Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Alla ricerca dell’odore di metallo perduto.

Uscito da casa, m’incammino, libro in mano e disillusioni sparse tra stomaco, cuore e cervello, verso una panchina, dove riporre le mie pigre membra e dedicarmi a una lettura rigenerante. A poche decine di metri da casa, però, arriva il momento Proust, che già è stato oggetto di un altro delirante racconto (“Marcel Proust e il bambino che segnò un gol in sforbiciata”). Niente che possa dare luogo a una gigantesca cattedrale della letteratura qual è “Alla ricerca del tempo perduto”, nulla che riguardi fanciulle in fiore tra le quali scegliere un’Albertine. A differenza degli eleganti odori che in Marcel risvegliavano la sua memoria involontaria, nel mio caso, a fungere da detonatore dei ricordi è stato un odore ferroso, di metallo lavorato da alcuni operai, che mi ha rimandato a quando, molti anni fa, stavo per sostenere l’esame di “Diritto amministrativo”. Sì, perché alla vigilia di quell’esame, che ritenevo ormai obliato nella mia memoria, mio padre, con tempistica forse discutibile, aveva deciso di rimettere in sesto, levigare, togliere e aggiungere alcuni pezzi della ringhiera interna di casa.

L’odore sentito per strada ha rimandato la mia mente, ma forse è riduttivo dire che solo la mia mente e non anche il corpo (e qui si potrebbe aprire una parentesi gigantesca, con discussione circa la presunta dualità corpo/mente), a quel giorno. Mi sono rivisto in camera mia, teso non tanto per l’esame in sé (non ho mai avuto l’ansia da giorno antecedente, semmai mi “saliva” cinque minuti prima di essere interrogato), quanto per il mal di testa che quell’odore forte mi stava causando. La visione del me stesso di tanti anni fa è stata molto nitida, sebbene, è evidente, focalizzata solo su certi aspetti. Ho rivisto il libro, la modalità di sottolineatura, ma soprattutto ho respirato l’atmosfera di quel giorno (e non solo l’atmosfera in senso figurato, direi). Tornato a casa, sono andato a ripescare il libretto universitario e ho scoperto, oltre a un’assurda foto-tessera presente nello stesso, che l’esame lo sostenni il 18-12-2003. Di conseguenza, oggi sono andato al 17-12-2003.

Sorvolo su tante altre considerazioni che la distanza temporale mi stimola, mentre colgo l’occasione per aggiungere, qui in coda, un piccolo brano che scrissi qualche tempo fa, quando, rileggendo i romanzi di Dostoevskij, mi domandai, ancora una volta, qualche maledetto motivo mi avesse spinto all’epoca, a scegliere la facoltà di Legge piuttosto che, ad esempio, iscrivermi a un corso di Letteratura o di Filosofia. Domande, come ben intuibile, inutili. Ecco il breve delirio che elaborai:

 (Un chiarimento inutile ma necessario. L’Avvocato e Dostoevskij)

Non mi piace essere chiamato “Avvocato”, ciò va detto, a chiare lettere. A volte percepisco nettamente uno dei vari motivi per cui non mi piace. Ce ne sono diversi, tra gli altri il semplice fatto che non sono un avvocato, non ho fatto l’esame. Ma veniamo al punto al disordine del giorno. Dopo “Delitto e castigo” sto rileggendo anche “I demoni” di Dostoevskij, e non riesco a capire per quale ragione al mondo, qualche anno fa, ebbi la malsana idea di iscrivermi a Legge, e di studiare, per esempio, un libro intitolato “Il contratto con se stesso”, un pippone (scusate il linguaggio settoriale) di 400 pagine che ora giace lì, insieme con altri assurdi manuali di diritto. Ora, non ho nulla contro la categoria, odio generalizzare e ho amici (magari anche tra di voi) che sono avvocati, può darsi anche che abbia di nuovo a che fare con quei libri, che per necessità o tardivo rinsavimento possa un giorno esercitare (magari sosterrò l’esame di stato a ottanta anni, chissà), ma il punto è che non mi spiego perché io, proprio io, all’epoca non seguii l’istinto. Ragionai troppo su eventuali prospettive future, e lasciai stare Lettere e/o Filosofia. Cosa c’entra Dostoevskij? C’entra, perché se è vero che non rinnego del tutto i miei studi, il che sarebbe da idiota, è pure vero che se guardo i libri dell’Università che giacciono negli scaffali della mia stanza, e poi guardo un libro qualsiasi di Dostoevskij, mi accorgo che tutti i 20 – 30 – 40 (non so quanti sono) tomi che studiai non hanno il diritto, è il caso di usare questa parola, di stare accanto a Fëdor. Sono manuali anche di grande interesse, scritti da studiosi con un cervello che non ho, ma sento che tra me e loro non c’è nulla da spartire. Mi basta aprire una pagina a caso per capirlo. Come mi basta aprire una pagina a caso di Dostoevskij per capire altro. Tutto questo non ha molto senso, ovvio, è un pensiero banale che potrebbe, dovrebbe, morire così com’è nato, eppure resta quel punto, quella parola, “Avvocato”, che talvolta mi affibbiano anche simpaticamente. Finché lo fa un amico stretto (e qualcuno di voi* sa che non me la prendo) non c’è problema. Il “problema” sorge quando magari sto leggendo un libro e mi si avvicina qualcuno che a stento conosco, e con fare da simpatico giullare, mi fa: – Avvocato, la posso disturbare? – e, in effetti, poi mantiene la promessa e disturba. No, perché il punto finale e decisivo dell’inutile faccenda è che non sono un avvocato, che non vedo per quale ragione debba essere chiamato così, e non, che ne so, “pompiere”, “archeologo”, “musicista”, “attore di film porno”, “casalingo” o altro (intanto, da quel giorno, ho aumentato le mie qualifiche fasulle, come narrato nell’articolo “Le mie qualifiche”).

So che Nemesis gode in certe circostanze, e mi punisce per quell’errore originario. Ma so anche che sto preparando una serie di epiteti e qualifiche surreali per contro-appellare coloro che continueranno a ricordarmi che tra “Delitto e castigo” e “Il contratto con se stesso” scelsi il secondo (che poi già me la intendessi privatamente con il primo non toglie nulla all’orrore di quella scelta).

Poi ci sarebbe un secondo motivo, più serio. Ma è un’altra storia.

*il voi colloquiale è dovuta all’originaria destinazione (facebook) dello sproloquio.

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