Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Fraintendere

fraintèndere (tosc. frantèndere) v. tr. [comp. di fra– e intendere] (coniug. come intendere). – Intendere una cosa per l’altra, interpretare in modo diverso dal giusto: hai frainteso le mie parole; f. il senso d’una frase, d’un verso; anche assol.: cercate di non f.; estens.: f. le intenzioni d’una persona.

fraintendiménto s. m. [der. di fraintendere]. – Il fatto di fraintendere, d’intendere in maniera non giusta: f. d’una parola, d’un gesto, d’un verso; l’incidente fu dovuto a un semplice fraintendimento.
(definizioni prese dal sito Treccani.it)

Sui fraintendimenti si basano, oltre che romanzi, film e simili, anche la gran parte delle relazioni umane, sia che il fraintendersi possa essere alla base di una rottura sia che, invece, possa essere proprio ciò che impedisce il distacco (l’ignoranza delle proprie e delle altrui meschinità, in tal senso, può aiutare). Le definizioni che ho riportato sono abbastanza chiare, anche se, cavillando, qualcuno potrebbe fraintenderle. Non c’è bisogno di aver letto Wittgenstein e i suoi discorsi sui “giochi linguistici” per capire quando e perché ci troviamo di fronte a un fraintendimento tra quel che noi intendiamo e quel che l’altro intende. Le motivazioni possono essere le più varie, dallo stato alcolico di uno dei due interlocutori, che certo non giova (o forse sì?) alla comprensione reciproca, oppure, più “seriamente”, al significato che ciascuno attribuisce a una data parola in un dato contesto, secondo la propria esperienza e attitudini sociali, culturali, psicologiche e quante ne volete. Per evitare fraintendimenti sullo scopo di quest’articolo, specifico subito che uno scopo non c’è, soprattutto non c’è una giustificazione scientifica alla base dello stesso. Tutto è nato dalla rilettura di alcuni appunti che sono solito prendere su taccuini piuttosto improvvisati (o su semplici foglietti di carta), che hanno ridestato nella mia memoria episodi che rientrano nella vasta macro-categoria delle incomprensioni umane.

Il primo episodio ritrovato nel taccuino mi vede di fronte al palazzo dove lavoravo (imperfetto categorico del disoccupato) qualche anno fa. Non si può entrare senza la chiave, ma una volta entrati la chiave è inutile, perché, anche volendo, non ci si può chiudere dall’interno. Io, che devo entrare, uso la chiave e apro il portone. Mi trovo davanti una donna, sembra stia attendendo me.

– Le lascio la porta aperta? Vuole uscire? – le chiedo – con domanda retorica, convinto che lei debba uscire.

– No, è indifferente, ho anch’io le chiavi. – risponde tranquilla.

Forse la signora non ha capito la mia domanda o forse sono io ad aver sbagliato domanda. Io volevo chiederle se stava uscendo in quel momento, lei, evidentemente, ha pensato che mi riferissi al momento del suo eventuale ritorno. La storia, comunque, non ha una morale e tanto meno un significato metaforico o simbolico, sebbene, lo ammetto, nei giorni successivi all’evento, io abbia tentato di estrarne considerazioni “profonde” su cosa è una chiave. Non sono così autolesionista da riportarle qui.

A proposito di chiave, i miei appunti rilevano un episodio che ha per protagonista una chiavetta usb, anche detta (non sottilizziamo qui sull’appropriatezza delle definizioni) “pennetta”. C’è stato un periodo, nella mia labile esistenza, durante il quale ero solito girare, per le strade e sui mezzi mentre andavo a lavoro (imperfetto, vedi sopra), con una cosiddetta chiavetta-pennetta, ovvero un lettore mp3. Ero altrettanto solito, tuttavia, girare con una penna nel senso più classico del termine, quelle per scrivere. Seduto su una panchina nel giardino comunale (vedi foto copertina del blog), quella mattina, avevo una penna (per scrivere) appuntata sul margine di un libro che stavo leggendo. Mi accorsi, a un certo punto, di aver perso la penna e mi alzai per cercarla. Nel frattempo, giunse un mio caro amico, che vedendomi molto indaffarato nella ricerca, mi chiese cosa avessi perso. A farla breve, si creò, per alcuni minuti, una situazione degna di un atto teatrale assurdo. Lui pensava che stessi cercando una “pennetta usb” e quindi restò perplesso quando gli dissi che potevamo passeggiare e che non importava nulla dell’oggetto, che l’avrei ricomprato. Lui insistette perché doveva trovarsi lì e non gli sembrava giusto desistere dalla ricerca, considerato che quella pennetta l’avevo comprata da poco. L’equivoco fu chiarito e c’incamminando sorridendo e maledicendo di aver sprecato in quella circostanza le nostre (almeno le mie) inesistenti doti da attori.

Il terzo episodio si svolse a Roma, nel piazzale della Stazione Termini, quello che funge da capolinea per gli autobus. Avevo deciso, quel giorno, di andare a vedere dal vivo la statua che qualcuno aveva dedicato all’ex papa (Wojtyla). Preciso: non ero vittima di una crisi mistica, ma trovandomi di passaggio in quella zona, volevo appurare con i miei occhi se l’obbrobrio visto in tv era effettivamente tale. Giunto a pochi metri da quello che si rivelò davvero uno scempio, mi si avvicinò un distinto signore giapponese che, a gesti, mi fece capire che intendeva essere fotografato davanti alla statua. Si posizionò, bello sorridente, e scattai la foto. Mi accorsi, però, che la foto era uscita male. La testa della statua non si vedeva, sembrava essere reduce da una seduta di ghigliottina. A gesti e in un inglese improvvisato, spiegai al giapponese che avrei dovuto scattarne un’altra. Lui mi fece capire che la cosa importante era che, nella foto, ci fosse lui. Me ne andai affranto, senza crisi mistica e avendo fallito anche come fotografo. L’ipotesi che lui mi reputasse un idiota, incapace di fotografarlo, era pur sempre preferibile alla domanda alternativa, cioè al chiedermi perché mi avesse chiesto una foto davanti alla statua, se poi la presenza della statua nella foto stessa non era necessaria.

Infine, un episodio più casalingo. Squilla il telefono di casa. Un conoscente di mio padre, scambiandomi per lui, mi dice: – Giulio, dove sei? Mio padre, che si chiama Giulio, non è in casa. L’istinto, l’inconscio (o chiunque esso sia) mi suggerisce di rispondere con un “non sono in casa”, ma c’è qualcosa in quella risposta che non mi convince. Logicamente, chiarisco l’equivoco. Qualche ora dopo, però, avendo dieci minuti da perdere, fantastico su come poteva proseguire la telefonata se avessi fornito, in risposta a quella domanda doppiamente errata, la mia istintiva risposta, certo assurda ma contenente un nucleo di verità. In questo caso, il fraintendimento è più sottile, ma talmente sottile che non riesco a trovare le parole e quindi, ammettendo la mia impotenza, chiudo l’articolo così, senza tanti convenevoli.

Se qualcuno non ha inteso il senso dell’articolo, sappia che non l’ho capito nemmeno io e, se anche avessi presunto di capirlo, di certo mi sono frainteso.

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5 pensieri su “Fraintendere

  1. Io ho capito che mi piace. E pure molto 🙂 !

  2. approccio davvero molto wittgensteiniano. Mi piace.

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