Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Poesie del disamore” (Cesare Pavese)

Poesie disamore

“Torneremo per strada a fissare i passanti
e saremo passanti anche noi. Studieremo
come alzarci al mattino deponendo il disgusto
della notte e uscir fuori col passo di un tempo.
Piegheremo la testa al lavoro di un tempo.
Torneremo laggiù, contro il vetro, a fumare
intontiti. Ma gli occhi saranno gli stessi
e anche i gesti e anche il viso. Quel vano segreto
che c’indugia nel corpo e ci sperde lo sguardo
morirà lentamente nel ritmo del sangue
dove tutto scompare.
Usciremo un mattino,
non avremo più casa, usciremo per via;
il disgusto notturno ci avrà abbandonati;
tremeremo a star soli. Ma vorremo star soli.
Fisseremo i passanti col morto sorriso
di chi è stato battuto, ma non odia e non grida
perché sa che da tempo remoto la sorte
– tutto quanto è già stato o sarà – è dentro il sangue,
nel sussurro del sangue. Piegheremo la fronte
soli, in mezzo alla strada, in ascolto di un’eco
dentro il sangue. E quest’eco non vibrerà più.
Leveremo lo sguardo, fissando la strada.”

(Cesare Pavese, “Ritorno di Deola”, in “Poesie del disamore”, ed. Einaudi)

 

“Altro preme.”

 “Parlano di festini, di far carnevale, di trovarsi… Bravi amici, amiche, gente sana e brava. Tu non ne senti nemmeno la voglia, il rimpianto. Altro preme.”

(Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”)

Io, Richard e Thomas

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“Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore, e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri”, così scriveva il grande Marcel Proust, che mi è venuto in mente, assieme ad altri, mentre leggevo “Libertà” di Jonathan Franzen, stamattina, seduto su una delle “mie” panchine nel parco del mio paese.

Leggevo Franzen e mi “vedevo”, mi “sentivo” leggere, m’interrogavo sul perché stessi leggendo, su cosa cercassi, su quale vuoto cercavo di riempire. Franzen mi piace, ho già letto “Le correzioni” in passato e “Libertà”, almeno fino a poco più di pagina 200, mi ha preso: una riflessione sulla parola “libertà” e le sue implicazioni, su quanto siamo davvero “liberi” e sulla corrispondenza tra i nostri princìpi e il nostro agire. Ma il punto non è questo. Il fatto è che mentre leggevo, sapevo di non avere granché in comune con i protagonisti, né con Patty, né con Walter, né soprattutto con il cantante rock Richard, rude con le donne eppure pieno di donne, un tipo con il quale, a pelle, non condividerei neanche una sera al pub. Dunque, mi domandavo “perché” restassi avvinto dalla narrazione, e la risposta era abbastanza evidente ma difficile da estrinsecare: non si tratta di Patty, di Walter, di Richard, forse si tratta più di Jonathan, dell’autore, ma in sostanza, si trattava e si tratta di me. Ha ragione Proust: lo scrittore non ci dà risposte, e sarebbe terribile se lo facesse, se relegassimo a lui ciò che spetta a noi.

Leggevo Franzen e, fermandomi, ripensavo ai grandi che da sempre leggo e rileggo, anch’essi privi di risposte definitive, eppure per me sempre fonte di nuove domande. Pensavo a Dostoevskij, a Kafka, a Pavese, a Camus, a Bernhard, alla lettura come rifugio, come apertura, come scandaglio per sondare ciò che c’è nel mio sottosuolo, a quella malsana idea di ritenere “un ideale di felicità” starmene per secoli seduto su una panchina a leggere, ad oltranza e in modo ossessivo, quei cinque, sei, dieci autori che riescono a scuotermi più di altri. Un’idea stupida come tante altre.

Insomma, a farla breve, a pagina 224 di “Libertà”, succede una cosa, una cosa stupida nel romanzo, ma una cosa che mi blocca, che mi dà i brividi, una cosa che avvicina me a Richard, il cantante odioso. È una cosa che gli fa fare Franzen, quindi io so che non è Richard a farla, bensì è Jonathan, oppure no, è qualcun altro che, in un altro angolo del mondo, sta prendendo in mano lo stesso libro che sto leggendo io, per motivi diversi, cercando risposte diverse e trovando solo desideri diversi. Insomma, anche Richard, come me, ammira Thomas Bernhard. Forse una bevuta al bar assieme a lui ora posso farla. Adesso so che avremmo almeno un argomento di conversazione. Però non so, parlare di libri con qualcuno è troppo pericoloso, non si sa mai come va a finire. Forse è meglio che Richard continui a suonare nel romanzo, a farsi inseguire dalla donne-oggetto che vogliono essere il suo oggetto, forse è bene che ciascuno di noi due si tenga il proprio Thomas Bernhard. Sì, sì, è meglio così.

A ciascuno il suo Bernhard, è davvero meglio.

“Il carcere” (Cesare Pavese)

Il carcere

“Nessuno si fa casa di una cella, e Stefano si sentiva sempre intorno le pareti invisibili. A volte, giocando alle carte nell’osteria, fra i visi cordiali o intenti di quegli uomini, Stefano si vedeva solo e precario, dolorosamente isolato, fra quella gente provvisoria, dalle sue pareti invisibili. Il maresciallo che chiudeva un occhio e lo lasciava frequentare l’osteria, non sapeva che Stefano, a ogni ricordo, a ogni disagio, si ripeteva che tanto quella non era la sua vita, che quella gente e quelle parole scherzose erano remote da lui come un deserto, e lui era un confinato, che un giorno sarebbe tornato a casa.”

(Cesare Pavese, “Il carcere”, ed. Einaudi)

Nel 1935 Cesare Pavese fu condannato dal regime fascista al confino presso Brancaleone Calabro, per aver tentato di proteggere una donna da lui amata, militante nel Pci. Un condono successivo ridusse la condanna a un anno. Su quell’esperienza di confinato lontano dal suo Piemonte, Pavese scrisse nel 1936 un breve racconto, “Terra d’esilio”, che è possibile anche trovare nella raccolta “Feria d’agosto” e poi, due anni dopo, un’opera più lunga, intitolata “Memorie da due stagioni”, che però fu pubblicata solo nel 1948 con il titolo mutato in “Il carcere”, edito assieme a “La casa in collina” nel volume “Prima che il gallo canti”. Continua a leggere…

“Tra donne sole” (Cesare Pavese)

tra donne sole

“- Non per sapere i fatti tuoi, – disse guardandomi, – ma se tu ti sposassi, vorresti fare dei figli?

– Tu ne hai fatti? – dissi ridendo. – La gente si sposa per questo.

Ma lei non rise. – Chi fa figli, – disse fissando il bicchiere, – accetta la vita. Tu l’accetti la vita?

– Se uno vive l’accetta, – dissi, – no? I figli non cambiano la questione.

– Però non ne hai fatti… – disse alzando la faccia del bicchiere e scrutandomi.

– I figli sono grossi pasticci, – disse Morelli, – ma le donne ci tengono tutte.

– Noi no, – disse Momina, di scatto.

– Ho sempre visto che chi non ha voluto figli, gli toccano quelli degli altri…

– Non è questo, – lo interruppe Monina. – La questione è che una donna se fa un figlio non è più lei. Deve accettare tante cose, deve dire di sì. E vale la pena di dir di sì?

– Clelia non vuol dir di sì, – disse Morelli.

Allora dissi che discutere di queste cose non aveva senso, perché a tutti piacerebbe un bambino ma non sempre si può fare come si vuole. Chi vuol fare un bambino lo faccia, ma bisogna stare attenti a provvedergli prima una casa, dei mezzi, ché non abbia poi a maledire sua madre.

Momina, che aveva acceso una sigaretta , mi squadrò con gli occhi socchiusi nel fumo. Tornò a chiedermi se accettavo la vita. Disse che per fare un figlio bisognava portarselo dentro, diventare come cagne, sanguinare e morire – dir di sì a tante cose. Questo voleva sapere. Se accettavo la vita.

– Adesso smettetela, – disse Morelli, – nessuna di voi è incinta.”

(Cesare Pavese, “Tra donne sole”, ed. Einaudi)

In una lettera datata 27 luglio 1949, riportata all’inizio dell’edizione Einaudi che ho letto, il grande Italo Calvino, legato a Cesare Pavese da un rapporto di profonda stima reciproca, chiamato dal più maturo scrittore a scrivergli le proprie impressioni su “Tra donne sole”, non lesinava critiche: Tra donne sole è un romanzo che ho subito deciso che non mi sarebbe piaciuto. Sono ancora di tale opinione, sebbene l’abbia letto con grande interesse e divertimento… è un certo modo di vedere le donne, e di trarne vendetta allegra o triste. E la cosa che scombussola di più è quella donna-cavallo pelosa, con la voce cavernosa e l’alito che sa di pipa e fin dal principio si capisce che sei tu con la parrucca e con i seni finti… quel che non mi convince è, e già altre volte ho avuto occasione di dirtelo, la tua rappresentazione dei borghesi… per scrivere bene del mondo elegante bisogna conoscerlo e soffrirlo fino alle midolla come Proust, Radiguet e Fitzgerald, amarlo e odiarlo non importa, ma aver chiara la propria posizione rispetto ad esso. Tu non l’hai chiara: si scopre dall’insistenza con cui ritorni sul tema, che non è vero che te ne infischi, ma non hai, mi sembra, fatto ancora la scoperta del piglio che devi prendere rappresentando la gente chic…”. Pavese, due giorni dopo, gli rispose con uguale franchezza: “Applichi due schemi, come due occhiali, al libro e ne cavi impressioni discordanti che non ti curi di comporre”. Continua a leggere…

“La luna e i falò” (Cesare Pavese)

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Ho riletto per l’ennesima volta La luna e i falò. Ho preso diversi appunti per scrivere un articolo, ma infine mi sono reso conto che sarebbe bastato riportare alcuni brani del libro e aggiungere che, anche stavolta, ne sono rimasto particolarmente colpito. Poi mi sono ricordato che due anni fa avevo scritto un articolo quassù. L’ho riletto e, per quanto avessi voglia di cambiarlo in molti punti, mi è parso esprimere molti concetti che avrei ribadito tuttora. Di conseguenza, lo riporto qui sotto così come scritto all’epoca.

“…ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più. Da un pezzo non c’erano più. Quel che restava era come una piazza l’indomani della fiera, una vigna dopo la vendemmia, il tornar solo in trattoria quando qualcuno ti ha piantato. Nuto, l’unico che restava, era cambiato, era un uomo come me. Per dire tutto in una sola volta, ero un uomo anch’io, ero un altro – se anche avessi ritrovato la Mora come l’avevo conosciuta il primo inverno, e poi l’estate, e poi di nuovo estate e inverno, giorno e notte, per tutti quegli anni, magari non avrei saputo che farmene. Venivo da troppo lontano – non ero più di quella casa, non ero più come Cinto, il mondo mi aveva cambiato”.

(Cesare Pavese, La luna e i falò)

La luna e i falò è l’ultimo libro scritto da Cesare Pavese prima del suicidio e nello scrivere qualche impressione su quest’opera non posso ignorare questo fatto, così com’è innegabile che io mi senta legato a lui in maniera particolare, Continua a leggere…

“Quando lei parlava” (n. 26 da “Frammenti da un camino”)

“Tutta la serenità e l’altruismo e la virtù e il sacrificio cadono alla presenza di due – uomo e donna – che tu sai che hanno chiavato o chiaveranno. Quel loro sfacciato mistero è intollerabile. E se uno dei due è tutto il tuo sogno? Che cosa diventi allora?”

(Cesare Pavese)

Quando Nadia parlava, Ivano non si sentiva più immerso in una bolla romanzesca, avvertiva lo straripante peso dei fatti che le erano accaduti, ai quali era stato estraneo, e che l’avevano ferita, eventi che lui, allontanatosi per circostanze che non avevano saputo gestire, ora ascoltava da quella bocca spesso bramata ma che, in quel frangente, esprimeva un dolore che affondava, per l’appunto, in una zona dell’esistenza a lui fino allora ignota. La ragazza narrava le sue vicissitudini, le difficoltà insorte, l’abbandono che l’aveva colta e dalla quale stava cercando di districarsi, appigliandosi a ciò che ancora sentiva essere vivo in lei; Ivano, nel vederla sofferente, si colpevolizzò per la propria miopia emotiva e un intenso sentimento di compassione lo colse. Eppure, sarebbe stato falso negarlo, non riusciva a scindere un groviglio di sensazioni che, provenienti da quel passato che sembrava ormai sepolto, intervenivano a inquietare anche quella conversazione, turbandolo per via dell’egoismo che sentiva in agguato.

Si erano riavvicinati da qualche tempo, e lui credeva, stavolta, di poterle davvero essere di sostegno, almeno ascoltandola, più che tramite consigli che sentiva di non saper dare. Lei doveva riorganizzarsi l’esistenza, così gli aveva detto, doveva riappropriarsi di spazi e ridefinire le priorità, tra le quali, specificò quasi a metterlo in guardia preventivamente, non c’era spazio per alcuna relazione. Per Ivano tutto era, razionalmente, molto chiaro, e analizzando la situazione si rendeva conto che tra lui e quell’amica ritrovata non avrebbe potuto esserci altro che non quel rapporto franco, reinstaurato dopo tre anni.

Quello squarcio inedito di esistenza che gli stava confidando Nadia, però, Continua a leggere…

Pavese “lettore ideale” di Calvino

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Sto leggendo “Sono nato in America…Interviste 1951 – 1985”, un libro nel quale sono raccolte centouno interviste di Italo Calvino, rilasciate nei decenni indicati nel titolo. Il volume è corposo, sono oltre 650 pagine, ed è molto interessante per chi volesse approfondire la conoscenza dello scrittore. I temi trattati sono molto diversi tra loro e personalmente sto saltando alcune sezioni che al momento m’interessano di meno, per esempio quelle di carattere più politico. Molto più interessanti, per me, sono le interpretazioni, spiegazioni, commenti, precisazioni che Calvino fa circa i suoi scritti, spesso a distanza di molti anni; ancora più attraenti, ai miei occhi, le pagine nelle quali ci sono domande e risposte sul cinema, sulla scrittura e la lettura e su colleghi contemporanei a Calvino o da lui distanti nel tempo. Non possono mancare riferimenti alla Resistenza, che, a suo dire, lo mise al mondo come scrittore.

Ho scelto di accompagnare questa breve e inesaustiva presentazione con una risposta che Calvino dette nel 1959 al quotidiano “Il Giorno”, perché nella stessa Calvino ricorda Pavese, suo collega scrittore ma anche suo primo lettore, nonché fervente lavoratore presso la Einaudi. A Pavese sono legato da un affetto particolare e che non saprei neanche spiegare bene e che infatti non provo a spiegare, lasciandovi alla risposta di Calvino.

La domanda era: Uno dei primi che scrisse di lei fu Cesare Pavese. E lei lavorò accanto a Pavese nella casa editrice Einaudi, e ha curato l’edizione dei suoi libri postumi. A nove anni dalla morte, è a suo parere sempre operante la lezione morale e poetica dello scrittore scomparso?

Calvino rispose: Conobbi Pavese dal ’46 al ’50, anno della sua morte. Continua a leggere…

“Soffrire non serve a niente” (?)

“Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente”

(Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”)

Non posso sapere, nello specifico, a quale sofferenza alludesse Pavese quando scrisse questa frase nel suo devastante “Il mestiere di vivere” e, anche se sento di essere d’accordo con lui, potrei oppormi, parzialmente, a questa sua affermazione, o almeno svilupparla, sottilizzando su cos’è una sofferenza e quali possono servirci nel nostro processo evolutivo o nel migliorare la nostra percezione del mondo e il nostro rapporto con gli altri esseri che ci circondano. Il mio, però, sarebbe un esercizio titanico e vano, perché ciascuno può capire da sé se e quali sofferenze possono servire.

Ho pensato a questa frase osservando un gatto che sta soffrendo. Continua a leggere…

Paura.

“Un bambino non beve perché non ha paura della morte”

(Cesare Pavese)

Il mio gattino dal pelo candido, Charles, seduto su una sedia, immerso in sogni che non potrò mai scoprire, sobbalzò allo scoppio di un petardo, che qualche bambino aspirante futuro guerrafondaio aveva gettato sul balcone di casa mia. Charles, che ancora non ha avuto modo di apprezzare appieno l’imbecillità della razza umana, si rifugiò sotto un mobile, incurante dei miei tentativi di fargli capire che tutto era sotto controllo. Solo dopo una ventina di minuti si decise a uscire fuori dal bunker improvvisato. Aveva provato paura.

La paura, da vocabolario, è lo “stato emotivo consistente in un senso d’insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso: più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso, che si manifesta anche con reazioni fisiche, quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente”. Una delle paure più immotivate è quella del blogger che non sa cosa scrivere, trovandosi di fronte a quello che per lo scrittore è il “blocco da pagina bianca”. In soccorso del blogger suddetto, che poi non sarei altro che io, può arrivare una frase letta o captata in giro, che funge da stimolo alla scrittura di un articolo, quello che state leggendo, che, sia detto tra noi, poteva anche non essere scritto. L’umanità non ne sentiva il bisogno, ma ormai ci sono e lo continuo.

Stavo leggendo un racconto di Maupassant, Continua a leggere…

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