Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Molti matrimoni” (Sherwood Anderson)

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“Chi cerca l’amore e va verso di esso impulsivamente, senza tenere conto della complessità della vita moderna è, se non un pazzo, almeno un temerario.

Non avete mai vissuto un momento nel quale fare ciò che in altri momenti risulta il più semplice e naturale degli atti, diventa improvvisamente un’impresa titanica?

Siete nella stanza d’ingresso di una casa. Di fronte a voi c’è una porta chiusa e, dietro la porta, seduto o seduta in una poltrona vicino alla finestra, c’è un uomo o forse una donna.

È il tardo pomeriggio d’un giorno d’estate, e avete deciso di avvicinarvi alla porta, di aprirla e dire:

– Non intendo più continuare a vivere in questa casa. Il mio baule è pronto e fra un’ora un uomo, al quale già ho dato l’ordine, verrà a prenderlo. Sono qui soltanto per dirti che non posso più continuare a vivere con te.

Siete dunque nell’ingresso, e tutto ciò che dovete fare è entrare nella stanza e dire queste poche parole. La casa è silenziosa e voi rimanete a lungo nell’anticamera, timoroso, esitante, senza aprire bocca. Lentamente vi rendete conto che siete giunti fino a lì in punta di piedi.

Per voi e per la persona che si trova dietro la porta è assolutamente consigliabile non continuare a vivere nella stessa casa. Questo dovreste dichiarare, ma probabilmente avete perso il buon senso. Perché non siete in grado di parlare giudiziosamente?

Perché vi riesce così difficile fare quei tre passi verso la porta? Le vostre gambe sono ancora in uno stato eccellente. Perché i vostri piedi sono tanto pesanti?

Siete un uomo giovane. Perché le vostre mani tremano come quelle di un vecchio?

Siete sempre stato convinto di essere un uomo coraggioso. Perché improvvisamente vi siete trasformato in una creatura debole e vile?

È divertente o è tragico sapere che non osate andare verso la porta, aprirla, ed entrando dire quelle poche parole senza che la vostra voce cominci a tremare?

Siete ancora in grado di controllarvi o siete praticamente come un pazzo? Perché quella ridda di pensieri circola senza tregua nel vostro cervello? Una ridda di pensieri che, mentre siete lì esitante, vi trascina già verso un abisso senza fine?

(Sherwood Anderson, “Molti matrimoni”, Robin edizioni) 

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“Austerlitz” (W. G. Sebald)

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“Perché non mi dici, ella domandò, disse Austerlitz, la ragione della tua inavvicinabilità? Perché, disse, da quando siamo arrivati qui sei come uno stagno gelato? Perché vedo le tue labbra schiudersi, quasi tu volessi dire, o magari persino gridare qualcosa, e poi non sento nulla? Perché arrivando non hai disfatto i tuoi bagagli e vivi, per così dire, soltanto dello zaino? Eravamo a qualche passo l’uno dall’altra, simili a due attori sulla scena. Con l’affievolirsi della luce gli occhi di Marie mutavano colore. E io cercai di nuovo di spiegare a lei e a me stesso quali incomprensibili sentimenti avessero continuato a opprimermi negli ultimi giorni: come un folle non vedevo altro intorno a me se non misteri e segni; mi sembrava che persino le mute facce delle case sapessero su di me qualcosa di negativo, e se da sempre ero stato convinto che il mio destino fosse una vita solitaria, adesso, nonostante il mio desiderio di lei, lo ero più che mai. Non è vero, disse Marie, che abbiamo bisogno dell’isolamento e della solitudine. Non è vero. Sei solo tu ad aver paura, non so di che cosa. Sempre ti sei tenuto un po’ a distanza, me ne ero ben accorta, ma adesso è come se ti trovassi su una soglia che non hai il coraggio di varcare. Non ero in grado allora di ammettere che Marie aveva ragione in tutto, ma oggi so, disse Austerlitz, perché dovevo prendere le distanze se qualcuno mi veniva troppo vicino, e ricordo che in quel prendere le distanze mi credevo in salvo e al tempo stesso mi sentivo un essere intoccabile, brutto da incutere spavento.”

(W. G. Sebald, “Austerlitz”, ed. Adelphi)

“Austerlitz” di W. G. Sebald è un romanzo toccante, avvincente, scritto (tradotto) meravigliosamente, un libro che mi ha avvinto alla lettura dalla prima all’ultima riga.

Jaques Austerlitz è un professore di storia dell’architettura che il narratore incontra alla stazione di Anversa nel 1967, in modo del tutto casuale e che sulle prime parla quasi esclusivamente di strutture architettoniche, senza troppi riferimenti a un vissuto personale che pare immerso in un oblio definitivo. Austerlitz è un solitario e le ragioni della sua difficoltà ad avere rapporti umani affondano in un passato oscuro che egli avrà la forza di affrontare solo negli anni Novanta, una volta andato in pensione, quando prenderà piena consapevolezza del dramma che si cela dietro il suo arrivo (1939) in Inghilterra.

A cinque anni, infatti, Austerlitz, che scoprirà di chiamarsi così solo un decennio dopo, si era ritrovato, senza sapere perché, adottato da due coniugi gallesi, dalla mentalità piuttosto retrograda. Da Praga era stato inviato, in un convoglio trasportante altri bambini, nell’immediata vigilia della seconda guerra mondiale, per preservarlo da orrori che i suoi reali genitori sconteranno sulla loro pelle, nei campi di concentramento e sterminio.

Il romanzo di Sebald, con i suoi andirivieni spaziotemporali, è una struggente riflessione sui temi della memoria individuale e collettiva, sull’oblio, su luoghi che segnano, sull’abbandono, sul tempo, sull’identità perduta/ritrovata, sulla solitudine e la paura di affrontare incubi che Austerlitz (e tante altre persone con storie simili alle sue) si portano dentro, ed è corredato da fotografie che aggiungono valore alle già potenti immagini lessicali che l’autore ci offre.

“Dette queste parole, Austerlitz tacque e rimase per qualche tempo – almeno mi pare – con lo sguardo perso nel vuoto. Sin dall’infanzia e dalla giovinezza, così infine riprese il discorso tornando a guardarmi, non ho mai saputo chi in realtà io sia. Dal mio attuale punto di vista mi rendo ben conto che già solo il mio nome e il fatto che, di questo nome, io sia rimasto defraudato fino ai quindici anni avrebbero dovuto mettermi sulle tracce della mia origine; eppure, negli ultimi tempi, ho anche capito per quale motivo un’istanza anteposta o preposta alla mia capacità di pensare, e con ogni evidenza dominante in modo assai avveduto da qualche parte del mio cervello, mi abbia sempre protetto dal mio segreto e sistematicamente distolto dal trarre le conclusioni più ovvie e dall’intraprendere ricerche coerenti con tali conclusioni. Non è stato facile liberarmi dal disagio che provavo nei confronti di me stesso, né sarà facile presentare ora le cose in una successione più o meno ordinata.”

“Oscenità e pornografia” (David H. Lawrence)

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“L’intera questione della pornografia a me sembra una questione connessa alla segretezza. Senza segretezza non ci sarebbe pornografia. Ma segretezza e pudore sono due cose totalmente diverse. La segretezza ha sempre in sé un elemento di paura, che molto spesso equivale a odio. Il pudore è garbato e riservato. Oggi il pudore è gettato al vento, persino in presenza dei grigi tutori. Ma la segretezza la si tiene ben stretta, essendo di per sé un vizio. E l’atteggiamento dei grigi è: care signorine, potete abbandonare ogni pudore, purché vi teniate ben stretto il vostro piccolo sporco segreto.
Questo ‘piccolo sporco segreto’ è divenuto oggi infinitamente prezioso per la massa della gente. È una sorta di piaga o infiammazione nascosta che, quando viene strofinata o grattata, procura dei fremiti intensi, che sembrano deliziosi. Così, il piccolo sporco segreto viene strofinato e grattato sempre di più, finché diventa sempre più segretamente infiammato e la salute nervosa e psichica dell’individuo si danneggia sempre più. Si può agevolmente affermare che la metà dei romanzi d’amore e la metà dei film d’amore d’oggi per il loro successo dipendono interamente dal segreto strofinamento del piccolo sporco segreto. Potete chiamarlo eccitamento sessuale, se preferite, ma si tratta di un eccitamento sessuale di un genere riservato, clandestino, del tutto particolare. Lo schietto e semplice eccitamento, aperto e giovevole, che trovate in alcune novelle di Boccaccio, non va confuso neppure per un istante con l’eccitamento clandestino suscitato dal segretissimo strofinamento del piccolo sporco segreto dei moderni bestsellers. Questo clandestino, furtivo, subdolo, scaltro strofinamento di un puntino infiammato nell’immaginazione costituisce proprio la parte viva della moderna pornografia, ed è una cosa abominevole e pericolosissima. Non si riesce a smascherarlo tanto facilmente proprio a ragione della sua clandestinità e della sua subdola scaltrezza. Così i dozzinali e popolari romanzi d’amore e film moderni prosperano, e addirittura ricevono le lodi dei tutori della morale, perché il subdolo fremito se ne sta a brancolare sotto tutta la purezza della fine biancheria intima, senza che una sola parola scurrile renda possibile sapere cosa sta accadendo.
Senza segretezza non ci sarebbe alcuna pornografia. Ma se la pornografia è il risulta
to della subdola segretezza, il risultato della pornografia qual è? Qual è l’effetto sull’individuo?”
(David H. Lawrence, “Oscenità e pornografia”, ed. Passigli Editori)

— presso Villa Torlonia (Roma)

 

“Chesil beach” (Ian McEwan)

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“Certe volte è imbarazzante scoprire che il corpo non vuole, o non sa mentire a proposito delle emozioni. Chi è mai riuscito, per ragioni di decoro, a rallentare un cuore che batte forte, o a ricacciare indietro un rossore? Il muscolo ribelle di Florence fremeva scomposto: pareva una falena intrappolata sottopelle. Le capitava a volte la stessa cosa alla palpebra. Forse però il tumulto si stava placando: non era sicura. Ricapitolare la situazione in base alla logica l’aiutava, perciò procedette con sistematica ottusità: la mano di lui stava lì perché Edward era suo marito; e lei lo lasciava fare perché era sua moglie. Certe amiche, come Greta, Hermione e soprattutto Lucy, sarebbero state nude tra le lenzuola da ore a quel punto, avrebbero anzi consumato quel matrimonio in chiassosa allegria ben prima delle nozze. Nella loro affettuosa magnanimità, avevano perfino l’impressione che anche per lei fosse andata proprio così. Pur non avendo mai mentito, Florence non aveva nemmeno specificato come stavano veramente le cose. Se pensava alle amiche, riconosceva nella propria esistenza un sapore unico e particolare: la solitudine.”

(Ian McEwan, “Chesil beach”, ed. Einaudi)

A un certo punto stavo abbandonando la lettura di “Chesil beach”, ovvero mentre leggevo il secondo dei cinque capitoli nei quali è suddiviso questo romanzo, piuttosto breve, di Ian McEwan, autore già presente in questo blog con altri e superiori libri, quali “Bambini nel tempo”, “Primo amore, ultimi riti” e soprattutto “Espiazione”. Quella parte del testo, infatti, non solo non mi era parsa all’altezza del promettente inizio, ma mi aveva fatto sospettare un proseguimento non tanto appassionante; e invece si è confermata un’eccezione all’interno di un romanzo che, pur non toccando le altezze delle altre opere citate, è comunque divertente ma non solo.

I protagonisti sono Florence ed Edward, ventiduenni neo-sposi, lei violinista, lui aspirante storico, in luna di miele e in procinto di consumare la loro prima notte di nozze, che per entrambi, poi, dovrebbe costituire la prima esperienza sessuale completa. Il condizionale è d’obbligo, Continua a leggere…

“Come ho avuto la conferma di essere brutto dentro”

A meno di non ambire a far la parte del cattivone in un romanzo giallo, sospettare di essere brutti dentro non è gratificante, sebbene sia preferibile ad averne la certezza scientifica. Io non ho mai pensato di essere bello dentro, mentre sul fuori mi astengo, perché non è oggetto di questo delirante articolo e poi, a dirla tutta, questa distinzione tra dentro e fuori lascia il tempo che trova, quasi fossimo ancora qui a contrapporre anima e corpo, oppure amore e odio. In ogni caso, anche se qualcuno asserì che “l’essenziale è invisibile agli occhi”, si può affermare almeno che, se non l’essenziale, almeno il minuscolo è più visibile al microscopio; inoltre, l’esperienza insegna che se “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, appare altrettanto evidente che “lo stomaco ha ragioni che né il cuore né il cervello conoscono”. Sto divagando, torno alla scoperta della mia bruttezza interiore.

I più antichi, fedeli e soprattutto masochisti lettori di queste pagine forse ricorderanno un frammento di cenere estratto dal mio camino, nel titolo del quale facevo riferimento a “notti gastriche”, Continua a leggere…

“Paura” (Stefan Zweig)

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“Quando Irene uscì dall’appartamento del suo amante e cominciò a scendere le scale, tutto d’un tratto quella paura insensata tornò a impadronirsi di lei. All’improvviso una spirale nera prese a mulinarle davanti agli occhi, le gambe erano come bloccate da una morsa di ghiaccio, ed ella dovette aggrapparsi in fretta alla ringhiera per non cadere bruscamente in avanti. Non era la prima volta che arrischiava una visita così pericolosa, quel brivido repentino non le era sconosciuto e, pur opponendo in cuor suo una strenua resistenza, nel riprendere la via di casa finiva sempre per soggiacere a simili imperscrutabili attacchi di una paura irragionevole e ridicola.”

(Stefan Zweig, “Paura”, ed. Adelphi)

Irene Wagner appartiene alla migliore borghesia viennese, è sposata con un avvocato, madre di due figli, e amante del pianista Eduard, che l’ha attratta più in virtù della diversità che rappresentava nella sua quotidianità che non per affinità di sensi. Un giorno, uscendo dall’appartamento dell’amante, Irene s’imbatte in una donna sconosciuta, che, sostenendo di essere la legittima e povera consorte del pianista, la ricatta con veemenza, estorcendole del denaro.

Per Irene inizia un percorso nella paura. Zweig, in poco più di cento pagine, Continua a leggere…

“Primo amore, ultimi riti” (Ian McEwan)

mcewan“Non voglio essere libero. Ecco perché invidio i neonati che vedo per la strada tutti avviluppati e in braccio alla mamma. Vorrei essere uno di loro. Perché non potrei esserlo io? Perché devo camminare, andare a lavorare, prepararmi da mangiare e fare quelle centinaia di cose che bisogna fare ogni giorno per restare in vita? Voglio salire in carrozzina. È cretino, sono alto uno e ottanta. Ma questo non cambia quello che sento. L’altro giorno ho rubato una coperta da una carrozzina. Non so perché, forse cercavo un contatto col loro mondo, per non sentirmi completamente estraneo. Mi sento escluso. Non ho bisogno del sesso, di quelle cose lì. Se vedo una ragazza carina come quella di cui ti ho parlato mi sento tutto rimescolare dentro, poi torno qui e me lo sbatto, come t’ho raccontato. Non ce ne devono essere molti come me. Quella coperta che ho rubato la tengo nell’armadio. Lo voglio riempire di dozzine di cose così.
Ormai non esco più molto. È due settimane che sono uscito da questa soffitta l’ultima volta. Così ho comprato qualche barattolo di cibo anche se non ho mai molta fame. Per lo più sto seduto nell’armadio pensando ai vecchi tempi a Staines, rimpiangendoli. Quando di notte piove le gocce battono sul tetto e io mi sveglio. Penso alla ragazza che adesso vive nella nostra casa, sento il vento e il traffico. Vorrei avere di nuovo un anno. Ma non succederà. Mi sa proprio di no”. Continua a leggere…

“Pastis” (n. 21, da “Frammenti da un camino”)

– Prendetela! – urlò qualcuno.

Nadia, all’improvviso, si afflosciò sulle sue esili gambe, ora inerti e che poco prima roteavano impazzite. Francesca fu la più lesta e riuscì ad evitare che l’occhialuta sbronza sbattesse con il volto a terra.

– Cazzo, sta male, portiamola fuori dal pub! – gridò Gianluca, mentre anche Marco e gli altri amici, accortisi di quanto stava succedendo, avevano smesso di ballare o si erano alzati dal tavolo.

L’accaduto non era imprevedibile, perché Nadia aveva ingurgitato numerosi pastis, a un ritmo insostenibile per il suo flebile corpo. Eppure quella sera si stava divertendo e non poco; brillante, dalla battuta pronta, aveva persino azzardato, cosa incredibile per una schiva come lei, degli sgangherati passi di danza, peraltro sulle note di canzoni che avrebbe rifuggito anche da sobria. Inoltre, pochi minuti prima del crollo si esprimeva a suon di facezie che mai gli amici avrebbero pensato potesse esternare, chiusa, quasi asociale, com’era.

Nadia aveva già affrontato le conseguenze di una sbornia, quella fase iper-malinconica che era solita seguire la lieve euforia che mai, però, come quella sera, aveva avuto, nelle sue sinusoidali emozioni, dei picchi così contrastanti tra felicità e tristezza.

– Michela, amica mia, sto ballando al ritmo di una musica che mi fa schifo! – urlò all’amica che entrava in quel momento nel pub, abbracciata a Lorenzo.

– Pazza, ti trovo in gran forma! – le sorrise Michela.

– Sì, lo sono, sono in forma! – ribadì Nadia quasi spavalda, ignara d’essere già vicina al crollo.

Si lanciò di nuovo all’assalto del bancone, ordinò un altro pastis e lo ingurgitò in un sorso, Continua a leggere…

“Paura liquida” (Zygmunt Bauman)

Paura liquida

“Le occasioni di aver paura sono una delle poche cose che non scarseggiano in questi nostri tempi tristemente poveri di certezze, garanzie e sicurezze. Le paure sono tante e varie. Ognuno ha le sue, che lo ossessionano, diverse a seconda della collocazione sociale, del genere, dell’età e della parte del pianeta in cui è nato e ha scelto di (o è stato costretto a) vivere. Il guaio è che tali paure non sono tutte uguali fra loro. Dato che arrivano una alla volta, in successione ininterrotta ma casuale, esse sfidano i nostri (eventuali) sforzi di collegarle tra loro e ricondurle alle loro radici comuni. Ci spaventano di più perché risultano difficili da abbracciare nella loro totalità, ma ancor di più per il senso di impotenza che suscitano in noi. Non riuscendo a comprenderne le origini e la logica (ammesso che ci sia), ci troviamo al buio e incapaci di prendere provvedimenti – e, a maggior ragione, di prevenire o contrastare i pericoli che esse ci segnalano. Siamo semplicemente privi di strumenti e capacità a tal fine. I rischi che temiamo trascendono la nostra capacità di agire; finora non siamo nemmeno riusciti a definire chiaramente come dovrebbero essere gli strumenti e le capacità adeguate – e dunque siamo ben lontani dal poter iniziare a progettarli e realizzarli. Ci troviamo in una situazione non molto diversa da quella di un bambino disorientato; per riprendere l’allegoria utilizzata tre secoli fa da George Christoph Lichtenberg, se un bambino urta contro un tavolo, dà la colpa a quest’ultimo, mentre per casi simili noi abbiamo coniato la parola “destino” contro cui lanciare accuse”.

(Zygmunt Bauman, “Paura liquida”, editori Laterza)

In un articolo scritto qualche giorno fa, affrontavo, in maniera approssimativa, frammentaria e piuttosto scanzonata, il tema della paura. In questo vi presento un testo ben più interessante rispetto ai miei deliri, cioè “Paura liquida” di Zygmunt Bauman. Tanto per sdrammatizzare, la parola liquida del titolo non è in riferimento a possibili perdite notturne, ma richiama concetti che Bauman esprime anche in altre sue opere. La liquidità, in estrema sintesi, è da intendersi come la mutevolezza, l’instabilità, la freneticità della società odierna, con particolare riferimento ad argomenti quali la globalizzazione, il consumismo, la marginalizzazione dei poveri. L’oggetto principale di questo saggio, comunque, è la paura.

Il libro, come si evince dalle parole dello stesso autore, è un inventario delle paure, un tentativo di individuarne le radici, un invito a ragionarci su ed agire di conseguenza, nella consapevolezza che non esistono ricette miracolose né definitive per scacciare paure che attanagliano l’uomo dalle sue origini, paure che sono mutate nel corso dei millenni, o paure che addirittura sono insorte e divenute tipiche dell’epoca attuale. Nel mio precedente articolo, mi domandavo se la paura è sempre relativa a qualcosa che non conosciamo, quindi all’ignoto, o non riguardi anche ciò che conosciamo. Bauman sviluppa in maniera egregia la mia domanda e risponde con questo saggio che parte da un’introduzione di carattere generale sull’origine della paura e sugli usi che della stessa sono stati fatti. La prima considerazione è sul fatto che la paura derivante dall’incertezza della minaccia, che in linea teorica avremmo dovuto scacciare grazie al progresso scientifico e tecnologico, ha, al contrario, assunto il carattere dell’ubiquità. La globalizzazione, la possibilità di viaggiare, di conoscere tutto in pochi secondi grazie al web, ha certo portato innumerevoli vantaggi, ma ha anche allargato il terreno dove le nostre paure possono proliferare.

La paura può essere immediata, cioè derivante da pericoli concreti e visibili, oppure derivata dall’insicurezza circa qualcosa. In questo secondo caso, aggiunge Bauman, spesso può essere sganciata da reali pericoli ed essere, quindi, solo frutto di condizionamenti mentali. Ma perché abbiamo paura? Cosa sentiamo essere messo in pericolo? Bauman focalizza l’attenzione su tre macro-categorie: 1. il pericolo riguardante la possibile perdita o menomazione del nostro corpo e dei nostri beni materiali; 2. la paura di ordine più collettivo, riguardante catastrofi, sovvertimenti dell’ordine sociale vigente; 3. la paura circa la nostra collocazione all’interno del predetto ordine sociale. Bauman poi spiega come un modo che utilizziamo per difenderci dalle paure sia calcolare le probabilità di ciò che è prevedibile, tenendo ben a distanza dalla mente i pensieri su ciò che è imponderabile e per il quale è impossibile, a nostro parere, fare alcunché. Così facendo, però, accade che su larga scala ci si meravigli di catastrofi naturali che, per quanto imprevedibili e  tremende, potevano essere limitate nella loro portata devastatrice, se solo si fosse sempre tenuto presente il pericolo supremo, cioè quello di morire.

Nel primo capitolo l’autore affronta proprio la paura delle paure: la morte. Innanzitutto, a mia parziale discolpa riguardo il mio articolo precedente, devo dire che mi ha fatto piacere leggere che anche Bauman ritenga errato quella concezione per la quale la morte non dovrebbe farci paura “perché quando ci siamo noi non c’è lei e viceversa”. La differenza tra me e Bauman è che lui argomenta in maniera mirabile. L’inizio del capitolo si serve dell’esempio dei reality show e dei quiz per mostrarci come i meccanismi più insospettabili che possiamo osservare nella nostra quotidianità siano atti a mostrarci l’inevitabilità della morte, dell’unico evento di cui non possiamo mai avere un’idea diretta e che ci coglierà comunque impreparati. Con la morte non si tratta di sapere il “se”, ma unicamente il “quando” e il “chi”. Un reality (sul quale, per inciso, il giudizio di Bauman non è, mi sembra, entusiastico, a prescindere dall’esempio che porta), eliminando un concorrente alla volta, rivela, libera e assolve il telespettatore dal pensiero della morte, presentandogliela in forma minimale e innocua.

Da questo pensiero abissale ci difendiamo in maniera diverse, anch’essere evolutesi nel corso della storia umana. Si può pensare che la morte non sia definitiva, quindi appellarsi all’eternità dell’anima, la grande invenzione del cristianesimo che tuttora appaga i credenti. Venuta meno questa forma di salvezza, nell’epoca moderna, secondo Bauman, le strategie sono la decostruzione e la banalizzazione della morte. La prima consiste nel non accettare mai la morte come fatto naturale, inevitabile, che prima o poi deve accadere, ma ricercare sempre e comunque una causa specifica della morte. La seconda consiste nel quotidiano esercizio: la fine di una relazione viene vissuta con un carico di drammaticità tale da prefigurare, sia pure in maniera imparagonabile, la morte, almeno la morte di un mondo, quello creato dalla relazione, che non ci sarà più. La frammentarietà dei rapporti sociali odierni, in teoria potenzialmente infiniti (basti pensare alle amicizie “virtuali”), ma labili quanto mai, non è altro, per Bauman, che un allenamento al distacco definitivo.

Un tema strettamente legato alla paura è il male, argomento che ci spaventa perché è incomprensibile, inesplicabile, sfida il nostro tentativo di rendere vivibile il mondo ritenendolo intellegibile, comprensibile con i nostri mezzi. Al riguardo, Bauman sottolinea come dalla vetusta concezione del male come conseguenza del peccato, si sia passati a una visione diversa ma non meno misteriosa e inappagante di cosa sia il male. Il terremoto e maremoto di Lisbona del 1755, che fornì a Voltaire l’occasione per le sue riflessioni, dà modo anche a Bauman di riflettere su come il male derivante dalle forze naturali sia non-intenzionale, indifferente alle nostre miserie umane. Poi, c’è il male causato e creato dall’uomo, che spaventa per la sua banalità, come ricordava la Arendt nel suo saggio-resoconto “La banalità del male”. Bauman rileva come il male ci faccia paura proprio perché, “a condizioni adatte”, può annidarsi ovunque e in chiunque. 

Nel secondo capitolo Bauman tratta dell’orrore dell’ingestibile. L’umanità, che attraverso il progresso avrebbe dovuto epurare gran parte della paure, è riuscita a dotarsi di strumenti bellici atti a praticare una “mutua distruzione assicurata”. L’armamentario delle grandi potenze nucleari è un potenziale patologico-suicida delle moderne società, che hanno perso il senso del limite, che fingono di non comprendere la limitatezza delle risorse terrestri e lo stato di privilegio che una parte della popolazione terrestre (anch’io che posso scrivere quest’articolo) vive rispetto al resto. Invece che gestire la natura de-divinizzata, smussando gli effetti delle sue manifestazioni violente, l’uomo l’ha imitata nella sua irrazionalità. Bauman scrive il libro poco dopo l’uragano Katrina, che devastò New Orleans e rileva come in quell’occasione ad essere colpiti maggiormente furono, come spesso accade, gli indigenti. La burocrazia, inoltre, negli stati moderni, è diventato un alibi e una fonte di dequalificazione etica, all’interno della quale i funzionari solerti possono dimenticare, in nome dell’ordine ricevuto dall’alto, qualsivoglia barlume di solidarietà. La delega alla tecnologia, inoltre, deresponsabilizza l’uomo, che è stato molto “abile” ad apprendere dalla natura i suoi principi distruttivi e armarli contro se stesso, basti pensare agli armamenti atomici.

La globalizzazione, altro tema caro a Bauman, ha assunto, finora, connotati prevalentemente negativi e ha contribuito ad aumentare le paure, il bisogno di sicurezza entro e dei confini. La possibilità di spostarsi, congiunta alle condizioni disastrose in cui versano grandi zone del pianeta, ha condotto alle inevitabili migrazioni, che sempre ci sono state nella storia dell’umanità, ma che adesso, utilizzate in maniera squallida e propagandistica, hanno fomentato il risorgere di nazionalismi, razzismi, fanatismi e intollerenze che, peraltro, possono sfruttare i moderni mezzi di comunicazione per diffondere il loro “verbo”. Nella scelta tra essere carnefici, vittime o vittime collaterali, tendiamo a vedere nell’altro il colpevole, l’invasore, il pericolo, cadendo preda dell’antica e mai doma tentazione di dividere il mondo in Bene e Male, in Buoni e Cattivi, dimenticando (volendo dimenticare) che oltre alla naturale propensione alla violenza, che può esserci, esiste una grandissima fetta di disperati che, di fronte alla scelta se uccidersi o delinquere per necessità, optano per la seconda alternativa. Molto penetranti, inoltre, le pagine che Bauman dedica al fenomeno del terrorismo, che sfrutta anch’esso le potenzialità delle moderne tecnologie, non solo per colpire, ma anche per massimizzare gli effetti degli atti. La cultura del controllo, che sempre più si è diffusa dopo l’attacco alle torri gemelle, ha come effetto anche quello di spingere chi è più pigro o ha piacere a pensarla così, a ragionare per categorie.

Il paradosso cui si giunge è che proprio le società più sicure, quali dovrebbero essere, oggettivamente, quelle moderne, specie nella parte di mondo cosiddetta “evoluta”, sono attraversate da paure ed ossessioni talvolta giustificate, ma spesso generate ad arte da chi ha interesse commerciale, politico, militare, a conservare uno stato d’ansia collettivo, che aumenta quando, nelle maglie della sicurezza promessa, si intravede anche la minima smagliatura. Bauman, attraverso esempi puntuali e citazioni da giornali e tv, dimostra come i pubblicitari, le aziende e soprattutto i politici in campagna elettorale cavalchino l’onda della paura, paventando paure anche non dimostrabili in concreto, ma che fanno presa sullo “stomaco” dei cittadini.

L’ultimo capitolo Bauman lo dedica a cercare un senso alla parola. Cosa può fare un intellettuale, un pensatore, di fronte alle paure e più in generale per contribuire a rendere più vivibile e intellegibile questo mondo così caotico, frammentario, precario? L’antica concezione per cui dovrebbe affiancarsi a un Principe illuminato si è dimostrata fallimentare, così come il sogno dell’intellettuale organico al partito e guida della futura rivoluzione. Bauman, riprendendo un esempio di Adorno, auspica che si possa, almeno, lanciare un messaggio nella bottiglia, nell’auspicio che qualcuno, possibilmente non troppo in là nei decenni, possa coglierlo. Oltre ad augurarsi un difficile bilanciamento tra sicurezza e libertà, Bauman chiude sostenendo che solo annunciando l’inevitabilità della catastrofe si potrà evitare che la stessa accada. Stare sempre in guardia, insomma, cattivi profeti che si augurano di fallire nella loro previsione. Può essere una chiusura che incute paura, ma forse fanno più paura coloro che ritengo che vada sempre e comunque tutto bene.

Paura.

“Un bambino non beve perché non ha paura della morte”

(Cesare Pavese)

Il mio gattino dal pelo candido, Charles, seduto su una sedia, immerso in sogni che non potrò mai scoprire, sobbalzò allo scoppio di un petardo, che qualche bambino aspirante futuro guerrafondaio aveva gettato sul balcone di casa mia. Charles, che ancora non ha avuto modo di apprezzare appieno l’imbecillità della razza umana, si rifugiò sotto un mobile, incurante dei miei tentativi di fargli capire che tutto era sotto controllo. Solo dopo una ventina di minuti si decise a uscire fuori dal bunker improvvisato. Aveva provato paura.

La paura, da vocabolario, è lo “stato emotivo consistente in un senso d’insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso: più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso, che si manifesta anche con reazioni fisiche, quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente”. Una delle paure più immotivate è quella del blogger che non sa cosa scrivere, trovandosi di fronte a quello che per lo scrittore è il “blocco da pagina bianca”. In soccorso del blogger suddetto, che poi non sarei altro che io, può arrivare una frase letta o captata in giro, che funge da stimolo alla scrittura di un articolo, quello che state leggendo, che, sia detto tra noi, poteva anche non essere scritto. L’umanità non ne sentiva il bisogno, ma ormai ci sono e lo continuo.

Stavo leggendo un racconto di Maupassant, Continua a leggere…

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