Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Riflessioni”

Il mio lato

Il mio lato romantico, il mio lato aulico, il mio lato terroristico, il mio lato burocratico, il mio lato apatico, il mio lato erotico, il mio lato etico, il mio lato anestetico, il mio lato cinico, il mio lato politico, il mio lato etilico, il mio lato artistico, il mio lato fantastico, il mio lato apocalittico, il mio lato cinico, il mio lato simpatico, il mio lato antipatico, il mio lato pacifico, il mio lato atlantico, il mio lato artico, il mio lato antartico, il mio lato asettico, il mio lato cinematografico, il mio lato antibiotico, il mio lato ansiolitico, il mio lato identico, il mio lato genetico, il mio lato sarcastico, il mio lato ironico, il mio lato autistico, il mio lato ipotetico, il mio lato ellenico, il mio lato asburgico, il mio lato sovietico, il mio lato italico, il mio lato ecumenico, il mio lato afasico, il mio lato diuretico, il mio lato antibiotico, il mio lato catartico, il mio lato dentistico, il mio lato aritmetico, il mio lato matematico, il mio lato stilistico, il mio lato poetico, il mio lato grammatico, il mio lato messianico, il mio lato onirico, il mio lato salvifico, il mio lato bulimico, il mio lato anoressico, il mio lato eretico, il mio lato cadaverico.

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L’alternativa

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Uno dovrebbe capire che se una cosa è andata male, è perché doveva andare male, non poteva non andare male, e quindi è un bene che sia finita, perché altrimenti sarebbe andata ancora peggio.
Un concetto abbastanza semplice da comprendere, che però, proprio perché così semplice, annichilente, tranciante, ci costringerebbe a relegare al rango di pagliacciate da bambini tutta una serie di canzoni, film, libri e simili che invece ci fanno battere ancora il cuore.
E quindi, non fosse altro che per amore della musica, del cinema, della letteratura, non ci resta che fantasticare su “quel che poteva essere e non è stato”, perché l’alternativa sarebbe, sarebbe, sarebbe… il vuoto.

Miller e Bianciardi

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(Che i libri si chiamino l’uno con l’altro può anche essere una gran sciocchezza, anzi una cazzata. Però a volte accade. Oggi è accaduto. A Roma ho comprato “L’integrazione”, romanzo di Luciano Bianciardi, che ancora non ho letto. Torno a Itri e su una bancarella dell’usato il primo libro che noto è “Tropico del Cancro” di Henry Miller, che invece ho letto anni fa, ma in biblioteca. Decido di comprarlo e scopro che la traduzione è proprio di Bianciardi. Mentre sto per pagarlo, il rivenditore dell’usato pare quasi dispiaciuto, perché era affezionato a quel libro. Mi chiede di dettargli un brano di pag. 242, perché vuole scriverselo su un’agenda. Comincio a dettare le parole di Miller, tradotte da Bianciardi, e mi viene voglia di rileggere tutto il romanzo. Poi vado a fare la fotocopia della pagina e la lascio al rivenditore, dopo aver spiegato anche a lui la storia di Bianciardi e Miller.)

“Oggi io sono consapevole della mia ascendenza. Non mi occorre consultare oroscopi o alberi genealogici. Di quel che è scritto nelle stelle, o nel mio sangue, io non so nulla. So di venire dai fondatori mitologici della razza. L’uomo che leva la santa bottiglia alle labbra, il criminale che s’inginocchia nella piazza del mercato, l’ingenuo il quale scopre che tutti i cadaveri puzzano, il pazzo che danza con un fulmine in mano, il frate che solleva la tonaca per pisciare sul mondo, il fanatico che fruga le biblioteche e cerca del Verbo – tutte queste persone si fondono in me, tutte fanno la mia confusione, la mia estasi. Se non disumano, è perché il mio mondo ha vuotato in un cesso tutti i legami umani, perché essere umano par cosa povera, triste, miseranda, limitata dai sensi, ristretta dalla morale e dai codici, definita dalle ovvietà e dagli ismi. Mi riverso il succo dell’uva giù per la gola e ci scopro saggezza, ma la mia saggezza non nasce dall’uva, la mia ubriachezza non deve nulla al vino.”

(Henry Miller, “Tropico del Cancro”, ed. Feltrinelli, nella traduzione di Luciano Bianciardi)

Piramide

Giunti a Piramide, mi giro e ti vedo seduta, a due metri da me, anche tu con gli occhi dispersi nello smartphone. Sei tu ma non sei tu, ti somigli, sei quasi uguale, ma non sei tu, è un’altra, quindi non ti somigli, semmai ti somiglia. E poi questo tu è solo a uso narrativo, potrebbe essere lei che somiglia a lei, o lui a lui, ma per comodità facciamo che lei somiglia a te. Ma perché dico questo, non può essere, invece, che sia tu a somigliare a lei? Perché ti concedo questo diritto di precedenza? Dovremmo ricorrere alla carta d’identità per stabilire chi è nata prima, ma non basterebbe, perché tu reclameresti un privilegio di diverso tipo, e avresti gioco facile, perché sai che nella mia mente lei è solo una che ti somiglia, mentre tu sei il modello originario, credi, credo, anche se forse non è esattamente così, perché il gioco delle somiglianze è sottile e anche tu potresti essere somigliante a un’altra e così via, fino a chissà quale abisso. Ma lasciamo stare le teorie, torniamo al pratico. E allora, se invece che lei ci fossi stata tu, ora, nella metro, io ti avrei lasciata scendere a Eur Magliana? Avrei provato a fermarti? E perché? Perché ti conosco? Ma poniamo che io non ti abbia mai conosciuta. Saresti stata una sconosciuta, così come lei, la tua sosia. Anzi, no, ancora di più, perché la tua sosia non mi è così sconosciuta, somigliando a te, mentre tu saresti stata davvero una perfetta sconosciuta. Sì, lo so, sto usando troppe volte le stesse parole, ma è perché mi chiedo cos’è, allora, che di te ha fatto quel che sei e di lei ha fatto solo una sosia. Perché non ho incontrato lei e non te, perché non sei tu a scendere da sosia a Eur Magliana e perché non è lei alla quale scrivo queste parole. Non sai rispondere? Nemmeno io. Ma non riesco neanche a far finta che queste domande non si affaccino alla mente. Perché, ripeto, adesso t’immagino lì, con le cuffie sulla metro B, a Piramide, proprio come lei ma tu, con la tua testa, il tuo cuore, il tuo stomaco e il tuo culo. Ti avrei notata in mezzo a tutta questa gente, così come ho notato lei? No! Questa è la risposta che mi spaventa. O forse sì, uno sguardo mi sarebbe sfuggito verso la tua direzione, ma scendendo a Eur Magliana avresti neutralizzato tutto. Tutto sarebbe finito, anzi nulla sarebbe cominciato tra noi? E invece è finito ugualmente, anche se era cominciato. Non vedi che differenza c’è?

Lei è scesa a Eur Magliana, io adesso so questa cosa. E la so perché, anche se non c’eri, c’eri anche tu qui, a Piramide, con me, in mezzo a tutta questa gente che non sa di te, di me, della ragazza di Eur Magliana.

“… per non avere il desiderio di sapere di più.” (Marcel Proust)

“Si prova amore, mi dicevo a Balbec, per una persona le cui azioni sembrano piuttosto essere oggetto della nostra gelosia; s’intuisce che, se le dicesse tutte, forse si guarirebbe facilmente dall’amore. Per quanto la gelosia sia facilmente celata dalla persona che la subisce, viene scoperta abbastanza in fretta da quella che la ispira e che a sua volta fa ricorso all’abilità. Tenta d’ingannarci su ciò che potrebbe renderci infelici, e ci riesce, perché chi non è avvisato non può scoprire le menzogne nascoste in una frase insignificante; non la distinguiamo dalle altre; detta con timore, è ascoltata con attenzione. Successivamente, quando saremo soli, torneremo a pensare a quella frase, che non ci sembrerà più adeguata alla realtà. Ma la ricordiamo bene? Su di essa e nell’esattezza del nostro ricordo, sembra che in noi nasca spontaneamente un dubbio del tipo di quelli che sorgono nel corso di certi stati nervosi, quando non possiamo ricordarci, alla cinquantesima volta come alla prima, se abbiamo messo il catenaccio; si direbbe che si possa ricominciare all’infinito quell’azione senza che mai sia accompagnata da un ricordo preciso e liberatore. Ma almeno possiamo richiudere la porta per la cinquantunesima volta. Mentre abbiamo sentito la frase inquietante con un ascolto incerto, e non dipende da noi poterla ripetere. Allora concentriamo la nostra attenzione su altre frasi che non nascondono niente, e l’unico rimedio, che però rifiutiamo, sarebbe ignorare tutto per non avere il desiderio di sapere di più.”

(Marcel Proust, “Precauzione inutile”)

“Qualche aura di amore…” (Giacomo Leopardi)

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Giacomo Leopardi, “Zibaldone di pensieri”.

“… gli uni sensibili e sciocchi, e gli altri freddi e intraprendenti.”(Denis Diderot)

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Denis Diderot, “Paradosso sull’attore”, ed. Editori Riuniti.

“Tutto quanto può fare è solo d’ispirarci dei desideri…” (Proust)

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“Infatti, una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri (che ci farà comprendere la funzione a un tempo essenziale e limitata che la lettura può avere nella nostra vita spirituale) è questa: che per l’autore essi potrebbero chiamarsi <<conclusioni>> e per il lettore <<incitamenti>>. Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore; e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto può fare è solo d’ispirarci dei desideri. Desideri che può destare in noi solo facendoci contemplare la bellezza suprema che il supremo sforzo della sua arte gli ha permesso di attingere. Ma, per una legge singolare (e, d’altronde, provvidenziale) dell’ottica spirituale, – legge che significa forse che la verità non possiamo riceverla da nessuno e che dobbiamo cercarla noi stessi, – quel che rappresenta il termine della loro saggezza ci appare soltanto come il principio della nostra: dimodoché, proprio nel momento in cui ci hanno detto tutto quanto cin potevan dire, essi fanno nascere in noi il sentimento che non ci abbiano ancora detto nulla. D’altro canto, se noi rivolgiamo loro domande cui non possono rispondere, chiediamo anche risposte che non c’istruirebbero punto: perché un effetto dell’amore suscitato in noi dai poeti è di farci attribuire un’importanza letterale a cose che per loro sono soltanto significative di sentimenti personali. In ognuno dei quadri che ci mostrano, sembra ch’essi si limitino a darci soltanto un rapido scorcio d’un paese meraviglioso, unico al mondo, nel cuore del quale vorremmo che ci facessero penetrare.”

(Marcel Proust, “Sulla lettura”, ed. Bur Rizzoli)

“Bartleby e compagnia” (Enrique Vila-Matas)

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“Mi sono svegliato molto presto e, mentre preparavo la colazione, mi sono messo a pensare a tutta la gente che non scrive e all’improvviso mi sono reso conto che in realtà oltre il 99% dell’umanità preferisce, nel più puro stile Bartleby, non farlo, non scrivere.

Deve essere stata quella cifra devastante a innervosirmi. Ho cominciato a fare gesti come quelli che a volte faceva Kafka: darsi delle pacche, fregarsi le mani, stringersi nelle spalle, sdraiarsi sul pavimento, saltare, prepararsi a lanciare o a ricevere qualcosa…

Pensando a Kafka, mi sono ricordato dell’Artista della Fame che compare in un suo racconto, un artista che si rifiuta di ingerire alimenti perché per lui digiunare era imprescindibile, non poteva evitarlo. Ho pensato al momento in cui il custode gli chiede perché non possa evitarlo, e l’Artista della Fame, sollevando la testa e parlando dritto nell’orecchio del custode affinché le sue parole non si perdano, dice che gli è sempre risultato inevitabile digiunare, perché non è mai riuscito a trovare un cibo che gli piacesse.

E mi è tornato alla memoria un altro artista del No, uscito anche lui da un racconto di Kafka. Ho pensato all’Artista del Trapezio, che si rifiutava di toccare il suolo e passava giorno e notte sul trapezio senza scendere, viveva lassù in alto ventiquattr’ore su ventiquattro, proprio come Bartleby non se ne andava mai dall’ufficio, neppure la domenica.

Quando ho smesso di pensare a questi chiari esempi di artisti del No, ho constatato che ero ancora alquanto nervoso e agitato. Mi sono detto che forse mi conveniva prendere un po’ d’aria fresca, non accontentarmi di salutare la portinaia, parlare del tempo con il giornalaio o rispondere con un laconico “no” al supermercato quando la cassiera mi chiede se ho la tessera fedeltà.”

(Enrique Vila-Matas, “Bartleby e compagnia”, ed. Feltrinelli)  

I più assidui e soprattutto masochisti frequentatori di questo blog avranno magari notato, chissà come, quando e perché, che su questo blog è presente un incipit di uno pseudo-romanzo in costruzione, e mai costruito, che inizia con un “No!” secco e deciso; gli stessi masochisti avranno altresì osservato che vi sono due sezioni dedicate l’una a frammenti di romanzi mai giunti a organica conclusione e l’altra a racconti ingabbiati, che non si sono sviluppati o che forse erano destinati ad essere così. Infine, e questo è più probabile, qualcuno avrà letto la mia ammirazione per il romanzo di Melville, “Bartleby lo scrivano”, che con l’occasione consiglio nuovamente a chi non l’avesse letto.

Tutta questa odiosa e prolissa introduzione mi serve per spiegare perché ho molto apprezzato il mio primo incontro con lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas, nonostante egli appartenga a una “macrocategoria” di scrittori che non fanno molta breccia nel mio cuore: i viventi. Ho conosciuto Vila-Matas grazie a questo blog, Continua a leggere…

Amore (dal “Dizionario filosofico” di Voltaire)

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AMORE

Amor omnibus idem1. A questo punto bisogna far ricordo alla natura fisica; l’immaginazione ha ricamato la trama della natura. Se vuoi avere un’idea dell’amore, guarda i passeri o i piccioni del tuo giardino, oppure osserva il toro messo vicono alla tua giovenca; guarda il baldanzoso cavallo che due servi conducono dalla cavalla che lo aspetta tranquilla e scosta la coda per riceverlo; guarda come sfavillano i suoi occhi e ascolta i suoi nitriti; osserva bene quei balzi, quelle lievi impennate, quelle orecchie dritte, quella bocca che s’apre con piccole contrazioni, quelle froge che vanno dilatandosi, quel soffio ardente che ne esce, quella criniera che si drizza e ondeggia, quel moto imperioso con cui si slancia sull’oggetto che la sua natura gli ha destinato; però non essere geloso e pensa ai vantaggi della specie umana: essi compensano in amore tutti i vantaggi che la natura offre agli animali: forza, bellezza, leggerezza, rapidità.

Ci sono anche animali che non conoscono il piacere. I pesci non provano questo godimento; la femmina depone sul limo milioni di uova e il maschio che le trova vi passa sopra fecondandole col proprio seme, senza darsi pena della femmina a cui appartengono.

La maggior parte degli animali che si accoppiano gode con un solo senso e, soddisfatto che sia l’appetito, tutto si smorza. Nessun animale, tranne te, conosce gli amplessi. L’intero tuo corpo è sensibile; specialmente le tue labbra provano una voluttà di cui non ti stancheresti mai, e questo piacere non appartiene che alla tua specie. Infine, per te tutto il tempo dell’anno è buono per l’amore, mentre per gli animai c’è un periodo stabilito. Se rifletti su queste prerogative, dovrai convenire col conte di Rochester: <<L’amore, in un paese di atei, farebbe adorare la Divinità>>.

Siccome gli uomini hanno il dono di perfezionare tutto ciò che la natura offre loro, hanno perfezionato l’amore. La pulizia, la cura di se stessi, rendendo la pelle più delicata aumenta il piacere del tatto, e la cura della propria salute rende più sensibili gli organi del piacere.

Tutti gli altri sentimenti rientrano poi in quello dell’amore, come metalli che si amalgamino con l’oro; l’amicizia e la stima contribuiscono a svilupparlo, le doti fisiche e morali ne rafforzano le catene.

Nam facit ipsa suis interdum foemina factis,

Morigerisque modis, et mundo corpore cultu,

Ut facile insuescat secum vir degere vitam.2

L’amor proprio soprattutto rinsalda tutti questi legami. Ci si compiace della propria scelta, e una quantità d’illusioni sono gli ornamenti di quest’opera nostra di cui la natura ha posto le fondamenta.

Ecco ciò che possiedi al di sopra degli animali; ma se ti è dato di assaporare tanti piaceri che essi ignorano, quanti affanni devi poi provare dei quali una bestia non ha la minima idea! Quel che c’è di terribile per te, è che la natura nei tre quarti della terra ha avvelenato i piaceri dell’amore e le fonti della nostra vita con una malattia spaventosa, a cui solo l’uomo va soggetto e che infetta i suoi organi genitali.

E non si può dire che una simile pestilenza, come tante nostre malattie, sia la conseguenza dei nostri eccessi. Non sono stati gli stravizi a introdurla nel mondo. Le varie Frine, Laide, Flore e Messaline non ne furono assolutamente affette; essa è nata nelle isole in cui l’umanità viveva in uno stato d’innocenza, e di là s’è andata diffondendo nel vecchio mondo.

Se non si è mai potuto accusare la natura di disprezzare la sua opera, di contraddire ai suoi disegni, di agire contro le sue intenzioni, ecco un’occasione per farlo. È questo il migliore dei mondi possibili? Suvvia! se Cesare, Antonio, Ottaviano non hanno avuto questa malattia, non era possibile che non facesse morire Francesco I? No, dicono, le cose erano preordinate così per il meglio: vorrei crederlo, ma non mi è facile.

 (Voltaire, “Dizionario filosofico”)

1 <<L’amore è identico per tutti>>, Virglio, Georgiche, III, 244.

2 T. Lucrezio Caro, De rerum natura, lib. IV. <<Infatti la donna stessa talvolta con le sue azioni, / Le buone maniere e il culto accurato del corpo / Fa sì che l’uomo si abitui facilmente a passare la vita con lei>>.

 

 

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