Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La banalità del male (Eichmann a Gerusalemme)

“È questo un esempio di malafede, un ingannare sé stesso, congiunto a un’enorme stupidità? O è semplicemente l’eterna storia del criminale che non si pente (nelle sue memorie Dostoevskij ricorda che in Siberia, tra tanti assassini, ladri e violenti non ne trovò mai uno solo disposto ad ammettere di aver agito male), del criminale che non può vedere la realtà perché il suo crimine è divenuto parte di essa? Eppure il caso di Eichmann è diverso da quello del criminale comune. Questo può sentirsi ben protetto, al riparo dalla realtà di un mondo retto, soltanto finché non esce dagli stretti confini della sua banda. Ma ad Eichmann bastava ricordare il passato per sentirsi sicuro di non stare mentendo e di non ingannare sé stesso, e questo perché lui e il mondo in cui era vissuto erano stati, un tempo, in perfetta armonia. E quella società tedesca di ottanta milioni di persone si era protetta dalla realtà e dai fatti esattamente con gli stessi mezzi e con gli stessi trucchi, con le stesse menzogne e con la stessa stupidità che ora si erano radicate nella mentalità di Eichmann. Queste menzogne cambiavano ogni anno, e spesso erano in contraddizione tra loro; inoltre, non erano necessariamente uguali per tutti i vari rami della gerarchia del partito o della popolazione. Ma l’abitudine di ingannare sé stessi era divenuta così comune, quasi un presupposto morale per sopravvivere, che ancora oggi, a vent’anni dal crollo del regime nazista, oggi che ormai il contenuto specifico di quelle menzogne è stato dimenticato, ogni tanto si è portati a credere che il mendacio sia divenuto parte integrante del carattere tedesco. Durante la guerra la menzogna più efficace per incitare e unire tutta la nazione tedesca fu lo slogan della “lotta fatale”. Coniato che fosse da Hitler o da Goebbels, quello slogan serviva a convincere la gente che, innanzitutto, la guerra non era guerra; in secondo luogo, che la guerra era venuta dal destino e non dalla Germania; e in terzo luogo che per i tedeschi era una questione di vita o di morte: annientare i nemici o essere annientati”.

(Hannah Arendt, “La banalità del male”, ed. Feltrinelli)  

La banalità del male (Eichmann a Gerusalemme)” è il resoconto del processo tenutosi nei confronti del criminale nazista Adolf Eichmann, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell’11 maggio 1960. Hannah Arendt lo seguì come inviata del “New Yorker” e ne trasse questo saggio, che provocò dibattiti e polemiche, ad alcune delle quali l’autrice stessa risponde nell’appendice al testo. I temi affrontati sono, come si potrà intuire, enormi, a partire dalla difficoltà di fare giustizia nel senso più alto del termine, prescindendo quindi da sentimenti di vendetta. Nel libro sono riportate testimonianze e interrogatori volti a chiarire il tremendo ruolo di Eichmann nell’orrore rappresentato dal genocidio degli ebrei. Cercando di attenersi il più possibile agli atti del processo, la Arendt non evita, tuttavia, di porre questioni giuridiche, morali, politiche di portata più generale, sulle quali, in questa sede, non mi sembra opportuno aggiungere alcunché, considerata la loro abissale drammaticità e complessità.

“E come nei paesi civili la legge presuppone che la voce della coscienza dica a tutti “Non ammazzare”, anche se talvolta l’uomo può avere istinti e tendenze omicide, così la legge della Germania hitleriana pretendeva che la voce della coscienza dicesse a tutti: “Ammazza, anche se gli organizzatori dei massacri sapevano benissimo che ciò era contrario agli istinti e alle tendenze normali della maggior parte della popolazione. Il male, nel terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione. Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero essere tentati di non uccidere, non rubare, non mandare a morire i loro vicini di casa (ché naturalmente, per quanto non sempre conoscessero gli orridi particolari, essi sapevano che gli ebrei erano trasportati verso la morte); e dovettero essere tentati di non trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni”.

Un pensiero su “La banalità del male (Eichmann a Gerusalemme)

  1. Pingback: “La terza notte di Valpurga” (Karl Kraus) | Tra sottosuolo e sole

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: