Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La terza notte di Valpurga” (Karl Kraus)

KRAUS

“Su Hitler non mi viene in mente niente. Sono consapevole di essere rimasto con questo risultato, frutto di tanto pensare e di tanti tentativi di comprendere gli eventi e la loro forza motrice, molto al di sotto delle aspettative. Perché queste erano forse eccessive nei confronti dello scrittore polemico al quale per un equivoco grossolano si richiede quella prestazione solitamente chiamata “presa di posizione” e che, ogni qualvolta un male ha urtato anche solo relativamente la sua sensibilità, ha fatto quel che si definisce “tenere testa”. Ma ci sono mali di fronte ai quali questa cessa di essere una metafora e il cervello, che è dentro la testa e che ha la sua parte in tali azioni, si considera incapace di qualsiasi pensiero”.

(Karl Kraus, “La terza notte di Valpurga”, Editori Internazionali Riuniti)

Arguto scrittore e giornalista, direttore del giornale satirico austriaco “La fiaccola” per oltre tre decenni, autore di aforismi pungenti diretti a colpire gli uomini di potere e i vizi umani, alcuni dei quali raccolti in “Essere uomini è uno sbaglio”, Karl Kraus scrisse “La terza notte di Valpurga” tra il maggio e il settembre del 1933, soli tre anni prima di morire. Il titolo del libro fa riferimento al “Faust” di Goethe, ma com’è intuibile dalle date, gli atroci protagonisti di questa narrazione non sono immaginari diavoli, bensì feroci criminali realmente esistiti; il libro, infatti, riguarda la presa del potere da parte di Hitler e del nazismo. Leggendolo, non è difficile capire perché non fu pubblicato in quegli anni, ma solo nel 1952.

L’incipit è una terribile dichiarazione d’impotenza da parte di Kraus, consapevole che di fronte a certi orrori non solo è impensabile qualsiasi tipo di satira divertita e divertente, ma riesce difficile anche trovare le parole, vanificate dagli eventi, da una “commozione cerebrale epidemica” che ha reso un intero popolo adoratore della forza bruta. “Su Hitler non mi viene in mente niente”, dunque, l’esordio disarmato di Kraus, che aveva fino allora sempre castigato le istituzioni, con la sua penna mordente e piglio battagliero. La grandezza dell’orrore che sta montando dinanzi ai suoi occhi gli impedisce, per alcuni mesi, di scrivere aforismi sul tema, ma poi, anche stimolato da un’indegna stampa scandalistica che cercò di annettere agli ideali del regime il suo “Letteratura demolita” (risalente al 1894), proprio come farà con il pensiero di Nietzsche, Kraus reagisce e scrive questa che sarà la sua ultima opera, una lucida, sarcastica, amara e toccante riflessione sul nazismo, nelle sue manifestazioni più evidenti, quali quelle degli esponenti del regime, ma anche in quelle più subdole e complici.

Sul perché il nazismo possa aver attecchito in un’intera nazione sono stati scritti saggi storici e filosofici, a me viene in mente “La banalità del male” perché l’ho letto recentemente, ma questo di Kraus è un volume molto particolare, perché l’autore non è uno storico, che guarda gli eventi dalla distanza e quindi ha la pretesa di fornirci un quadro d’insieme delle genesi e dello sviluppo del nazismo, ma è un uomo immerso negli eventi, con uno sguardo acuto specie all’uso delle parole e quindi al ruolo che la manipolazione delle stesse aveva nel travisare i fatti, nel manipolare le coscienze, nel formare una cultura popolare improntata agli orribili valori che un manipolo di criminali era riuscito a far diventare quelli di un intero Stato. L’invettiva di Kraus si serve delle stesse parole che uomini di potere, giornalisti, poeti, magistrati, gente comune usavano per giustificare le loro tremende azioni; in tutto il libro, infatti, ci sono numerosissime citazioni, con tanto di riferimento alla fonte, che ci danno i brividi anche solo a rapportarle a odierni incitatori dell’odio, categoria purtroppo sempre presente. Kraus ha vissuto i giorni del rogo dei libri e del boicottaggio ai commercianti ebrei, sa dei campi di concentramento, ma non avrà modo, per sua fortuna, di rendersi conto che diventeranno campi di sterminio. Leggendolo, si percepisce in maniera potente il dolore di un uomo costretto ad assistere, pressoché impotente, alla follia collettiva che ha invaso una nazione che, anche a causa delle colpevole sottovalutazione del resto dell’Europa, di lì a pochi anni sommergerà tutto il continente in una spirale di violenza orrenda.

Come anticipato, i bersagli delle amare ma pungenti considerazioni di Kraus sono diversi. Innanzitutto, la stampa tedesca e quella austriaca connivente, che descrivono Hitler come un uomo mandato da Dio, osannato dai lavoratori come colui che libererà la Germania dal giogo delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale, che fomenta l’odio sociale contro gli ebrei, che spaccia per “rinnovamento spirituale pubblico e privato” gli ideali nazisti, che, ricorrendo a citazioni di poeti, scrittori e filosofi, ammanta il tutto con espressioni generiche e dolci quali “formazione della volontà”, “unione culturale”, nel tentativo di nascondere le nefandezze che ci sono dietro il sogno di una grande unificazione (che poi è un’annessione) tra Austria e Germania. La misera della stampa asservita si rivela sia nel fomentare l’animo belligerante della massa, all’inizio in maniera subdola e poi sempre più esplicita, sia nel minimizzare di fronte all’opinione pubblica estera, già dormiente di suo, le violenze.

Ovviamente Goebbels, il ministro per la Propaganda del Reich, ha un ruolo enorme in tutta questa campagna mistificatoria e Kraus non lesina parole al suo riguardo, ma la sua attenzione è molto viva anche per poeti, scrittori e filosofi. Kraus ridicolizza le poesie e quello che lui definisce il “romanticismo d’acciaio”. Davvero ci sarebbe sa ridere delle ambizioni poetiche di costoro, se non fosse che quelle poesie erano pubblicate sui giornali per indorare al pubblico la pillola, con i loro mistici richiami a un mondo germanico antico da rifondare con vigore e partecipazione. Circa la filosofia, poi, Kraus rigetta il meschino tentativo di annettere Nietzsche al nazismo, mentre punge Heidegger e la sua adesione allo stesso.

Ciò che viene fuori è una militarizzazione di tutta la società civile, un culto della forza fisica, una follia che arriva addirittura a cogliere anche coloro che non si accorgono di essere le vittime. Kraus si riferisce alla schiera, minoritaria ma presente, degli ebrei nazionalsocialisti. Intanto, la propaganda del regime, capovolgendo la realtà, parla di “propaganda degli orrori”, nega che nei campi di concentramento stia succedendo qualcosa di epocale e spaccia gli stessi per luoghi di rieducazione per coloro che hanno deviato dalla retta via. Kraus è maestro nel suo sarcasmo feroce e ci mostra anche come la stampa, collusa, minimizzava le persecuzioni degli ebrei, spacciandole per discussioni tra privati cittadini. Quando poi la situazione diventa più palese e l’opinione pubblica è ormai addormentata e pronta al peggio, si comincia a “suggerire” alle donne tedesche di non accoppiarsi con uomini ebrei. Chi sgarra, e a quel punto ormai tutto sta degenerando, è esposto alla pubblica gogna e prenota un viaggio nell’inferno del lager. Inutile dire che tutto l’apparato dello Stato è corrotto e neanche la magistratura può salvaguardare le vittime dal loro infame destino. Sul fronte esterno, poi, la stampa deve crearsi un nemico, spacciare la Germania per le vittime delle mire espansionistiche altrui, paventare il pericolo comunista, addirittura ribadire più volte che non c’è nessuna intenzione di invadere l’Austria, ma anzi, che la Germania si sta adoperando con tutti i mezzi per favorire una pacifica convivenza tra i due popoli fratelli, nel rispetto dei confini reciproci. L’Anschluss del 1938 dimostrerà che non era proprio così. Intanto l’Europa dorme. La penna di Kraus si scaglia anche contro il partito socialdemocratico austriaco, incapace di agire, preda delle proprie vuote ciance, ostinato in un ormai anacronistico approccio diplomatico con chi fa dell’azione violenta la sua unica parola.

“La terza notte di Valpurga” non è un testo semplice da leggere, oltre che per l’argomento, anche per i molti richiami a personaggi a noi sconosciuti (ma le note a fondo pagina colmano questa lacuna) e per lo stile in cui è scritto. I ragionamenti sarcastici e paradossali con i quali Kraus stigmatizza gli eventi e le parole cui ha dovuto assistere, spesso sono molto sottili, provocatori, e soprattutto bisogna tenere sempre presente la distinzione tra le parole sue e quelle altrui che egli riporta per potenziare il proprio discorso, ma che appartengono a mistificatori della realtà. “Karl Kraus aveva il dono di condannare gli uomini usando le loro stesse parole”, affermava Elias Canetti, mentre Walter Benjamin definiva le opere di Kraus un “silenzio rovesciato”. Questo libro andrebbe letto soprattutto da coloro contro i quali è scritto, anzi, come sottolinea la curatrice del volume, Paola Sorge, “la lettura di questo straordinario saggio di Karl Kraus pone un altro inquietante interrogativo. Se fosse stato stampato allora, nel 1933, magari in Olanda o negli Stati Uniti, se fosse stato letto dai capi di Stato e ne avesse turbato la coscienza, se fosse stato propagandato al punto da far conoscere all’opinione pubblica europea e mondiale tutta la miseria morale di Hitler e dei suoi complici, messa per di più magistralmente in ridicolo, questo libro avrebbe potuto cambiare il corso della storia?”. Domanda lecita, risposta inutile, visto che, purtroppo, la storia è andata com’è andata.

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11 pensieri su ““La terza notte di Valpurga” (Karl Kraus)

  1. Credo che la risposta alla domanda finale sia no. Se non l’ha cambiata la lettura del Mein Kampf… insomma, mi sembra difficile. Vorrei sbagliarmi, ma si, ormai non fa differenza. Mi ha fatto venire in mente quando venne incaricato Frank Capra di fare un film di contrasto a “Trionfo della volontà”, come pellicola propagandistica pro-alleati – sarà intitolato “Why we fight” mi pare. Capra scrisse di essere rimasto annientato. Insomma, sapevano. E bene. La Riefenstahl è stata piuttosto esplicita. Ti chiedo scusa per questo commento troppo a modo mio, sono andata quasi fuori tema 🙂 ma non ho potuto fare a meno – deformazione professionale. Quello che mi dispiace realmente è di come, nonostante letture della realtà come quelle di Kraus (e anche di Canetti, lui più che altro di un periodo anteriore alla presa del potere di Hitler e più su un livello antropologico, come in “Massa e potere”) ci sia stata una blanda sottovalutazione del fenomeno emerso dalla crisi tedesca.
    Rimane il fatto che bramo questo libro e prima o poi lo leggerò! mi piace assai, anche alla luce di come lo descrivi.

    • Non sei per niente andata fuori tema, anzi. 🙂
      Da parte mia, non aggiungo altro, se non che “Massa e potere” di Canetti devo leggerlo, ma penso che dopo aver letto Kraus farò passare un po’ di tempo prima di affrontarlo. Non so se l’hai già letto, ma ti consiglio anche “Eros e Priapo” di Gadda, incentrato sulla strumentalizzazione del sesso ai fini politici da parte del fascismo.

      • ..no, non ho letto questo libro, me lo segno. Non dirò niente di Massa e potere, penso di aver fatto abbastanza danni, lo cito in continuazione e ormai potrei anche comodamente finirla 🙂 A parte gli scherzi, quel libro di Gadda mi farebbe anche comodo, perché vorrei scrivere qualcosa su Leni Riefenstahl e questo lato non l’ho ancora affrontato.

      • Un assaggio di Gadda:
        “La dedizione minorile al super-maschio, al padre, al padrone, accolse e introitò il dogma. Il dogma fallico ossia il fallo dogmatico pervenne a depositare nell’utero di talune poverine lo scodinzolante zoo, il germe della certezza canonica. “Questo e non altro”. “Questa è verità santa e tutto il rimanente è bugia”. “La Patria lo esige. Morte al Tentenna!”. Grate al padre, esso padre e padrone divenne il totem idolatrato dalla loro idolatria che non ammette disquisizione critica….giunse a far credere a codeste osannanti di essere lui il solo genitale-eretto disponibile sulla piazza, il solo cervello pensante capace di ululare dal balcone….”

      • Su questo ci posso già lavorare. Intanto, notazione che mi viene or ora in mente… generalmente il concetto di patria, linguisticamente parlando, ha genere femminile. Nella cultura tedesca, parliamo di Heimat, che è sostantivo di genere maschile. Questo mi ha sempre fatto riflettere, sulla cultura maschilistica/paternalistica di Germania/Prussia. E nonostante sia la Riefenstahl una regista donna, tutto questo traspare benissimo. Perché, appunto, trattasi di concetto cardine di questa cultura. Il padre come riferimento. La mascolinità come termine di paragone – anche nelle donne, perché la Riefenstahl stessa veniva associata spesso all’uomo per la sua indipendenza.

      • Tenendo presente che non sapevo chi fosse la Riefenstahl…:)
        Mi fa piacere averti dato qualche spunto, nel frattempo io sto cercando qualche lettura meno “abissale” che possa sollevermi un po’ dalla notte di Valpurga.

      • Ti chiedo scusa, a volte mi rendo conto di dare per scontato che gli altri sappiano chi sia Leni Riefenstahl… di fatto è più famosa la sua filmografia (soprattutto Trionfo della Volontà) che non lei stessa… Vorrei consigliarti un libro leggero, ma non mi viene in mente niente 😦 come capirai sono messa malissimo

      • Ehehe, non ti preoccupare, adesso so chi è, sono andato a leggere. Per i libri, vedrò di affidarmi all’istinto, scegliendo tra quelli che il mio scaffale mi offre. 🙂

  2. Scusate se mi intrometto, ma non riesco a resistere.

    Francesca, visto che sembri intenzionata a scrivere sull’argomento: guarda che in tedesco *die* Heimat è un sostantivo *femminile*.
    E il fatto che in italiano patria sia un sostantivo femminile passa completamente in secondo piano se si pensa alla sua evidente etimologia (ovvero terra *paterna*). Un corrispettivo “etimologico” di “patria” in tedesco è “das Vaterland” (sostantivo *neutro*, che però significa, per l’appunto, terra del padre).
    Insomma, non scorgo appigli linguistici di sorta per sostenere che la cultura tedesca sia più maschilista/paternalista di quella italiana, o di molte altre. Peraltro io, linguistica a parte, non credo affatto che l’affermazione sia vera; tutti i regimi bellicosi esaltano la mascolinità, la virilità, perché ben si attagliano alla celebrazione della guerra e del militarismo, ma la cultura tedesca, come quella italiana, come qualunque altra, non può e non deve identificarsi con un singolo regime, che è una fase transitoria della storia di un Paese.

    Antonio, quante belle recensioni! Fatico a star dietro a tutte le recensioni che scrivi, ma, pur tra tante cose da fare (infatti, come vedi, non intervengo quasi mai), ti leggo con piacere.

    • Innazitutto, grazie. Come ho già risposto a un’altra lettrice, purtroppo il numero delle recensioni dipende anche (certo, non solo) dal tempo libero che ho, quindi dalla disoccupazione. Arriverà anche per me il momento di limitarle, spero. 🙂
      Sulla questione linguistica, non metto bocca, essendo a totale digiuno di tedesco. Giro la precisazione a Francesca. Concordo sul fatto che non si possa “fare di tutta l’erba un fascio” circa la cultura tedesca, lo stesso Kraus, peraltro, evita di farlo, sebbene sottolinei con forza come in quel determinato periodo storico le cose andassero in una certa, tragica maniera.

      • Non posso che augurarti di cuore che le recensioni diventino più o meno frequenti secondo il tuo desiderio; magari perché un lavoro che ti appassiona si contende il tuo tempo e le tue energie, offrendoti meritate soddisfazioni. 🙂

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