Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Due stronzi (meravigliosi)

Non c’è niente da fare, anche stavolta il povero Piskarev è morto sulla Prospettiva, scontando il duro contrasto tra le sue illusioni amorose e la realtà. Ogni volta che lo rileggo mi aspetto un finale diverso, non dico un amplesso concessogli per compassione, ma almeno che sopravviva al suo delirio. In questo, Dostoevskij è stato meno crudele di Gogol’. Almeno il tipo delle “Notti bianche” lo lasciamo vivo. Certo, anche lì uno, all’ottava lettura, si aspetta che lei, infine, scelga lui, povero mentecatto illuso, e non l’altro. E invece no, l’illuso resta lì a bocca aperta, a raccontarsi che, dopo tutto, va bene anche un solo minuto di beatitudine. Altrove, intanto, lei e l’altro fanno fuoco e fiamme in un’alcova, sebbene questo sia un dato presunto, non dimostrabile e neanche fondamentale.
No, no, mi sono sbagliato, è stato più stronzo Dostoevskij a lasciarlo vivo; vuoi mettere la serenità raggiunta da Piskarev? La sua calma, la sua virtù dei morti.

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Un sogno

Persone sedute al tavolo di un pub. Un uomo percepisce di trovarsi in un sogno.

– So che questo è un sogno, – dice.

Gli altri lo guardano, basiti.

Lui sa che è un sogno, vuole che il sogno continui, ma vuole, ha bisogno che anche gli altri siano consapevoli che è solo un sogno.

– Adesso scrivo su un foglio che siamo in un sogno, voi lo firmate e al risveglio ve lo mostrerò.

L’uomo prende la penna e un foglio, ma si chiede come potrà trasportare quel foglio fuori dal sogno. Intanto prova a scrivere; non appena la penna tocca il foglio, l’uomo si sveglia, ritrovandosi nel suo letto, solo.

L’uomo, a differenza di un tempo, ora sa che la consapevolezza di essere in un sogno uccide il sogno stesso, e prende atto di questa metamorfosi.

“L’educazione sentimentale” (Gustave Flaubert)

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“Voleva gettarsi ai suoi piedi: ma qualcosa scricchiolò nel corridoio e gli mancò il coraggio.

A trattenerlo c’era anche una specie di timore religioso. Quella veste che si confondeva con le tenebre gli sembrava smisurata, infinita, impossibile a sollevarsi; e proprio per questo, il suo desiderio cresceva. Ma la paura di fare troppo o di non fare abbastanza gli toglieva ogni discernimento.

“Se le dispiaccio”, pensava, “che sia lei a cacciarmi via; se non le sono indifferente, tocca a lei incoraggiarmi!”

E con un sospiro, disse:

– Allora, voi non ammettere che si possa innamorarsi di una donna?

Lei rispose: – Se è da sposare, la si sposa: e se appartiene a un altro, ci si allontana.

– E così, la felicità non è possibile?

– Non voglio dire questo. Però non la si trova certo nella menzogna, nelle inquietudini, nel rimorso.

– Che cosa importa, se ci ricompensa con gioie sublimi?

– È un’esperienza che costa troppo. Continua a leggere…

“Due” (Irène Némirovsky)

due

“Sorridevano tutti e due, ma i loro occhi avevano un’espressione dura, di sfida. Nei giovani, il desiderio indossa prima la maschera del gioco, poi quella della lotta. Il disprezzo, la crudeltà, la sofferenza erano per loro piaceri segreti, ma ne avevano scarsa consapevolezza. Non conoscevano la tenerezza, e nemmeno la volevano conoscere: la reputavano indegna di loro; il piacere lo traevano dilaniandosi a vicenda. I loro cuori erano nuovi e le loro ferite si richiudevano in fretta”.

(Irène Némirovsky, “Due”, ed. Newton Compton)

Ho qualche difficoltà nello scrivere su “Due” di Iréne Némirovsky, perché non ho ben capito se mi è piaciuto oppure no. Poiché sono qui a farlo, però, presumo che prevalga, sia pure in maniera discontinua, la prima ipotesi. “Due”, in estrema sintesi, è la storia del progressivo disfacimento di una passione, quella tra Antoine e Marianne. I due sono ventenni (o poco più) quando finisce la Prima Guerra Mondiale, e la loro storia è anche una sorta di reazione all’orrore cui sono sopravvissuti; la felicità sembra Continua a leggere…

“Forte come la morte” (Guy de Maupassant)

forte come la morte

“Era inutile lottare, resistere, negare, egli l’amava con la disperata consapevolezza che non avrebbe avuto da lei neppure un poco di pietà, che essa avrebbe ignorato sempre il suo atroce tormento, e che si sarebbe sposata con un altro. Per colpa di questo pensiero, che tornava incessantemente, impossibile da cacciare, era preso da una voglia animale di urlare come i cani legati, poiché si sentiva impotente, sottomesso, incatenato come loro. Sempre più si innervosiva continuando a pensare; camminava a grandi passi attraverso la vasta camera, illuminata come per una festa. Infine non potendo sopportare oltre il dolore di quella piaga riaccesa, volle cercare di placarlo con il ricordo dell’antico affetto, annegarlo nell’evocazione della prima grande passione. Nell’armadio dove era custodita, andò a prendere la copia che aveva fatto un tempo per sé del ritratto della contessa, la posò sul cavalletto, e sedutosi di fronte la contemplò. Tentava di rivederla, di ritrovarla viva, come al tempo del suo amore. Ma era sempre Annette che appariva sulla tela. La madre era scomparsa, svanita, lasciando al suo posto quell’altra figura che le assomigliava stranamente. Era la piccola, con i capelli un poco più chiari, il sorriso un poco più malizioso, un’aria un poco più irridente, ed egli aveva la esatta sensazione di appartenere anima e corpo a quella giovane creatura, come mai aveva appartenuto all’altra, proprio come una barca che affonda appartiene alle onde!” Continua a leggere…

“Promesse” (n. 20, da “Frammenti da un camino”)

(Ho ritrovato, nel camino, quanto segue. Dopo averlo limato e soprattutto falcidiato, ma comunque non abbastanza, lo aggiungo agli altri frammenti già pubblicati quassù. Il titolo è quasi casuale)

Alle 9:10, giunto alla stazione Termini, Ivano, proveniente dal deserto provinciale, restò colpito dalla folla brulicante. Presa la metropolitana, ricordò che sarebbe dovuto scendere alla fermata “Lepanto” e percorrere un tratto a piedi fino a Piazza Mazzini. A destinazione, ammirò il cavallo di mamma Rai, prima di avventurarsi nel bar che gli era stato segnalato via telefono. Alle 10:15 entrò nel locale, che subito gli parve sfarzoso. Era perplesso, perché non sapeva come riconoscere, tra gli avventori di quel posto, il suo interlocutore, con il quale avrebbe dovuto sostenere il colloquio. Telefonò e gli fu detto di aspettare pochi minuti. Non sospettava di trovare una decina di ragazzi e ragazze che, come lui, avevano risposto a quell’annuncio. Timido com’era, si senti a disagio all’idea di essere costretto a parlare di fronte ad altri, ma ben presto si avvide, scambiando qualche impressione con gli altri presenti, che anche loro avevano le sue stesse perplessità. Il tutto era avvolto da un certo mistero.

La curiosità collettiva fu appagata dopo qualche minuto, quando entrò il signor Mario Losi, un uomo di mezz’età, in abito elegante, che prese la parola per non mollarla più. Si presentò come il futuro direttore del giornale, Continua a leggere…

“Solitudine” (Guy de Maupassant)

Si era alla fine d’una cena fra uomini; l’allegria non era mancata. Uno dei presenti, un vecchio amico, mi disse: – Vuoi che facciamo due passi lungo gli Champs-Elysées?

Ci avviammo, risalendo lentamente lungo il viale, sotto gli alberi ormai rivestiti di poche foglie. Nessun rumore, all’infuori di quel brusio confuso e continuo che produce Parigi. Un vento fresco ci accarezzava il viso, e una miriade di stelle disseminava nel cielo nero una polvere d’oro.

Il mio compagno mi disse: – Non so perché, respiro meglio qui, di notte, che in qualsiasi altro posto. Mi pare che la mia mente spazi di più. Ogni tanto ho uno di quegli squarci di luce che fanno pensare, per un istante, di essere sul punto di scoprire il divino segreto delle cose. Poi la finestra si richiude. Tutto finisce.

Di tanto in tanto vedevamo due ombre scivolare lungo i boschetti; o passavamo davanti a una panchina dove due esseri, seduti a fianco a fianco, formavano una sola macchia scura.

Il mio vicino mormorò:

Povera gente! Non m’ispirano disgusto, ma un’immensa pietà. Di tutti i misteri della vita umana, uno almeno ne ho penetrato: il grande tormento della nostra esistenza viene dal fatto che siamo eternamente soli, e tutti i nostri sforzi, le nostre azioni tendono a sfuggire a questa solitudine. Come noi, come tutte le creature, questi innamorati delle panchine cercano di interrompere il loro isolamento, anche solo per un momento; ma restano e resteranno sempre soli; e noi come loro.

C’è chi se ne accorge di più, chi di meno, ecco tutto. Continua a leggere…

“Signorina cuorinfranti” (Nathanael West)

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“Forse riesco a spiegartelo. Cominciamo dall’inizio. Un tizio viene assunto col compito di dare consigli ai lettori di un giornale. La rubrica altro non è che una manovra per aumentare la tiratura, e l’intera redazione la considera una specie di scherzo. Ma al tizio quell’incarico va benissimo, perché prima o poi potrebbe passare a una rubrica più mondana, e in ogni caso è stufo di fare l’eterno galoppino. Si rende conto anche lui che quella rubrica è una cosa da ridere, ma dopo che ci lavora qualche mese comincia a non trovare più la cosa tanto buffa. Si accorge che la stragrande maggioranza delle lettere non sono altro che appelli profondamente umili per ottenere consigli di ordine spirituale e morale, che si tratta di espressioni inarticolate di una sofferenza autentica. Inoltre il tizio scopre che i suoi corrispondenti lo prendono sul serio. Per la prima volta è costretto a verificare i valori su cui è basata la sua vita. Questa verifica gli dimostra che è lui la vittima dello scherzo, non viceversa”.

(Nathanael West, “Signorina cuorinfranti”, ed. minimum fax)

“Signorina cuorinfranti” è la traduzione scelta dalla Bompiani nel 1948, data della prima pubblicazione in Italia del romanzo di Nathanael West, autore del quale avevo già letto, qualche mese fa, “Il giorno della locusta”. La “minimum fax”, presso la quale ho acquistato il romanzo alla fiera “Più libri più liberi”, conserva questo titolo; quello originario, “Miss Lonelyhearts”, letteralmente sarebbe Signorina Cuorisolitari, e fa riferimento al protagonista, un giornalista incaricato di ricevere lettere dai lettori e consigliarli sulle loro vicende sentimentali. Così detto, potrebbe sembrare, almeno a me, un romanzo rosa poco accattivante, e invece non è così, perché West, che nel corso della sua breve esistenza non ebbe molta fortuna, elabora una storia tragicomica che non si rivela essere solo una commedia nera, ma offre spunti di riflessione di diverso tipo.

In primo luogo, il protagonista, da noi conosciuto solo come Miss Lonelyhearts, vive l’ambiguità di chi, uomo, appare ai suoi lettori come una donna, ma questo sarebbe il meno. Il fatto è che Miss Lonelyhearts non sopporta più il peso delle lettere che riceve, perché ciò che all’inizio era una sorta di scherzo o comunque una trovata per aumentare il numero dei lettori, si rivela un qualcosa che scava nella mente del giornalista, Continua a leggere…

Consapevolezze.

Montale, Leopardi e soci mi convinsero che scrivere poesie non era il mio mestiere. Provai con i romanzi, ma Dostoevskij, Kafka, Balzac e altri soci mi fecere capire che dei miei romanzi potevo fare un bel falò. Restava la forma breve, i racconti e le novelle, ma Poe, Cechov e Guy de Maupassant mi spiegarono, gentilmente ma efficacemente, che dovevo farmi da parte. Per il teatro ci pensò Beckett, con un solo sguardo, senza parole.
Mi sono rimasti gli aggiornamenti su Facebook, su Twitter e gli articoli del blog, settori nei quali me la posso ancora giocare con milioni di persone.

Il mio gattino insegue le ombre e rilegge Nietzsche.

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Il mio piccolo gatto insegue le ombre, si diverte e non sta lì a chiedersi cos’è quell’ombra, o può darsi che se lo chieda ma non riesca a rispondersi oppure, magari, lui ne sa più di me (ci vuole poco) e vorrebbe spiegarmi qualcosa ma ci sono ostacoli lessicali che al momento impediscono un proficuo scambio di opinioni. Oggi, però, il piccolo felino, forse insoddisfatto o forse solo curioso di scoprire qualche altro parere, è saltato sullo scaffale dei libri e dopo aver girovagato tra romanzi e racconti vari, si è soffermato nel reparto dove i filosofi, toccandosi il mento con aria pensierosa, discutono pronunciando parole come “realtà”, “apparenza”, “fenomeno”, “cosa in sé”, “essere” e via seguitando. Dopo aver salutato cordialmente Platone, Kant e Schopenhauer, ha deciso di richiamare la mia attenzione con un miagolio più insistente e con la zampa mi ha indicato questo brano di Friedrich Nietzsche, pregandomi, sempre con un abile gioco di sguardi, di pubblicarlo, per nome e per conto suo, su questo blog. Eseguo, anche se è un po’ lunghetto da ricopiare, perché a lui non so dire di no.

“I filosofi son soliti porsi davanti alla vita e all’esperienza – davanti a ciò che essi chiamano il mondo dei fenomeni – come davanti a un quadro che sia svolto una volta per tutte e indichi, in modo invariabile e fisso, lo stesso procedimento: questo procedimento, pensano, bisogna interpretarlo rettamente, per trarne una deduzione sull’essere che ha prodotto il quadro: dunque sulla cosa in sé, che è sempre vista come la ragion sufficiente del mondo dei fenomeni. Di contro, logici più rigorosi, dopo aver acutamente definito il concetto del metafisico come quello del non condizionato, e di conseguenza anche del non condizionante, hanno negato ogni rapporto tra il non condizionato (il mondo metafisico) e il mondo che noi conosciamo: cosicché appunto nel fenomeno non comparirebbe affatto la cosa in sé, e ogni deduzione da quello a questa sarebbe da respingere. Ma sia gli uni che gli altri hanno trascurato la possibilità che quel quadro – ciò che ora per noi uomini si chiama vita ed esperienza – sia divenuto a poco a poco, anzi sia ancora in divenire, e non debba pertanto essere considerato come una grandezza fissa, dalla quale si possa trarre, o anche solo respingere, una conclusione sul suo autore (la ragion sufficiente). Proprio per il fatto che noi, da millenni, abbiamo guardato nel mondo con pretese morali, estetiche, religiose, con cieca attrazione, passione o timore, e ci siamo lasciati andare agli eccessi del pensiero non logico, questo mondo è diventato a poco a poco così stupendamente variopinto, terribile, profondo di significato e pieno di anima, ha insomma acquistato colore – ma a colorarlo siamo stati noi: l’intelletto umano ha fatto comparire il fenomeno e ha trasposto nelle cose le sue erronee concezioni fondamentali. Tardi, molto tardi, esso riflette: e ora il mondo dell’esperienza e della cosa in sé gli appaiono così eccezionalmente diversi e separati, che respinge la deduzione da quello a questa – oppure esorta, in maniera tremendamente misteriosa, a rinunciare al nostro intelletto, alla nostra volontà personale: per giungere all’essenziale attraverso il farsi essenziali. Altri dal canto loro hanno raccolto insieme tutti i tratti caratteristici del nostro mondo dei fenomeni – ossia della rappresentazione del mondo da noi ereditata, nata dai deliri di errori intellettuali – e, anziché dichiarare colpevole l’intelletto, hanno accusato l’essenza delle cose come causa di questo carattere effettivo, molto inquietante, del mondo e hanno predicato la redenzione dell’essere. Di tutte queste concezioni si sbarazzerà definitivamente il costante e fastidioso progresso della scienza, che celebrerà finalmente il suo massimo trionfo in una storia genetica del pensiero, e il cui risultato potrebbe forse giungere fino a questo principio: ciò che noi ora chiamiamo mondo è il risultato di una quantità di errori e di fantasia che, sorti a poco a poco durante tutto lo sviluppo degli esseri organici, sono cresciuti, e sono stati ereditati da noi come tesoro accumulato dall’intero passato: come un tesoro, in quanto su di esso si basa il valore della nostra umanità. In realtà, la scienza più rigorosa può liberarci da questo mondo della rappresentazione solo in misura minima – e una cosa diversa non sarebbe affatto augurabile – in quanto non può essenzialmente infrangere la forza di antichissime abitudini sentite nel modo di sentire: ma può lentamente e per gradi rischiarare la storia della nascita di quel mondo come rappresentazione, e innalzarci, almeno per qualche istante, al di sopra dell’intero processo. Forse allora ci renderemo conto che la cosa in sé è degna di un’omerica risata: che essa sembrava tanto, anzi tutto, mentre in effetti è vuota, ossia vuota di significato.

(Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”, 16, parte prima, ed. Newton Compton)

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