Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Paura.

“Un bambino non beve perché non ha paura della morte”

(Cesare Pavese)

Il mio gattino dal pelo candido, Charles, seduto su una sedia, immerso in sogni che non potrò mai scoprire, sobbalzò allo scoppio di un petardo, che qualche bambino aspirante futuro guerrafondaio aveva gettato sul balcone di casa mia. Charles, che ancora non ha avuto modo di apprezzare appieno l’imbecillità della razza umana, si rifugiò sotto un mobile, incurante dei miei tentativi di fargli capire che tutto era sotto controllo. Solo dopo una ventina di minuti si decise a uscire fuori dal bunker improvvisato. Aveva provato paura.

La paura, da vocabolario, è lo “stato emotivo consistente in un senso d’insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso: più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso, che si manifesta anche con reazioni fisiche, quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente”. Una delle paure più immotivate è quella del blogger che non sa cosa scrivere, trovandosi di fronte a quello che per lo scrittore è il “blocco da pagina bianca”. In soccorso del blogger suddetto, che poi non sarei altro che io, può arrivare una frase letta o captata in giro, che funge da stimolo alla scrittura di un articolo, quello che state leggendo, che, sia detto tra noi, poteva anche non essere scritto. L’umanità non ne sentiva il bisogno, ma ormai ci sono e lo continuo.

Stavo leggendo un racconto di Maupassant, intitolato proprio “La paura”. Non è tra i meglio riusciti, ma a un certo punto l’autore, ricordando un incontro con altri due scrittori, cioè Turgenev e Flaubert, cita una frase di Turgenev: “Si ha veramente paura di ciò che non si comprende”. Maupassant, inoltre, elogia Turgenev scrivendo: “Nessuno più del grande romanziere russo seppe trasmettere all’animo quel brivido dell’ignoto arcano, e nella penombra d’uno strano racconto lasciar intravvedere un mondo di cose inquietanti, incerte, minacciose”. Rileva, poi, la differenza tra lo stile di Turgenev e quello di altri due giganti come Edgar Allan Poe ed E.T.A. Hoffmann, più inclini, per scavare nelle nostre paure, a entrare “arditamente nel soprannaturale”. Ma lasciamo da parte questi mostri della letteratura e torniamo alle misere riflessioni di un blogger.

Leggendo quelle parole di Turgenev, a me è venuto subito in mente il mio gatto Charles e il suo atteggiamento di fronte allo scoppio del petardo. Per lui, che su Turgenev forse non ha opinioni (o forse, avendo letto “Padri e figli” dello stesso Turgenev e poi “I demoni” di Dostoevskij, un’opinione l’ha), la paura era dovuta effettivamente a qualcosa che non comprendeva, che non aveva mai sentito o che comunque rappresentava un’anomalia rispetto alle sue abitudini quotidiane (invidiabili abitudini, aggiungo). È chiaro che il suo è un esempio perfetto della paura di ciò che non si conosce, che tutti noi sperimentiamo in diversa misura. Senza stare qui a filosofeggiare troppo su cosa s’intende per passato, presente e futuro, sul concetto di tempo, si può affermare, pur con una certa approssimazione, che il futuro può rappresentare, per noi, una paura (oltre che, auspicabile, una speranza) potente, con tutto il suo carico d’ignoto e imperscrutabile. Non è da sottovalutare, al riguardo, la paura della morte. La morte, infatti, è stata cantata, rappresentata al cinema, nei romanzi, nei saggi filosofici, ciascuno assume un atteggiamento proprio di fronte ad essa e non è il caso, qui, di stilare un elenco delle possibili posizioni, anche perché ognuno di voi, con la morte, ha o avrà un rapporto intrasmissibile agli altri, visto che (almeno fino a prova contraria) nessuno è tornato ha raccontarci come eventualmente si vive la morte. Al proposito, una sera, seduto al bar in attesa di amici, riflettevo alla famosa teoria di Epicuro, sintetizzata dalla massima secondo la quale la morte non dovrebbe farci paura, perché quando ci siamo noi non c’è lei e viceversa, e che il male sarebbe, quindi, nella paura e non nella morte. Al che, trangugiando un sorso di birra, mi dissi: “Eh, sono cazzi questi! A me la morte fa paura, caro Epicuro!”.

Da bambino, alla morte non ci pensavo, non almeno quanto avrei fatto in seguito, ma ai fantasmi sì, e non per colpa mia. Ricordo ancora con nitidezza un luogo che per me e altri bambini aveva assunto connotazioni oscure, ma che in realtà era una semplice casa abbandonata, un po’ distante dalla piazzetta dove eravamo soliti scorrazzare. Gli adulti, per convincerci a non allontanarci troppo, ci avevano detto che lì c’erano i fantasmi, così che noi ci convincemmo che “vicino al falegname” (che aveva l’officina di fronte alla famigerata casa dei fantasmi) non bisognava andarci, che era pericoloso. Qualche anno dopo, ancora fanciullo, capii che i fantasmi non c’erano, ma che cadere con una bicicletta con i freni rotti e spaccarsi il labbro avrebbe dovuto costituire una paura ben più reale. Avevo paura dei fantasmi, non della bicicletta, e la logica conseguenza fu che i fantasmi non li vidi mai, mentre ottenni in bel labbro insanguinato (e se sono qui a scrivere è perché non battei il capo contro lo spigolo della fontana). Poi c’era il “lupo mannaro”, un signore strambo, che per la leggenda popolare di notte diventava, appunto, un lupo mannaro, e dal quale, quindi, non bimbi dovevamo tenerci lontani. Un giorno il pallone andò a finire nel cortile del lupo mannaro e nessuno ebbe il coraggio di restituircelo. Dovette essere lui, il lupo mannaro, a rendercelo gentilmente. Il lupo mannaro, poi, l’ho conosciuto anni dopo, in biblioteca. Aveva qualche pelo sulle braccia, ma mi sembra che su questa base indiziaria le prove della sua “lupomannarità” manchino. È morto da qualche anno, ma neanche lui è tornato a dirmi la sua sulla morte.

Il petardo per il gattino, i fantasmi, la morte e il lupo mannaro per me, sono, come detto, paure di ciò che non si conosce. Qui si potrebbe inserire un discorso ben più serio sull’uso strumentale che i regimi, ma anche i singoli partiti, o individui, fanno delle paure. Cavalcare la paura del diverso è uno dei modi più semplici per cementare un gruppo, un popolo, per darsi un’identità. La storia, purtroppo, ci fornisce esempi truculenti di questo, ma non è questa la sede per scriverne. Vorrei invece sottolineare come, leggendo quella frase nel racconto di Maupassant, abbia riflettuto su come, pur condividendola, si possa integrarla allargando il discorso alla paura di ciò che si conosce. Se è vero, infatti, che ci spaventa l’ignoto, lo sconosciuto, è altrettanto evidente che possiamo essere spaventati, e non poco, da qualcosa che già conosciamo, perché ne abbiamo avuto esperienza diretta o perché è in noi. Esempio banale: se da bambino mi brucio la mano nel fuoco, e magari l’ho infilata nel camino perché non conoscevo la paura del fuoco, poi potrà dovrebbe accadere, salvo impulsi autolesionistici, che nel seguito della mia esistenza io abbia una certa paura del fuoco.

Mi viene in mente, ora, mentre scrivo, una piccola storiella che lessi tempo fa. In questo momento non ho voglia di andare a controllare la fonte, mi sembra fosse Baudelaire (o Nietzsche?), ma ai fini del discorso poco conta, anzi, la modifico per renderla più semplice e breve. Se esco fuori il balcone di casa e mi avvicino alla ringhiera per salutare un amico o un gatto che sta in strada, di regola (salvo patologie, che escludo per comodità di ragionamento) non avrò paura di cadere e potrò anche stare vicino alla ringhiera, a pochi centimetri, senza toccarla. Se, però, esco e vedo che la ringhiera non c’è, mi sembra molto più difficile che io possa stare a pochi centimetri dall’orlo, con il vuoto davanti a me. Ma, ancora, se io uscissi fuori dal balcone a occhi chiusi, guidato da una voce amica che mi dice quando devo fermarmi per non toccare la ringhiera, sapendo che la ringhiera c’è, anche se in realtà l’hanno tolta a mia insaputa, proverò forse paura? No, perché per me la ringhiera c’è e male che vada andrò a sbatterci contro. Con questo esempio forse descritto malamente, volevo rilevare come non è solo l’ignoto a spaventarci, ma anche il noto, cioè il sapere di determinate condizioni.  Con ciò voglio dire che anche le nostre paure più intime non si fondano solo sulla scarsa conoscenza dell’altro o di circostanze del mondo circostante, ma anche sulla conoscenza del nostro io. L’obiezione al ragionamento c’è, e se non ci fosse me la faccio da solo. Mi si potrebbe dire che la paura derivante da una conoscenza del nostro mondo interiore è, a sua volta, una paura derivante da scarsa conoscenza, e che se ci conoscessimo meglio non proveremmo alcuna paura. Di questo, però, non sono convinto. Ci sono aspetti del nostro intimo, del nostro sottosuolo, che è bene conoscere per saperli dominare, ma che, a mio avviso, fanno paura proprio perché sappiamo di essere anche quelli.

Su quest’ultimo aspetto, un articolo a parte meriterebbero i sogni, con tutto il loro carico di messaggi cifrati che il nostro inconscio ci manda. Non avendo aspirazioni da novello Freud, mi limiterò a rimandare, i più masochisti tra voi, a un sogno che mi fece paura, raccontato, molto brevemente e senza grosse considerazioni, nell’articolo “La coscienza dimeno”.

Le dimensioni assunte da questo pezzo cominciano a farmi davvero paura e ritengo sia il caso di fermarmi qui, rimandando ad altre occasioni eventuali altre considerazioni. In fondo, l’obiettivo non era scrivere un trattato sulla paura, ma superare la momentanea paura da blogger di cui all’inizio. Ci sono riuscito, adesso posso tornare a coccolare Charles e alle paure reali.

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5 pensieri su “Paura.

  1. Decisamente corretta la tua analisi sulla paura: propendo anch’io sul collegarla a ciò che è ignoto. Ciò che è noto, in un certo senso, è una “paura già superata” e quindi – razionalmente – non dovremmo più temerlo se abbiamo affinato armi o pensieri per difenderci.
    Nicola

    • Però, ripeto, c’è anche la paura del “noto”, specie di ciò di noi stessi ci è “noto”, non ci piace eppure sappiamo che c’è.
      Parlo manco fossi uno scienziato esperto di psiche umana, ahaha…:D

  2. Il mio cane, se posso iniziare un inutile pensiero, non ha paura di niente perché, a mio parere, “non sa”. Mi spiego. Trattasi di Parson Jack Russel estremamente spavaldo che finora non ha mai trovato un Rottweiler che gli abbai in faccia, pardon, sul muso. Immancabilmente, ogni volta che trova un cane due o tre volte più grosso di lui, si verifica la stessa storia, abbraccio quasi-mortale con zampette minuscole e micro-morsi. Il cane protagonista di queste attenzioni lo lascia fare. Forse quando qualcosa turberà questa sicurezza, avrà paura, come hai scritto tu. Per adesso, è come se questa ignoranza/ingenuità gli risparmiasse la paura. Ma lascia stare, straparlo – o strascrivo. Buona serata, io intanto ai sogni ci penserei, comunque. Non è male come argomento. E questo pezzo sulla paura non lo sottovalutare, finora credo che sia uno dei più riusciti – fra quelli che ho letto, ovvio. E ci sarebbero millanta altre osservazioni da fare.

    • Grazie per i complimenti e per la testimonianza “canina”. Non straparlo o strascrivi, anzi, hai aggiunto considerazioni molto pertinenti. Sono d’accordo, l’ignoranza/ingenuità risparmia la paura, e in questa caso l’ignoto non fa paura. Come hai detto tu alla fine, ci sarebbero tante postille da aggiungere, per esempio specificare la differenza che c’è tra un essere umano con una “coscienza” già sviluppata e un infante. Siccome, però, ho già straparlato nell’articolo, non aggiungo altro.
      Ai sogni ci penso eccome, in realtà avrei bisogno di un blog apposito per descriverli, ma al momento risparmio ai navigatori del web quest’ulteriore forma di tortura. 🙂

  3. Pingback: “Paura liquida” (Zygmunt Bauman) | Tra sottosuolo e sole

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