Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Austerlitz” (W. G. Sebald)

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“Perché non mi dici, ella domandò, disse Austerlitz, la ragione della tua inavvicinabilità? Perché, disse, da quando siamo arrivati qui sei come uno stagno gelato? Perché vedo le tue labbra schiudersi, quasi tu volessi dire, o magari persino gridare qualcosa, e poi non sento nulla? Perché arrivando non hai disfatto i tuoi bagagli e vivi, per così dire, soltanto dello zaino? Eravamo a qualche passo l’uno dall’altra, simili a due attori sulla scena. Con l’affievolirsi della luce gli occhi di Marie mutavano colore. E io cercai di nuovo di spiegare a lei e a me stesso quali incomprensibili sentimenti avessero continuato a opprimermi negli ultimi giorni: come un folle non vedevo altro intorno a me se non misteri e segni; mi sembrava che persino le mute facce delle case sapessero su di me qualcosa di negativo, e se da sempre ero stato convinto che il mio destino fosse una vita solitaria, adesso, nonostante il mio desiderio di lei, lo ero più che mai. Non è vero, disse Marie, che abbiamo bisogno dell’isolamento e della solitudine. Non è vero. Sei solo tu ad aver paura, non so di che cosa. Sempre ti sei tenuto un po’ a distanza, me ne ero ben accorta, ma adesso è come se ti trovassi su una soglia che non hai il coraggio di varcare. Non ero in grado allora di ammettere che Marie aveva ragione in tutto, ma oggi so, disse Austerlitz, perché dovevo prendere le distanze se qualcuno mi veniva troppo vicino, e ricordo che in quel prendere le distanze mi credevo in salvo e al tempo stesso mi sentivo un essere intoccabile, brutto da incutere spavento.”

(W. G. Sebald, “Austerlitz”, ed. Adelphi)

“Austerlitz” di W. G. Sebald è un romanzo toccante, avvincente, scritto (tradotto) meravigliosamente, un libro che mi ha avvinto alla lettura dalla prima all’ultima riga.

Jaques Austerlitz è un professore di storia dell’architettura che il narratore incontra alla stazione di Anversa nel 1967, in modo del tutto casuale e che sulle prime parla quasi esclusivamente di strutture architettoniche, senza troppi riferimenti a un vissuto personale che pare immerso in un oblio definitivo. Austerlitz è un solitario e le ragioni della sua difficoltà ad avere rapporti umani affondano in un passato oscuro che egli avrà la forza di affrontare solo negli anni Novanta, una volta andato in pensione, quando prenderà piena consapevolezza del dramma che si cela dietro il suo arrivo (1939) in Inghilterra.

A cinque anni, infatti, Austerlitz, che scoprirà di chiamarsi così solo un decennio dopo, si era ritrovato, senza sapere perché, adottato da due coniugi gallesi, dalla mentalità piuttosto retrograda. Da Praga era stato inviato, in un convoglio trasportante altri bambini, nell’immediata vigilia della seconda guerra mondiale, per preservarlo da orrori che i suoi reali genitori sconteranno sulla loro pelle, nei campi di concentramento e sterminio.

Il romanzo di Sebald, con i suoi andirivieni spaziotemporali, è una struggente riflessione sui temi della memoria individuale e collettiva, sull’oblio, su luoghi che segnano, sull’abbandono, sul tempo, sull’identità perduta/ritrovata, sulla solitudine e la paura di affrontare incubi che Austerlitz (e tante altre persone con storie simili alle sue) si portano dentro, ed è corredato da fotografie che aggiungono valore alle già potenti immagini lessicali che l’autore ci offre.

“Dette queste parole, Austerlitz tacque e rimase per qualche tempo – almeno mi pare – con lo sguardo perso nel vuoto. Sin dall’infanzia e dalla giovinezza, così infine riprese il discorso tornando a guardarmi, non ho mai saputo chi in realtà io sia. Dal mio attuale punto di vista mi rendo ben conto che già solo il mio nome e il fatto che, di questo nome, io sia rimasto defraudato fino ai quindici anni avrebbero dovuto mettermi sulle tracce della mia origine; eppure, negli ultimi tempi, ho anche capito per quale motivo un’istanza anteposta o preposta alla mia capacità di pensare, e con ogni evidenza dominante in modo assai avveduto da qualche parte del mio cervello, mi abbia sempre protetto dal mio segreto e sistematicamente distolto dal trarre le conclusioni più ovvie e dall’intraprendere ricerche coerenti con tali conclusioni. Non è stato facile liberarmi dal disagio che provavo nei confronti di me stesso, né sarà facile presentare ora le cose in una successione più o meno ordinata.”

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“Il tempo della malafede e altri scritti” (Nicola Chiaromonte)

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“Vivere in una società di massa significa compiere automaticamente e per la maggior parte del tempo degli atti non liberi, facendo quel che si fa non perché sia naturale e neppure perché lo si ritenga positivamente utile, ma piuttosto per evitare le complicazioni e i mali che verrebbero (a sé e agli altri) dall’agire diversamente. Per il singolo individuo, ciò può essere più o meno penoso: i vantaggi che riceverà dal cedere alle esigenze collettive anziché resistervi potranno cioè essere più o meno grandi. Dal punto di vista della coscienza, però, quel che importa è che egli si sente soggetto a una forza maggiore la quale non deriva né da una norma morale, né dalla somma delle esigenze individuali, bensì semplicemente dal fatto dell’esistenza collettiva. È l’esperienza di un disordine retto da leggi di ferro.
È naturale che l’individuo, in una folla, conti solo come unità nel numero, per quello che ha di più strettamente e materialmente comune con gli altri; ma è anche una costrizione grave, perché un individuo può apparire come una semplice unità fisica solo se visto dal difuori: dal suo punto di vista, egli non può fare a meno di sentirsi il centro mobile e libero di una rete di rapporti vitali che riguardano non solo i propri simili, ma anche il mondo nel suo insieme e, nel mondo, il significato della propria esistenza. Ora le condizioni molteplici della società di massa hanno questo in comune, che in esse il punto di vista proprio dell’individuo si trova regolarmente represso e ricacciato nel fondo. Di qui, insieme alla passività inevitabile, un’esperienza di privazione e di tensione penosa; la mancanza di posto coinvolge la vita morale.”
(Nicola Chiaromonte, “La situazione di massa e i valori nobili”, in “Il tempo della malafede e altri scritti”, edizioni dell’asino)
Opera: “Sera sul viale Karl Johann”, Edvard Munch.

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“Nella casa della gioia” (Franz Werfel)

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“Le dame, almeno quelle che non attendevano ai servizi più intimi, erano al loro posto. Attraversavano il locale con passo ondeggiante, si giravano davanti allo specchio, il viso assorto in un’estasi solitaria, chiedevano sigarette con cortese freddezza e si sedevano per qualche istante, ora ad una tavola ora all’altra, con fare condiscendente e interessato. Sembravano penetrate dal sentimento di una singolarissima dignità, una dignità che si comunicava a ciascun pensionante di quella casa aristocratica e d’antica fama. Essere lì significava entrare in ambienti di vita superiore. Questa dignità trovava espressioni svariate. A differenza di altri locali del genere, qui pochissime portavano vestiti corti; la maggior parte portava bizzarri négligés, vestaglie fluttuanti; Valeska, la più pomposa di tutte, aveva perfino un vero e proprio abito da ballo, che alla festa dell’Opera o a quella degli Avvocati si sarebbe meritato una particolare menzione dalla cronaca giornalistica. Nonostante l’impaccio del vestito avveniva talvolta, non troppo spesso, che una si denudasse le gambe per prender fuori dalla calza un astuccio di sigarette o di cipria.”

(Franz Werfel, “Nella casa della gioia”, ed. Guanda)

Nell’immediata vigilia della prima guerra mondiale, in Via del Camoscio, in una grande città dell’Impero asburgico, e più precisamente nella Sala Azzurra, s’incontrano, in nome della “gioia”, militari, intellettuali, giovani studenti, panciuti agrari dalle voglie insoddisfatti con ragazze intente a soddisfare i bollori dei predetti nonché a bisticciare tra loro.

Franz Werfel, che ho già ammirato in “Una scrittura femminile azzurro pallido”, è abile nel descrivere, con ironia, un’atmosfera carica di languide carezze, ma al tempo stesso attraversata da un alito di morte sopravveniente che presto diventerà vento di guerra, decretando la decadenza della casa di tolleranza e di un intero Impero. Il romanzo è breve e si legge tutto d’un fiato, perché l’autore condisce il tutto con fine ironia, pungendo con la penna i personaggi imbellettati che si recano a ricevere gioia ed elargire denaro.

 

“La steppa” (Anton Cechov)

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“Di certo avete udito parlare di lui. Si faceva notare perché non usciva nemmeno col bel tempo se non con il parapioggia, con le soprascarpe e con un abito foderato. Il suo parapioggia aveva la fodera, il suo orologio aveva un astuccio di pelle grigia, il suo temperino, quando lo tirava fuori per temperare la matita, aveva anch’esso un astuccio; pareva che stesse in una fodera perfino il suo viso, perché egli lo nascondeva sempre nel bavero rialzato. Portava occhiali affumicati, un panciotto di lana; metteva cotone nelle orecchie e, prendendo una vettura, faceva tirar su il soffietto. In breve, si osservava in costui il desiderio irresistibile e costante di rannicchiarsi il più possibile in un guscio: di costruirsi, per così dire, un astuccio che lo isolasse e lo riparasse dagli influssi esterni. La realtà lo sgomentava, lo urtava, lo teneva in una perpetua emozione; e forse era per giustificare il suo sgomento o disgusto del reale, che instancabilmente vantava ciò ch’è passato ed inesistente.”

(Anton Cechov, racconto “L’uomo nell’astuccio” in “La steppe”, ed. Garzanti, 1966)

Ho trovato “La steppa”, selezione di racconti cechoviani, edizione Garzanti del 1966, in una rivendita di libri usati, dove era finita facendo chissà quali giri strambi. A parte il fascino che i volumi lisi dal tempo esercitano su di me, sul quale mi sono soffermato tempo fa su questo delirante blog, devo qui ribadire la mia gigantesca e certo non originale stima per Cechov, i cui racconti sono un magistrale dell’arte narrativa “breve”. La grandezza e la freschezza delle storie raccontate dall’autore russo sono tali da avermi fatto dimenticare quali dei racconti contenuti in questa raccolta avessi già letto in passato.

L’occhio di Cechov è clinico ma poetico, oppure poetico ma clinico, poco importano tali sottigliezze. I racconti, sia pure ambientati nella Russia della seconda metà dell’Ottocento, suonano moderni all’orecchio del lettore, che si tratti di un professore ormai conscio di dover morire, di una donna in carriera benefattrice ma sola, di un diciassettenne alle prime disillusioni amorose o di un uomo che vive “in un astuccio”, schiavo dei suoi pregiudizi etici.

Cechov è sottile analista delle debolezze umane, ma lo è con ironia, empatia, malinconia, insomma con poesia e questi mi paiono motivi più che sufficienti per suggerirvi di leggerlo.

Virginia Woolf su Anton Cechov

“Le nostre prima impressioni di Cechov non sono di semplicità ma di sconcerto. Che cosa vuol dire, e come può credere che si possa fare un racconto con questo?, ci domandiamo a misura che leggiamo i suoi racconti. Un uomo si invaghisce di una donna sposata, si separano, si incontrano, e alla fine restano a parlare della loro situazione, a domandarsi in che modo avrebbero potuto rompere <quegli insopportabili ostacoli>. <Come fare? chiedeva lui disperato: come? E sembrava loro che, ancora un poco, e la soluzione si sarebbe trovata; e allora avrebbe avuto inizio una vita nuova e bella>. Così finisce il racconto. Ma sarà davvero la fine, ci chiediamo? Piuttosto abbiamo la sensazione di aver omesso, senza accorgerci, qualche particolare importante; oppure come se una melodia si fosse interrotta, senza aspettare che gli accordi attesi venissero a chiuderla. Questi racconti sono inconcludenti, diciamo, decisi a impostare la nostra critica sul presupposto che i racconti debbano finire in modo attendibile. Ma questo significa mettere in dubbio la nostra attitudine alla lettura. Quando la melodia è familiare e il finale enfatico – gli amanti vengono riuniti, i cattivi debellati, gli imbrogli chiariti -, come in quasi tutta la letteratura d’immaginazione vittoriana, non possiamo in verità sbagliare; ma quando la melodia è poco familiare, e alla fine troviamo un punto interrogativo, o semplicemente l’informazione che i personaggi continuano a parlare, come capita con Cechov, ci vuole un senso della letteratura assai coraggioso e all’erta, per riuscire a scorgere la melodia, e in special modo quelle ultime note che completano la melodia… ma una volta che l’occhio si è abituato alle sfumature, la metà dei finali della letteratura d’immaginazione svaniscono nel nulla; diventano schermi trasparenti con una luce dietro: vistosi, ovvii, superficiali. La generale resa dei conti nell’ultimo capitolo, le nozze, la morte, la dichiarazione di valori etici od estintivi sonoramente annunciata al suono delle trombe, pesantemente sottolineata, diventano tutti rudimentali artifici. Sentiamo che niente è stato risolto; che nulla è rimasto saldamente sistemato. D’altra parte, quel metodo che all’inizio ci sembrava così arbitrario, inconcludente, troppo attento alle banalità, ora ci sembra il risultato di un gusto squisitamente originale ed esclusivo, il quale arditamente scende e infallibilmente ordina i suoi elementi, controllato da un’onestà che si trova soltanto fra gli stessi russi.”

(Virginia Woolf su Anton Cechov, tratto da nota introduttiva a “La steppa”, contenente racconti di Cechov, ed. Garzanti del 1966)

“Il diavolo in corpo” (Raymond Radiguet)

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“Il sonno ci aveva sorpresi nudi. Risvegliandomi, nel vederla scoperta, temetti che avesse preso freddo. Toccai il suo corpo. Bruciava. Vederla dormire mi procurava una voluttà senza pari. Dopo dieci minuti questa voluttà diventò insopportabile. La baciai sulla spalla. Non si svegliò. Un secondo bacio, meno casto, agì con la violenza di una sveglia. Sussultò e battendo gli occhi mi coprì di baci come se io fossi qualcuno che si ama e che si ritrova nel proprio letto dopo aver sognato che è morto. Lei, invece, aveva creduto di sognare ciò che era la realtà e mi ritrovava al risveglio.”

(Raymond Radiguet, “Il diavolo in corpo”, ed. Einaudi)

Da molti anni osservavo nello scaffale della biblioteca del mio paese “Il diavolo in corpo”, autore Raymond Radiguet, nella traduzione di Francesca Sanvitale, collana “Scrittori tradotti da scrittori” della Einaudi. Devo ammettere che a tenermi lontano da questo romanzo breve era sempre stato una sorta di pregiudizio verso la giovane età dell’autore, che morì, purtroppo, a soli vent’anni, nel 1923.

L’altro giorno, non so perché, mi sono deciso ad affrontare questa storia di una passione giovanile, a tratti ingenua, certo audace, furente, incosciente, tra il protagonista-narratore sedicenne e Marthe, più grande di lui e già sposata con il militare Jacques. Approfittando dello scoppio della guerra, il giovane e Marthe danno vita a un adulterio che agli occhi dei concittadini è del tutto amorale e che loro vivono in un crescendo di scoperte, gelosie, furbizie, gioie e malinconie. Radiguet, pur facendo prevalere l’aspetto trasgressivo e passionale, non manca di innestare, nella storia, alcune riflessioni più raziocinanti che quasi sorprendono vista la sua giovane. Resta, per l’appunto, il rammarico per la precoce morte dell’autore, nonché la sorpresa nell’essere stato smentito nel mio pregiudizio.

“Quando dormiva così, con la testa appoggiata al mio braccio, mi chinavo su di lei per vedere il sui viso circondato dalle fiamme. Giocavo con il fuoco. Un giorno che mi avvicinai troppo senza che il mio viso toccasse il suo, diventai l’ago che passa di un millimetro la zona interdetta e appartiene alla calamita. Colpa della calamita o dell’ago? Sentii le mie labbra contro le sue. Lei teneva ancora gli occhi chiusi, ma si vedeva che era il modo di chi non dorme. La baciai, stordito dalla mia audacia mentre, in realtà, era stata lei ad attirare la mia testa contro la sua bocca quando mi ero avvicinato. Le sue mani si chiusero intorno al mio collo; non si sarebbero aggrappate con più furia in un naufragio. E non capivo se voleva che io la salvassi o che annegassi insieme a lei.”

 

“L’altra figlia” (Annie Ernaux)

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“Soltanto oggi mi pongo una domanda, pur così semplice, che non mi è mai venuta in mente: perché non li ho mai interrogati su di te, in nessun momento, nemmeno da adulta e quando sono diventata madre a mia volta? Perché non dir loro che sapevo? Gli interrogativi ritardati, intimi o collettivi che siano, rivelano solo che era impossibile porsi prima quella domanda. Negli anni Cinquanta, secondo una regola implicita era impossibile interpellare i genitori, o gli adulti in generale, su ciò che non volevano che sapessimo ma che in realtà sapevamo già. La domenica d’estate dei miei dieci anni ho ricevuto il racconto e la legge del silenzio. Se non volevano che sapessi della tua esistenza, allora voleva dire che non dovevo chiedere nulla. Adeguarmi al loro desiderio della mia ignoranza su di te. Ho l’impressione che trasgredire la legge – ma non mi è nemmeno mai saltato in mente di farlo – sarebbe equivalso a pronunciare un’oscenità davanti  a loro, scatenando un putiferio e un castigo inusitato che ora associo alla frase del padre di Kafka a suo figlio per come la riporta quest’ultimo nella Lettera al padre, frase che ho subito ricopiato la prima volta che l’ho letta, a ventidue anni, sul mio letto dello studentato, ti squarto come un pesce.

(Annie Ernaux, “L’altra figlia”, L’Orma editore)

Nello scrivere le mie impressioni su “L’altra figlia” di Annie Ernaux, autrice che avevo conosciuto grazie a “Il posto”, devo premettere che questo romanzo breve mi ha commosso e ciò mi basta a suggerirvi la lettura di questo libro, una sorta di lettera indirizzata dalla scrittrice a una sorella mai conosciuta, nata e morta prima di lei e della cui esistenza viene a sapere per caso, a dieci anni, ascoltando la madre che parla con una terza persona.

Il romanzo, dunque, è un toccante e impossibile dialogo, che si risolve in un monologo, tra chi scrive, scendendo nei proprio abissi interiori alla ricerca di ricordi che non ha e non può avere, non avendo conosciuto la sorella morta, e la morta, della quale esistono solo alcune fotografie e della cui esistenza i genitori avevano tenuto all’oscuro la scrittrice. Il tentativo di sublimare tutto nella scrittura, però, è arduo, perché alla Ernaux sembra di “rincorrere un’ombra”, eppure è magistrale nel descrivere, in poche ma efficaci parole, il dolore di non poter comprendere il dolore che avevano provato i suoi genitori nel perdere l’altra figlia.

In definitiva, fermandomi dall’aggiungere ulteriori parole che non renderebbero la bellezza di questo romanzo, ne consiglio la lettura e suggerisco anche l’altro, il già citato “Il posto”.

“Questa lettera – è evidente – non è destinata a te, e tu non la leggerai. Saranno altri a riceverla, dei lettori, che mentre scrivo sono invisibili quanto lo sei tu. Eppure un residuo di pensiero magico dentro di me vorrebbe che, in maniera inconcepibile, analogica, questa lettera ti raggiungesse come la notizia della tua esistenza mi ha raggiunta una domenica d’estate, forse la stessa in cui Pavese si suicidava a Torino in una camera d’albergo, tramite un racconto di cui a mia volta non ero la destinataria.”

“Giobbe” (Joseph Roth)

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“Lo lasciarono. Si avvicinò alla finestra e li guardò salire in macchina. Gli parve di doverli benedire come figlioli che intraprendano una via molto difficile oppure una molto fortunata. Non li vedrò più – pensò poi – e non li benedirò nemmeno. La mia benedizione potrebbe diventare per loro una maledizione, incontrarsi con me un danno. Si sentiva leggero, sì, leggero come mai in tutti i suoi anni. Aveva sciolto tutti i legami. Gli venne in mente che da anni ormai era solo. Solo era stato dal momento in cui era cessato il piacere tra lui e sua moglie. Solo era, solo. Moglie e figli gli erano stato intorno e gli avevano impedito di portare il suo dolore. Come inutili cerotti, che non guariscono, essi erano stati sulle sue ferite e le avevano solo nascoste. Ora, finalmente, godeva la sua pena con trionfo. Restava solo un legame da rompere. Si mise all’opera.”

(Joseph Roth, “Giobbe”, ed. Adelphi)

Mendel Singer, ebreo che vive in Russia, è un antieroe, un maestro che sopporta le avversità che il Dio da lui pregato gli pone lungo la strada, finché, non sopportando più, anche Dio non gli basta a comprendere qual è la sua colpa, perché deve accettare un figlio infermo, una figlia che si concede ai cosacchi con troppa facilità, uno disertore, l’altro che va in guerra, la moglie con la quale ormai trascina un’esistenza monotona, e neanche emigrando negli Usa trova quel rifugio di serenità che gli occorre. Mendel è un uomo semplice, anche collerico, irascibile, ma indubbiamente colpito da quelle che a lui paiono condanne di un Dio divenuto cattivo, al quale pure continua, nel suo intimo, ad appellarsi.

Al netto di qualche eccesso retorico, un romanzo che si legge tutto d’un fiato, grazie all’abilità di Joseph Roth, capace di descriverci la parabola (è il caso di usare questo termine) di Mendel, della sua complicata vicenda di uomo semplice.

“Una scrittura femminile azzurro pallido” (Franz Werfel)

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“Lì, fissò a lungo con occhi atterriti la severa calligrafia femminile, dai caratteri ben allineati, soppesando in continuazione quella lettera leggera senza tuttavia osare aprirla. Quei caratteri scarni lo guardavano con una forza espressiva sempre più intensa, fino a investire un po’ alla volta tutto il suo essere, come un veleno che gli paralizzava il battito. Mai avrebbe immaginato, nemmeno nell’incubo più angoscioso, di poter rivedere la calligrafia di Vera. Da dove veniva quella paura inconcepibile, indegna di una persona come lui, che lo aveva assalito poco prima, quando in mezzo a quel mucchio di posta insignificante si era sentito d’un tratto fissato da quella lettera? Di sicuro uno spavento che risaliva alle origini della sua esistenza. Ma un uomo che ha raggiunto quelle vette e che ha quasi portato a termine il proprio cammino non può spaventarsi in quel modo. Per fortuna Amelie non si era accorta di nulla. Perché quello spavento che sentiva ancora in tutte le sue membra?”

(Franz Werfel, “Una scrittura femminile azzurro pallido”, ed. Garzanti)

Talvolta anche la soglia di un pub si rivela occasione utile a stimolare l’incontro con autori/romanzi e proprio questo mi è capitato con Franz Werfel, nato a Praga nel 1890 e poi, dopo l’annessione nazista dell’Austria, costretto a fuggire in Italia, Francia e Stati Uniti. Werfel, per me, era un nome noto, ma mai approfondito, finché qualche settimana fa un avventore (non “patibolare”, cit. Roberto Bolaño) mi ha parlato di lui e quindi, trovandomi in libreria per altri motivi, ho scelto di presentarmi a Werfel acquistando “Una scrittura femminile azzurro pallido”, incuriosito non tanto dal titolo, quanto piuttosto dalla sintesi in ultima pagina.

Ambientato nella Vienna degli anni ’30 del Novecento, in un’Austria non ancora succube del nazismo ma sulla via per esserlo, il romanzo (breve) narra le vicende di Leonilda, detto Leon, burocrate ministeriale cinquantenne, appagato dal suo ruolo e dal suo matrimonio di convenienza con Amelie, di undici anni più giovane di lui, discendente di una famiglia molto influente e dunque fonte imprescindibile dell’ascesa sociale del funzionario, misteriosamente affascinante agli occhi della donna. Sul volto di Leon è stampato il sorrido beffardo e ambiguo di chi “ce l’ha fatta” ad emergere e si pavoneggia della cosa; la sua esistenza sembra scorrere tranquilla, in superficie, senza scavi nelle profondità della psiche, finché, tra le varie e inutili lettere ricevute in occasione del suo cinquantesimo compleanno, ne sbuca una molto particolare, scritta con grafia femminile, a mano, in un inchiostro azzurro pallido, una missiva che sconvolge l’uomo.

Leon, infatti, sa benissimo che a scriverla è stata Vera Wormser, un’ex studentessa di filosofia con la quale egli aveva avuto, diciotto anni prima, una storia d’amore bruciante, appena un anno dopo essersi sposato con Amelie. Nella lettera la donna, con tono freddo e distaccato, gli chiede d’intercedere per un diciottenne impossibilitato a frequentare le scuole in Germania perché ebreo. Per Leon è ovvio pensare che il ragazzo possa essere frutto di quella relazione adulterina che sembrava essere sepolta nell’oblio e che invece riemerge dal passato, peraltro rimettendo Leon di fronte ai meschini comportamento che all’epoca aveva tenuto sia nei confronti di Amelie, candidamente innamorata di lui e da sempre totalmente ignara di quanto accaduto, sia nei confronti di Vera, sedotta e abbandonata senza troppi complimenti. Cosa deve fare Leon: strappare la lettera, come già fece alcuni anni prima, oppure cercare Vera e rischiare di cadere in un abisso sconosciuto?

Non proseguo nella descrizione degli eventi per non rovinare la lettura a chi si è imbattuto in queste mie parole, ma aggiungo che Werfel è molto abile nel descrivere i turbamenti che affliggono Leon, il senso di colpa, i dubbi feroci, l’immaginazione che lo spinge a fantasticare su scenari ipotetici ormai irrealizzabili, a chiedersi come sarebbe potuta mutare la sua esistenza se diciotto anni prima avesse seguito il cuore (cioè Vera) invece che aspirazioni di altro genere. Le scelte che l’esistenza gli sottopone ora sono dolorose e non può più fingere, costretto com’è a ignorare definitivamente le istanze del suo cuore oppure a rimettere in discussione tutta la gabbia sociale che ormai ha costruito attorno a sé.

Il romanzo si legge in un pomeriggio o almeno io sono stato avvinto dalla prosa di Werfel, autore che, a questo punto, approfondirò in altre sue opere, sperando siano all’altezza di questa prima e appagante lettura.

“Čevengur” (Andrej Platonov)

“L’esattezza di questa speranza risiedeva nel fatto che se la cosa essenziale – restare vivi e integri – era riuscita, allora sarebbe riuscito tutto il resto e qualsiasi altra cosa, anche se fosse stato necessario condurre il mondo intero alla sua ultima tomba: ma se l’essenziale era stato realizzato e vissuto, e non era stata incontrata la cosa di cui più si abbisognava – non la felicità, ma la necessità -, allora nella vita che restava da vivere non si sarebbe più fatto in tempo a trovare quel che andava perduto, magari quella cosa smarrita era completamente scomparsa dal mondo: molti uomini avevano percorso tutte le strade, aperte e impraticabili, e non avevano trovato nulla.”

(Andrej Platonov, “Čevengur”, ed. Einaudi)

Dopo mesi di distrazioni variegate dalle letture e conseguenti deliranti post su questo blog, torno a scrivere impressioni sui libri letti e riparto da “Čevengur” di Andrej Platonov, autore di cui non avevo mai letto alcunché, ma attorno al quale ronzavo da qualche tempo.

“Molte cose di questo romanzo restano nella memoria con la prepotenza coesiva delle cose poeticamente indimenticabili”, questo un giudizio di Pier Paolo Pasolini, riportato nel retro di copertina dell’edizione Einaudi che ho acquistato. Di fronte a siffatto autorevole parere, potrei tacere, ma un po’ di sadismo mi spinge a infliggervi altre parole, partendo dal presupposto che condivido il giudizio di Pasolini circa la poeticità di molte immagini che Platonov crea.

Il romanzo, scritto a metà degli anni ’20 del Novecento, ma pubblicato molti decenni dopo, è ambientato all’epoca delle Rivoluzione russa e racconta, sintetizzando, i sogni e i sentimenti di un’umanità misera, degli ultimi che, avvinti da uno slancio utopico, si dirigono verso Čevengur, luogo immerso nella steppa nel quale gli ideali rivoluzionari sembrano aver trovato una loro realizzazione. La realtà, però, è diversa e anche a Čevengur i bambini continuano a morire, non basta credere nel socialismo del sole, così come i “comitati rivoluzionari provinciali”, il “sentimento rivoluzionario” e i cavalli chiamati “Forza Proletaria” non sono sufficienti a garantire una felicità sempre rimandata né ad appagare desideri umani, troppo umani e dunque anche egoistici.

Il libro mi è piaciuto tanto nella parte iniziale e in quella finale, mentre ho avuto qualche momento di stanchezza nel mezzo, non so se dovuta a una mia temporanea predilezione per le storie più brevi (cosa di cui dubito, essendo abituato a “mattoni” ben più corposi) oppure a un’effettiva minore efficacia della narrazione. Senza addentrarmi nella descrizione di singoli personaggi, ai quali eventualmente vi affezionerete da soli, chiudo consigliando “Čevengur” a chi non ha paura di perdersi nella steppa e nelle lungaggini di un bel tomo russo.

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