Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Pastorale americana” (Philip Roth)

pastorale

“Che gli uomini fossero creature multiformi non era una novità per lo Svedese, anche se era sempre un po’ uno choc doverlo constatare nuovamente ogni volta che qualcuno ti dava una delusione. Ciò che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quello che erano – e, svuotati di sé stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà. Era come se, mentre la loro vita era ricca e piena, essi fossero, in segreto, stufi di sé stessi e non vedessero l’ora di liberarsi del loro discernimento, della loro salute e di ogni senso delle proporzioni per passare all’altro io, il vero io: che era uno stronzo detestabile e completamente illuso. Era come se trovarsi in sintonia con la vita fosse qualcosa di accidentale che poteva capitare, certe volte, ai giovani fortunati; mentre, per il resto, era una cosa con la quale gli essere umani non riuscivano a rapportarsi. Che strano. E che strano pensare che lui, che era sempre stato felice di far parte della schiera infinita e indifesa dei “normali”, poteva, in realtà, costituire l’anormalità, essere estraneo alla vita reale proprio a causa delle sue radici, così grosse.”

(Philip Roth, “Pastorale americana”, ed. Einaudi)

Seymour Levov, lo Svedese per via del suo imponente aspetto fisico, di origine ebraica proprio come il narratore della sua storia, incarna alla perfezione il mito dell’americano perfetto del secondo dopoguerra: sportivo eccellente in gioventù, bramato dalle donne, inappuntabile nei suoi atteggiamenti improntati alla normalità, sposato a Miss New Jersey, erede e poi ottimo gestore di un’industria che produce guanti per donne. Dietro questa patina di splendore, però, si nascondono insidie che esplodono quando Merry, la figlia prediletta, in nome di un antiamericanismo che affonda nell’odio verso la guerra (del Vietnam), diventa una terrorista. La bomba, oltre che esplodere in un ufficio postale dove miete una vittima, deflagra nell’esistenza dello Svedese, fino allora placidamente avvolto nella sua vita costruita con i mattoni della sua idea di etica e dovere personale.

Philip Roth, portandoci avanti e indietro nel tempo, tra l’immediato dopoguerra e il 1995, ci descrive, con maestria, il lento decadimento di una famiglia e soprattutto la progressiva perdita di certezze da parte dello Svedese, costretto a indagare su quali siano i motivi che possano aver condotto sua figlia a diventare una terrorista, ora latitante chissà dove, con chi e per conto di chi. La ferita che la bomba ha provocato in Seymour è indelebile, così forte che egli, concentrato com’è in questa ricostruzione postuma degli eventi, quasi non si accorge di altri accadimenti che minano la perfezione del suo rapporto coniugale con Dawn, l’ex reginetta della bellezza che, tuttavia, non vuole essere ricordata per quella vittoria e che a sua volta entra in crisi. Attorno, altro personaggi danno luogo a un intreccio di rapporti, dialoghi, emozioni che Roth costruisce con sapienza, ironia e partecipazione, affrontando anche temi diversi da quelli accennati in quest’articolo.

“Un uomo che si ritrova in mano le carte sbagliate per la partita da giocare. Assolutamente impreparato a ciò che sta per abbattersi su di lui. Come avrebbe potuto sapere, con tutta la sua bontà così accuratamente calibrata, che il prezzo di una vita obbediente era tanto alto? Ci si rassegna all’obbedienza per abbassare il prezzo. Una bella moglie. Una bella casa. Un’azienda magistralmente gestita. Un padre difficile trattato abbastanza bene. L’aveva realizzata per davvero, la sua versione del paradiso. Così vivono gli uomini di successo. Sono buoni cittadini. Sono fortunati. Sono riconoscenti. Dio sorride loro. Se ci sono dei problemi, si adattano. E poi tutto cambia e diventa impossibile. Più nulla e nessuno che sorrida loro. E allora chi riesce ad adattarsi? Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronta ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.”

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3 pensieri su ““Pastorale americana” (Philip Roth)

  1. Questo resta quel romanzo di quando mi obbligano a fare le classifiche e lo metto al numero uan.

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