Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Principianti” (Raymond Carver)

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“- In effetti che ne sappiamo noi dell’amore? – ha proseguito Herb. – E quel che dico, be’, lo dico davvero, se volete perdonarmi la franchezza. Ma, secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore. Diciamo di amarci e magari è vero, non ne dubito. Ci amiamo a vicenda e ci amiamo forte, tutti noi. Io amo Terri e Terri ama me e anche voi due vi amate. Sapete, no, di che tipo d‘amore parlo? Dell’amore fisico, quell’attrazione verso l’altro, verso il proprio compagno, e anche del semplice amore di tutti i giorni, l’amore per l’essere dell’altro, l’amare il tempo passato insieme, insomma tutte le piccole cose che costituiscono l’amore di tutti i giorni. L’amore carnale, dunque, e, be’, chiamiamolo pure l’amore sentimentale, la cura e l’affetto quotidiano per l’altra persona. Ma a volte ho grosse difficoltà a fare i conti con il fatto che devo aver amato anche la mia prima moglie. Però è vero, lo so che è vero. (…) C’è stato un momento in cui credevo di amare la mia prima moglie più della vita, abbiamo anche fatto dei figli assieme. Invece ora la detesto con tutto il cuore. Davvero. Voi come lo spiegate? Che cosa è successo a quell’amore? È stato semplicemente cancellato dalla grande lavagna, come se non fosse mai successo? Vorrei tanto saperlo, che fine ha fatto. Vorrei tanto che qualcuno me lo dicesse.”
(Raymond Carver, “Principianti”, ed. Einaudi)

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“Orge di libri…” (Elias Canetti)

“Non mi pento di queste orge di libri. Mi sento come all’epoca dell’espansione per ‘Massa e potere’. Anche allora furono le avventure con i libri a far accadere tutto. Quando non avevo più soldi, a Vienna, spendevo per i libri tutto quello che non avevo. A Londra, nell’epoca peggiore, in qualche modo riuscivo sempre a comprare libri, ogni tanto. Non ho mai imparato nulla in maniera sistematica, come gli altri, ma solo in improvvise eccitazioni. Cominciavano sempre nello stesso modo, il mio sguardo cadeva su qualcosa che poi assolutamente dovevo avere. Il gesto dell’afferrare, la gioia nel buttar via il denaro, il portare il libro a casa o nel locale più vicino, l’osservare, l’accarezzare, lo sfogliare, il mettere via per anni, poi l’epoca della nuova scoperta, quando l’urgenza si faceva sentire – tutto ciò è parte di un processo creativo di cui ignoro i particolari nascosti. Ma nulla, in me, accade altrimenti, e così dovrò comprare libri fino all’ultimo istante della mia vita, soprattutto se so con assoluta certezza che non li leggerò più.
È anche, credo, parte della mia ostinata resistenza alla morte. Non voglio sapere quali fra questi libri resteranno non letti. Sino alla fine non si può dire quali sono. Ho la libertà della scelta, fra tutti i libri che ho intorno posso sempre scegliere liberamente, e dunque ho il corso della vita nelle mie mani.”
(Elias Canetti, “Il libro contro la morte”, ed. Adelphi)

“Focus” (Arthur Miller)

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(“Focus” di Arthur Miller fu pubblicato nel 1945. È una storia di razzismo, una riflessione sull’isteria e l’ignoranza collettiva, sull’altro come Nemico da combattere perché appartenente a un’etnia, a una religione, a una nazione diversa, o addirittura perché il volto di qualcuno, una volta indossati gli occhiali, ha assunto “un’aria ebrea”.)

“- Quanti di voi vivono là?

Fissandolo, attendeva una risposta. Newman cercò sul suo volto qualche traccia di animosità, ma non ne scorse alcuna. Non avrebbe dovuto aver paura di correggere quell’uomo, sentì, perché, in verità, egli non era un ebreo. Ma quel funzionario credeva che egli lo fosse, e gli parve che il negarlo ora equivalesse a ripudiare, a insozzare la furia pacificante di qualche momento prima. Mentre stava per rispondere, desiderò ardentemente che un fulmine improvviso, con il suo tremendo colpo, spazzasse e sperdesse tutte le categorie di persone e le mutasse in modo che non avesse più importanza per loro la tribù da cui erano nate. Non doveva aver più nessuna importanza, giurò, anche se questo per la sua vita avesse dovuto essere dell’importanza più grande.”

(Arthur Miller, “Focus”, ed. Arnoldo Mondadori)

“Un uomo solo” (Christopher Isherwood)

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“Che cosa pensano di fare qui? Be’, c’è la risposta ufficiale; prepararsi per la vita, vale a dire lavoro e sicurezza per crescere bambini che si preparino per la vita vale a dire lavoro e sicurezza per. Ma, a dispetto di tutti i consiglieri scolastici, di tutti gli opuscoli che illustrano quanto buon denaro si può guadagnare puntando su una solida educazione tecnica – farmacologia, diciamo, o contabilità, o le diverse opportunità offerte dal vasto campo dell’elettronica – ce n’è ancora un numero incredibile che si ostina a scrivere poesie, romanzi, drammi! Intontiti dal sonno, scribacchiano negli istanti carpiti fra una lezione, l’impiego a mezza giornata e i doveri coniugali. Coi cervelli storditi dalle parole riassettano una sala operativa, smistano la corrispondenza in un ufficio postale, preparano il biberon, friggono hamburger. E da qualche parte, in mezzo alla schiavitù del dover-essere, il folle poter-essere sussurra loro di vivere, di conoscere, sperimentare – cosa? Meraviglie! Una Stagione all’Inferno, Viaggio al Termine della Notte, i Sette Pilastri della Saggezza, la Chiara Luce del Vuoto… Qualcuno di loro ce la farà? Oh, certo. Almeno uno. Due o tre al massimo – tra le migliaia che tentano.
Là in mezzo, George prova una sorta di vertigine. Oh Dio che ne sarà di loro? Che possibilità hanno? Devo urlargli, qui, ora, che non c’è speranza?”
(Christopher Isherwood, “Un uomo solo”, ed. Garzanti)

“L’ispettore generale” (Gogol’)

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“Per quanto riguarda voi, Amnos Fëdorovic, vi consiglierei di controllare un po’ meglio lo stato degli uffici pubblici. Nell’anticamera dove di solito i cittadini fanno la fila, i custodi tengono le oche con i paperotti che immancabilmente vanno a intrufolarsi tra le gambe della gente. Il fatto che ci si dedichi a un piccolo allevamento è certamente encomiabile, e non c’è nessun motivo di proibirlo… Solo, vedete, è la scelta del luogo che è inopportuna… Già da tempo avevo intenzione di dirvelo, ma me lo sono sempre dimenticato.”

(Nikolaj V. Gogol’, “L’ispettore generale”, ed. Garzanti)

Per motivi a me ignoti, pur essendo da sempre un grande ammiratore di Gogol’, nonché lettore di altrii suoii capolavori quali i “Racconti di Pietroburgo” e “Anime morte”, non avevo ancora letto “L’ispettore generale”, opera teatrale nella quale la magistrale e amara ironia dello scrittore raggiunge vette elevate.

“L’ispettore generale” causò malaesseri a Gogol’, perché non fu accolta bene, tanto che l’autore si vide costretto a difendersi a modo suo, scrivendo “All’uscita dal teatro dopo la rappresentazione di una nuova commedia”, un atto unico nel quale dava voce alle critiche del pubblico e poi, tra le altre cose, spiegava perché nell’Ispettore generale non fosse presente alcun personaggio positivo.

“L’ispettore generale” è una satira sull’ipocrisia, il malcostume, l’ingiustizia, la corruzione di una piccola cittadina russa, il cui Sindaco è spaventato dall’arrivo di un ispettore generale, proveniente da Pietroburgo. In realtà l’ispettore non è tale, bensì un perdigiorno che una serie di equivoci faranno assurgere a uomo temuto dal Sindaco, dal Sovraintendente alle opere pie, dal Giudice, dall’Ufficiale postale e dai miseri notabili della cittadina. Gogol’, al solito, è magistrale nel rappresentarci le meschinità e le ridicole bassezze morali di determinati tipi umani che, mutati tempi e luoghi, sono tutt’altro che scomparsi dai ranghi delle burocrazie odierne.

“E se l’autore inserisse nella commedia anche un solo personaggio positivo, e lo rappresentasse in tutta la sua attrattiva, gli spettatori, dal primo all’ultimo, passerebbero dalla sua parte, e dimenticherebbero completamente quelli che adesso li spaventano tanto (…).”

“Questo personaggio nobile e onesto è il riso. È nobile, perché ha deciso di intervenire nonostante l’opinione meschina di cui gode nel mondo. È nobile, perché ha deciso di intervenire anche a costo di procacciare all’autore una fama oltraggiosa, quella di freddo egoista, tanto che ora si dubita perfino della sua sensibilità. Nessuno è intervenuto in difesa del riso. Io sono il commediografo, l’ho servito onestamente e perciò adesso devo ergermi in sua difesa. No, il riso è molto più importante e profondo di quanto non si pensi. Non quello generato da un’irritazione effimera, dalla bile, da certe disposizioni morbose del carattere, e nemmeno il riso leggero che accompagna l’ozio e il divertimento; parlo del riso che sorge dalla limpida natura dell’uomo, dove è racchiusa la sua sorgente eternamente viva, e va al fondo delle cose, portando alla luce quello che altrimenti scivolerebbe via inosservato, e mostrandoci quella meschinità e vanità della vita che senza la forza del suo intuito non ci spaventerebbero come, invece, ci spaventano.”
(Gogol’, “All’uscita da teatro dopo la rappresentazione di una nuova commedia”, estratto contenuto nella prefazione a “L’ispettore generale”, ed. Garzanti)

A scuola da Molière

Moliere

“CRISTALDO
Dunque, siete venuto qui per sposarvi?
ARNOLFO
Sì, voglio concludere la cosa per domani.
CRISALDO
Siamo qui soli, e mi pare che possiamo parlarne senza paura d’essere ascoltati. Volete che in tutta amicizia vi apra il mio cuore? Questo vostro progetto mi fa tremare di paura: perché, in qualsiasi modo mettiate le cose, prender moglie nel caso vostro è una faccenda piuttosto temeraria.
ARNOLFO
Forse la verità, amico mio, è che pensando alla vostra famiglia trovate motivo di preoccuparvi per la mia; ed è la vostra fronte, credo, che vi fa pensare che le corna siano l’immancabile corollario del matrimonio.”
(Molière, “La scuola delle mogli”, ed. Bur)

“Voli separati” (Andre Dubus)

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“Doveva aver smesso di amarlo molto prima di quanto fosse disposto ad ammettere, e poi continuando a ingannare se stessa riguardo ai propri sentimenti su Lee, aveva smesso di credere nell’amore in generale, attrezzandosi in questo modo per chiudere il cerchio e dirsi che non lo amava. Così era più facile da sopportare: sospettavi che qualcosa fosse morto dentro le pareti di casa tua, e allora ti guardavi attorno e vedevi che era morto da tempo nella casa di chiunque altro; e a quel punto eri libera di tornare in casa tua, guardare sotto il letto e trovarci, inevitabilmente, un cadavere.”
(Andre Dubus, “Voli separati”, ed. Mattioli 1885)

“Correzione” (Thomas Bernhard)

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Gigante della letteratura.

“La precipitazione mi era già sempre stata fatale, e Roithamer odiava la precipitazione più di ogni altra cosa, oggi tutto al mondo è precipitazione, così lui, si fa tutto a precipizio e sempre più a precipizio, non si aspetta per nulla, si fa tutto subito a precipizio e in modo affrettato senza la minima riflessione, ovunque guardiamo si aggredisce tutto subito e i risultati sono i più caotici. Questo caos generale che si è creato nel mondo e si è creato nel mondo soprattutto negli ultimi anni, deriva principalmente dalla precipitazione di tutto ciò che dovrebbe essere ponderato, prima di essere aggredito, la fretta eccessiva e la precipitazione sono le caratteristiche più spaventose di questo mondo d’oggi, così Roithamer, e per questa ragione tutto è un caos. In tutti i settori ci troviamo davanti solo a un caos. Ovunque guardiamo, un caos, se guardiamo le scienze un caos, se guardiamo la politica, un caos, qualsiasi cosa guardiamo, un caos, vediamo solo situazioni caotiche. Poiché tutto è affrettato e precipitoso. In un periodo simile di fretta eccessiva e di precipitazione e quindi di situazioni caotiche un essere pensante ha il dovere di non affrettare e di non precipitare tutto ciò che lo riguarda, ma ogni singolo individuo continua a precipitare tutto, ad affrettare tutto.”

“… le situazioni e condizioni e circostanze erano ancora le stesse di duecento, quattrocento anni prima, la natura era ancora la stessa e quindi le persone in questa natura, con la sua perfidia e la sua spaventosa fertilità, erano le stesse, che razza di gente è mai questa, avevo pensato, è sempre la stessa razza dei primordi della storia, esclusa dal progresso universale, che non sa nulla, si limita a presentire vagamente tutto e quindi ha un eterno rapporto di fiducia con la natura, sia pure temibile e doloroso, ma che purtuttavia garantisce la loro sopravvivenza, un rapporto al quale si sono abbandonati totalmente come in precedenza i loro genitori e i loro nonni e i loro bisnonni, perché una volta venuti al mondo non potevano fare nient’altro che superare le condizioni, le circostanze e le situazioni nate con loro e già impensabili per le concezioni del mondo di oggi e in effetti riuscivano anche a superarle, e quando si ribellavano, se tutt’a un tratto per circostanze casuali si rendevano conto della discrepanza tra il loro mondo e quello attuale, era solo per un momento, subito dopo trovavano di nuovo rifugio nelle loro norme, che erano sempre le stesse di mezzo secolo prima, e quello che per loro era incomprensibile, quando riflettevano, era spiegato dalla Chiesa, come avviene in qualsiasi luogo in cui abbia ancora influenza.”
(Thomas Bernhard, “Correzione”, ed. Einaudi)

“Le straordinarie avventure di Julio Jurenito” (Il’ja Erenburg)

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“In seguito si innamorò di Njura, una ragazza dagli occhi celesti, figlia di un impiegato delle poste, i cui tratti caratteristici erano quattro boccoli a forma di salsicciotti, un medaglione con l’immagine di un gattino e una passione sfegatata per la cioccolata al pistacchio. L’innamorato vagava senza meta, sospirando. Finalmente, dopo lunghi discorsi sulla propria solitudine e progressivi avvicinamenti alla ragazza sull’angusto divano, ne ottenne un bacio significativo. Lo assalirono quindi i primi dubbi. Per quanto sublime e seducente apparisse l’amore nelle opere dei migliori scrittori, per quanto dolci fossero le labbra tumide di Njura, molti aspetti lo lasciavano perplesso. Njura non era né Stëša né Marunja: aveva un padre e compagnia bella. In altre parole, bisognava sposarsi. Ma Njura non era nemmeno Beatrice, assetata di divino e di sacra ribellione: bisognava trovarle un impiego, altroché, e poi fasce e pannolini. I bambini, soprattutto. Ma si può forse leggere Nietzsche o Schopenhauer, con un marmocchio che ti frigna addosso?”

(Il’ja Erenburg, “Le straordinarie avventure di Julio Jurenito”, ed. Meridiano Zero)

Non avevo mai letto alcun libro di Il’ja Erenburg e devo la sua conoscenza a Pablo Neruda, che me lo ha “presentato” nella sua autobiografia “Confesso che ho vissuto”, citandolo a più riprese. Grazie al poeta cileno ho così potuto scoprire la bellezza di un romanzo quale “Le straordinarie avventure di Julio Jurenito”, un concentrato di satira, ironia, sarcasmo, un testo che è difficile definire un classico romanzo, perché è piuttosto una serie di quadri nei quali i protagonisti disquisiscono, con un certo beffardo cinismo ma non senza empatia per la debolezza umana, di argomenti quali la religione, i totalitarismi, l’amore, la religione, il sesso, insomma di tutto e di più.

Julio Jurenito è fautore di una non-filosofia di vita, un nichilismo volto a sovvertire l’ordine, un anarchico del pensiero che appare, quasi in veste da diavolo, a Erenburg stesso, in un caffè parigino. Capitolo dopo capitolo, il gruppo si espande, perché il Maestro, cioè Jurenito, assolda strada facendo una serie di personaggi strambi, quali Mister Cool, che vuole mettere su una società per azioni dedita alle missioni religiose, l’ingenuo senegalese Aisca, il mistico nichilista russo Tisin che cerca l’Uomo, il nullafacente romano Ercole Bambucci, e ancora Monsier Delhaie, che vuole costruisce una necropoli universale, per finire con Schmidt, studente tedesco dall’aberrante razionalità.

Assieme a codesti strampalati compagni di viaggio, il Maestro Julio attraversa il periodo che va dal 1913 al 1921 (anno in cui Erenburg scrisse il romanzo), ovvero un’epoca contrassegnata dalla violenza di una guerra mondiale e della Rivoluzione russa. Il libro, dunque, non è solo una carrellata di assurde e umane debolezze, ha un substrato ben più drammatico, ma la penna di Erenburg è comunque dissacrante, così che, in sostanza, si sorride, anzi si ride spesso, sia pure con la consapevolezza che, probabilmente, si sta ridendo per non piangere.

“Appunti sui polsini” (Michail Bulgakov)

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“L’avevo lasciato nel mese di giugno. Allora era venuto da me, aveva rollato una sigaretta di tabacco forte, e cupamente aveva detto.

«Beh, ho finito l’università.»

«Complimenti, dottore» dissi io, partecipe.

Le prospettive del medico appena sfornato si delineavano nel modo seguente: nella sezione sanità mi hanno detto: “Siete libero”, nel convitto degli studenti di medicina mi hanno detto: “Avete finito, quindi sloggiate”, nelle cliniche, ospedali e simili istituti mi hanno detto: “Riduciamo gli organici”.

Ne è venuta fuori, in genere, l’oscurità più completa. Quindi sparì e affondò nell’abisso moscovita.

«Vuol dire che è morto» constatai io tranquillamente, distratto dalle mie faccende personali (cioè la cosiddetta “lotta per l’esistenza”).

Lotta fino al mese di novembre e mi preparai a lottare ulteriormente, quando lui ricomparve all’improvviso.

Indossava degli stracci lisi, bucati (l’ex cappotto degli studenti), ma sotto quell’indigenza stonavano delle scarpette nuove.

Solo da com’erano levigate riuscii a stabilire senza errore: le aveva comperate alla Suchareva per 75 milioni.

Tirò fuori la borsetta delle siringhe e mi offrì una sigaretta di tabacco raffinato.

Colpito dallo stupore, attendevo spiegazioni. Che seguirono immediatamente: «Lavoro come scaricatore in una cooperativa. Sai, è una simpatica cooperativa: sei studenti del quinto corso e io…»

«Che cosa trasportare?»

«Mobili, nelle botteghe. Da noi ci sono anche dei commessi fissi.»

«Quanto guadagni?»

«La settimana scorsa ho preso 275 limoncini*.»

Ho fatto immediatamente la moltiplicazione: 275 x 4 = 1 miliardo e cento! Al mese.

«E la medicina?»

«C’è anche la medicina. Scarichiamo due o tre volte la settimana. Nel resto del tempo sono in clinica, mi occupo di raggi X.»”

*limone o limoncino: biglietto da mille rubli.

(Michail Bulgakov; “Appunti sui polsini”, ed. Nobel)

 

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