Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Eugenio smise di parlare” (n. 19, da “Frammenti da un camino”)

Da molto tempo non infesto queste pagine e l’intero web con i “Frammenti da un camino”, cioè brani di romanzi mai pubblicati, mai pubblicabili e che d’inverno costituiscono il giusto nutrimento per i camini. In attesa di superare la mia “crisi da romanzo” (da alcuni mesi, salvo eccezioni, riesco a leggere, e quindi pseudo-recensire, “solo” racconti, non romanzi; sto provando con “L’uomo che guardava passare i treni” di Simenon a superare lo stallo), ecco a voi la miseria vicenda di Eugenio e del suo sindaco Amorini.

EUGENIO SMISE DI PARLARE.

Solo gli anziani pensionati e i perenni disoccupati come Eugenio Ferrigno avevano il privilegio di godersi la giornata assolata, passeggiando a vuoto per le deserte strade del paese. Quella mattina Eugenio si era alzato più tardi del solito, all’incirca alle 9:00. Con inconsueta attenzione e cura si era dedicato alle abluzioni. Fatta colazione, senza la solita frenesia, disse alla madre di non voler esser disturbato e tornò in camera. Si sedette su una sedia, dopo averla portata al centro della stanza. Si rialzò, prese un fiammifero dal mucchio di oggetti sparsi alla rinfusa sul comodino, accese una candela di cera, si avvicinò alla finestra e abbassò la persiana riavvolgibile. Sempre con il moccolo acceso in mano, ritornò al centro della stanza, restò qualche secondo in piedi e si riaccomodò.

Dopo cinque minuti di silenzio e immobilità, si destò con un ghigno feroce sulla faccia e pronunciò una sola parola: – Ottantasette.

Rialzò la persiana e spense la candela. Si voltò con lentezza innaturale, dirigendosi verso un mobiletto che si trovava in un angolo della stanza, isolato rispetto agli altri. Aprì il cassetto, estrasse un pacco di fogli, li infilò nella tasca destra del pantalone e si avviò verso l’uscio di casa.

– Dove vai, esci a comprarti le sigarette? – chiese la madre.

 – Sì – rispose lui, freddo.

Aveva un’andatura regolare, cadenzata, lenta, priva dei suoi caratteristici scatti repentini e delle sue improvvise soste. Giunto in piazza, si recò dal barbiere, noto nostalgico del “ventennio”, per un tagliarsi i capelli ma soprattutto l’ormai ingombrante barba. Tra Eugenio o e il barbiere non ci fu, al solito, alcun dialogo. Vi si recava per abitudine, lo avevano indirizzato lì, la prima volta che aveva chiesto a qualcuno di indicargli un barbiere e da allora, quelle rare volte che decideva di frenare il rigoglio di peli, accettava quel posto come un fatto ineluttabile. Fissava lo specchio di fronte a sé, vedendovi riflesso il suo sarcastico sorriso. Il barbiere interloquiva con gli avventori del locale, i quali, peraltro, non si trovavano lì per radere le loro chiome, bensì per discutere di donne, di politica, di riforme, ma soprattutto per giocare a carte.

Dopo la tosatura, Eugenio uscì dal locale, convinto che adesso gli sarebbero servite una giacca, una cravatta e una valigetta per assurgere a giovane assessore o stimato direttore di banca. Si fermò a contemplare i pochi passanti, accendendosi una sigaretta. Accanto a lui scorse un giovane che distribuiva volantini.

– Hai da accendere? – gli chiese il ragazzo.

– Sì. Sai, giovanotto, l’altra volta un signore elegante mi ha detto che fumare fa male e che inquina l’ambiente.

– Sono cose che si dicono per farci smettere di fumare.

– No, no. Io non sono d’accordo. È vero, fa male, lo so, lo so, lo so. Però l’ambiente! Mi vengono a parlare d’inquinamento e poi loro girano dalla mattina alla sera nelle loro automobili. Io almeno vado a piedi. Chi inquina di più, io o loro?

– Beh, loro – disse il giovane, sorridendo.

– E poi con quelle auto rischiano di metterti sotto! A te non è mai capitato? L’altra volta stavo su un marciapiede e due ragazzetti hanno cominciato a suonare, sembrava volessero venirmi addosso, ora non si sta bene più neanche sui marciapiedi! – si accalorò Eugenio.

– Forse volevano scherzare. – Il ragazzo con i volantini ora era perplesso.

– Eh, sì. Poi ci sono quelli che sgommano a marcia indietro. Ma secondo te tutti quelli che fanno così poi si tagliano le vene?

– Perché? – chiese l’altro, ormai impaziente di svincolarsi da Eugenio, che con i suoi discorsi surreali cominciava a inquietarlo.

– No, sai, una volta uno che abitava nella mia vecchia città sgommava sempre con la macchina, dopo qualche giorno l’hanno trovato con le vene tagliate. Allora tutti questi che fanno così si tagliano le vene?

– No, non credo. Amico, ora devo andare a distribuire questi volantini, altrimenti non mangio! Scusami tanto!

– Vai, vai, e buon pranzo – esclamò Eugenio, sorridendo beffardo.

Restò solo e si godette l’ennesima sigaretta. In lui c’era la calma terrificante di chi non sente e non ha più nulla da perdere. Terminato il rito, gettò il mozzicone a terra. Si diresse verso il comune. Aveva un sorriso estatico sul volto e la sua camminata era divenuta ancora più compassata di quanto già non fosse quella mattina. Frugò un’ultima volta nelle tasche e si avviò all’ingresso del comune. Sembrava non esserci nessuno. Salì le scale a una a una, giunse fino al secondo piano, quasi gustandosi con voluttà ogni metro di quel percorso, senza incontrare alcuno. Giunse fino all’uscio della stanza 87. Una volta giunto lì, alzò lo sguardo e lesse sulla targhetta accanto alla porta: “Stanza ottantasette, Sindaco: Amorini Giancarlo”.

– Toc, toc – bussò alla porta, emettendo al contempo questo suono onomatopeico, con voce querula.

– Sono occupato – rispose dall’interno la stridula voce di Amorini.

Amorini scriveva, forse, una lettera appassionata alla sua nuova fiamma, da qualche giorno argomento di conversazione che infiammava le principali sale d’attesa dei parrucchieri di paese, o forse apponeva il sigillo personale su qualche mirabolante progetto comunale, magari la privatizzazione dei servizi cimiteriali o la costruzione di un immenso villaggio turistico proprio in una delle zone paesaggistiche più attraenti del comune. Nel dubbio, Eugenio non esitò a rispondergli: – Ed io sono disoccupato.

Aprì la porta ed entrò. Amorini restò molto perplesso nel vedere quel giovane, che aveva scorto talvolta camminare sui marciapiedi, dall’interno della sua ultima fiammante auto. Non sapeva chi fosse e a cosa fosse dovuta la visita.

– Spero che lei abbia avuto un più che valido motivo per interrompermi ed entrare nonostante le avessi detto di pazientare – affermò con cipiglio.

Eugenio estrasse dalla tasca un foglio e lo consegnò al Sindaco.

– Legga questo.

Il Sindaco, controvoglia, prese quel foglio e iniziò a leggerlo con rapidità, pur di togliersi quel rompiscatole di torno al più presto. Vide che era un’ingiunzione di pagamento. Capì che la finanziaria di sua proprietà esigeva del denaro da un certo signor Giorgio Ferrigno.

– Non capisco, lei non mi sembra essere questo signore, l’età non corrisponde.

– Infatti, è mio padre.

– Non capisco egualmente. In ogni caso, adesso ho da ultimare pratiche urgenti, quindi la prego di togliere il disturbo, le fisserò un appuntamento nei prossimi giorni – Amorini, uomo dai nervi labili, specie quando si vedeva messo sotto l’occhio inquirente di qualcuno, cercava di prendere tempo.

– Un attimo, egregio signor Sindaco, ora le spiego il motivo della mia visita, sarò molto breve ed esaustivo.

Amorini, forse illanguidito dall’aggettivo “egregio” oppure sorpreso dall’inaspettata proprietà di linguaggio dell’ospite, concesse a Eugenio di esporre le sue ragioni.

– Vede, caro Sindaco, fino a cinque – sei anni fa abitavo in un altro comune, avevo una ragazza, un lavoro non eccezionale ma ad ogni modo continuo, la mia vita era abbastanza tranquilla. Improvvisamente, nel giro di un mese, persi il lavoro, la ragazza e mia sorella si ammalò. Necessitava di cure costose.

– Mi dispiace ma continuo a non vedere il nesso con la mia persona.

– Mio padre, purtroppo, non aveva potuto accantonare quasi nulla nel corso della sua esistenza, sa, gli stipendi degli operai non sono come i vostri. Decise, allora, di ricorrere a un prestito, per poter curare mia sorella. Così si rivolse alla sua finanziaria, che ci concesse il prestito, confidando di potersi rifare, in ogni caso, sulla pensione di mio padre e sulle mie modeste entrate. Purtroppo, però, le cose non sono andate bene. Mia sorella continua a stare male, il lavoro non l’ho più ritrovato, anche perché una volta giunto qui sono stato subito etichettato come pazzo.

Amorini, intanto, oltre che nervoso era anche teso, voleva sbarazzarsi di quello strano tipo e cominciò ad armeggiare sotto il tavolo, cercando il pulsante d’allarme che avrebbe fatto intervenire i vigili.

– In quanto pazzo, non ho più trovato nessuno in mio appoggio, sono solo. Sa, caro Sindaco, la sua finanziaria non ha avuto molto riguardo per mio padre, per me e la mia famiglia. Da tempo continua a chiederci soldi che non abbiamo, interessi, ci ha citati in giudizio, costringerà tutti noi ad andare in tribunale, e questo non è carino, lei converrà – Eugenio adesso parlava con gran fervore, le sue gote erano rosso acceso. Inoltre, si era avvicinato di molto al Sindaco.

– Senta, non so cosa dirle, qui su due piedi, dovrei valutare le circostanze – provò a tergiversare Amorini.

– Non possiamo valutare più nulla, caro Sindaco. La decisione è già stata presa. Lei e la sua avida finanziaria mi avete mostrato come la corruzione e il denaro vincano su tutto. E allora, caro Sindaco, se avete trascinato mio padre in tribunale, mi sembra giusto trascinare lei, la sua comoda poltrona e il suo denaro insieme a me, nelle viscere dell’inferno.

– Senta, ora lei sta esagerando.

Amorini non fece in tempo a dire altro, Eugenio stava già…

(Continua? Boh!)

P.s.: personaggi e vicende sono frutto solo della mia bacata fantasia da lettore accanito; se non erro, scrissi questo brano pochi giorni dopo aver letto un racconto di Fenoglio, contenuto nella raccolta “Un giorno di fuoco” (lo so, il solo accostamento merita di essere punito con le peggiori pene dantesche: provvederò ad auto-infliggermele).

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3 pensieri su ““Eugenio smise di parlare” (n. 19, da “Frammenti da un camino”)

  1. …e insomma? Può continuare, vero? Se continui ti invio una terza teglia di patate fritte! A parte gli scherzi, mi hai incuriosita, peccato non continuare. Si legge bene, è scorrevole. Sul serio, pensaci.

    • Ti ringrazio. 🙂 In realtà, il continuo (e anche gli “antefatti”) in parte ci sono già, tutti questi frammenti sono presi da uno pseudo-romanzo che giace nel mio cassetto-camino. Prima di ripubblicarli, li rileggo al volo e aggiusto qualcosa che mi pare totalmente sballata.

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