Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Sulla stupidità” (Robert Musil)

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“Sia per paura di apparire stupidi, sia per paura di offendere la buona creanza, molti si considerano intelligenti, però non lo dicono. E se proprio si sentono costretti a parlare, usano perifrasi e dicono ad esempio: «Non sono più stupido di altri». Ancora più in voga è introdurre nel discorso, con il tono più distaccato e obiettivo possibile, la considerazione: «Posso ben dire di possedere un’intelligenza normale». E talvolta la convinzione di essere intelligente fa la sua comparsa di straforo, come nella locuzione: «Non mi faranno passare per stupido!».
Tanto più degno di nota è il fatto che non è solo il singolo individuo, nel segreto dei suoi pensieri, a considerarsi intelligente e straordinariamente dotato, ma è anche l’uomo che agisce nella storia e fa dire di sé, non appena ne ha il potere, che è oltre ogni misura saggio, illuminato, nobile, eminente, misericordioso, eletto da Dio e predestinato a segnare nella storia un’orma incancellabile. E lo dice volentieri anche di un altro, qualora si senta illuminato dal riflesso di costui. In titoli e appellativi come Maestà, Eminenza, Eccellenza, Vostra Magnificenza, Vostra Grazia, tutto ciò si è conservato in uno stato di fossilizzazione e non è praticamente più ravvivato dal soffio della coscienza: ma si manifesta di nuovo e immediatamente in tutta la sua vitalità quando l’uomo, oggi, parla come massa. Una condizione medio-bassa dello spirito e dell’anima si abbandona del tutto spudoratamente alla sua presunzione, non appena può presentarsi sotto la tutela del partito, della nazione, della setta o della corrente artistica, e può dire «noi» invece di «io».”
(Robert Musil, “Sulla stupidità”, ed.SE)

“Il fantasma esce di scena” (Philip Roth)

“Cos’era successo in questi dieci anni perché tutt’a un tratto ci fossero tante cose da dire, tante cose e così urgenti che non si poteva aspettare a dirle? Ovunque andassi, qualcuno mi veniva incontro parlando al telefono e qualcuno mi seguiva parlando al telefono. Quando presi un taxi, l’autista era al telefono. Per uno che spesso passava molti giorni di seguito senza parlare con qualcuno, fui costretto a domandarmi cos’era crollato nella gente, di ciò che prima le teneva insieme, per rendere l’incessante chiacchiericcio telefonico preferibile a una passeggiata sotto la sorveglianza di nessuno, a un momento di solitudine che permetteva di assimilare le strade attraverso i propri sensi corporei e di pensare la miriade di pensieri che ispirano le attività di una città. Per me, faceva sembrare comiche le strade e ridicole le persone. Eppure sembrava anche un’autentica tragedia. Sradicare l’esperienza della separazione doveva avere inevitabilmente un effetto drammatico. Quali saranno le conseguenze? Tu sai che puoi raggiungere l’altra persona in ogni momento, e se non puoi diventi impaziente, impaziente e irritato come un piccolo, stupido dio. Sapevo bene che il silenzio di fondo era stato abolito da un pezzo nei ristoranti, negli ascensori e nei campi da baseball, ma che l’immensa solitudine degli esseri umani dovesse produrre questo sconfinato desiderio di essere ascoltati, unito al disinteresse per chi ascolta le tue conversazioni…”

(Philip Roth, “Il fantasma esce di scena”, ed. Einaudi)

 

“Il mondo del sesso” (Henry Miller)

“Noi continuiamo ad immaginarci che il mondo sia fatto così e così. Ci muoviamo sbadatamente sullo sfondo di un panorama che cambia caleidoscopicamente. E in questo sbadato arrancare, ci tiriamo dietro molte immagini d’attimi di esistenza passata. Finché non incontriamo ‘lei’. Improvvisamente il mondo non è più lo stesso. Tutto è cambiato. Ma come può cambiare in un batter d’occhio il mondo intero? È un’esperienza che abbiamo fatto tutti, eppure non serve a portarci più vicino alla verità. Continuiamo a bussare alla porta… Ho visto una volta un ritratto di Rubens all’epoca del matrimonio con la sua giovane moglie. Erano raffigurati insieme, lei seduta e lui in piedi dietro di lei. Non dimenticherò mai l’impressione fattami da quel quadro. Fu come dare una lunga occhiata nel mondo della felicità. Mi sembrava di sentirlo, il vigore di quel Rubens nel fior della vita; di sentire la fiducia che la sua giovanissima e amabilissima consorte destava in lui. Intuivo che doveva essere successo qualcosa di intimamente irresistibile, qualcosa che il Rubens pittore si era sforzato di fissare per sempre in quel quadro di felicità coniugale. Non conosco la biografia di Rubens e perciò non so se con quella donna abbia poi vissuto felice o no. Quel che successe dopo il momento fissato in quel dipinto, non m’importa. Il mio interesse sta tutto in quel momento che mi ha turbato e ispirato. Resta incancellabile nella mia mente.
E allo stesso modo io so che certe cose, che ho consegnato alla pagina scritta, sono vere e imperiture. Quel che è successo dopo, a me o a «lei», ha poca importanza.”
(Henry Miller, “Il mondo del sesso”, ed. Arnoldo Mondadori editore)

“Ci si adegua al tono generale” (Denis Diderot)

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“Il fatto è che volenti o nolenti ci si adegua al tono generale; che prendendo parte a una riunione, capita di solito persino di atteggiare i tratti del proprio viso in armonia con quelli delle facce che si scorgono nel varcare la soglia di una casa; che, essendo di cattivo umore, si simuli un’allegra disposizione di spirito e, per contro, un’aria grave quando ci si sentirebbe in vena di piacevolezze; non ci si vuole, insomma, sentire estranei nei confronti di alcuno; e così il letterato fa politica, il politico metafisica, il metafisico diventa moralista, il moralista discute di finanza, il finanziere di belle lettere o di geometria e ciascuno, piuttosto che tacere o limitarsi ad ascoltare, va sproloquiando su tutto ciò di cui non sa nulla tra la noia generale sopportata per sciocca vanità o per buona educazione.”
(Denis Diderot, “Questo non è un racconto”, Ed. Est)

Rettitudine e misantropia

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“Ma questa rettitudine, che voi esigete in tutto e per tutto con tanta intransigenza: questa assoluta dirittura in cui vi rinchiudete, la riconoscete in colei che amate? Visti i pessimi rapporti in cui siete col genere umano, io mi stupisco che con tutto ciò che ve lo rende odioso, abbiate trovato nel suo ambito di che affascinare i vostri occhi; e ciò che ancor più mi sorprende, è questa strana scelta in cui il vostro cuore è caduto. La sincera Eliante ha un debole per voi, la saggia Arsinoè vi guarda con occhi dolci; ma il vostro animo si rifiuta ai loro voti e si lascia invece prendere al laccio dalle vane lusinghe di Selimene, che mi pare, per la civetteria e il gusto della maldicenza, perfettamente in tono con le usanze del giorno d’oggi. Come mai, voi che odiate mortalmente queste usanze, le tollerate nella bella Selimene? Forse, in una così bella persona, non sono più dei difetti? Oppure non li vedete? Oppure li perdonate?”

(Molière “Il misantropo”, ed. Bur)

“Il muro” (Jean-Paul Sartre)

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“In quel momento ebbi l’impressione che tutta la mia vita mi fosse davanti e pensai: <<È una sporca menzogna>>. Essa non valeva nulla dal momento che era finita. Mi chiedevo come avessi potuto andare in giro, scherzare con le ragazze: non avrei mosso neppure il dito mignolo se soltanto avessi potuto immaginare che sarei morto così. La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto ciò che vi era dentro era incompiuto. Un istante cercai di giudicarla. Avrei voluto potermi dire: è una bella vita. Ma non si poteva formulare un giudizio su di essa, era un abbozzo; avevo passato il mio tempo a rilasciar cambiali per l’eternità, non avevo capito niente. Non rimpiangevo nulla: vi erano un mucchio di cose che avrei potuto rimpiangere, il sapore dei manzanilla o i bagni che facevo in estate in una piccola conca vicino a Cadice; ma la morte aveva privato ogni cosa del suo incanto.”

(Jean-Paul Sartre, “Il muro”, ed. Einaudi)

“Era arrossita?”

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“Non potevo ricordarmi se Albertine fosse arrossita quando avevo ingenuamente proclamato il mio orrore per tendenze di quel genere, non potevo ricordarmene, perché spesso troppo tempo è passato quando vorremmo sapere quale atteggiamento abbia avuto una persona in un momento in cui non vi facemmo assolutamente attenzione e che, più tardi, quando ripensiamo alla nostra conversazione, chiarirebbe una difficoltà assillante. Ma nella nostra memoria c’è una lacuna, non c’è traccia di quanto cerchiamo. E molto spesso non abbiamo prestato attenzione, sul momento, alle cose che potevano già sembrarci importanti, non abbiamo sentito una frase, non abbiamo notato un gesto, oppure l’abbiamo dimenticato. E quando, più tardi, avidi di scoprire una verità, risaliamo di deduzione in deduzione, sfogliando la nostra memoria come una raccolta di testimonianze, quando arriviamo a quella frase, a quel gesto, ci è impossibile ricordare, ricominciamo venti volte lo stesso percorso, ma inutilmente, non andiamo oltre. Era arrossita?”
(Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”)

“Le cose sarebbero potute andare anche diversamente”

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“In quel momento Ulrich non desiderava altro che essere un uomo senza qualità. Ma questo vale quasi per tutti. In fondo, negli anni della maturità, pochi individui sanno sono di fatto arrivati a sé stessi, ai propri piaceri, alla propria visione del mondo, alla propria moglie, al proprio carattere, mestiere, e ai propri successi, ma hanno la sensazione di non poter più cambiare molto ormai. Si potrebbe persino sostenere che sono stati ingannati, perché è impossibile trovare una ragione sufficiente perché le cose siano andate proprio in quel modo; sarebbero potute andare anche diversamente; gli avvenimenti sono derivati solo in minima parte dal loro contributo, per lo più sono dipesi da qualsivoglia circostanza, dall’umore, dalla vita, dalla morte di tanta altra gente, e solo in quel dato momento sono per così dire venuti loro incontro. In gioventù la vita si trovava ancora davanti a loro come un mattino inesauribile, colmo da ogni parte di possibilità e di nulla, ma ecco che già a mezzogiorno all’improvviso c’è qualcosa che può a ragione pretendere di essere ormai la loro vita, e questo è nel complesso non meno sorprendente del trovarsi d’un tratto di fronte una persona con la quale ci siamo scritti per vent’anni senza mai conoscerla e che ci siamo immaginati del tutto diversa. Ma ancora più strano è che la maggior parte della gente neppure se ne accorge; adottano l’uomo che è giunto da loro, nella cui vita si sono immedesimati; ora le sue esperienze le considerano espressione delle loro qualità, e il suo destino è merito o sfortuna loro. A queste persone è capitato qualcosa di simile a quello che accade alla mosca con la carta moschicida; qui li ha imprigionati su un peluzzo, lì ha bloccato un loro movimento, e gradualmente li ha avvolti fino a seppellirli in una spessa pellicola che solo molto lontanamente corrisponde alla loro forma originaria.”

(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

“Contorcimenti mentali”

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“Nella bella letteratura, purtroppo, nulla è così difficile da descrivere come un uomo che pensa. Quando una volta gli fu chiesto come facessero a venirgli in mente tante cose nuove, un grande inventore rispose: «Pensandoci di continuo». E, in effetti, è proprio vero che le idee inaspettate vengono in mente solo perché uno se le aspetta. Esse sono in una discreta parte il risultato del carattere, di predisposizioni stabili, di un’ambizione costante e di un’attività instancabile. Quanto dev’essere noiosa una tale costanza! Sotto un altro aspetto, poi, la soluzione di un problema intellettuale non è molto diversa da ciò che avviene quando un cane con un bastone in bocca vuole passare per una porta stretta: gira il capo a destra e a sinistra, finché il bastone si infila dentro, proprio come facciamo noi, con l’unica differenza che i nostri tentativi non sono del tutto casuali, ma per esperienza sappiamo già all’incirca cosa si debba fare. E benché una testa pensante sia naturalmente molto più abile ed esperta nelle rotazioni di uno stupido cane, tuttavia riuscire a infilarsi dentro rappresenta una sorpresa anche per lui; accade all’improvviso, ed egli percepisce in sé un certo stupore, come se i pensieri avessero fatto tutto da soli anziché aspettare il loro creatore. Questo stupore viene definito oggi, da molti, intuizione, mentre un tempo lo si chiamava anche ispirazione, e si pensa che debba trovarsi in essa qualcosa di sovrapersonale; invece si tratta unicamente di qualcosa di impersonale, ossia l’affinità e l’omogeneità di ciò che si incontra in una mente.
Quanto migliore è la mente, tanto meno la si percepisce. Per questo il pensare, finché si sta pensando, in fin dei conti è una condizione estremamente penosa, una specie di colica di tutti i contorcimenti mentali, mentre quando si è finito di pensare non ha più la forma del pensiero nel quale si pensa, ma già quella del pensato, e questo è purtroppo una forma impersonale, poiché il pensiero è ora rivolto all’esterno, pronto per essere comunicato al mondo. Quando un individuo pensa è impossibile per così dire agguantare il momento di passaggio dal personale all’impersonale, e dunque il pensare mette chiaramente in tale imbarazzo gli scrittori, al punto che essi preferiscono evitarlo.”
(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

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“Era pur sempre pronto ad amare tutte quelle immagini della vita. Ma ciò che non gli riusciva era di amarle senza riserva, com’è necessario per sentirsi a proprio agio nel mondo; da molto tempo su tutto quello che faceva e sentiva si posava come un alito di disgusto, un’ombra di impotenza e solitudine, un’antipatia universale, rispetto alla quale non riusciva a trovare una simpatia complementare.”
(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

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