Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “libri”

“Reparto C” (Aleksandr Solženicyn)

dav

(Nella “Giornata mondiale del Libro”, ho terminato la lettura dello stupendo “Reparto C” di Solženicyn. Pubblicato anche sotto i titoli “Padiglione cancro” e “Divisione cancro”, è ambientato in una corsia d’ospedale, laddove convivono forzatamente diversi personaggi. Il protagonista principale è il confinato Kostoglatov, reduce dal campo di concentramento e ora alle prese con il dolore da malattia, proprio e altrui, ma anche con inaspettate e forse impraticabili passioni amorose. Uno dei romanzi più coinvolgenti che abbia letto negli ultimi anni. )

“- I ragazzi a scuola scrivono temi sull’infelice, tragica, distrutta e non so che altro ancora vita di Anna Karenina. Ma Anna era forse infelice? Ha scelto la passione e ha pagato per la passione: questa è felicità! Essa era una persona orgogliosa e libera! Ma se nella casa dove siete nati e vivete nella nascita, entrano, in tempo di pace, uomini col pastrano e il berretto militare e ordinano a tutta la famiglia di lasciare quella casa e quella città entro ventiquattro ore prendendo con sé soltanto quello che riescono a portare le vostre deboli braccia?…

Tutte le lacrime che quegli occhi potevano piangere, le aveva già versate da tempo e difficilmente altre ne potevano ancora scorrere. E, forse, soltanto per lanciare un ultimo anatema poteva ancora accendersi una tesa, arida scintilla.

– … Se spalancate la porta e chiamate i passanti perché comprino qualcosa della vostra roba, no, vi buttino quattro soldi per il pane! Entrano certi tipi di affaristi scaltri, che sanno tutto tranne che anche sulle loro teste scoppierà il tuono! E per il pianoforte di vostra madre vi danno spudoratamente la centesima parte del valore, e vostra figlia, col nastro tra i capelli, si siede per l’ultima volta a suonare Mozart, ma piange e scappa via. Perché dovrei rileggere Anna Karenina? Forse che questo non mi basta?… Dove leggere un libro che parli di noi, di noi? Fra cent’anni soltanto?

E benché essa si fosse ormai quasi messa a gridare, l’allenamento della paura di molti non la tradì: essa non gridava, non era un grido, il suo. Soltanto Kostoglatov la sentiva.”

(Aleksandr Solženicyn, “Reparto C”, ed, Einaudi)

Annunci

“Il crogiuolo” (Arthur Miller)

Miller

(Scritta nel 1952, “Il crogiuolo” è un’opera teatrale ambientata nel 1692, in una piccola comunità del Massachusetts, dominata da un’atmosfera bigotta, retrograda, fanatica, con gli abitanti elettrizzati dalla caccia alle streghe.
La figlia del reverendo, infatti, sembra essere posseduta niente meno che dal diavolo, al quale è facile addossare tutte le colpe delle ipocrisie e liti fra gli abitanti.
Di seguito, alcune significative e purtroppo attuali parole dell’autore sulle motivazioni che lo spinsero a scrivere l’opera.)
“Non fu soltanto la nascita del maccartismo a provocarmi, ma qualcosa che appariva molto più fatale e misterioso. Era il fatto che una campagna politica, obbiettiva, riconoscibile, dell’estrema destra, fosse in grado di creare non soltanto terrore, ma una nuova realtà soggettiva, una mistica che stava a poco a poco assumendo addirittura una colorazione sacra. Che una causa così futile e meschina asserita da uomini così manifestatamente ridicoli, potesse paralizzare la capacità di pensare, anzi, suscitare addirittura un tal cumulo di sentimenti “misteriosi” mi colpì. Era come se il paese fosse tornato in fasce, senza ricordare nemmeno certe elementari convenienze che uno o due anni prima nessuno avrebbe immaginato potessero modificarsi, non diciamo dimenticarsi.
Vedevo uomini consegnare la propria coscienza ad altri uomini e ringraziarli della possibilità ch’essi gli davano di farlo.”
(Arthur Miller, “Il crogiuolo”, ed. Einaudi)

“L’uomo in bilico” (Saul Bellow)

Uomo in bilico

(“L’uomo in bilico” è il primo romanzo di Saul Bellow. Dal diario scritto da Joseph, il protagonista, apprendiamo come egli si senta sempre più distante dalla vita che pure ancora conduce. Si è licenziato dall’azienda presso cui lavorava, vive alle spalle della moglie, aspettando solo il giorno in cui sarà chiamato alle armi. La sua non è una vocazione guerrafondaia, bensì una fuga dalla libertà che lo sta soffocando. Ha bisogno di qualcuno che gli ordini cosa fare, che gli organizzi l’esistenza, e l’esercito in tal senso gli pare l’ideale.
Intanto, però, mentre le lentezze burocratiche rimandano la chiamata, Joseph assume atteggiamenti che risultano, ad amici e parenti, piuttosto scontrosi e bizzarri. Nonostante ciò, Joseph, antieroe privo di ambizioni, risulta comunque meno inquietante degli altri personaggi che Bellow introduce nella vicenda.)
“La festa continuava a infierire e io cominciai a pensare che razza di riunione fosse mai quella. E subito mi colse il pensiero che lo scopo di queste riunioni era sempre stato, per gli esseri umani, di liberare la carica emotiva dalla prigione del cuore; e che, come gli animali istintivamente cercavano il sale o il vischio, anche noi ci riunivamo spinti da queste necessità, come facevamo a Eleusi, con riti e danze, e altre importanti cerimonie d’origine antichissima, per assistere a pene e torture, per dare al nostro livore, ai nostri odi e alle nostre aspirazioni momentanea libertà e svago. Solo che facevamo tutto questo senza grazia o mistero, privi com’eravamo delle forme allo scopo, e basandoci sulla ubriachezza ci assassinavamo reciprocamente gli dei che ognuno ha dentro di sé e urlavamo pieni di vendetta e di strazio. M’accigliai davanti a questo quadro terribile.”
(Saul Bellow, “L’uomo in bilico”, ed. Mondadori)

“Agostino” (Alberto Moravia)

agostino

(Il tredicenne Agostino è al mare con la madre, vedova e piacente signora, che ricambia le attenzioni di un giovane sconosciuto. Per Agostino, è una lacerazione, aggravata dall’incontro con una banda di suoi coetanei, i quali, senza troppi riguardi, gli spiegano certe cose che lui, ingenuo, neanche sospettava.
Il ragazzo si trova, così, nella condizione di chi ha “perduto la primitiva condizione senza per questo essere riuscito ad acquisirne un’altra.”
Grande Moravia, al solito.)
“Ora provava un vago, disperato desiderio di varcare il fiume e allontanarsi lungo il litorale, lasciando alle sue spalle i ragazzi, il Saro, la madre e tutta la vecchia vita. Chissà che forse, camminando sempre diritto davanti a sé, lungo il mare, sulla rena bianca e soffice, non sarebbe arrivato in un paese dove tutte quelle brutte cose non esistevano. In un paese dove sarebbe stato accolto come voleva il cuore, e dove gli sarebbe stato possibile dimenticare tutto quello che aveva appreso, per poi riapprenderlo senza vergogna né offesa, nella maniera dolce e naturale che pur doveva esserci e che, oscuramente, presentiva. Guardava alla caligine che sull’orizzonte avvolgeva i termini del mare, della spiaggia e della boscaglia e si sentiva attratto da quella immensità come dalla sola cosa che avrebbe potuto liberarlo dalla presente servitù.”
(Alberto Moravia, “Agostino”, ed. Bompiani)

“I tempi di Anika e altri racconti” (Ivo Andrić)

andric

(Anche nei racconti Andrić conferma le grandi qualità mostrate nello stupendo romanzo “Il ponte sulla Drina”.)

“Mihailo fissò quegli occhi, abbagliato ed incredulo, convinto che quello sguardo avrebbe mutato espressione oppure che sarebbe scomparso come una visione o un’allucinazione. Lo sguardo di Anika, al contrario, si fece sempre più aspro e lucente, ed il suo fulgore sempre più vivace ed intenso. Egli cercò di opporsi al pensiero che in quel momento balenò in lui acquistando un contorno sempre più ben definito, si dominò per non gridarlo a voce alta, al solo scopo di espellerlo da sé: era quello lo sguardo ben noto che aveva visto già una volta, nella locanda, e che poi aveva sognato diverse volte, infelice e tormentato dai sogni più terribili. Era Krstinica che lo guardava, col suo sguardo belluino carico di propositi sconosciuti dai quali bisognava fuggire via, benché non si potesse mai scappare abbastanza lontano. Mihailo esercitò su se stesso disperati e fulminei tentativi per ridestarsi, per far scomparire quegli occhi emettendo un rauco grido che lo scotesse bruscamente, così come aveva fatto parecchie volte sui suoi sudati giacigli, per capanne e taverne incontrate lungo la strada. Ma quegli occhi non si scostarono, e continuarono a brillare davanti a lui immutati ed immobili. E, mentre lottava dentro di sé, restando incerto tra il sogno e la realtà, gli sembrava di udire incessantemente la voce di Anika:
– Lo credi proprio?
Questa frase si ripeteva in lui come un rimbombo centuplicato, benché la ragazza l’avesse pronunciata una sola volta.”
(Ivo Andrić, “I tempi di Anika e altri racconti”, ed. Bompiani)

“Il disprezzo” (Alberto Moravia)

il disprezzo

“Presi dunque a vivere come un uomo che porta dentro di sé il malessere di una malattia incombente, ma non si decide mai ad andare dal medico; ossia cercando di non riflettere troppo né sul contegno di Emilia verso di me, né sul mio lavoro. Sapevo che un giorno avrei dovuto affrontare tale riflessione; ma appunto perché mi rendevo conto che essa era inevitabile, cercavo di ritardarla più che fosse possibile: quel poco che già avevo sospettato me la faceva evitare e anche, seppure in maniera inconsapevole, temere. Continuavo, così, ad avere con Emilia quei rapporti che a tutta prima, mi erano sembrati intollerabili e che, adesso, temendo il peggio, cercavo di persuadermi, senza riuscirci del tutto, che fossero normali: durante il giorno discorsi indifferenti, casuali, evasivi; la notte, ogni tanto, l’amore, con molto impaccio e non senza crudeltà da parte mia, senza alcuna vera partecipazione da parte di lei. Intanto continuavo a lavorare con diligenza e persino con accanimento, benché sempre più malvolentieri e con una ripugnanza sempre più decisa. Se avessi avuto il coraggio di definire a me stesso, fin da allora, la situazione in cui mi trovavo, avrei certamente rinunziato così al lavoro come all’amore, perché mi sarei convinto, come mi convinsi in seguito, che ogni vita si era ritirata da ambedue. Ma non avevo questo coraggio; e forse mi illudevo che il tempo si sarebbe incaricato di risolvere i miei problemi, senza alcuno sforzo da parte mia. Il tempo, infatti, li risolse, ma non nel senso che avrei desiderato. Così, tra Emilia che mi rifiutava se stessa e il lavoro al quale io mi rifiutavo, in un’aria sorda e oscura di attesa, i giorni passavano.”
(Alberto Moravia, “Il disprezzo”, ed. Bompiani)

“Cristo si è fermto a Eboli” (Carlo Levi)

Carlo Levi

“Non potevo ancora precisare le mie impressioni, né penetrare ancora tutti i segreti della politica e delle passioni paesane; ma mi avevano colpito il sussiego, le maniere dei signori sulla piazza, e più ancora il tono generale di astio, disprezzo e diffidenza reciproca nella conversazione a cui avevo assistito, la facilita con cui si manifestavano degli odi elementari, senza il naturale ritegno verso un forestiero appena arrivato, che aveva fatto sì che io fossi messo subito al corrente dei vizi o delle debolezze degli altri. Per quanto non potessi ancora determinarlo con esattezza, era chiaro che anche qui, come a Grassano, gli odi reciproci di tutti contro tutti si cristallizavano in due partiti. Qui, come a Grassano, come in tutti gli altri paesi della Lucania, dove i galantuomini che non hanno potuto, per incapacità o povertà, o matrimoni precoci, o interessi da tutelare, o per una qualunque necessità del destino, emigrare ai paradisi di Napoli o di Roma, trasformavano la propria delusione e la propria noia mortale in un furore generico, in un odio senza soste, in un perenne risorgere di sentimenti antichi, e in una lotta continua per affermare, contro tutti, il loro potere nel piccolo angolo di terra dove sono costretti a vivere.”
(Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli”, ed. Einaudi)

“1° settembre 1939” (W.H. Auden)

W H Auden

(Grazie al meraviglioso saggio di Iosif Brodskij, contenuto nel libro “Il canto del pendolo”, edizione Adelphi, ho scoperto con colpevole ritardo la poesia di W.H. Auden, che in seguito l’autore non inserì in una sua raccolta perché insoddisfatto di alcuni versi. La poesia è una profonda, sentita riflessione sul Male che alberga in ciascuno di noi e non solo nei tiranni.)

“1° SETTEMBRE 1939”, di W.H. Auden

Sono seduto in una delle bettole
della Cinquantaduesima strada*
incerto e spaventato
mentre scadono le astute speranze
d’un decennio basso e disonesto:
onde d’ira e paura
circolano per le luminose
e oscurate contrade della terra,
a ossessionare le nostre vite private;
l’indicibile odore della morte
offende la notte di settembre.
Meticolosa erudizione può
esumare l’offesa tutta intera che,
da Lutero ad oggi
ha spinto una cultura alla pazzia,
scoprire quello che successe a Linz**,
che smisurata imago fabbricò
un dio psicopatico:
io e il pubblico sappiamo
ciò che ogni bambino impara a scuola,
coloro a cui male è fatto,
male faranno in cambio.
L’esiliato Tucidide sapeva
tutto quello che può dire un discorso
sulla Democrazia***,
e quello che fanno i dittatori,
le sciocchezze senili che pronunciano
a un apatico sepolcro;
egli analizzò tutto nel suo libro,
la ragione messa al bando,
la sofferenza che si fa abitudine,
malgoverno e angoscia:
tutto questo ci è inflitto un’altra volta.
In quest’aria neutrale
dove ciechi grattacieli usano
tutta la loro altezza a proclamare
il vigore dell’Uomo Collettivo,
ogni lingua versa a gara
la sua scusa vana:
ma chi può vivere a lungo
in un sogno euforico;
guardano dallo specchio in fissità
il volto dell’imperialismo
e il sopruso internazionale.
Visi lungo il bancone
s’aggrappano al loro giorno medio:
le luci non devono mai spegnersi,
la musica deve continuare,
tutte le convenzioni cospirano
perché questa fortezza assuma in sé
l’arredamento di casa;
affinché non si veda dove siamo,
perduti in un bosco di fantasmi,
bambini paurosi della notte,
che non sono mai stati allegri o buoni.
La più ventosa roba militante
che Importanti Personaggi strillano
è meno rozza di quel che vogliamo:
ciò che Nijinsky impazzito scrisse
su Diaghilev****
è vero per il cuore più normale;
perché l’errore innato nelle ossa
di ogni donna e ogni uomo
bramare quel che non può avere,
non già l’amore universale,
bensì d’essere amato lui solo.
Dalla conservatrice oscurità
verso la vita etica
arrivano gli ottusi pendolari,
ripetendo il voto mattutino:
“Voglio essere fedele a mia moglie,
m’impegnerò di più sul lavoro”,
e i governanti inetti si svegliano
riprendendo il loro gioco obbligato:
chi può liberarli adesso,
chi può arrivare ai sordi,
chi può parlare per i muti?
Tutto quello che ho è una voce
che smuova la menzogna nascosta,
la menzogna romantica annidata nel cervello
del sensuale uomo della strada
e la menzogna dell’Autorità
i cui palazzi palpano il cielo:
non c’è una cosa chiamata Stato
e nessuno esiste mai da solo;
la fame non consente scelta
al cittadino o alla polizia;
dobbiamo amarci l’un l’altro o morire.
Indifeso sotto la notte
il nostro mondo giace inebetito;
eppure, sparsi dappertutto,
ironici punti di luce
lampeggiano là dove i Giusti
si scambiano i loro messaggi:
oh, che io possa, composto come loro
d’Eros e di polvere,
assediato dalla medesima
negazione e disperazione,
mostrare una fiamma che afferma.
(W. H. Auden, “1° settembre 1939″)

*Auden scrisse questa poesia nel 1939. Nello stesso anno si era trasferito negli Stati Uniti. Il 1° settembre 1939, com’è noto, la Germania nazista invase la Polonia.
**Linz è un paese austriaco dove Hitler passò parte della sua giovinezza.
***Allusione al libro di Tucidide, “La guerra nel Peloponneso”, ed in particolare all’orazione di Pericle.
****Diaghilev fu l’impresario teatrale che lanciò Nijinsky nella sua carriera da ballerino e ne fu anche l’amante.
(La traduzione riportata è una mia sindacabile, ma spero non tremenda, commistione tra la versione di Nicola Gardini, che ho trovato sul web, e quella riportata in note all’interno di “Il canto del pendolo”, di Iosif Brodskij, ed, Adelphi.)

“Il Regno” (Emmanuel Carrère)

Il Regno

“A forza di girare attorno a questo libro, mi sono accorto che è molto difficile far parlare le persone della loro fede, e che la domanda «in che cosa crede, di preciso?» è una domanda sbagliata. Del resto, anche se per arrivarci ci ho messo un bel po’, alla fine ho capito che non aveva molto senso da parte mia cercare qualche cristiano da interrogare come avrei cercato la vittima di un sequestro, o uno colpito da un fulmine, o l’unico superstite di un disastro aereo. Perché un cristiano l’ho avuto a portata di mano per parecchi anni, più vicino di chiunque altro al mondo, ed ero io.
In poche parole: nell’autunno del 1990 sono stato «toccato dalla grazia» – dire che oggi provo imbarazzo a esprimermi così è un eufemismo, ma è così che mi esprimevo all’epoca. Il fervore prodotto da questa «conversione» – avrei voglia di mettere virgolette ovunque – è durato quasi tre anni, nel corso dei quali mi sono sposato in chiesa, ho fatto battezzare i miei due figli, sono andato a messa regolarmente – e con «regolarmente» non intendo una volta alla settimana, ma ogni giorno. Mi confessavo e mi comunicavo. Pregavo, ed esortavo i miei figli a farlo con me – cosa sulla quale, ora che sono grandi, non mi risparmiano battute sarcastiche.”
(Emmanuel Carrère, “ll Regno”, ed. Adelphi)

“La chiave a stella” (Primo Levi)

La chiave a stella (P. Levi)

(Il chimico Levi alle prese con i racconti del rustico montatore di gru Faussone, che gli narra le sue avventure lavorative nel mondo. Dall’interazione tra due uomini così diversi nasce questo stupendo libro, “ovviamente” più lieve di altri dell’autore, un libro che riconcilia con l’arte del narrare e dell’ascoltare storie.)
“Poiché la veste di accusato è scomoda, sarebbe stata quella la mia ultima avventura di chimico. Poi basta: con nostalgia, ma senza ripensamenti, avrei scelto l’altra strada, dal momento che ne avevo la facoltà ed ancora me ne sentivo la forza; la strada del narratore di storie. Storie mie finché ne avevo nel sacco, poi storie d’altri, rubate, rapinate, estorte o avute in dono, per esempio appunto le sue; o anche storie di tutti e di nessuno, storie per aria, dipinte su un velo, purché un senso ce l’avessero per me, o potessero regalare al lettore un momento di stupore o di riso. C’è chi ha detto che la vita comincia a quarant’anni: bene, per me sarebbe cominciata, o ricominciata, a cinquantacinque. Del resto, non è detto che l’aver trascorso più di trent’anni nel mestiere di cucire insieme lunghe molecole presumibilmente utili al prossimo, e nel mestiere parallelo di convincere il prossimo che le mie molecole gli erano effettivamente utili, non insegni nulla sul modo di cucire insieme parole e idee, o sulle proprietà generali e speciali dei tuoi colleghi uomini.
Dopo qualche esitazione, e dietro mia rinnovata richiesta, Faussone mi ha dichiarato libero di raccontare le sue storie, ed è così che questo libro è nato.”
(Primo Levi, “La chiave a stella”, ed. Einaudi)

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: