Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“L’uomo che guardava passare i treni” (Georges Simenon)

simenon

“Per quel che riguarda personalmente Kees Popinga, si deve convenire che alle otto c’era ancora tempo, perché a ogni buon conto il suo destino era segnato. Ma tempo per che cosa? E poteva lui agire diversamente da come avrebbe poi agito, persuaso com’era che i suoi gesti non fossero più importanti di quelli di mille altri giorni del suo passato?

Avrebbe scrollato le spalle se gli avessero detto che la sua vita sarebbe cambiata di punto in bianco, e che quella fotografia sulla credenza, che lo ritraeva in piedi tra i familiari, una mano distrattamente poggiata sulla spalliera di una sedia, sarebbe stata riprodotta da tutti i giornali d’Europa.

Se, insomma, avesse cercato in se stesso, in tutta coscienza, qualcosa che lo predisponesse a un burrascoso avvenire, sicuramente non avrebbe pensato a quella certa emozione furtiva, quasi vergognosa, che lo turbava vedendo passare un treno, un treno della notte soprattutto, dalle tendine calate sul mistero dei viaggiatori”.

(Georges Simenon, “L’uomo che guardava passare i treni”, ed. Adelphi)

Fino ad ora non avevo mai letto nulla di Georges Simenon, autore molto prolifico. I motivi a causa della mia scarsa conoscenza di Simenon sono vari, primo tra i quali l’impossibilità di leggere tutto, malessere che affligge ogni lettore avido. L’occasione per fare la sua conoscenza mi è stata data da un amico, al quale avevo confidato la “crisi da romanzo” che negli ultimi mesi mi sta “affliggendo”, cioè la difficoltà (salvo eccezioni) di addentrarmi in uno scritto che possa oltrepassare certi limiti spaziotemporali. Da qui la mia predilezione per la forma racconto, novella, saggio breve. Qualcosa di anomalo, per me, cresciuto a Dostoevskij e Balzac. “Potresti provare con Simenon”, mi ha suggerito il mio amico, del cui giudizio mi fido abbastanza. Ho provato con “L’uomo che guardava passare i treni” ed è andata abbastanza bene, considerando che l’ho letto quasi tutto d’un fiato e che non ho mai sentito la tentazione di abbandonarlo e dedicarmi a qualche racconto breve.

In questo romanzo Simenon ci racconta la storia di Kees Popinga, un omicida. Non maleditemi perché vi ho svelato il colpevole, leggendo vi renderete conto che non si tratta di un giallo, non nel senso che si debba scoprire chi è l’assassino. Dopo un paio di capitoli, già sappiamo che sarà proprio Kees a uccidere, nonostante egli sia ritenuto, da tutti, un buon marito, un buon lavoratore, un buon padre per i suoi due figli. Quarantenne, conduce un’esistenza molto ordinaria, trascorsa tra il suo impiego presso una ditta di forniture navali e i pochi svaghi che si concede, tra i quali qualche partita a scacchi e l’abitudine di fermarsi a guardare i treni che passano. Per non macchiare quel quadro che egli ha costruito, si tiene lontano da tentazioni che pure sente, quali evasioni extra-coniugali e alcool. All’improvviso, una sera, tutto il castello crolla. Il suo capo, in una bettola, gli confida che l’azienda non è florida come sembra, anzi lui (il capo) fingerà un suicidio per scappare all’imminente accusa di bancarotta fraudolenta. Consiglia a Kees di scappare, se non vuole finire per strada come un vagabondo, e gli dona del denaro.

L’artifizio letterario che scatena tutto il resto della storia mi è parso, leggendolo, un po’ forzato, sebbene la realtà ci fornisca situazioni simili. Ciò che non mi ha convinto, nello specifico, è l’eccessiva velocità con cui il protagonista, nel corso di una notte, decide di mollare tutto e prendere un treno che lo porterà ad Amsterdam, in cerca di Pamela, una prostituta che lui desidera da anni, che invidiava al capo, e che, rifiutandosi di accontentarlo, scatenerà la sua furia. Forse memore di altri romanzi, e quindi inconsciamente facendo degli inopportuni paragoni (per esempio con l’immenso “Delitto e castigo” di Dostoevskij), mi sarei aspettato un maggior travaglio psicologico di Kees nel momento di una scelta così drastica, qual è quella di scappare. Detto ciò, una volta innestato il meccanismo, Simenon è molto abile a costruire una trama avvincente, tutta giocata sull’altalena emotiva del protagonista. Rifugiatosi a Parigi, dove inizialmente trova conforto in ambienti poco raccomandabili, l’omicida fugge ma al tempo stesso ricerca l’attenzione della polizia e della stampa. La guerra psicologica che conduce con il commissario Lucas, che noi non vediamo mai in scena per gran parte del romanzo, ma la cui presenza è fondamentale per comprendere gli atteggiamenti di Kees, è narrata da Simenon con ritmo e capacità di creare attesa nel lettore.

La vicenda è fortemente incentrata su Kees, che al lettore appare persino goffo e non credibile nelle sue vesti di assassino, ma offre all’autore l’occasione di riflettere su questioni che vanno oltre e che, con le opportune variazioni, sono valide anche oggi. In primo luogo, Simenon, sia pure in maniera velata e senza dilungarsi troppo sul tema, sottolinea diverse volte come non ci sia una verità assoluta, come gli stessi eventi possano essere visti in maniera diversa da persone diverse, il che è forse scontato, ma, ancora di più, in maniera diversa dalla stessa persona, quando si sia venuti a conoscenza di qualcosa che prima sfuggiva. L’ironia dell’autore, infatti, si sofferma sull’atteggiamento di coloro che conoscevano Kees, i quali, dopo aver scoperto sui giornali del suo gesto omicida, reinterpretano le parole e gli atteggiamenti dell’uomo come se già prima del fatto fosse possibile capire che in lui albergava un pericoloso folle.

Altro tema del romanzo è il ruolo della stampa in questo tipo di vicende. Gli articolisti, infatti, non si limitano a riportare i fatti, ma pretendono di commentarli con una visione omnicomprensiva degli eventi, che non possono avere eppure pretendono di avere, magari con l’avallo di esperti psichiatri e criminologi. Kees Popinga, non a caso, annota sempre sul suo taccuino le parole che legge sui giornali, rilevando le assurdità che sono scritte e la loro scarsa attinenza con il reale svolgimento degli eventi, con le motivazioni che lo hanno indotto ad agire.

Kees Popinga non ha la statura letteraria di un Raskol’nikov, ma Simenon, almeno per questo primo romanzo che ho letto, ha contribuito a risolvere parzialmente la mia “crisi da romanzo” e di questo non posso che essergli grato.

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9 pensieri su ““L’uomo che guardava passare i treni” (Georges Simenon)

  1. L’ho letto, tra l’altro qualche anno fa. Mi colpì, ricordo mi segnai anche una citazione (sì, ho un libretto in cui annoto frasi tratte dai libri): “Ho guardato la vita come quel poverello che col naso appiccicato alla vetrina di una pasticceria guarda gli altri mangiare i dolci. Adesso so che i dolci sono di coloro che si danno da fare per prenderli”.

    Non ho letto altro di Simenon, lo dico sentendomi colpevole. Ha una vasta produzione, come facevi notare. Sti dannati Adelphi, comunque, costano di più degli altri!

    • La Adelphi, comunque, sgarra raramente, e questo è un motivo in più per approfondire la conoscenza di Simenon. Questo romanzo non entrerà nell’Olimpo dei miei preferiti, ma mi è piaciuto, forse anche perché era “perfetto” per ciò che cercavo attualmente.
      Io, per ora, mi rifornirò dalla biblioteca del mio paese, ho visto che ci sono un po’ di suoi romanzi. 🙂

  2. Letto tantissimi anni fa è sicuramente uno dei romanzi di Simenon che più ho amato anche se al primo posto ci sarà sempre I Complici 🙂

  3. margaret collina in ha detto:

    uno dei suoi libri più belli

  4. Bello, ho voglia di leggere qualcosa di Simenon.
    Mi attende in libreria “Le signorine di Concarneau”, spero sia all’altezza 🙂

  5. Lo adoro per tutto quello che scrive.
    Questo mi manca, ma sarà presto mio!
    Luna

  6. Pingback: “I fantasmi del cappellaio” (Georges Simenon) | Tra sottosuolo e sole

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