solo a uso narrativo, potrebbe essere lei che somiglia a lei, o lui a lui, ma per comodità facciamo che lei somiglia a te. Ma perché dico questo, non può essere, invece, che sia tu a somigliare a lei? Perché ti concedo questo diritto di precedenza? Dovremmo ricorrere alla carta d’identità per stabilire chi è nata prima, ma non basterebbe, perché tu reclameresti un privilegio di diverso tipo, e avresti gioco facile, perché sai che nella mia mente lei è solo una che ti somiglia, mentre tu sei il modello originario, credi, credo, anche se forse non è esattamente così, perché il gioco delle somiglianze è sottile e anche tu potresti essere somigliante a un’altra e così via, fino a chissà quale abisso. Ma lasciamo stare le teorie, torniamo al pratico. E allora, se invece che lei ci fossi stata tu, ora, nella metro, io ti avrei lasciata scendere a Eur Magliana? Avrei provato a fermarti? E perché? Perché ti conosco? Ma poniamo che io non ti abbia mai conosciuta. Saresti stata una sconosciuta, così come lei, la tua sosia. Anzi, no, ancora di più, perché la tua sosia non mi è così sconosciuta, somigliando a te, mentre tu saresti stata davvero una perfetta sconosciuta. Sì, lo so, sto usando troppe volte le stesse parole, ma è perché mi chiedo cos’è, allora, che di te ha fatto quel che sei e di lei ha fatto solo una sosia. Perché non ho incontrato lei e non te, perché non sei tu a scendere da sosia a Eur Magliana e perché non è lei alla quale scrivo queste parole. Non sai rispondere? Nemmeno io. Ma non riesco neanche a far finta che queste domande non si affaccino alla mente. Perché, ripeto, adesso t’immagino lì, con le cuffie sulla metro B, a Piramide, proprio come lei ma tu, con la tua testa, il tuo cuore, il tuo stomaco e il tuo culo. Ti avrei notata in mezzo a tutta questa gente, così come ho notato lei? No! Questa è la risposta che mi spaventa. O forse sì, uno sguardo mi sarebbe sfuggito verso la tua direzione, ma scendendo a Eur Magliana avresti neutralizzato tutto. Tutto sarebbe finito, anzi nulla sarebbe cominciato tra noi? E invece è finito ugualmente, anche se era cominciato. Non vedi che differenza c’è?

Lei è scesa a Eur Magliana, io adesso so questa cosa. E la so perché, anche se non c’eri, c’eri anche tu qui, a Piramide, con me, in mezzo a tutta questa gente che non sa di te, di me, della ragazza di Eur Magliana.

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